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Rocky Horror Picture Show

RHPS – Copyright 2011, Pega

Eccoci di nuovo con la missione fotografica del fine settimana, questa piccola tradizione del blog, che poi non è altro che una sorta di esercizio per focalizzare l’attenzione su un tema specifico e coltivare la creatività.
Oggi il tema è di quelli aperti a mille interpretazioni (e dubbi): il proibito.
Non voglio influenzarti in alcun modo perché si tratta di un concetto molto relativo e personale; fotografare il proibito può significare cose anche molto diverse a seconda di come si affronta il soggetto, e proprio qui sta la sfida.
Avanti dunque, in questo weekend prova a dedicare qualche scatto a questo tema. Puoi provarci in modo concettuale e complesso, magari tramite una metafora, oppure anche banalmente fotografando un cartello di divieto. Per i più intrepidi c’è anche la possibilità di osare un po’ di più ed insinuarsi in qualche tipo specifico di proibito. Senza esagerare, naturalmente.
Stavolta, oltre al rituale invito poi ad inserire il link alla tua foto in un commento, per condividerla con tutti i lettori del blog, aggiungo anche la raccomandazione alla prudenza.
🙂

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

no selfie stick
Forse qualcosa si muove. Le forze del bene, capeggiate da Topolino, hanno iniziato a reagire.
Dai prossimi giorni, in tutti i parchi Disney saranno vietati i selfie stick e questo scettro della scempiaggine non sarà bandito solo a bordo delle attrazioni, sulle altalene o gli ottovolanti, ma in tutto il parco.
Cosa c’è da aggiungere? Nulla, solo: grazie Topolino!
🙂 🙂 🙂

[Fonte: PcWorld]

selfie stick ban

Analemma (reloaded)

Single frame Analemma - © Copyright 1979 Dennis di Cicco


Quando il sole comincia a farsi vedere e sentire come solo in estate sa fare, ecco che rispunta l’idea di un progetto fotografico davvero difficile: l’analemma.
L’Analemma è la figura a forma di otto allungato che il sole disegna nel cielo se fotografato alla stessa ora del giorno durante il corso di un intero anno.
Per riuscire in un’opera del genere è necessario piazzare la fotocamera in modo fisso e molto preciso, scattando poi sempre alla stessa ora esatta.
Realizzare un Analemma è considerato uno dei progetti di astrofotografia più complessi in assoluto, a partire dallo studio necessario per decidere l’inquadratura studiando la composizione che si vuole ottenere ed  il percorso del sole nel corso dei dodici mesi.
Farne un lavoro a valenza artistica esclude poi a priori ogni ausilio di automatismi o temporizzatori e pensare al bilanciamento dell’immagine con la gestione della luce durante un arco di tempo così lungo non è assolutamente banale. Realizzarlo materialmente mantenendo un impegno così preciso nel tempo è un qualcosa che si commenta da sè, anche tenendo conto delle questioni logistiche che possono nascere.    
Ma se componendo a posteriori le immagini, oggi ancora meglio con le tecniche digitali, le cose possono essere difficili ma affrontabili, la vera sfida che mi ha lasciato di stucco è quella di un certo Dennis di Cicco, un fotografo del New England che tra il 1978 ed il 1979 per primo riuscì a scattare un analemma di 44 esposizioni su un’unico fotogramma di pellicola!
E’ un risultato che ha dell’incredibile per difficoltà e perizia necessaria, tanto che solo in pochi al mondo sono riusciti a seguirlo in un’impresa del genere.
Compreso Di Cicco sono ad oggi solo sette i fotografi riusciti a realizzare un analemma su un solo fotogramma, cioè meno persone di quante non siano quelle state sulla Luna (dodici).
Vuoi passare alla storia? Provaci con un Analemma digitale multiesposizione.
🙂

Incastro mistico

Incastro mistico – © Copyright 2014, Pega


Mentre nessuno sa ancora chi, tra pollo e ovetto, sia davvero apparso per primo sul pianeta Terra, tutti sanno benissimo chi, in genere, nasce prima tra immagini e titoli.
Per alcuni se ne può fare perfino a meno, ma anche per chi lo ama, è chiaro che il titolo è spesso una conseguenza, una sorta di completamento della fotografia, una rifinitura.
Le cose stanno così nella grande maggioranza dei casi, ma cosa succede quando invece si parte dal titolo? Quando è l’immagine ad essere una conseguenza, un completamento.
L’intreccio tra parole e fotografia è affascinante, ce ne sono illustri esempi, ma non è un percorso semplice, specie nell’attuale era visuale, in cui può risultare anomala la subordinazione dell’immagine ad altre arti.
Eppure si tratta di un terreno da esplorare e questo è un invito a sperimentare.
Per quanto mi riguarda, penso che farò qualche tentativo, e non mancherò di farti sapere.
🙂

Per ottenere qualità professionale, non sempre è necessario spendere una fortuna in attrezzatura.
Sul sito Iso 1200 ho trovato l’esempio del fotografo Michael Zelbel: un sacchetto da shopping bianco con dentro un flash, ed ecco pronto un semplice sistema per illuminare, con una luce delicata e diffusa, i nostri ritratti.
Il flash viene posto nello shopper in modo da dirigere il lampo verso l’alto, giusto nell’apertura del sacchetto, che viene posto molto vicino al soggetto, ottenendo un effetto light box davvero degno di questo nome.
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Archivio

Archivio – © Copytight 2009 Pega

Rieccoci con l’assignment del fine settimana, una sorta di piccola missione fotografica per il week-end, con l’idea di seguire un tema preciso e predefinito.
Il tema che ti propongo oggi è lo sfuocato, o come va un po’ di moda chiamarlo adesso: bokeh.
Sfrutta la sfuocatura che la tua ottica ti consente, fanne la vera protagonista della foto, usala per esaltare il fascino di un soggetto.
Come per tutti i precedenti weekend assignment ti invito poi ad inserire, in un commento qui sotto, il link alla foto; è interessante condividere e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.
Ciao e buon weekend!

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

Giudizio

Il Giudizio (ribaltato) – © Copyright 2010 Pega

Un vecchio metodo veniva insegnato ai tempi della fotografia a pellicola: ruota la stampa di 180 gradi, guardala per intero, magari allontanandola un po’, ed osserva l’insieme.
Guardare la foto capovolta aiuta a valutare la qualità strutturale dell’immagine, permette di non concentrarsi troppo sul soggetto e consente di apprezzare meglio la composizione.
Rovesciare una foto è un po’ come tornare agli albori. Nelle macchine fotografiche di un tempo, l’immagine si vedeva capovolta, ed è forse anche per questo che è così evidente l’equilibrio compositivo di tante foto antiche, un equilibrio spesso ancora costante negli scatti di coloro che continuano ad usare banchi ottici o fotocamere di grande formato.
Oggi, nell’era del digitale, in pochi ricordano tutto ciò. Eppure ruotare le immagini su un monitor è davvero facile, non serve nemmeno stampare, e basta dare un’occhiata alle nostre foto ribaltate per distaccarci dai dettagli andando a percepire la struttura generale.
È un modo semplice per guardare i propri scatti in modo diverso, dimenticando per un attimo di cosa parla la foto e lasciando che sia la struttura ad emergere.
Provaci.

Alex Jansen è un militare statunitense impegnato in Afghanistan. In questo video ci mostra qualcosa che potrebbe togliere il sonno a molti “precisini” dell’attrezzatura: insabbia letteralmente le sue due Pentax digitali (K-7 e K-5) e poi, non contento, le lava 😮
Non ti consiglio di provarci. A meno che tu non abbia una Pentax!
Nikon e Canon cosa dicono al proposito?
🙂

[Fonte DIY Photography]

AfterMi è capitato di nuovo, una foto che avrebbe potuto nuocere, e così ti ripropongo questa riflessione.
L’immagine a cui mi riferisco nel titolo di questo post, non è quella che puoi vedere qui accanto, ma un’altra: una foto che non ho scattato.
Su quel tetto umido, senza essersi opportunamente assicurato, stava poco prima un uomo.
Lavorava a diversi metri dal ponteggio, con un piede appoggiato sul debole canale della grondaia. Sistemava le tegole.
D’istinto ho preso la macchina pensando di poterci tirar fuori qualche buon scatto ma poi mi sono fermato. Ho cominciato a chiedermi se mettermi a far foto a quella persona fosse stata una buona idea. L’accorgersi di essere osservato ed oggetto di attenzioni fotografiche lo avrebbe di certo preoccupato, aggiungendo pericolo ad una situazione già abbastanza rischiosa.
Così ho preferito non farmi vedere e non scattare, per me non era così importante, per lui avrebbe potuto esserlo fin troppo.
A volte la fotografia è una cosa strana.

A 43 anni dalla foto che gli fece riconoscere il premio Pulitzer, il fotografo Nick Ut è tornato nel luogo in cui realizzò la drammatica immagine della piccola Kim Phùc, la bambina che fugge nuda con il corpo coperto di ustioni provocate da un bombardamento al napalm. E’ una foto di cui ho già parlato altre volte, raccontando anche la storia della protagonista. Un’immagine assoluta che con la sua crudezza scosse nel profondo gli animi del popolo americano non abituato ad immagini così violente, e sicuramente contribuì a rinforzare le convinzioni sull’assurdità della guerra in Vietnam e determinarne la fine. Ut è ancora un fotografo in attività e collabora sempre con Associated Press, la stessa agenzia per cui lavorava a quel tempo. Tornando a Trang Bang è anche riuscito a contattare una persona presente nella famosa fotografia: si tratta di Ho Van Bon, il cugino di Kim Phùc, che nell’immagine è il piccolo per mano alla bambina. Nick Ut oggi dice di preferire la semplicità di un Iphone alle complicazioni della pellicola, nel video lo si vede mentre carica “al volo” le sue immagini su Instagram. Parlando proprio degli istanti di quel drammatico scatto, fa notare che il suo collega fotogiornalista militare David Burnett, presente nella destra della foto, non riuscì a fare niente perché impegnato a caricare un nuovo rullino nella sua fotocamera. “A quei tempi dovevi tornare fino a Saigon e sviluppare la pellicola” dice Ut. Di certo non ha alcuna nostalgia per i vecchi tempi, e c’è da capirlo…

 

Nick Ut

© Copyright 1972 Nick Ut / The Associated Press


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[Fonte: American Photo Magazine]