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Archive for the ‘Black and White’ Category

Guitar 2 by PPP

Guitar 2 – © Copyright 2008, Pega

Un tipo dalla carnagione chiara alza il volume dello stereo mentre guida la macchina ed un bel suono di chitarra rock emerge dagli altoparlanti.
“Hey! Che roba è?” chiede l’amico afroamericano dal sedile posteriore.
“È Jimi Hendrix”
“No! Lo so chi è, ma perché tu metti Jimi?”
“Mi piace ascoltarlo.”
“Oh, ti piace ascoltarlo. Ecco, è qui che sta il problema. Voi lo ascoltate.”
“Che cosa dovrei fare? Mangiarlo?” chiede il tipo alla guida.
“No, no, dovresti provare a sentirlo” insiste il passeggero.
“Ma sei scemo? Ti ho appena detto che mi piace ascoltarlo!”
“Lo so, ma c’è una bella differenza tra sentire ed ascoltare. Voi bianchi non lo potete sentire Jimi. Voi lo potete soltanto ascoltare“.

È uno scambio di battute tratto dal film “Chi non salta bianco è” del 1992. Ricordando questo dialogo non ho potuto fare a meno di pensare a quanto possa sussistere lo stesso anche in fotografia, dato che con alcune immagini si può rischiare la stessa cosa: ci si può limitare a vederle.
Ovvio, non è una questione di razza ma di atteggiamento.
Con certe fotografie è solo provando ad entrarci in sintonia, “cambiando pelle”, immedesimandosi con il fotografo ed il suo soggetto che si può andare oltre ed iniziare a guardarle davvero, arrivando magari fino a sentirle.

Sarebbe un peccato rimanere nei panni dei bianchi che, nel video sotto sembrano proprio ascoltare senza assolutamente “sentire” la musica di Jimi Hendrix, non trovi?
🙂

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Stanley Kubrick

Stanley Kubrick

Sto giusto leggendo una biografia su Stanley Kubrick, un regista che siede a pieno titolo nell’olimpo del cinema e che iniziò la sua carriere proprio come fotografo, così sono tornato a studiare alcuni suoi scatti. Sono foto che risalgono agli anni del primo dopoguerra quando il talento dell’appena diciassettenne Stanley fu notato dal direttore della redazione della rivista americana Look, che gli assegnò come incarico una serie di reportage.
Alcune di queste fotografie sono state esposte in varie mostre sia in Italia che in Europa e sono in buona parte stampate direttamente dai negativi originali

Kubrick Shoe Shine Boy - Ragazzo Lustrascarpe

A tale of a shoe shine boy 1947 – Copyright Stanley Kubrick

appartenenti al corposo lavoro che Kubrick realizzò in giovane età e che adesso è custodito dalla Library of Congress di Washington e dal Museum of the City of New York. È un tesoro di oltre 20.000 negativi.

E’ interessante osservare come lo stile richiesto ai suoi collaboratori dalla rivista Look fosse strettamente legato a quello che sarebbe stato il futuro di Kubrick.
La redazione di Look infatti desiderava dei reportage realizzati con un metodo narrativo sequenziale, come ad episodi, con scatti realizzati in ambienti e fasi diverse della giornata e delle attività del soggetto.

Un metodo che non appassionava molti dei fotogiornalisti dell’epoca ma che intrigò il futuro regista fino al punto di fargli escogitare anche qualche stratagemma per limitare “l’invadenza” della macchina fotografica e dell’attrezzatura, alla totale ricerca di espressioni reali ed emozioni vive.

Kubrick Montgomery Clift

Montgomery Clift, 1949 – Copyright Stanley Kubrick

La passione per la fotografia e l’idea di farne una professione, accompagnò Stanley Kubrick per soli cinque anni, dal 1945 al 1950. Poi l’attrazione per il cinema e le immagini in movimento prese il sopravvento. Ma il talento ed il gusto estetico già presenti fin da giovanissimo rimarranno una costante di questo grande artista.

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legotron

Tra i miei progetti nel cassetto che forse prima o poi riuscirò ad iniziare c’è quello di una fotocamera che, tempo fa, trovai sul sito di un simpatico genio del fai-da-te, un certo Cary Norton, che aveva progettato e  costruito una macchina fotografica grande formato usando i mattoncini Lego: la Legotron Mark I.
Si tratta di una 4×5 che Cary aveva assemblato aggiungendoci un’ottica acquistata su Ebay per la bellezza di 40 dollari.
Come molte fotocamere di questa taglia, il sistema di messa a fuoco è semplicissimo e si basa sullo scorrimento di una sezione dentro l’altra della “scatola” che, in questo caso è fatta di Lego. Non c’è molto di più in questa macchina se non una slitta per l’inserimento della lastra. 
Da parte mia avrei idea di modificarla un po’ e renderla una “Instant-Legotron”, facendo in modo di accoppiarci un porta cartridge per pellicole istantanee Fuji a strappo, in stile Polaroid insomma, come ho fatto con la Pinolaroid.

ashley legotron

Oltre ad una buona scorta di mattoncini, quello che serve è pazienza ed anche una certa attenzione nell’uso che, come ben sa chi ha avuto modo di utilizzare questa classe di fotocamere, difficilmente permette di lasciare le cose al caso. D’altro canto, si tratta di un approccio in grado di regalare grandi soddisfazioni.
Ne è un esempio il ritratto qui a fianco realizzato con la Legotron.
Adesso Cary sta lavorando ad una seconda versione di questo progetto, un perfezionamento che sarà contrassegnato dalla sigla Mark II e che, come per la prima versione, potrai a breve vedere descritta nei particolari sul suo sito.

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Walter Fagnani

Walter, il Passatore – Copyright 2016, Pega

Quest’anno avevo deciso di prendere la macchina fotografica ed andare a fare qualche scatto alla partenza del “Passatore“, la famosa gara podistica di cento chilometri da Firenze a Faenza.
Alla partenza c’era questo signore: si chiama Walter Fagnani ed è il mitico decano di questa storica ultramaratona.
Veronese classe 1924, Walter ha corso per intero qualcosa come 42 edizioni su 43 di questa gara, andando quest’anno anche a stabilire la migliore prestazione mondiale di categoria M90.
L’ho visto tranquillo a sgambettare in Piazza della Repubblica che si scaldava in attesa del via e gli ho fatto questa foto, poi è partito insieme a tutti gli altri ed in 18 ore e 9 minuti è arrivato a Faenza, lasciandone centinaia esausti per strada. Inutile dire che non è certo arrivato ultimo. Che roba ragazzi!
Mentre cercavo di fotografarlo, ho ascoltato la voce di un ricercatore che fa parte di un Dipartimento di Scienze Neurologiche che da tempo sta seguendo l’anziano podista. Lo studioso era intervistato da un giornalista che chiedeva: “ma qual è il segreto di Walter Fagnani?”. Lui ha risposto: “Il sorriso”.

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Susan Sontag

Susan Sontag – © Copyright 1975, Peter Hujar

Mi sono riletto uno dei suoi più famosi scritti e così ripubblico qualche considerazione su Susan Sontag, una delle figure più interessanti che il mondo della fotografia abbia mai conosciuto. Non era una fotografa ma un’intellettuale, una scrittrice dal profondo spirito critico ed analitico, capace di una visione innovativa e molto indipendente.
Nei suoi saggi la Sontag propose un approccio all’arte che risultava antiaccademico, spesso in conflitto con il classico stile intellettuale che contraddistingueva (e contraddistingue tuttora) molta critica. Tra le sue idee c’era la necessità di riscoprire un rapporto diretto con l’arte, meno mediato, la ricerca di una componente fisica e sensuale, un discorso che la Sontag portò avanti fin dagli anni sessanta, facendone un obiettivo contestuale al movimento di liberazione ed emancipazione sviluppatosi in quel periodo.
Negli anni ottanta sviluppò una importante relazione con la fotografa Annie Leibovitz. Fu un rapporto affettivo ma anche una sorta di simbiosi culturale che portò le due donne a scambiare esperienze e visioni inserendole nel vivace contesto artistico di quegli anni.

Sulla Fotografia_sontagSe ne hai voglia ti consiglio vivamente il breve ma sostanzioso saggio che la Sontag scrisse nel 1973 intitolato “Sulla Fotografia“. E’ un libretto che rimane attualissimo e che, a mio parere, non dovrebbe proprio mancare sul comodino (non la libreria) di ogni fotografo.
Eccotene un passaggio:

“L’umanità si attarda nella grotta di Platone, continuando a dilettarsi, per abitudine secolare, di semplici immagini della verità. Ma esser stati educati dalle fotografie non è come esser stati educati da immagini più antiche e più artigianali: oggi sono molto più numerose le immagini che richiedono la nostra attenzione; l’inventario è cominciato nel 1839 e da allora è stato fotografato quasi tutto, o almeno così pare; questa insaziabilità dell’occhio fotografico modifica le condizioni di prigionia in quella grotta che è il nostro mondo; insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie alterano e ampliano le nostre nozioni di ciò che val la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare; la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini; nelle fotografie l’immagine è anche un oggetto, leggero, poco costoso, facile da portarsi appresso, da accumulare, da conservare
Le fotografie sono forse i più misteriosi tra gli oggetti che formano, dandogli spessore, quell’ambiente che noi definiamo moderno. Esse sono in realtà esperienza catturata, e la macchina fotografica è l’arma ideale di una consapevolezza di tipo acquisitivo.
Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabile con il mondo una relaziona particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere.”

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LandIn questi giorni, proprio in concomitanza con la conferma della funesta decisione di Fujifilm di cessare la produzione delle pellicole istantanee a strappo, ricorre l’anniversario della nascita di Mr. Land, il padre della fotografia istantanea.
Nato in Connecticut il 7 Maggio 1909, Edwin Herbert Land presentò la sua innovativa scatoletta magica al congresso della Optical Society of America nel 1947. Era la prima fotocamera istantanea della storia: la Polaroid Land camera.
Land era un inventore vecchia maniera, esperto in ottica, aveva già messo in commercio prodotti innovativi come occhiali da sole, mirini militari ed i filtri oggi noti come polarizzatori. La fotocamera istantanea nacque quasi per gioco, concepita per soddisfare un capriccio di sua figlia che si lamentava di non poter vedere subito le fotografie scattate.
Con l’istantanea, l’azienda di Land, la Polaroid Corporation fondata nel 1937, fece il botto: nel primo giorno di lancio furono venduti quasi tutti gli esemplari (la mitica Model 95), questo nonostante il prezzo non fosse dei più abbordabili: 89 dollari del 1948.
Qualche decennio dopo, schiacciata dall’arrivo del digitale, l’azienda ha subito un progressivo ma inesorabile declino, fino ad arrivare nel 2007 all’inevitabile pensionamento del settore fotocamere istantanee e la conseguente chiusura degli stabilimenti di produzione delle pellicole.
La storia però non è giunta al termine ma continua su due strade distinte. Da un lato gli “eroi analogici” dell’Impossible Project che dal 2008 hanno intrapreso, fondando una nuova azienda, la difficile strada del riavvio della produzione e commercializzazione delle pellicole con la classica cornice bianca, dall’altro il nuovo impulso digitale di casa “madre” Polaroid.
Come scrivevo all’inizio, è poi di questi giorni la conferma, da parte di Fujifilm, della decisione di cessare la produzione delle pellicole a strappo che ancora oggi mantenevano in uso migliaia di meravigliose fotocamere della serie Land come la mia Zietta che quindi è destinata a diventare un bel soprammobile. E’ un’altra brutta cosa per il mondo degli appassionati delle istantanee ma così va il mondo…
Chissà chi riuscirà davvero a raccogliere l’eredità sostanziale di Mr. Land.

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Bananas Edward Weston

Bananas – Copyright 1930, Edward Weston

Oggi ti ripropongo questa fotografia del grande Weston: Banane.

Molto meno famose del mitico Peperone numero trenta, uno dei massimi capolavori del maestro, le banane sono in confronto una cenerentola.
È un po’ strano come alcune scelte vegetali del grande fotografo americano abbiano goduto di molta più popolarità di altre, eppure è così. Weston si appassionò al filone ortofrutticolo negli anni trenta e lavorò molto a questi soggetti; i numeri che accompagnano le opere parlano chiaro: il peperone passato alla storia fu quello del trentesimo tentativo, le banane si fermarono a diciotto, chissà perché.
Va bene, la banana è più equivoca, forse anche meno fotogenica, eppure è un frutto che vanta una interessante molteplicità di caratteristiche metaforiche, tanto da renderla da sempre protagonista di idee e progetti creativi di molti artisti.
La banana è insomma un bel soggetto che, proprio come la Fotografia, necessita di essere studiato ed approfondito (sbucciato) per poter essere gustato a dovere: un piccolo sforzo per poterne assaporare la vera essenza.
Le analogie non finiscono qui e questo frutto ci ricorda poi che è importante la conservazione in luogo fresco ed asciutto (consiglio particolarmente valido per gli analogici) ed è anche buona norma fare attenzione alle estremità che, come il bianco ed il nero assoluti di un’immagine fotografica, in genere vengono tagliati ed è meglio non farci troppo affidamento.
Ci sono un sacco di altre fantasiose relazioni metaforiche tra la banana e la Fotografia, ed elencarle potrebbe anche essere un divertente esercizio per stimolare la nostra creatività. Perché non provi a darmi qualche suggerimento scrivendomelo in un commento?

🙂

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Helmut Newton selfieL’ormai onnipresente selfie, prima noto come “autoritratto”, non è una gran novità. La storia della fotografia è piena di fotografi che si sono auto-immortalati con la loro fotocamera e, sebbene non tutti abbiano raggiunto le vette di originalità di Meret Oppenheim, quasi tutti i grandi hanno prima o poi ceduto al potere egocentrico dell’autoscatto.
Oggi ti ripropongo un famoso scatto che tempo fa usai per dare il via alla rubrica dedicata ai selfie d’autore, che puoi trovare su questo blog.
In questa foto il mitico Helmut Newton, stranamente abbigliato con un impermeabile da esibizionista, si ritrae con la sua statuaria modella e… la moglie, Alice Springs, seduta ai bordi del set.
È un selfie davvero fantastico, non trovi?

🙂

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Foglia-pinholeMi sono imbattuto in un folle progetto su Indiegogo: due tizi si sono specializzati in foto di paesaggio fatte con fotocamere interamente costruite sul posto e raccolgono fondi per un viaggio lungo il Rio Grande, che documenteranno con questa tecnica.
Site Specific Cameras è il nome che Adam Donnely e David Janesko hanno dato alla loro originale idea che prevede la realizzazione di grosse fotocamere stenopeiche usando solo materiali reperiti sul luogo dello scatto, come ad esempio sabbia, tronchi e spazzatura riportata dal mare, nel caso di una location marina.
Il foro stenopeico è poi sempre reperito in loco e può essere una foglia o una conchiglia, che deve essere trovata rigorosamente già bucata.
Uno dei due fotografi si infila poi nel buio di questa curiosa costruzione artigianale, mentre l’altro funge da otturatore…
La creatività analogica non ha limiti.
🙂
https://vimeo.com/157860617

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Us armyTenete a mente che la fotocamera é solo uno strumento e non può fare niente da sola“, suona proprio un po’ datata ma forse ancora valida questa affermazione fatta dall’istruttore in un video che ho trovato su YouTube.
È un filmato didattico US Army del 1965, destinato ad insegnare i rudimenti della fotografia agli uomini della polizia militare di un’epoca che ci appare come preistorica.
Eppure è un documento interessante, per alcuni aspetti ancora valido, che insegna l’approccio ad una fotografia di scopo senza tanti fronzoli.
Sembra non esserci posto per estro o arte in questo caso, eppure c’è qualcosa, forse una sorta di formale rispetto militare nei confronti dello “strumento”, simile a quello per un’arma. Del resto la fotocamera un’arma può essere, ed anche molto pericolosa se usata nel modo sbagliato.
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