Se c’è una cosa che molti fotografi-con-reflex odiano, se non addirittura temono, è il cambio dell’obiettivo. È una fase delicata, in cui si rischia di far cadere qualcosa, entra sporco nella macchina e poi si perde tempo prezioso.
Gestire bene il cambio di ottica è quindi importante e bisogna imparare a farlo bene, ma rimane comunque un gesto da affrontare con una certa destrezza. Sono sempre stato affascinato dalle varie tecniche di lens-swap e se cerchi nell’archivio di questo blog troverai vari post al proposito, ma oggi ti propongo una soluzione che definirei “da combattimento”, che addirittura consente di fare il cambio lente con una sola mano. È un’idea di GiGadgets che credo per qualcuno sarà molto interessante, specie per i più… aggressivi.
🙂
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Oggi ti ripropongo alcune considerazioni su una delle ragioni che forse contribuisce a rendere la fotografia affascinante per così tante persone di tutte le età in tutto il mondo: “inquadrare e scattare è un po’ come indicare“.
Il gesto del fotografare è istintivo, semplice e naturale, incredibilmente affine a ciò che tutti facciamo fin da bambini; è analogo a puntare il dito verso un oggetto o una persona ed è un messaggio universale, un segnale che va oltre le differenze di età o di lingua.
Dunque una persona che fotografa in qualche modo indica ciò che sta fotografando e lo si può constatare ogni volta che ci capita di indirizzare la nostra fotocamera verso qualcosa di un po’ insolito, notando come lo sguardo delle persone vicine, vada inevitabilmente a cercare l’oggetto dell’inquadratura.
Io questa cosa la sperimento spesso e so di condividere tutto ciò con chi, come me, ama fotografare cose insolite o apparentemente insignificanti come lo sono, in particolare, i soggetti pareidolici.
Non di rado penso a quanto sia intenso il potere “suggestivo” del fotografare quando, chino su qualche pezzo di qualcosa, sento lo sguardo curioso dei passanti che si chiedono “che cavolo fotografa quello”?
🙂
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Io mi sono appena iscritto: è il primo corso online gratuito proposto dal Museo di Arte Moderna di New York ed è intitolato nientemeno che “Seeing Through Photographs” (Vedere attraverso le Fotografie).
La descrizione del corso recita: “Sebbene scattare, condividere e guardare fotografie sia divenuta una seconda natura per molti di noi, il nostro costante rapporto con le immagini non ci rende visualmente colti.
Il corso mira a colmare il vuoto tra il semplice vedere e la vera comprensione delle fotografie, introducendo una diversità di idee, approcci e tecnologie.”
Attraverso sei lezioni, contenenti video, interviste e slideshow, visite virtuali a vari studi di artisti oltre a molto altro materiale, questa iniziativa ci propone una prospettiva diversa sfruttando la ricchezza della collezione del MOMA.
Il corso è condotto da Sarah Meister, curatrice del Dipartimento di Fotografia del museo. Puoi iscriverti gratuitamente da questo link sulla piattaforma di e-learning Coursera e frequentarlo con il ritmo che più ti è congeniale.
Favoloso no?
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Può il divano essere un tema fotografico? Beh, certo che sì ed è proprio questa la riposante piccola sfida che ti propongo per il centoquarantacinquesimo weekend assignment.
Divano, sofà, ottomana, canapè, poltrona imbottita ad almeno due piazze, chiamalo come vuoi ma deve essere lui, il millenario simbolo del relax, il protagonista assoluto di qualche tuo scatto creativo del fine settimana.
Attenzione, il tema è il mobile ma questo potrebbe anche non essere il soggetto manifesto nell’immagine, quindi caratterizzarla anche senza essere visibile. Cosa intendo? Voglio dire che la foto a tema “divano” potrebbe anche essere uno scatto (o una serie) realizzata “dal” divano, oppure un’immagine dove questo oggetto gioca comunque un ruolo fondamentale anche senza essere il soggetto formale. Bella spiegazione confusa eh 😀
Comunque sia, buon divertimento e… buon addivanamento!
p.s. Come al solito l’invito è poi a condividere i tuoi scatti a tema. Inserisci, in un commento, il link alla tua foto.
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“Tenete a mente che la fotocamera é solo uno strumento e non può fare niente da sola“, suona proprio un po’ datata ma forse ancora valida questa affermazione fatta dall’istruttore in un video che ho trovato su YouTube.
È un filmato didattico US Army del 1965, destinato ad insegnare i rudimenti della fotografia agli uomini della polizia militare di un’epoca che ci appare come preistorica.
Eppure è un documento interessante, per alcuni aspetti ancora valido, che insegna l’approccio ad una fotografia di scopo senza tanti fronzoli.
Sembra non esserci posto per estro o arte in questo caso, eppure c’è qualcosa, forse una sorta di formale rispetto militare nei confronti dello “strumento”, simile a quello per un’arma. Del resto la fotocamera un’arma può essere, ed anche molto pericolosa se usata nel modo sbagliato.
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L’idea è semplice e frutto dell’esperienza creativa di Paul Rutherford, un fotografo freelance di Boston.
Quando si fanno foto a lunga esposizione in condizioni di netto contrasto tra due zone dell’immagine, l’uso di un filtro ND (neutral density) graduale è spesso fondamentale e consente di ridurre l’esposizione della parte luminosa che altrimenti verrebbe bruciata. Caso tipico: il cielo in un’inquadratura di panorama.
Non sempre però abbiamo a disposizione un filtro di questo tipo ed ecco l’idea di Paul: usare la mano.
Vuoi ridurre l’esposizione del cielo per il tuo scatto di circa trenta secondi altrimenti questo verrebbe completamente bianco? Copri con la mano il cielo per circa metà del tempo di esposizione, magari aiutandoti guardando la scena sul “live view”. Con qualche tentativo ed un minimo di pratica si ottengono risultati notevoli; una tecnica creativa tutta da esplorare.
Nel video un esempio. Facile no?
[Fonte: Petapixel]
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Ci è rimasta solo la scelta del contenuto, siamo arrivati al nucleo, espresso attraverso la scelta dell’inquadratura. La composizione è l’ultima vera frontiera tecnica presente al momento dello scatto. Tutti gli interventi successivi, creativi o meno, sono forme di manipolazione a posteriori.
Pensaci un attimo: la scelta di come inquadrare il soggetto, cosa escludere dal fotogramma e come comporre l’immagine, è l’unica sopravvissuta tra tutte le azioni creative che un tempo spettavano solo al fotografo. Erano decisioni soggettive, responsabilità non banali che costringevano a studiare, capire ed imparare, erano espressioni di libero arbitrio. Oggi è rimasta solo la composizione ad essere sempre e comunque nelle mani di chi fa la foto.
Naturalmente potrai dirmi che si può scattare in manuale e che è ancora il fotografo ad individuare il soggetto e scegliere cosa o chi ritrarre, ma resta il fatto che gli automatismi hanno tolto a molti fotografi una bella fetta di responsabilità, lasciando solo quest’ultimo baluardo della creatività, un ambito decisionale che può rendere uno scatto bellissimo o banale, quasi a prescindere dal soggetto.
Ed è forse questo il punto. La composizione è l’ultima fortezza perché è la più alta e complessa delle questioni. Basta dare un’occhiata a quanto è stato scritto e pubblicato al proposito, per capire che non si tratta di un tema facile da affrontare. Di teorie e regole ce ne sono tante, dalla sezione aurea alla regola dei terzi, dal decentramento del soggetto alle teorie Gestaltd, ma la magia dell’immagine resta sfuggente, spesso legata proprio alla violazione di alcuni schemi precostituiti.
Chissà se queste considerazioni rimarranno valide a lungo. Non ci giurerei. Anche la libertà di composizione è a rischio e forse è una frontiera già parzialmente violata. Esistono infatti già fotocamere che impediscono di scattare se l’orizzonte è inclinato e si occupano di selezionare automaticamente lo scatto “migliore”: quello in cui tutte le persone del gruppo sorridono…
😐
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Solo pochi giorni fa pubblicavo un post sull’uomo con la fotocamera al posto della testa, ed ecco che scopro che la realtà è già oltre…
C’è un tizio canadese di nome Rob Spence che vive con una microcamera impiantata al posto dell’occhio destro, perso in gioventù in un incidente.
Il suo è un vero e proprio esperimento scientifico in continua evoluzione tecnica da anni ed ha raccolto molte attenzioni oltre ad essere stato addirittura premiato come “migliore invenzione dell’anno” dal Time, nell’ormai lontano 2009!
La fotocamera di Spence non è connessa al suo cervello nè sostituisce il suo occhio mancante, è però in grado di trasmettere immagini di tutto ciò che Rob vede ed in pratica è una sorta di versione reale del video che citavo.
Insomma l’Eyeborg è realtà da tempo e ci sono vari interessanti video che lo riguardano, oltre ad un paio di conferenze TED, come quella che ti propongo qui.
Puoi trovare queste e molte altre info sul sito ufficiale del progetto.
Buona visione.
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Rieccoci con “l’assegnato fotografico”, la mia tradizionale e periodica proposta per provare qualche scatto “a tema” nel weekend. L’idea alla base di questa rubrica è che fotografare con in mente una piccola missione da svolgere, sia utile per far nascere nuovi spunti creativi.
Oggi il tema è potente, universale e multiforma: il piacere.
Esistono molti tipi di piacere, ognuno di noi ne ha un concetto personale, privato, difficilmente condivisibile fino in fondo. Certo è possibile parlarne, esprimersi ed anche mostrarne gli effetti ma è molto arduo confrontarsi data l’estrema soggettività del tema. E poi, il piacere ha nature diverse, può essere fisico e tangibile, legato ai sensi ed al nostro corpo, ma può essere anche solo mentale.
E’ dunque possibile fotografare il piacere? Che sia il proprio o quello degli altri, di sicuro ci si può almeno provare, affrontando questo tema molto liberamente, magari sforzandosi di non scivolare sul banale e piuttosto cercando l’ironia.
Lo so, stavolta è un assignment difficilissimo, ma forse proprio in questa sfida può stare il… piacere 🙂
Bene, come sempre, ti invito a condividere i tuoi scatti a tema e per farlo non hai che inserire, in un commento, il link al tuo album Flickr o a qualsiasi altra fonte che ospita le tue foto.
Buon divertimento!
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Pablo Picasso diceva “i buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano“.
La creatività, intesa come “capacità di creare”, è un processo naturale e come tale non è discontinuo: niente si crea dal nulla. Detto questo è facile comprendere come la nostra immaginazione, di fatto, lavori sulla base di ciò che già conosciamo ed ogni creazione artistica non sia altro che una sorta di rielaborazione evoluta di qualcosa di già esistente.
Anche le situazioni più immaginarie o le creature più fantasiose create dalla nostra mente altro non sono che incroci di fenomeni o esseri reali, ed accettare tutto questo è un passo di consapevolezza che Picasso espresse in modo perfetto.
Il copiare-prendere in prestito-rubare in genere avviene in modo inconsapevole: l’artista percepisce ed osserva ciò che incontra, ad esempio la natura o il lavoro di altri, assorbe come una spugna, poi introietta, magari rimuove e dimentica. Poi passa alla fase successiva fatta di rielaborazione e trasformazione, effettuando un’opera di remix da cui scaturisce qualcosa che può essere percepito come originale e nuovo.
Ho trovato molto interessante il video che trovi sotto, tratto da una conferenza TED a proposito di tutto ciò. E’ una lezione tenuta da Kirby Ferguson, scrittore e regista, che ci prende per mano in un viaggio affascinante nei percorsi della creatività.
Sono riflessioni che possono scuotere quello che è il concetto stesso di “originalità”, in particolare se applicati al mondo della fotografia, dove la questione è tabù e spesso fonte di polemiche.
La creatività viene da fuori e non da dentro, dipendiamo gli uni dagli altri; i musicisti, gli scrittori come anche i cuochi l’hanno capito da secoli. Per molti fotografi accettare tutto ciò non è un atto di mediocrità ma una liberazione.
Per chi mastica poco l’inglese questo è il link alla versione sottotitolata del video.
Prenditi 10 minuti e guardatelo tutto, con calma, fino in fondo, ne vale la pena.
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