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Posts Tagged ‘giudizio’

Teaching each other

Teaching each other – Copyright 2008 Pega

Ancora qualche riflessione sull’autocritica, di cui parlavo in un precedente post.
Fare un passo indietro e provare a guardare con distacco le proprie foto può essere una buona strategia per riuscire ad essere maggiormente obiettivi nel giudicarle. Un fattore importante in questo senso è il tempo. Imparare ad attendere un po’, aspettare qualche ora, o meglio qualche giorno, prima di decidere se la nostra foto è degna di nota o da cestinare. Riguardandola a mente fresca, magari dopo un bel sonno, può risultare diverso rispetto ai primi momenti a caldo dopo lo scatto.
E poi il fattore forse più importante: ogni foto porta con se un messaggio o una storia, è così quasi sempre. Può essere anche semplice, addirittura banale, ma se un’immagine è troppo debole su questo fronte allora anche la migliore tecnica può rivelarsi inutile.
Le emozioni contano. Chiediamoci di cosa parla la nostra foto, che cosa racconta e trasmette.
Chiediamocelo, dando a noi stessi il tempo per meditare e ad essa il tempo di mostrarcelo. Il giudizio arriverà più sereno e probabilmente anche più onesto.

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Beware - By Pega

Beware – © Copyright 2010 Pega

Se è vero che in genere nessuno dovrebbe essere giudice di se stesso, è anche vero che in tema di creatività e produzione artistica questo non sempre vale.
In fotografia, come in altre forme espressive, è importante l’autocritica, intesa come la capacità di saper valutare da soli il proprio lavoro.
Che si tratti di decidere se cancellare uno scatto o invece proporlo per un premio, il filtro preliminare che rappresentiamo per le nostre stesse opere è un fattore chiave. Se ci autogiudichiamo con eccessiva severità rischiamo di tarpare le ali al nostro messaggio e a cose che agli altri potrebbero interessare, se invece siamo troppo generosi possiamo finire con l’inondare il mondo di roba insignificante.
E dunque come fare per tarare questo nostro giudizio?

Il coinvolgimento emotivo che ci lega ai nostri scatti è forse il problema più insidioso. La foto fatta in un momento particolare, associata a certe sensazioni o emozioni, ci appare con dei valori che non sempre sono percepibili dagli altri.
Certo, si può provare a lavorare per cercare di arricchire l’immagine con ciò che ci aiuta a trasmettere queste emozioni, come titolo e testo, ma bisogna comunque riuscire a fare un passo indietro e valutarla per quel che è.
Provare a guardare la foto con distacco “come se fosse stata fatta da qualcun’altro” è un inizio. Loderesti quel fotografo? O lo criticheresti? Cos’è che funziona o non funziona? Che sensazioni e messaggi trasmette? E’ tecnicamente ben fatta? Sono domande che possiamo farci svestendoci dei panni di autore ed indossando quelli di osservatore delle nostre stesse fotografie.

Una delle strade che ho scoperto più efficaci nell’aiutare questo processo di distacco è di abituarsi a seguire il lavoro di un numero maggiore possibile di altri fotografi, osservando regolarmente le loro foto pubblicate su Flickr o su altri social media ma anche visitando mostre ed esposizioni. Studiare immagini di altri con attenzione, cercandone pregi e difetti per poi magari anche condividerle a nostra volta è un gran bel metodo per affinare l’autocritica verso il proprio lavoro.
Quando questo volume di immagini osservate esiste ed è costante, diviene più naturale vedere le nostre come “solo alcune tra le tante” e quindi un po’ più facile autovalutarle con obiettività.

Che ne pensi? Credo che nei prossimi post proverò ad approfondire questo argomento.

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Dissenso generazionale - Copyright 2009 Pega
Dissenso generazionale – Copyright 2009 Pega
Art ain’t easy… but autocritic is way harder…
Come riuscire ad essere costruttivamente autocritici ?

Oggi voglio riproprre un vecchio post che pubblicai tempo fa, nelle prime settimane di vita del blog. 
E’ una riflessione che mi è tornata in mente mentre stavo valutando alcune mie foto, cercando di capire se mi piacessero o meno e se fossero adatte ad essere pubblicate.
Mi perdonerai se sei un vecchio lettore o forse lo rileggerai traendone lo spunto per provare ad aggiungere un tuo contributo.

Ragionando sul valore comunicativo ed emotivo che si può attribuire ad una propria fotografia in modo indipendente dall’opinione degli altri, mi sono trovato a pensare a che processo seguire per dare un giudizio artistico il più possibile “meditato” su alcuni miei scatti.
Il fine di questa sorta di “valutazione” è quello di sviluppare un maggiore senso critico nello scegliere a quali foto dedicare maggiore attenzione in termini di trattamento e successiva eventuale stampa o pubblicazione su web.
Non mi è risultata cosa facile perchè, ovviamente, essendone io il creatore tendo naturalmente a dare alla foto una interpretazione ed un valore che non sono per niente assoluti o forse nemmeno condivisibili con gli altri.
Ho comunque provato a raffinare un semplice criterio che si basa sul fondamento che la foto deve essere interessante e “funzionare”, da tre punti di vista.

Tre pilastri che “sostegono” la foto.

Il primo è il punto di vista del fotografo stesso. Se non sono soddisfatto io della foto è inutile andare avanti. Devo sentire che in qualche modo l’immagine ha per me un significato, mi trasmette qualcosa, insomma “funziona”.
Il mio punto di vista di osservatore del soggetto ripreso deve essere soddisfatto in termini estetici, tecnici ed emotivi.

Il secondo punto di vista è quello del soggetto ritratto. A qualcuno potrà sembrare un’assurdità specie nel caso dei soggetti inanimati, ma la mia tendenza è quella di personificare comunque il soggetto ed immaginarne il punto di vista come elemento fotografato. Spesso si sente dire che in fotografia il fotografo guarda il soggetto attraverso l’obiettivo ma il soggetto guarda il fotografo attraverso la stessa lente. E’ proprio questo che intendo. In qualche modo ci deve essere una reciprocità. Una storia sostenibile e percepibile, che renda il punto di vista del soggetto interessante e caratterizzante questo aspetto della foto.

Terzo ed ultimo punto è quello dell’osservatore, del fruitore della foto… del pubblico insomma.
Dal suo punto di vista l’osservatore finale cosa troverà nella foto ? Se la foto ha un senso solo per i primi due elementi di questa analisi ma non per il terzo, la foto non funziona comunque. E’ il caso di scatti che hanno un grande significato emotivo per chi li ha scattati ma nessun messaggio per un estraneo che vede quella foto.

Tutto questo è una mia visione personale, una sorta di processo di valutazione che prova ad essere, se non oggettivo, almeno bilanciato e rispettoso di quelli, che nella mia idea, sono gli altri soggetti coinvolti.

Non nascondo che esiste in me la curiosità di sapere quali invece sono i processi che altri seguono per fare una simile valutazione. Quindi, rifacendomi ad un precedente post, non escluderei che la mia domanda ad un fotografo che stimo, nell’ipotesi provocatoria di poterne fare una soltanto, potrebbe essere proprio : “come valuti il valore artistico e comunicativo di una tua foto” ?

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20:30

20:30 (Winter Holter) - © 2011 Pega

Con l’avvento del digitale ci siamo più o meno tutti abituati a scattare un sacco di foto. Ma veramente un sacco.

Non c’è più quella limitazione che dava il rullino, quella sensazione che ad ogni esposizione corrisponda un costo, com’era ai tempi della pellicola, del suo conseguente sviluppo e frequente stampa.

Ora si scatta a raffica, senza preoccupazioni, consapevoli che l’immagine, se non riuscita, sarà comunque sempre scartabile a posteriori.

È una gran libertà, un valore che rende la fotografia ancor più fantastica e divertente, permettendoci di esprimere la nostra creatività sperimentando senza troppi limiti.

C’è però un aspetto che non mi piace. È quell’accumularsi di foto, a volte così simili tra loro, quell’accatastarsi di migliaia di files nei nostri hard disk.

Sono dati che nella maggior parte dei casi non riusciamo più a cancellare, anche se spesso ragionandoci bene, sarebbe proprio il caso.

C’è una massima famosa che dice “una delle cose più importanti in fotografia è l’imparare a scegliere cosa tenere e cosa buttare“.

Beh, credo che la capacità di cancellare le proprie foto sia un qualcosa che dobbiamo imparare a fare meglio, specie ora nell’era del digitale.

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Nel 2008 il giornalista Gene Weingarten vinse il premio Pulitzer per un esperimento che aveva ideato e condotto a proposito della capacità del pubblico di saper apprezzare e riconoscere la qualità artistica.

L’esperimento consisteva nell’aver fatto suonare il famoso violinista Joshua Bell in una stazione della metropolitana di Whashington, filmando la reazione dei passanti.

In quei giorni Bell stava provocando dei veri e propri “tutto esaurito” con i suoi concerti in teatri da 100 dollari a biglietto, ma nei 45 minuti di performance nella metropolitana solo sette persone si fermarono ad ascoltare e l’incasso si fermò a poco più di 20 dollari.

L’evento fu ripreso  da una telecamera nascosta. Puoi vedere il video qui sotto.  

Possibile che il nostro ritmo di vita e la sempre maggiore attitudine al superficiale ed al “mordi e fuggi” ci stia rendendo sempre più sordi o ciechi ?

E’ immediato pensare come la stessa identica cosa possa succedere con la fotografia…

A domani per alcune altre considerazioni a questo proposito…

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Red Entrance
Red Entrance – © Copyright 2008 Pega

Da qualche tempo ho ripreso a stampare in piccolo formato le foto che mi piacciono di più, quelle che in qualche modo mi trasmettono qualcosa.

E’ un’abitudine che avevo del tutto perso con il passaggio al digitale.
Si tratta di stampe di media qualità, delle 13×18 fatte con una inkjet usando carta fotografica. Niente di particolarmente professionale.
Non sono comunque molte queste stampe, e succede una cosa diversa rispetto a quanto mi capitava di fare ai vecchi tempi della pellicola e degli album che finivano sullo scaffale.

Queste piccole foto mi trovo a “tenerle in giro” per casa. Ho alcune semplici cornici da tavolo in plexiglass ed anche le solite calamite da frigorifero… l’idea è quella di tenerle in vista per un po’ di tempo, per poterle valutare “vivendoci insieme”.

Succede una cosa interessante.
Alcune immagini, che avevo stampato entusiasta, in qualche giorno mi risultano progressivamente sempre meno significative. In alcuni casi il mio personale giudizio sulla foto peggiora in modo radicale.
Con altre succede il contrario. Ci sono stampe che sembrano acquisire fascino col passare delle settimane, quasi come se il vederle lì, giorno dopo giorno, aggiunga in qualche modo nuove interpretazioni e significati.

In questo processo sicuramente si sperimenta quella che è la possibile attenuazione della carica emotiva della foto legata al momento dello scatto.

Inoltre il vedere e rivedere un’immagine, magari fugacemente o in momenti della giornata in cui normalmente non ci si mette ad esaminare le proprie foto (per esempio la mattina facendo colazione e scorgendo con la coda dell’occhio quella 13×18 attaccata al frigo) apporta un qualcosa di diverso da quella che è la normale esperienza di valutazione del proprio lavoro. 
Credo che in tutto questo giochi un ruolo importante anche la varietà di orari e stati d’animo in cui si ha occasione di osservare le immagini. Del resto ci sono molte ricerche che dimostrano quanto si percepiscano in modo diverso i colori a seconda dei momenti della giornata.
Quello che alla fine però ne viene fuori è un rapporto leggermente diverso con le proprie foto. E in qualche caso è una piacevole sorpresa, una piccola o grande soddisfazione.
E’ un esperimento che trovo interessante e che ti invito a fare.

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