Nonostante negli anni abbia imparato a ridurre la quantità di attrezzatura fotografica che porto in giro, mi trovo sempre a dover gestire la questione dello zaino, in particolare quando si tratta del tema “unico bagaglio a mano” in aereo. So che condivido queste piccole problematiche con una certa quantità di fotografi e quindi oggi propongo un video in cui Pete Leong ci mostra la sua soluzione. Non è una vera e propria novità, i giubbotti da fotografo esistono da sempre, però va detto che si sono molto evoluti negli ultimi anni.
Pete ci spiega la sua “Press Photo Vest” e come la usa per superare il problema dei limiti sul bagaglio a mano tipici delle linee aeree low cost.
Se avrai la pazienza di guardarlo, vedrai come estrae dal giubbotto due grosse reflex professionali, vari obiettivi, flash, documenti vari ed anche un notebook (!).
Non credo che lo adotterò, comunque… Niente male.
🙂
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C’è chi va in depressione e chi si sente sollevato, chi rimpiange già il relax delle vacanze e chi non vede l’ora di respirare l’aria fresca dell’autunno. Si possono fissare queste sensazioni in una fotografia? Ma certo, ed è proprio questo il tema per il weekend assignment che ti progongo.
L’estate sta finendo, volenti o no. Non resta che immortalarla in qualche scatto. Come sempre ti invito poi ad inserire il link alla tua foto in un commento, per condividerla con tutti i lettori del blog.
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Oggi voglio segnalarti un sito piuttosto interessante, nato per rappresentare una fonte di ispirazione per tutti gli artisti visuali. Si tratta di The Red List, una raccolta di oltre 100.000 opere appartenenti alla storia della Fotografia, aggregate per genere e stile, da un gruppo di esperti appassionati. Il sito non si limita alla Fotografia ma contiene anche sezioni dedicate al cinema, al design ed alla grafica.
Spesso mi viene chiesto “da dove comincio per conoscere e capire l’arte della Fotografia e la sua storia?”. Ecco: The Red List può essere un buon inizio.
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C’è stato un tempo in cui mettersi in posa davanti ad una macchina fotografica, era sempre una faccenda da prendere sul serio. La fotocamera era rispettata e considerata come un potente strumento in grado di catturare e proiettare l’immagine della persona, oltre i confini fisici e temporali.
E così, anche quando si trattava di ritrarre dei criminali in prigione, fotografo e “modello” non prendevano la cosa per niente sotto gamba. Attenzione ai dettagli, all’abbigliamento, alla posa ed alla luce: ecco com’erano le foto segnaletiche negli anni intorno al 1920.
Osserva il personaggio sopra; non sembra uscito da una fiction?
Ne aggiungo sotto qualche altro, proveniente direttamente dalle galere statunitensi e dal “periodo d’oro delle foto segnaletiche e dei criminali eleganti”: gli anni venti del secolo scorso.

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Trovo l’intreccio tra cinema e fotografia sempre intrigante e già qualche volta mi è capitato di parlarne, citando film in cui la fotografia ha un ruolo di rilievo.
E’ stato così per titoli come “Smoke“, “La finestra sul cortile“, “Memento” ed altri, tutte pellicole che ho visto ed in qualche caso rivisto. Stavolta è diverso: Life è un film che deve ancora uscire nelle sale e racconta l’amicizia tra il fotografo Dennis Stock e l’attore James Dean.
Diretto da Anton Corbijn, Life è la storia dell’incarico che fu assegnato a Dennis Stock, autorevole membro dell’agenzia Magnum, inviato dalla prestigiosa rivista Life a fotografare l’astro nascente del cinema, seguendolo in un viaggio tra le città degli Stati Uniti. L’esperienza fece sviluppare tra i due uomini una solida amicizia che portò il fotografo a realizzare i ritratti più noti ed iconici di James Dean, tra cui il famoso scatto del 1955 a New York.
Il film uscirà nei cinema americani nel prossimo autunno ma non sarà presumibilmente visibile da noi prima del 2016, quindi per il momento bisogna accontentarsi del trailer.
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Ad Reinhardt appende le sue tele ad asciugare. New York, 1966. © Copyright John Loengard/The LIFE Picture Collection
Cos’è il nero? Va considerato come un colore con le sue varie tonalità o è forse più corretto pensarlo come “mancanza di colore”? Oppure nero è “solo” assenza di luce?
Non è una questione banale: di nero, nulla, buio, vuoto, assenza e simili amenità si sono occupati illustri pensatori ed artisti fin dall’antichità, studiando teorizzando e scrivendo, lasciandoci comunque con un concetto che rimane difficilmente maneggiabile anche oggi.
Per chi fotografa, il nero può essere il miglior alleato o anche il peggior nemico, specie per chi scatta in digitale. Di certo il “nulla” può diventare, in qualche caso, anche una fonte di ispirazione.
Negli anni ’60 del secolo scorso, il pittore statunitense Ad Reinhardt realizzò alcune opere minimaliste che a prima vista sembrano quadri perfettamente neri. Guardandoli con calma per un po’ di tempo, ci si accorge però che il nero non è uniforme: leggere sfumature di tonalità tendenti al viola o al grigio vanno a creare forme geometriche che sembrano emergere mentre si osserva l’opera. L’iniziale impressione di “tutto nero” scompare durante la visione del quadro, trasformandosi in un’esperienza di fruizione artistica molto particolare.
Non sono mai riuscito a vedere dal vivo una delle opere di Ad Reinhardt ma credo che potrebbe essere davvero interessante provare a seguire questa idea del nero su nero per sperimentare un analogo tipo di espressività anche in fotografia.
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Chi realizza una foto ne è titolare dei diritti, la cosa è più o meno nota a tutti ma come fare a tutelarsi da sfruttamenti indesiderati?
Se in teoria le cose sembrebbero semplici, in pratica la protezione delle proprie foto da usi non autorizzati è tutt’altro che banale. Specie nell’odierna era del “tutto connesso globale”, anche solo dimostrare di essere gli autori di una fotografia può diventare un problema.
C’è chi cerca di tutelarsi apponendo firme (spesso orrende), watermark più o meno visibili e c’è anche chi arriva a preferire la soluzione estrema di non pubblicare niente. Per provare a proteggere i propri diritti ci sono varie possibilità ed oggi voglio proportene una concreta: la registrazione presso lo US Copyright Office, l’ufficio per la protezione delle opere di intelletto degli Stati Uniti.
La procedura è accessibile a tutti, anche a coloro che non sono cittadini americani; serve solo un po’ di pazienza per riempire varie schermate in cui si descrive l’opera che si vuole tutelare, si sottoscrivono dichiarazioni in cui si afferma la titolarità e naturalmente… si paga: 35$ ad immagine.
Interessa? L’indirizzo è www.copyright.gov
A questo indirizzo puoi inoltre trovare il documento con la lista degli Stati che hanno sottoscritto accordi bilaterali di rispetto del Copyright, tra cui l’Italia.
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Certo, anche i fotografi si fanno i selfie, è sempre stato così, fin dagli albori.
Con questo scatto di Irwing Penn, voglio proporti un piccolo esercizio: partire dall’immagine di un fotografo per poi andare a conoscerlo meglio.
Ho scelto di proposito un nome che non è tra i più noti. L’idea è di studiare questa immagine, guardarla attentamente nei particolari; com’è vestito Penn, la sua espressione, con che fotocamera ha scelto di immortalarsi, perché quel sigaro?
Ci sono anche altri elementi e dettagli a cui puoi scegliere di dare o meno importanza, di certo questa è una foto che Irwing Penn ha deciso di realizzare con sé stesso come protagonista.
Una volta esaminata l’immagine, inizia a cercare notizie su Irwing Penn fotografo, guarda cosa si trova di lui sul web, vedi se ci sono documenti o pubblicazioni, insomma conoscilo un po’ meglio e valuta in autonomia. L’idea è fare la stessa cosa anche con tanti altri nomi: partire dal selfie per andare a conoscere un fotografo. Tutto qua, ti invito a provare. Per me, in più di un caso, questo è stato un modo per scoprire personaggi degni di maggior interesse.
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Un tempo era davvero dura far sterzare le ruote di un veicolo fermo. Oggi, grazie al servosterzo non ci facciamo più caso, ma basta provarci a motore spento per capire il perché dei bicipiti dei vecchi camionisti.
Sterzare da fermi era un’impresa, ma bastava appena un leggero movimento perché la cosa divenisse molto più semplice e “morbida”.
Parlo di tutto ciò perché una cosa simile succede con la creatività. Star fermi rende difficile il cambiamento, ma basta un piccolo spunto per far germogliare qualcosa. È un meccanismo tipico di molti processi naturali: la nascita di cose nuove è sempre legata al movimento.
A volte ci si trova bloccati, senza idee o voglia di far fotografie, sembra non esserci alcuno spunto a disposizione. E’ la sindrome della pagina bianca degli scrittori, o l’impasse creativa che ogni tanto sembra affiorare in ognuno di noi.
Ma basta un po’ di movimento, un minimo di attività anche solo vagamente correlata alla fotografia, per sbloccare tutto. L’importante è non sedersi ed aspettare, ma fare in modo di avere un po’ di energia, magari lavorando su vecchie foto, andando ad una mostra, leggendo un libro o partecipando a workshop o photowalk.
L’importante è vincere l’immobilità. E’ così che le idee tornano quasi per incanto a fluire, proprio come lo sterzo che d’un tratto cominciava a girare senza sforzo, quando il veicolo dell’era “pre-servosterzo” iniziava a muoversi.
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Agosto, tempo di vacanze e viaggi, oggi ti propongo un’idea adatta a questo periodo. L’ho trovata sul blog dell’amico Pier Giorgio Cadeddu: si tratta delle “Fotocartoline”.
Cosa sono? Semplice: in vacanza o in viaggio si fanno fotografie, poi si stampano, ci si scrive un saluto e l’indirizzo del destinatario, si affrancano ed infine si inviano agli amici come cartoline. Facile no?
E’ un modo per riscoprire in un colpo il piacere di una tradizione analogica ormai sepolta dai messaggi digitali ed unirlo a quello del contatto con la fotografia stampata, anche dal digitale. Per farlo basta trovare un qualsiasi service e chiedergli di stamparci le foto in formato adatto.
Ti piace l’idea? Se ci vuoi provare, trovi qui l’articolo originale su Fotografismo.
🙂
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