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Archive for the ‘Culture’ Category

Zampa di Elefante
Ci sono cose che solo una fotografia ci può raccontare. Sì, perché son cose a cui un essere umano non sopravvive.
L’immagine sopra appartiene a questa categoria, un mostro assoluto che si nasconde nelle viscere della terra e che uccide chiunque tenti di avvicinarsi: è uno dei principali agglomerati di lava radioattiva creatisi con l’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl nel 1986.
Chiamata anche “The Elephant Foot”, la massa è composta da un insieme di combustibile nucleare fuso, mescolato a metallo e cemento che, dopo l’incidente, sono stati perforati ed attraversati nella lenta ma progressiva discesa di questo materiale semi-liquido nelle viscere della centrale.
La fotografia fu scattata dieci anni dopo la catastrofe, durante un’ispezione organizzata per verificare i rischi legati al pericolosissimo procedere del nocciolo di combustibile fuso verso il terreno sottostante e le falde acquifere. Nel 1996 le radiazioni erano ancora elevatissime, penetrare nei sotterranei della centrale esplosa significava esporsi a rischi enormi, ma avvicinarsi alla massa voleva dire morire quasi all’istante, così quegli uomini piazzarono una macchina fotografica su un carrello e fotografarono “la Zampa dell’Elefante” da dietro un angolo.
La pericolosità di questo mostro sotterraneo è praticamente inalterata da allora, e la sua minaccia accompagnerà chiunque viva su questo pianeta per qualcosa come altri 100.000 anni.

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KiraPiù volte mi sono chiesto come vengono realizzate quelle sequenze video con cambiamenti rapidissimi di inquadratura tipiche di alcune pubblicità o film d’azione.
Non so se hai presente, sono riprese in cui la macchina accelera e si sposta, magari ruotando intorno al soggetto, muovendosi con una rapidità e precisione disumana tanto che, nella mia ignoranza, le avevo immaginate come frutto di tecnologie di ripresa ad alta velocità rielaborate in post produzione.
Ed invece è tutto in tempo reale, ci pensa un robot.
In questo video, realizzato dallo youtuber Marques Brownlee (MKBHD) presso i laboratori della Motorized Precision, un’azienda che produce “fotografi robotizzati” vediamo una di queste macchine in azione.
La “creatura” in questione si chiama Kira ed è un “high-speed camera robot” in grado di muoversi a 10 metri al secondo articolando il suo braccio in qualunque direzione e comandando in tempo reale tutti i parametri della sua fotocamera, zoom compreso.
Tra i tipi di sequenze che ci vengono mostrate ci sono alcuni “classici” che siamo abituati a vedere nelle pubblicità e che effettivamente, come mi ero sempre chiesto, non sarebbero realizzabili da un operatore umano, come “Orbit Shot”, “Top Down” e “The Round”.
Fantastico eh… Un potente strumento nelle mani delle menti creative.
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untitled cowboy

Untitled (Cowboy) – Copyright 1989, Richard Prince

Qual è il confine tra ispirazione e scopiazzatura?
Pablo Picasso era solito dire: “un bravo artista copia, un grande artista ruba”.
Nel 1989 il fotografo Richard Prince divenne celebre con la sua opera “Untitled (Cowboy)” realizzata rielaborando un’immagine pubblicitaria: un caso emblematico di appropriazionismo artistico.
La discussione sull’appropriazione nell’arte ha una lunga storia, con esempi ed aneddoti che affondano nel lontano passato, ma solo con l’arrivo della fotografia la questione ha assunto una vera attenzione formale. La fotografia infatti permette con facilità, una quantità ed una qualità riproduttiva che nessuna tecnologia aveva mai offerto prima.
L’immagine di Prince è una copia (la fotografia) di una copia (la pubblicità) di un mito (il cowboy) ed il cowboy è esso stesso una copia idealizzata. Una spirale comunicativa piuttosto interessante.
Tutti gli artisti sperimentano l’appropriazione, in particolare mentre si formano osservano, copiano, imitano e prendono in prestito idee e stili del passato. Secondo la biografia del Vasari pare che la prima scultura di Michelangelo sia stata una testa di fauno spudoratamente copiata da un pezzo greco-romano della collezione dei Medici.
Tra i più importanti interpreti dell’appropriazione in senso moderno c’è Marcel Duchamp, l’artista che sconvolse la scena artistica mondiale con il suo “Fontana”: un orinatoio capovolto. Con Duchamp l’appropriazione divenne vero e proprio gesto artistico fatto di scelta e ricontestualizzazione.
E adesso rimettiamoci tranquilli a scopiazzare e rielaborare… in tutta tranquillità.
🙂

 

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Monday morning

Monday morning -© Copyright 2010 Pega

Riecco il weekend assignment, una sorta di “missione fotografica” periodica che ormai da molto tempo ti propongo. L’idea di fondo è sempre la stessa: fotografare con in mente un compito assegnato, comportandosi un po’ come un reporter o un fotografo incaricato di un lavoro su commissione, da svolgere con creatività ed autonomia.
Per questo weekend il tema è: il relax.
Cosa intendo? Mica lo so. Stavolta ti butto lì il tema è vediamo cosa ne viene fuori.
Potresti scegliere di uscire a cercare di “beccare” qualcuno (umano o animale) che si fa una pennica al sole, oppure decidere di volgere il tuo obiettivo verso i simboli del relax… A te l’aspetto creativo della faccenda.
Comunque sia, come sempre ti invito ad inserire poi la tua immagine in un commento a questo post. Condividere è divertente e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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Imogen Cunningham

Imogen Cunningham (1883-1976)


Vari aspetti accomunano alcuni grandi fotografi del novecento: uno tra questi è la longevità.
Da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, passando per Imogen Cunningham, Andre Kertesz e tanti altri, si può notare che in parecchi hanno raggiunto età ragguardevoli, continuando tranquilli a lavorare fino all’ultimo.
Tutti questi grandi personaggi erano soliti far foto ogni santo giorno, uscendo quotidianamente in cerca di immagini e praticando la Fotografia come una disciplina continua, una sorta di costante sempre presente tutti i momenti della loro vita.
Trovo ci sia qualcosa di molto significativo in questo. La Fotografia non solo come forma d’arte, come lavoro o professione, ma anche come modo di vivere. La Fotografia come spunto per un costante esercizio fisico e mentale, sempre percorribile in qualunque situazione personale, uno stimolo ad esprimersi ed una ragione per continuare a vivere con passione e scopo. La longevità dei grandi maestri è forse un insegnamento ad essere sempre aperti ed osservatori di ciò che ci circonda, del mondo e della vita che abbiamo intorno.

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kodachrome movieTra qualche giorno potremo vedere sulla piattaforma Netflix un film che, almeno dalle premesse, dovrebbe avere un certo legame con la fotografia. Trae spunto dalla fine dell’epoca analogica e si sviluppa in quelli che sono stati gli ultimi giorni della pellicola Kodachrome.
E’ il racconto del viaggio che porta Matt (Jason Sudeikis) ad accompagnare il padre malato ex fotogiornalista dal carattere difficile (il notevole Ed Harris) verso la sua ultima meta: l’unico laboratorio rimasto in grado di sviluppare i suoi ultimi rotolini Kodachrome.
Tratto da una bella storia pubblicata sul New York Times nel 2010 da A.G. Sulzberger intitolata “For Kodachrome Fans, Road Ends at Photo Lab in Kansas.”, è brevemente anticipato dal trailer che puoi vedere qui sotto e sarà online dal 20 aprile.
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selfie La GiocondaDa recenti statistiche emerge che i chirurghi plastici ricevono sempre più richieste per interventi estetici al viso, in particolare al naso. Nel 2016 il 42% dei pazienti chiedeva un miglioramento per apparire meglio in foto, nel 2017 questa percentuale è salita al 55%.
Una delle ragioni alla base di questo fenomeno è il selfie.
Può sembrare pazzesco ma c’è un motivo tecnico: la distorsione. Se scatti una foto da 30 o 40 centimetri dal viso, la tua faccia verrà inevitabilmente distorta, con il naso che risulterà più grosso rispetto non solo alla realtà, ma anche ad un normale ritratto fatto da un paio di metri. Un orribile nasone del 30% più largo alla base e del 7% sulla punta.
Ecco, adesso lo sai anche tu e nel video sotto tutto ciò viene spiegato con chiarezza.
Dice il saggio: “Chi bello vuol sembrare, non un selfie, ma un ritratto si deve fare” 🙂
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p.s. Forse tutto questo potrebbe rafforzare il complottistico sospetto che ci sia la lobby dei chirurghi plastici dietro all’imperante moda del selfie.

🙂

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NytSei in cerca di qualche opportunità? Ti piacerebbe un bel ruolo in cui dimostrare tutto il tuo potenziale?
Se sei davvero in gamba potresti finire di leggere questo post e precipitarti subito ad inserire la tua candidatura. Dove? Al New York Times.
Sì, uno dei più importanti quotidiani al mondo ha delle posizioni aperte, in particolare quella di Photo Director.
Beh, trattandosi di uno dei ruoli più prestigiosi al mondo, si presume che la selezione sia un pochino competitiva ed attestata su livelli alti ma, ogni caso, l’offerta di lavoro sembra proprio aperta a tutti quindi… perché non provarci?
Puoi trovare qui l’annuncio completo di tutti i dettagli.
Buona fortuna!

🙂 🙂 🙂

P.s. Comunque vada, sarà molto interessante vedere su chi cadrà la scelta.

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Cowgirl by Pega

Cowgirl – © Copyright 2011, Pega

Eccolo, semplice e fascinoso come una domenica di sole, il tema per questo weekend assignment arriva insieme all’ora legale ed è: la primavera.
Ti dico subito che, a mio parere, non è una missione facile. La banalità è in agguato ed il rischio di cadere in foto poco significative è concreto, ma è al pari di tanti altri assignment affrontati finora.
La primavera non è solo una stagione, è un concetto, un emblema, uno stato d’animo. Prova a catturarne l’essenza, cerca un’immagine che possa rappresentarla, è un tema dove ci possiamo sbizzarrire senza troppi indugi o difficoltà tecniche.
Che piova o ci sia il sole, in questo fine settimana dedica qualche tuo scatto alla primavera e poi, se vuoi, condividi qui la tua foto.

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Dissenso generazionale

Dissenso generazionale - © Copyright 2008 Pega

Oggi voglio riproporti alcune considerazioni sul fascino del bianco e nero. Sono passati quasi duecento anni dall’invenzione della fotografia e nonostante i notevoli progressi tecnologici, il bianco e nero continua ad esercitare un fascino inattaccabile.
Il nostro mondo è colorato, vediamo a colori ed il legame che questi hanno con le emozioni è forse proprio la chiave dell’intramontabile successo delle immagini monocromatiche.
Il giallo può essere gioia e serenità, il verde speranza, il rosso amore o odio ma in una foto in bianco e nero queste emozioni non sono più manifeste.
E’ nella mente dell’osservatore che questi colori devono essere ricreati, soggettivamente ed in modo subliminale, andando a completare una immagine che così può acquisire una profondità emotiva ed una intensità che molte foto a colori non hanno assolutamente modo di trasmettere.
La scala di grigi da cui sono composte le fotografie in bianco e nero è la tela emotiva neutra su cui andiamo a dipingere le nostre emozioni, ed è proprio per questo che invece risultano così innaturali le immagini monocromatiche basate su un colore diverso dal grigio.
La prossima volta che osservi una foto in bianco e nero e ne apprezzi il fascino, prova ad immaginare di quali colori la tua mente la sta dipingendo.

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