Kate Moss la considera una delle più belle foto che le siano mai state scattate. Fu realizzata dal fotografo di moda Albert Watson nel 1993 sulla spiaggia di Marrakech, alla fine di una sessione di scatti per la rivista di moda Vogue.
Era il diciottesimo compleanno di Kate e dopo tre estenuanti ore di foto e continui cambi di abiti Watson si rivolse alla modella e le disse: “adesso che abbiamo finito con il lavoro, perché non ti spogli?”.
Il risultato furono alcune immagini tra cui quella qui a fianco, divenuta un’icona e battuta all’asta da Bonhans pochi anni dopo a Londra dove se la aggiudicò un acquirente anonimo per venticinquemila dollari. Successivamente altre stampe originali di questa foto hanno raggiunto valori da capogiro, come nel caso di una di grande formato battuta da Christie’s nel 2007 a 108.000 dollari.
A. Hitchcock – Copyright 1973 Albert Watson
Le foto di Albert Watson sono apparse su oltre duecento copertine di Vogue ma anche altre importanti riviste come Rolling Stone.
Non vedente da un occhio, Watson studiò arte e design in Scozia per poi trasferirsi a Los Angeles negli anni settanta.
Tra le sue foto più note c’è il famoso ritratto di Alfred Hitchcock che mostra un’oca spennata. Watson lo realizzò nel 1973 per il numero di Natale di Harper’s Bazaaar in cui il famoso regista, presentando in un articolo la sua ricetta per l’oca, rivelava al pubblico la sua seconda grande passione: la cucina.
Come riconoscimento ad una notevole carriera che si è sviluppata nell’arco di oltre trentacinque anni, nel 2010 a Watson è stato assegnato uno dei riconoscimenti più ambiti della Royal Photographic Society’s: il “lifetime achievement award” Centenary Medal.
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Salgado non ha bisogno di tante presentazioni. La sua carriera fotografica inizia negli anni settanta quando, dopo una missione in Africa, si rende conto che gli studi di economia e statistica non lo hanno portato ad un lavoro che davvero lo interessa. E così entra a far parte dell’agenzia Magnum per cui lavora fino al 1994 quando fonda il progetto Amazonas Images, una sorta di agenzia fotografica completamente dedicata al reportage umanitario e sociale. Genesi è l’ultimo suo progetto fotografico, sarà esposto al museo dell’Ara Pacis a Roma dal 15 maggio al 15 settembre 2013. Si tratta di un lavoro che ci porta nei cinque continenti con immagini inedite caratterizzate dal bianco e nero tipico di questo grande fotografo.
Per chi volesse cogliere la particolare occasione di incontrare Salgado, il 13 Marzo ci sarà una conferenza stampa di presentazione della mostra con la partecipazione del fotografo presso la Casa del Cinema, in Largo Marcello Mastroianni (Villa Borghese) a Roma.
Piovono Polaroid è una mostra che apre i battenti il prossimo 16 Marzo a Firenze, in via del Leone 2r. Se ti capiterà di passare in zona ti consiglio di farci un salto perché pare che l’installazione si annunci come particolarmente interessante.
Ideata e curata da Marisa Lo Zito la mostra vuole valorizzare il momento unico ed irripetibile tipico dell’istantanea, così caro a chi scatta fotografie di questo tipo e si pone l’obiettivo di portare il visitatore ad unire idealmente i momenti di vita dei ventuno fotografi partecipanti. Le cento fotografie istantanee in mostra, con i loro cento momenti unici, pioveranno letteralmente dal soffitto.
Io sono curioso. Ci vediamo lì?
🙂
La mostra sarà visitabile dal 16/03 al 26/03 negli orari 16.00-18:30
Vernissage il 16/03 ore 19:00
Per contattare l’organizzazione scrivere a lozito.marisa@gmail.com
C’è una cosa che spesso minaccia la nostra capacità di realizzare buone foto. È quel passo lesto che segna le nostre vite e delimita i momenti che dedichiamo alle nostre passioni, un ritmo che solo in poche occasioni ci permette di fermarsi a guardare, cogliere e sfruttare le tante opportunità fotografiche che ci si presentano.
Ma rendendosi conto di questo si può imparare a rallentare.
La prossima volta che esci con la fotocamera prova ad assumere un atteggiamento contemplativo, prenditi più tempo, molto più tempo per cercare le inquadrature e le composizioni.
E una volta che avrai rallentato… Rallenta ancora di più. Usa il treppiede, metti il fuoco in manuale e minimizza gli automatismi. Ragiona sulle foto cercando di previsualizzarle, accontentati di fare meno scatti, molti meno.
Le foto verranno fuori diverse, con qualcosa in più.
Rieccomi a proporti quella che è una piccola tradizione di questo blog: la “missione fotografica” del fine settimana.
Sono convinto che uscire con una sorta di incarico fotografico sia qualcosa che può facilmente fornire spunti creativi ed anche stimolare a capire meglio lo strumento che abbiamo in mano.
Per questo weekend il tema è un genere che personalmente trovo affascinante: cose e luoghi abbandonati.
Atmosfere malinconiche e segni del tempo che scende inesorabile sulle cose abbandonate e lasciate senza cura. Vecchi edifici in rovina o anche dettagli di oggetti di tutti i giorni, come il sellino arrugginito di una vecchia bicicletta dimenticata.
L'”abandoned” lo puoi trovare ovunque, basta uscire e cercarlo. Spesso è appena dietro l’angolo e non è sempre necessario addentrarsi in luoghi remoti.
Per fotografare l’abbandono con efficacia può essere importante scegliere con cura luce e trattamento, in modo da esaltare la drammaticità della scena e trasmettere all’osservatore emozioni forti.
Dunque, in questo weekend prova a cercare e fotografare l’abbandono, fanne il protagonista di qualche tuo scatto e poi, se vuoi, mostracelo postando un commento con il link alla tua foto.
Condividere con tutti i lettori del blog è divertente e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.
Eccolo un altro esempio di fotografo fotografato, in questo caso una fotografa: Berenice Abbott, ritratta nel 1979 da Hank O’Neal.
Nata nel 1898 Berenice era originaria dell’Ohio ma negli anni dell’università si trasferì a New York, dove venne ospitata dall’anarchico Hippolyte Havel in una grande casa del Greenwich Village insieme a filosofi, scrittori e critici letterari. Mentre studiava scultura conobbe Man Ray che la invitò in Europa e così Berenice tra il 1921 ed il 1923, studiò scultura a Parigi e Berlino. In questo periodo Man Ray era alla ricerca di una collaboratrice: aveva bisogno di qualcuno che non sapesse niente di fotografia ed eseguisse solo precise indicazioni, così la assunse come assistente in camera oscura nel suo studio di Montparnasse.
Ma il talento fotografico di Berenice non era niente male e così nel 1926 tenne la sua prima mostra personale ed avviò uno studio tutto suo, concentrandosi principalmente sulle persone del mondo artistico e letterario. Ritrasse Jean Cocteau, James Joyce, e molte altre figure di passaggio a Parigi. Era brava e presto si sparse la voce che l’essere ritratti da Man Ray o Berenice Abbott significasse “essere qualcuno”.
Man Ray la introdusse alla fotografia di Eugène Atget del quale divenne una grande ammiratrice, fino a convincerlo a posare per il famoso ritratto che ho pubblicato in un precedente post. Atget era molto anziano; morì poco dopo quella foto e la Abbott con le sue iniziative e pubblicazioni fu determinante per tutto il successo postumo di questo grandissimo fotografo.
Negli anni trenta Berenice svolse un lavoro di documentazione della città di New York finanziato dal Federal Art Project e pubblicato nel 1939 in forma di libro col titolo di “Changing New York” che ricorda molto il lavoro svolto da Atget a Parigi. La Abbott usò per questo progetto una macchina fotografica di grande formato, ritraendo New York City con un atteggiamento davvero simile a quello del suo maestro Eugène Atget.
Ma la Abbott non fu solo una fotografa. Al suo attivo ci furono anche alcune invenzioni. Tra queste un cavalletto per creare effetti di distorsione in camera oscura ed una lampada telescopica, oggi nota da molti fotografi di studio come “autopole”, alla quale le luci possono essere attaccate a varie altezze.
Berenice Abbott fu parte importante del movimento della straight photography, il gruppo di fotografi che sosteneva l’importanza della fotografia non manipolata, un’impostazione che Berenice mantenne per tutta la sua lunga carriera e che contribuì a consacrarla come una delle principali eredi del grande Atget.
Gli ingredienti sono semplici: un movimento regolare ed una lunga esposizione.
Non ci vuole molto altro per cimentarsi in un genere che può dare dipendenza: l’astratto dinamico. Eh sì perché basta davvero poco per rendersi conto di quante possibilità si possono sperimentare. In genere si comincia per caso, provando a “vedere che effetto fa” a muovere la fotocamera ad otturatore aperto, scovando effetti curiosi tra luci ed ombre. Il passo successivo è cercare maggior qualità, correggendo i tempi di esposizione e migliorando la precisione del movimento, magari montando la macchina su un cavalletto. Poi arriva la fase finale, quando si cercano di comporre tra loro più movimenti diversi, in genere combinati con l’uso dello zoom.
Insomma ci si può divertire parecchio con questa storia degli astratti dinamici. Se non hai mai provato inizia con un’esposizione di mezzo secondo ed un preciso movimento lineare (orizzontale o verticale) che esalti i tratti tipici dello scenario che hai davanti. Un esempio classico è quello di muovere verticalmente la fotocamera mentre si fotografano degli alberi ma anche il movimento orizzontale può dare risultati interessanti, specie di fronte a scenari dominati da linee stratificate, l’importante è la precisione del movimento.
Tra le possibili tecniche sono da tenere in considerazione anche le rotazioni come l’avvicinamento (o allontanamento) dal soggetto, facilmente ottenibile con ottiche zoom.
In genere si va per tentativi, arrivando a trovare una combinazione di movimenti che risulta più o meno armoniosa.
Il mio scatto sopra è uno zoom-out combinato con una rotazione. Tempo di esposizione circa un secondo.
Buon divertimento!
Robert Capa diceva: “Se le tue foto non sono buone vuol dire che non sei abbastanza vicino al soggetto”. Hai mai pensato a quanto è importante la distanza fisica che separa il fotografo dal soggetto e quanto ciò contribuisca a quello che la foto comunica?
La distanza effettiva è un elemento che in qualche modo influisce sul risultato della fotografia perchè “l’obiettivo osserva in entrambe le direzioni” e più si è vicini più si entra inevitabilmente a far parte della scena.
Fotografare una persona da lontano non è la stessa cosa che farlo a distanza ravvicinata, non c’è teleobiettivo che possa sostituirsi alla componente fisica dell’evento.
Non voglio dire che sia sempre e comunque meglio essere vicini al proprio soggetto, intendo solo sottolineare la differenza che c’è tra le due situazioni.
Da lontano si ha distacco, freddezza, minore coinvolgimento… con il teleobiettivo si è al di fuori della scena, è un’osservazione asettica, non ci si intromette, non si introduce alcun elemento di disturbo… il soggetto può rimanere inconsapevole e non tende a coinvolgere il fotografo.
Da vicino si è invece “insieme” al nostro soggetto, partecipi della scena con tutto quello che ne può conseguire. La foto a distanza ravvicinata obbliga il fotografo a manifestarsi, a rendere esplicite le sue intenzioni, a farsi a sua volta osservare.
Anche quando il soggetto è una cosa inanimata, la foto a distanza ravvicinata ha un sapore diverso. Mentre si fotografa si percepiscono i dettagli, a volte suoni ed odori, si coinvolgono insomma anche gli altri sensi… e questo può rendere diverso l’atto stesso del fotografare e quindi anche la foto.
Scattare da vicino è poi a volte anche una vera sfida, specie con se stessi. E solo raramente ci si pente di averci provato.
🙂
A tutti ogni tanto capita di trovarsi in una fase di stanca. E’ quel momento dove la creatività è come affievolita, le idee non arrivano e sembra mancare anche la voglia. Gli scrittori la chiamano sindrome della pagina bianca.
Non è grave. Basterebbe solo un po’ di movimento.
Cosa intendo? Dico che per trovare nuovi spunti e ridare vita al processo creativo serve un minimo di attività, anche solo vagamente correlata alla fotografia. L’importante è non sedersi ad aspettare, ma fare qualcosa, in modo da riguadagnare un po’ di inerzia.
Lavorare sulle vecchie foto, andare ad una mostra, leggere un libro, fare un workshop o una photowalk. Va bene tutto, l’importante è vincere la stasi. E’ così che le idee tornano quasi per incanto a fluire.
Il paragone che faccio spesso è quello del servosterzo: quando le comuni automobili non ne erano provviste ci si rendeva facilmente conto che solo muovendo leggermente il veicolo si riusciva a far sterzare le ruote. Da fermi era quasi impossibile.
Oggi è meno frequente fare questa constatazione dato che anche le utilitarie più economiche hanno il servosterzo. Non solo, abbiamo “servosterzi” di varia natura ovunque, anche nelle nostre fotocamere ormai dotate di ogni possibile automatismo. E così ecco il pericolo di impigrirsi, abituarsi a fare sempre meno fatica, fino a fermarsi, diventare statici e dimenticare quello che è un principio tipico di molti processi naturali: la nascita di cose nuove è sempre legata al movimento.
Eh sì. Non sono in molti a saperlo ma Pinocchio aveva un fratello.
Anche lui vantava un bel naso, ma diversamente da quello del suo famoso consanguineo, il suo era rivolto all’insù.
Vitocchio era il suo nome. Era un tipo calmo e riservato, un po’ “fissato” ma anche sempre disponibile a far da sostegno agli altri.
Non è mai stato chiaro il motivo per cui il famoso racconto sia tutto e solo dedicato al suo ben più noto fratello.
🙂
(Perdonami. A volte la pareidolia fa brutti scherzi)
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