
Tanti anni fa, nei giorni dopo quella notte del 4 Novembre 1966…
L’Arno, rotti gli argini, aveva invaso il centro di Firenze e creato un disastro passato alla storia per la sua drammaticità, ma anche per la catena di solidarietà che si venne a creare.
Come tanti eventi di un passato non troppo remoto, anche l’alluvione di Firenze è stata documentata da moltissime fotografie. Se ne possono trovare a centinaia su internet, parecchie furono scattate da persone che immortalarono l’evento con la loro fotocamera, semplicemente affacciandosi alla finestra di casa. A volte queste immagini sono davvero molto belle, a dispetto della tragedia che raccontano.
Con alcune di queste foto è possibile fare una sorta di piccolo viaggio nel tempo, stampandole e recandosi nel luogo dove furono scattate quarantasette anni fa, per provare ad immaginare la situazione, circondati dai palazzi e dai molti dettagli ancora presenti sul posto.
Prendiamo per esempio questo scatto che raffigura Piazza Madonna degli Aldovrandini invasa dall’Arno ed in cui galleggiano le automobili trascinate dalla corrente. Sui muri si possono trovare ancora oggi le tracce di quei giorni e vedere i segni del livello raggiunto dall’acqua.
La fotografia, in fondo, è anche questo: una macchina del tempo.
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La ragazza con l’orecchino di perla @LuccaComics – Polaroid © Copyright 2013, Pega
Da qualche anno vado regolarmente a far foto al Lucca Comics, è una manifestazione che mi piace molto, con tutta la sua carica di entusiasmo e divertimento che riempie le strade. Al Comics, nonostante riconosca meno della metà dei personaggi cosplay che incrocio, mi sento stranamente a casa.
In genere rientro a sera con schede piene di scatti, una sorta di indigestione fotografica tutta figlia del digitale e della conseguente facilità con cui si può scattare senza troppe preoccupazioni, ma quest’anno c’era un fattore diverso: la mia reflex digitale in laboratorio per una riparazione. Che fare quindi? Beh, potevo chiedere a qualcuno una macchina in prestito, ma ho pensato di fare qualcosa di differente: sono andato a Lucca con la Polaroid a strappo ed un solo caricatore da dieci foto, nient’altro.
È stata un’esperienza nuova. Circondato da schiere di cosplay e gran quantità di persone dotate di fotocamere digitali, libere di dar sfogo ad una sorta di bulimia fotografica, mi sono aggirato per i bastioni e le vie del centro con i miei soli dieci miseri scatti. Dieci esposizioni da soppesare e succhiellare, con la consapevolezza di dovermele far bastare.
E così ogni foto è diventata importante, lenta, studiata. Scelta del soggetto più accurata, occhio alla luce, più attenzione alla composizione e allo sfondo.
Poi la componente Polaroid: inquadratura un po’ incerta nel mirino a telemetro, messa a fuoco manuale, esposizione a occhio. Dopo lo scatto lo strappo e l’attesa del risultato, quei due minuti per vedere “com’è venuta”, la stampa ed il negativo appesi ai pantaloni con una clip per asciugarli continuando a vagare nella folla.
È stato diverso e divertente fare queste dieci foto. Ne sono molto soddisfatto.
Ciao Lucca, appuntamento al prossimo anno!
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Respect – © Copyright 2010, Pega
Cimiteri, tombe, monumenti funebri. Questo è il periodo dell’anno in cui vengono maggiormente visitati, quello in cui la gente ricorda i morti. A ciò si aggiunge una vera e propria forma di turismo, quello cimiteriale, che consiste nel visitare luoghi di sepoltura, per scoprirne la bellezza andando magari in cerca di tombe di personaggi più o meno famosi.
Nei cimiteri, specie in quelli monumentali, si incontrano vere e proprie opere d’arte, scorci bellissimi e c’è un’atmosfera che per alcuni appassionati di fotografia, è irresistibile. Un fascino che, se ci sei in sintonia, è difficile da descrivere.
In alcuni di questi luoghi non si può fotografare, in altri bisogna chiedere l’autorizzazione. Chissà, forse è giusto così.
Ma a parte questioni più o meno inconsistenti di permessi e privacy, quello che più conta è tener presente che si sta visitando un posto particolare, dove è il rispetto la cosa più importante.
E questo rispetto va in modo speciale a chi, oltre ad essere morto (che di per sé rappresenta solo uno stato a cui tutti siamo destinati), lo è perché ha dato la vita per una causa. È morto per permettere una vita migliore a qualcun altro.
Ricordiamocelo quando siamo a far foto nei cimiteri.
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Sandonninobyl – © Copyright 2009 Pega
Avere in mente lo scatto, crearlo e vederlo nella propria testa come se fosse già fatto, poi cercare di realizzarlo.
È un approccio alla fotografia tra i più classici. Si pre visualizza l’immagine costruendola nei dettagli, fino a farne un qualcosa di completo, anche se ancora da fare; esattamente come avviene anche per altre arti visive.
Molti grandi maestri hanno fatto di questo modo di fotografare il loro metodo, antitetico ed alternativo ai più dinamici stili documentaristici, dove lo scatto avviene cogliendo l’attimo, l’emozione o l’espressione imprevista.
Non so se hai mai fotografato provando a pre visualizzare, ma se non l’hai mai fatto è una cosa che ti suggerisco di sperimentare.
Definisci il tuo soggetto, delinealo, immaginalo illuminato secondo il tuo gusto, definisci nella tua mente l’inquadratura, i particolari di esposizione e fuoco. Cerca di vedere la foto come dovrà risultare una volta scattata, fallo nei minimi dettagli.
Poi prendi l’attrezzatura ed inizia a cercare di rendere reale quel risultato.
Non è raro accorgersi che può essere anche molto difficile realizzare lo scatto che si ha in mente. A volte è addirittura impossibile e si deve scendere a compromessi.
Per seguire questo metodo può capitare di dover tornare più volte nello stesso luogo, magari in attesa delle condizioni giuste, o anche inventarsi soluzioni tecniche che lo rendano fattibile.
È una strada che può risultare anche impervia, ma quasi sempre affascinante.
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Sono un fan di Stanley Kubrick, lo considero il più grande maestro del cinema e penso che rimarrò di questa opinione per un bel po’. Ma Kubrick non è stato solo un grande regista; prima di dedicarsi al grande schermo, lavorò a lungo come fotografo e quando passò a dedicarsi ai film, portò con sé tutto lo stile costruito in anni da inviato per la famosa rivista “Look”.
C’è qualcosa che lega tutte le opere cinematografiche di Kubrick: è la perfezione delle inquadrature. Il suo lavoro è caratterizzato da una ricerca costante e profonda, che lo portò a livelli di attenzione al dettaglio definibili come maniacali. In particolare questa attenzione si concentrava sulla composizione prospettica che, specie nelle scene più intense e drammatiche dei suoi film, risulta rigorosamente simmetrica.
Ho trovato un video molto interessante a questo proposito. È un montaggio che evidenzia in modo efficace questa caratteristica comune a molte scene dei film di Stanley Kubrick.
Insomma: dal labirinto di “Shining” ai wc di “Full metal jacket”, passando per i corridoi dell’astronave di “2001 odissea nello spazio”, è evidente quanto la ricerca di prospettiva e simmetria compositiva fossero importanti per questo grande regista, i cui film tuttora ipnotizzano lo spettatore con un gusto fotografico che rimane difficile da eguagliare.
Buona visione e… Al diavolo la regola dei terzi!
🙂 🙂 🙂
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Tunnel – © Copyright 2009, Pega
Come sempre l’idea è quella di svolgere un piccolo compito durante il fine settimana e provare a sviluppare un tema fotografico. E’ un esercizio semplice, che aiuta a coltivare la creatività e migliorare le nostre capacità.
Oggi ti propongo una missione tesa a portare in foto un concetto, cercando però di non coglierlo nella sua tipica rappresentazione manifesta. Cerco di spiegarmi meglio. Il tema per questo weekend assignment è “dentro“, ma vorrei che tu provassi a svilupparlo senza fare, ad esempio, una semplice foto dell’interno di qualcosa, realizzando invece un’immagine che porti nella mente dell’osservatore il concetto di “dentro”.
Insomma, il compito è nell’ambito di un tipo di fotografia un po’ concettuale, alla ricerca più di simboli che di immagini manifeste.
Lo so, lo so, stavolta può non essere facile, ma altrimenti che gusto c’è?
Dai, in questo weekend prova a misurarti con questo tema, cerca di rappresentare il concetto con una tua foto, poi, com’è ormai tradizione di questo blog, ti invito a condividere il risultato mettendo, in un commento a questo articolo, il link alla tua immagine.
Sarà divertente confrontare i nostri scatti e far vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.
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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.
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Andy Warhol – © Copyright 1986, Robert Mapplethorpe
Ti propongo un altro capitolo di questa serie dedicata ai fotografi fotografati, è la volta di Andy Warhol, immortalato nel 1986 da Robert Mapplethorpe.
Si tratta di due nomi che non hanno bisogno di molte presentazioni, entrambi da considerare tra i più grandi ed eclettici artisti del novecento.
Di Mapplethorpe ho parlato in un recente post, un altro cortocircuito fotografico che lo vedeva protagonista insieme e Patti Smith. Stavolta Robert Mapplethorpe è dietro all’obiettivo, per un ritratto di grande intensità, dedicato ad un Warhol iconico, con la parrucca platinata che caratterizzò gli ultimi anni della sua vita. La testa spunta dal buio, in modo quasi inquietante. E’ un’immagine di grande impatto, dedicata ad un sicuro protagonista del mutamento storico e culturale avvenuto nella seconda metà del Novecento.
Warhol, generalmente non è considerato dal grande pubblico come un fotografo puro, ma aveva con la fotografia un rapporto attento e profondo, che lo vide sempre in relazione con questa forma d’arte. Durante tutta la sua carriera realizzò una gran quantità di fotografie, spesso Polaroid, da cui sempre traeva spunto ed ispirazione per lo sviluppo dei suoi lavori.
Entrambi se ne andarono poco dopo, lasciando però una grande eredità artistica. A questo proposito, ti segnalo una splendida mostra su Warhol, visitabile presso il Palazzo Blu a Pisa fino a Febbraio 2014.
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I precedenti cortocircuiti fotografici:
#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa
#9: Robert Mapplethorpe (con Patti Smith) fotografati da Norman Seef
#10: Szarkowski fotografato da Winogrand fotografato da Friedlander
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Renault 4 by Biascica opaca – © Copyright 2013 Pega
È una bella biottica a pozzetto la vecchia Yashica Mat che chiedo di provare. Appartiene ad un’amica che l’ha acquistata da poco e teme sia difettosa: le foto ritirate dal laboratorio sono stranamente opache, ma io tendo a sospettare un errore di sviluppo e non un problema alla macchina. Così, dopo averci fiduciosamente caricato un bel rullino in bianco e nero, faccio un po’ di scatti.
In realtà aveva ragione lei, anche il mio tentativo produce immagini opache. Bastava guardare bene attraverso la lente principale per notare una certa opacità sul vetro, probabilmente dovuta a qualche muffa. E così la bi-Yashica ora è in riparazione.
Guardo le foto che ho scattato. Certo, sono un po’ opache, anzi molto, ma per niente da buttare. Hanno un fascino tutto loro, un effetto soft focus che le rende vintage ed interessanti. Una ha come soggetto una vecchia Renault 4, sembra arrivare direttamente dagli anni settanta. Mi piace proprio.
Penso: “e se fosse stato uno sbaglio far ripulire la Biascica?”
🙂
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Red lady violinist – Copyright 2002 Pega
Con una certa regolarità cerco di andare a rivedere le mie vecchie foto. Ai tempi della pellicola lo trovavo un esercizio un po’ faticoso, ma ora col digitale, è talmente semplice che è un peccato non tornare a trovare, di tanto in tanto, gli scatti realizzati qualche anno fa.
E’ sempre un’esperienza interessante e spesso istruttiva, perché nel nostro archivio troviamo il modo di fotografare che avevamo, che non è detto sia lo stesso di adesso. Nei vecchi album vivono i soggetti che un tempo ritenevamo importanti e ci sono gli errori che allora si commettevano e che, forse, ora abbiamo imparato ad evitare.
Spesso riguardando le nostre vecchie immagini, capita di trovare scatti che un tempo si consideravano splendidi ma che oggi non ci piacciono più, ed è poi possibile scovare foto che si erano scartate e messe da parte, che invece adesso assumono un valore inaspettato.
Il tempo aumenta il distacco dalle esperienze e dalle emozioni provate al momento dello scatto e può rendere meno significative alcune immagini, ma anche far apprezzare ora una fotografia in passato ritenuta poco interessante.
Frequentare di tanto in tanto il proprio archivio è anche un modo per mantenere vive quelle foto e per dar loro la possibilità di un futuro diverso, magari con una stampa o la condivisione on line.
Non trascurare le tue vecchie foto, non le abbandonare, curale: raccontano la storia della tua passione per la fotografia.
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Beach no more – © Copyright 2009 Pega
L’estate è ormai un lontano ricordo. Mentre le giornate divengono pian piano sempre più corte e le temperature scendono, ecco che arriva una stagione in cui sembra più difficile fotografare.
Per molti appassionati questo è il periodo più “buio”, quello in cui la fotocamera rimane a lungo inattiva e può succedere di optare per sedersi al pc invece che uscire a scattare, magari proprio perché fuori il tempo non è bello.
Eppure in realtà il brutto tempo, indipendentemente dalla stagione, non è per niente nemico della fotografia. Freddo, vento o pioggia possono essere un problema per l’attrezzatura e per il fotografo ma non per le immagini, infatti lo scatenarsi degli elementi crea spesso interessanti opportunità fotografiche, specie se non ci si fa sopraffare dalla pigrizia o dalla paura di danneggiare la fotocamera.
Del resto lo dicevano anche i vecchi fotografi in bianco e nero: “un bel cielo sereno può essere il peggior nemico per le tue foto”.
Quindi dai, non lasciarti scappare l’autunno e tieni a mente che non esiste il brutto tempo. Esiste solo l’abbigliamento sbagliato.
🙂
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