Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘People’ Category

Saudek

The slavic girl with her father – © Copyright Jan Saudek

La manipolazione delle fotografie non è iniziata con il digitale e già molto prima dell’avvento di Photoshop, c’era chi sperimentava e si divertiva a scoprire nuovi effetti.
Fin dall’Ottocento si erano messe a punto tecniche di alterazione e colorazione, ed in più di un caso ci furono artisti che ne fecero il loro segno distintivo.
Ma in tempi più recenti, non molti anni prima dell’avvento del digitale, c’è stato un fotografo pittore che ha esplorato in modo molto personale questo terreno: si tratta dell’artista ceco Jan Saudek.

Hey Joe, after thirty years.. , 1989

Hey Joe, after thirty years.. , 1989

Nato a Praga nel 1935, da bambino subì l’orrore della deportazione e, dopo la guerra, iniziò a creare le sue opere in uno scantinato dall’intonaco scrostato, nascondendosi al mondo.
Le sue sono immagini a metà strada tra realtà e sogno, surreali, bizzarre, a volte forti ed inquietanti, quasi sempre a sfondo erotico. Scatti nati in bianco e nero, che Saudek manipola colorandoli per trasformarli in immagini dallo stile inconfondibile.
Saudek o si odia o si ama. Alcune sue opere sono state scelte come copertine di album musicali, mentre in altri casi sono state accusate di oscenità ed escluse da esposizioni pubbliche, come lo scorso anno alla Foto Biennale internazionale australiana di Ballarat, dove la sua foto “Black Sheep and White Crow” è stata rimossa a seguito di accuse di incitamento alla prostituzione minorile.
Saudek è tuttora in attività e questo é il suo sito ufficiale.

Read Full Post »

Dissenso generazionale - Copyright 2009 Pega
Dissenso generazionale – Copyright 2009 Pega

Il nonno era andato a riprenderla a scuola. Viaggiavano in macchina per quel breve tratto verso casa. Lei avrebbe di gran lunga preferito andare a piedi ma il nonno era un uomo gentile e buono che le voleva così tanto bene da eccedere in tutte le attenzioni che le riservava. La bambina mangiò la merenda che lui le aveva portato e poi gli porse la cartaccia. Questi subito aprì il finestrino e la buttò fuori.
“Nonno ma che fai? Non si butta la spazzatura dalla macchina!”.
“Dai… che vuoi che sia. Qualcuno la raccoglierà.”
“Nonno non si fa! Non va bene sporcare il mondo, perché è anche degli altri. Per punizione starai per tre giorni senza baci!”

La bambina mantenne la sua promessa e successivamente inflisse anche altre punizioni, tra cui una di due giorni per aver sputato la gomma da masticare per strada.
Il nonno non gettò più sporcizia dal finestrino ed acconsentì ad andare a riprenderla a piedi nei giorni di bel tempo.

———————

P.s. Ai bambini oggi capita di educare i genitori o i nonni. L’inversione generazionale non è solo economica.

P.p.s. Ogni tanto mi diverto ad inventare una storia partendo da una mia foto. Prometto di non farlo troppo spesso 🙂
E tu ci hai mai provato?

Read Full Post »

Warhol by Avedon

Andy Warhol – Copyright 1969, Richard Avedon

Era il 3 giugno del 1968 quando Valerie Jean Solanas, una giovane scrittrice che aveva sottoposto un suo dramma teatrale ad Andy Warhol chiedendogli di produrlo, entrò nello studio dell’artista sparando diversi colpi di pistola. Ferì gravemente Warhol, mentre il suo curatore e compagno di allora Mario Amaya ed il manager Fred Hughes se la cavarono con poco.
Il manoscritto Up Your Ass, della Solanas lo aveva incuriosito ma anche sorpreso per quanto fosse pornografico. Warhol addirittura sospettò una trappola della polizia, con cui già aveva avuto problemi per la censura di alcune sue opere cinematografiche considerate oscene, decise quindi di metterlo da parte. Ma la Solanas lo rivoleva indietro. All’ammissione di Warhol di averlo smarrito e di non essere disposto a pagarle una somma di denaro, la situazione precipitò.
L’artista lottò tra la vita e la morte, poi sopravvisse per miracolo. Sottoposto a complicati interventi chirurgici, riportò postumi permanenti, rimanendo molto segnato anche a livello psicologico.
Nell’agosto del 1969 Warhol acconsentì alla proposta di Richard Avedon di ritrarlo nel suo studio, ad un anno da quel difficile momento, decidendo così di mostrare le sue cicatrici al mondo.

Read Full Post »

Susan Sontag

Susan Sontag – © Copyright 1975, Peter Hujar

Susan Sontag è stata una delle figure più interessanti che il mondo della fotografia abbia mai conosciuto. Non era una fotografa ma un’intellettuale, una scrittrice dal profondo spirito critico ed analitico, capace di una visione innovativa e molto indipendente.
Nei suoi scritti la Sontag propose un approccio all’arte che risultava antiaccademico, spesso in conflitto con il classico stile intellettuale che contraddistingueva (e contraddistingue tuttora) molta critica. Tra le sue idee c’era la necessità di riscoprire un rapporto diretto con l’arte, meno mediato, la ricerca di una componente fisica e sensuale, un discorso che la Sontag portò avanti fin dagli anni sessanta, facendone un obiettivo contestuale al movimento di liberazione ed emancipazione sviluppatosi in quel periodo.
Negli anni ottanta sviluppò una importante relazione con la fotografa Annie Leibovitz. Fu un rapporto affettivo ma anche una sorta di simbiosi culturale che portò le due donne a scambiare esperienze e visioni inserendole nel vivace contesto artistico di quegli anni.

Sulla Fotografia_sontagSe ne hai voglia ti consiglio vivamente il breve ma sostanzioso saggio che la Sontag scrisse nel 1973 intitolato “Sulla Fotografia“. E’ un libretto che rimane attualissimo e che, a mio parere, non dovrebbe proprio mancare sul comodino (non la libreria) di ogni fotografo.
Eccotene un passaggio:

“L’umanità si attarda nella grotta di Platone, continuando a dilettarsi, per abitudine secolare, di semplici immagini della verità. Ma esser stati educati dalle fotografie non è come esser stati educati da immagini più antiche e più artigianali: oggi sono molto più numerose le immagini che richiedono la nostra attenzione; l’inventario è cominciato nel 1839 e da allora è stato fotografato quasi tutto, o almeno così pare; questa insaziabilità dell’occhio fotografico modifica le condizioni di prigionia in quella grotta che è il nostro mondo; insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie alterano e ampliano le nostre nozioni di ciò che val la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare; la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini; nelle fotografie l’immagine è anche un oggetto, leggero, poco costoso, facile da portarsi appresso, da accumulare, da conservare
Le fotografie sono forse i più misteriosi tra gli oggetti che formano, dandogli spessore, quell’ambiente che noi definiamo moderno. Esse sono in realtà esperienza catturata, e la macchina fotografica è l’arma ideale di una consapevolezza di tipo acquisitivo.
Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabile con il mondo una relaziona particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere.”

Read Full Post »

Che Guevara

Guevara by Burri – 1963

E’ raro poter accedere al percorso creativo che sta dietro ad una foto divenuta celebre ed importante. E’ raro e difficile perché tutti gli artisti, in questo i fotografi non fanno eccezione, sono in genere restii a condividere questa fase del processo. Ma esistono eccezioni. Ne parlai in un vecchio post, citando il caso del ritratto di Igor Stravinsky realizzato da Arnold Newman e della possibilità di vedere per intero quel rullino, potendo osservare il percorso seguito dal fotografo per arrivare all’immagine finale.
Oggi è il caso di un altro raro esempio. Sono le fotografie realizzate da René Burri a Che Guevara nel 1963, durante un’intervista. E’ il rullino da cui fu poi scelta una delle immagini più iconiche e famose di questo personaggio. I provini sono posti su una scheda dell’agenzia Magnum, proprio come potremmo trovarli aprendo il cassetto dell’archivio di Burri. Sono foto abbastanza diverse tra loro ma anche coerenti, scattate in un contesto al cui proposito Burri ricorda: “Capii subito che non gli piaceva posare per le foto. Il Che, irritabile, fumava il suo sigaro. L’intervista con la giornalista durò circa due ore. L’incontro si trasformò presto in scontro ideologico. Cercò di spiegare alla giornalista statunitense i benefici della rivoluzione cubana. Resti agli atti che non mi offrì nemmeno un sigaro”.

Lo scatto più famoso non è quello finale. Non è un percorso di ricerca come nel caso dello Stravinski di Newman, piuttosto una selezione a posteriori. E’ una lezione di come la capacità di critica ma anche di valorizzazione del proprio lavoro sia una risorsa che ogni fotografo deve saper coltivare e raffinare. Un aspetto fondamentale per poter davvero considerare completo il proprio percorso creativo.

burri provini Che Guevara

Read Full Post »

Capa @ MNAFIn occasione del centenario della nascita di Robert Capa, arriva a Firenze una mostra che andrò sicuramente a visitare.
“La guerra di Robert Capa” è stata inaugurata al Museo Alinari dopo il successo di Roma ed è tutta dedicata al grande fotografo ungherese padre del fotogiornalismo di guerra, in particolare alle immagini che Capa realizzò in Italia durante lo sbarco delle forze alleate.
Gli spazi espositivi del MNAF ospitano 78 scatti che raccontano in bianco e nero l’epilogo del secondo conflitto mondiale nel nostro paese, in cui si vede distruzione e disperazione ma anche umanità e speranza. Un epilogo visto con gli occhi di un fotografo che raccontò la tragedia della guerra come nessuno prima di lui.
La mostra è curata da Beatrix Lengyel, è organizzata in collaborazione col Museo nazionale ungherese di Budapest e sarà visitabile fino al 24 febbraio.
Imperdibile. Chi viene?

Read Full Post »

Charles Clyde Ebbets - Lunch atop a Skyscraper, 29 settembre 1932

Charles Clyde Ebbets – Lunch atop a Skyscraper, 1932

Chi non conosce questa foto degli operai che si riposano con le gambe penzoloni, sospesi a 260 metri d’altezza durante la costruzione dell’Empire State Building? È uno scatto famoso, attribuito per lungo tempo ad un fotografo che divenne importante anche a seguito dei suoi reportage sulla costruzione dei grattacieli e delle pericolose condizioni di lavoro: Lewis Hine.
Ma nel 2003 l’archivio Bettmann/Corbis, proprietario dei diritti di questa immagine, a seguito di una approfondita indagine, riconobbe che l’autore della foto era in realtà un fotografo meno noto: un certo Charles Clyde Ebbets.
“Lunch atop a Skyscraper (New York construction workers lunching on a crossbeam)” fu realizzata il 29 settembre del 1932 da Ebbets durante la costruzione del GE Building del Rockefeller Center e non dell’Empire State Building come precedentemente si pensava. L’immagine fu pubblicata dal New York Herald Tribune il 2 ottobre 1932.

Ebbets

C. Ebbets – GE Building, Rockefeller Center, 1932

Confidando in ulteriori pubblicazioni ed incarichi, il fotografo Charles Ebbets decise di insistere su questo filone e continuò ad immortalare gli operai dei grattacieli di New York. Cercando di stupire sempre di più, creò una serie di immagini chiaramente costruite, ed arrivò ad esprimersi in una vera e propria fiction fotografica fatta di scene paradossali, in cui appaiono camerieri in livrea che servono un pranzo apparecchiato sulla trave sospesa e giocatori di golf in bilico sull’acciaio dell’altissimo edificio in costruzione. Insomma… andò un pochino oltre e finì per esagerare, perdendo quel senso di verità descrittiva di un momento storico, così ben raccontata dal suo scatto più famoso.

Golf - Ebbets

C.Ebbets – GE Building, Rockefeller Center, 1932

Ma mentre Ebbets cercava di raggranellare lo stipendio seguendo questa idea, a distanza di pochi isolati Lewis Hine, il fotografo sociologo, realizzava i suoi reportage sulle condizioni in cui si svolgeva il lavoro. Scatti che, dopo la sua morte in povertà, lo avrebbero reso celebre. Erano fotografie in cui descriveva e denunciava sfruttamento dei lavoratori, anche minori. Immagini che spesso mostravano indiani Mohawk, sfruttati settanta ore alla settimana per il loro equilibrio straordinario che li rendeva capaci di lavorare a duecento metri dal suolo senza problemi di vertigini.
Fu anche grazie all’importante lavoro di Hine, svolto anche in molti ambienti industriali, che negli Stati Uniti si avviò un processo di riforma sociale che avviò la regolamentazione degli orari e della sicurezza sul lavoro oltre ad abolire lo sfruttamento minorile.

Lewis Wickes Hine - Empire State Building, 1930

Lewis Wickes Hine – Empire State Building, 1930

Emblematico è questo scatto di Hine, sempre realizzato nell’ambito del suo progetto dedicato al lavoro sui grattacieli. Siamo intorno al centesimo piano, si vedono tre giovani operai, uno lavora sbilanciato all’indietro, senza alcuna protezione. È in piedi su una piccola asse di legno che è tenuta in posizione solo dal peso dell’operaio stesso. Una situazione semplicemente pazzesca vista con i criteri di oggi.
Sconcertante è anche apprendere dei ritmi “vertiginosi” con cui si procedeva: un piano al giorno.
.
Ed ora pensaci un attimo. Immagina il fotografo, appollaiato con la sua goffa attrezzatura di ottanta anni fa, sulla sommità dell’Empire State Building in costruzione. Tu ce l’avresti fatta ad andare lassù come Hine a fare quelle foto?
🙂

Read Full Post »

jumpology halsman windsor

C’è un particolarissimo tipo di ritratto che il fotografo Philippe Halsman si divertiva a realizzare negli anni cinquanta e che lo rese celebre. Si tratta di una sorta di filosofia dello scatto che lui denominò “Jumpology“.
In quel periodo Halsman era stato incaricato dalla NBC di realizzare una serie di fotografie a personaggi molto famosi, tra cui importanti nomi dello spettacolo come Bob Hope e Marilyn Monroe, ma anche celebrità della scena politica come Richard Nixon, i coniugi Ford ed i Windsor.
Mentre svolgeva questo lavoro si accorse che chiedendo ai suoi soggetti di saltare e scattando quando questi si trovavano a mezz’aria, il risultato della foto diveniva più interessante.
Lo stesso Helsman disse: “Quando chiedi ad una persona di saltare, la sua attenzione si concentra principalmente sull’atto del salto e la maschera cade, rivelando la vera persona“.
Fu così che nel 1959 pubblicò un interessante libro intitolato Philippe Halsman’s Jump Book in cui, oltre ad una approfondita discussione sulla “Saltologia”, appaiono ben 178 celebrità ritratte a mezz’aria.
Confesso che sono rimasto proprio incuriosito da questa cosa e non ho potuto fare a meno di provarci…
🙂

Basic Magic

Basic Magic – © Copyright 2010 Pega

Read Full Post »

Arts e métiers

Arts e métiers – © Copyright 2013, Pega

Un altro anno è passato, dodici mesi di tante cose, ma un po’ anche di fotografie. Chissà quali dei nostri scatti fatti durante questi ultimi dodici mesi avremo presenti tra dieci o venti anni. Quali saranno destinati ad essere ricordati e quali a “marcire” nella cartella di un hard disk o, per gli analogici, in una scatola di negativi? Chi può dirlo?
In ogni caso, come ogni anno, ti invito a fermarti un attimo e voltarti indietro a questo 2013 fotografico che si conclude. Dai un’occhiata al tuo archivio e scegli quella che consideri la tua miglior foto di quest’anno. E’ un piccolo omaggio alla tua passione per la fotografia ed anche un semplice esercizio. Sfoglia il tuo album e seleziona una foto. Fai come se ti fosse concesso di salvarne solo una tra tutte quelle fatte in questi ultimi dodici mesi.
Inizio io, con la mia “Arts e métiers”, realizzata nella metropolitana di Parigi. È un’immagine che non risponde al tipo di fotografia che faccio in genere, dato che non amo gli scatti rubati, ma qui è diverso. Questa l’ho vista e l’ho voluta, sforzandomi di muovermi su un terreno a me non congeniale. Certo, poi ci sono anche gli elementi personali, esterni all’immagine e non percepibili dall’osservatore: sensazioni e ricordi legati all’esperienza del momento.
Dunque questa è la mia scelta, ovviamente del tutto soggettiva. Ti invito a fare lo stesso, cogliendo l’occasione di ripercorrere questo anno attraverso le tue fotografie.

Poi, se ne hai voglia, inserisci pure il link alla tua “preferita 2013” in un commento a questo post.
E… BUON 2014!

Read Full Post »

BurriDi René Burri si parlava giusto pochi giorni fa, era il post con le foto che il fotografo svizzero scattò all’altro celebre membro dell’agenzia Magnum: Henri Cartier-Bresson.
In un commento a quel “cortocircuito fotografico”, mi è stato segnalato da Simone (che ringrazio moltissimo) un bel video, proprio dedicato a René Burri.
E’ un documento in cui Burri ci porta per mano a conoscere sei celebri foto del suo archivio. Dal Picasso che fotografò nel 1957 a Cannes, alla foto della riapertura del canale di Suez nel ’74, passando per il famoso ritratto a Che Guevara con sigaro del 1963, forse la sua foto più nota.
Un breve viaggio in cui il grande fotografo ci racconta la sua visione ed il suo punto di vista sulla fotografia. Un video molto ben realizzato, da vedere a tutto schermo e gustare con la calma.

Read Full Post »

« Newer Posts - Older Posts »