
Pontiac para la fiesta – © Copyright 2004, Pega
Siamo arrivati anche alla fine di questo 2016, per molti aspetti un’annataccia (come si dice dalle mie parti). E’ stato un anno contrassegnato da una marea di lutti illustri ed anche parecchi eventi a cui sarebbe stato più bello non assistere. C’è poi da aggiungere che lo scenario generale non è tale da stare molto allegri, ma tant’è e qualcosina di buono certo c’è stato negli ultimi 365 giorni. Festeggiamo dunque, lasciamoci alle spalle questo 2016 e guardiamo con relativa fiducia al prossimo anno.
Ebbene, quale miglior occasione per il classico weekend assignment se non la festa di Capodanno? Attenzione però, l’idea che ti propongo non è di fotografare il cenone, il brindisi o il momento dei botti, piuttosto di indirizzare questa missione verso un tema ancora più specifico, cioè il “dopo la festa”.
Attendi il momento giusto, osserva l’atmosfera che segue i festeggiamenti, cogli qualche dettaglio o viso particolare. Saranno ovunque le tracce di baldoria, bicchieri e bottiglie vuote ma anche gente, in molti casi allegra ma qualcuno forse anche triste o stanco, chi invece soddisfatto, chi deluso, chi ansioso di andare a dormire e chi di cambiare aria perché “il bello deve ancora venire…”
Insomma, completa quest’anno che si conclude con uno scatto che parla del “dopo”.
E’ un esercizio fotografico simile a tanti di questa serie, ma forse stavolta con un sapore diverso, magari un po’ catartico.
Dunque, non mi resta che farti il solito invito ad unirti a chi si cimenterà in questa piccola missione, magari anche condividendo qui i frutti della propria creatività, ma sopratutto ti auguro BUON WEEKEND E BUON ANNO!
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Europa – Copyright 2011 Pega
L’altra sera la notte era limpidissima e con un po’ di impegno sommato alle mitiche doti di luminosità (f/2.8) del mio nuovo super teleobiettivo catadiottrico da ben 2400 mm, sono riuscito a scattare questa discreta foto di una delle lune di Giove.
Si possono notare le estese macchie bianche che gli scienziati ipotizzano essere grandi valli ghiacciate, contenenti riserve di acqua, che forse in un futuro potranno essere sfruttabili per la colonizz…
Beh… Mica starai veramente credendo alle fesserie che ho appena scritto? Vero?
In realtà ieri sera la notte non era per niente limpidissima, non ho un super obiettivo fantascientifico e non ho puntato la mia fotocamera al cielo.
Ho solo allestito un piccolo set artigianale e scattato qualche foto ad un vecchio pentolino posto su uno sfondo scuro, illuminandolo con un flash.
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Ne sono venute fuori delle immagini curiose, che in effetti ricordano le foto astronomiche raffiguranti pianeti lontani milioni di chilometri.
Ma qui, come puoi vedere dal mio setup, la distanza dall’obiettivo non superava qualche decina di centimetri.
Facendo qualche prova in più e magari trovando una vecchia padella sfinita, credo proprio che si possano fare dei veri capolavori 🙂
Sarà perché la luna di Giove si chiama Europa, o forse anche per il momento in cui viviamo che ci porta ogni giorno a dubitare della veridicità di immagini e notizie… in effetti forse era meglio proporla per il primo di aprile…
Ma non ho resistito…
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La fotografia ha attraversato molte fasi, dagli albori in cui il processo era difficile e laborioso, riservato solo ai professionisti, ad oggi che tutti hanno una potente microcamera digitale sempre in tasca. È stato un percorso di evoluzione ed innovazione con alcuni protagonisti fondamentali. Tra questi un marchio capace di innovare a tutto tondo ed aprire la strada non solo negli aspetti tecnici, ma anche in quelli comunicativi e commerciali; quel marchio è senza dubbio Kodak.
Gironzolando in cerca di spunti natalizi, ho trovato innumerevoli esempi dell’attenzione che Kodak, fin dai primissimi tempi, ha sempre avuto per il Natale, facilitando così il processo di trasformazione della macchina fotografica da oggetto di nicchia, riservato a utenti evoluti o professionisti, a prodotto di massa. Sono annunci pubblicitari provenienti da tutte le epoche, materiale affascinante che ormai è da considerare a pieno titolo come appartenente alla storia.
Chi è appassionato di fotografia non può che provare un po’ simpatia, se non addirittura gratitudine, per chi ha saputo rendere questa forma d’arte così facile ed accessibile a tutti.
Buon Natale e Buone Feste!
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The Lusetti Family, Luzzara, Italy 1953 – Paul Strand – Copyright ©Aperture Foundation, Paul Strand Archive
Non so bene perché ma l’approssimarsi del Natale mi riporta a questa bellissima foto, che voglio riproporti. Paul Strand la scattò durante un suo periodo di permanenza in Italia nel dopoguerra, quando il grande fotografo americano stava lavorando con Cesare Zavattini ad un progetto che sarebbe diventato il libro “Un Paese”.
L’immagine è apparentemente semplice, ma fin dalla prima volta che l’ho vista mi è apparsa come un capolavoro di intensità, un ritratto fotografico straordinario anche per la storia che racconta. I protagonisti sono posti davanti a quella che si intuisce essere la loro casa, dalle condizioni dell’edificio e da tanti particolari che si possono notare, non è difficile dedurre che si tratta di persone povere; l’Italia usciva dall’abisso della seconda guerra mondiale e questa era una condizione molto comune in quel periodo.
Anche se aiutati dal titolo dell’opera, è chiara la sensazione che i cinque uomini ritratti siano fratelli e l’anziana donna la loro madre, figura la cui forza è accentuata dalla posizione centrale nella composizione.
E’ vestita in modo austero ed è immediato pensare che si tratti di una vedova. Erano passati già alcuni anni, ma la probabile perdita del marito durante la guerra è una tragedia che permea il bianco e nero di questa immagine.
Accanto a lei quello che, almeno a me, appare come il maggiore dei fratelli, colui che in qualche modo ha preso il posto del padre nella vita della famiglia. E’ l’unico del gruppo ad essere messo di fianco, appoggiato allo stipite, la testa leggermente piegata in avanti, quasi ad esprimere impercettibilmente il peso delle responsabilità della sua posizione.
L’intera composizione è magistrale. Il modulo circolare raggiato della ruota della bicicletta è ripreso dall’elemento posto sopra la porta e da quello che probabilmente è un mobile con specchio semicircolare posto nello scuro della stanza all’interno.
Le teste delle persone si trovano tutte su livelli diversi ed i loro sguardi, non indirizzati all’obiettivo, danno vita a piccoli rivoli di curiosità nell’osservatore. Cosa starà guardando per esempio l’uomo in piedi all’estrema sinistra? E suo fratello seduto accanto che guarda deciso verso destra?
E’ facile farsi trasportare da una foto come questa ed appassionarsi, chiedersi com’era la vita di questi Italiani del primo dopoguerra; immaginare, guardandoli in questa foto, i caratteri e le relazioni tra questi fratelli.
Un’immagine del nostro passato su cui non è male fermarsi a riflettere.
Buon Natale.
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Adesso sembra tutto così facile ed ovvio: basta agganciare la fantastica fotocamerina al suo supporto e via di selfie o video in HD.
Con questi piccoli ma sofisticati oggetti non ci sono piu problemi e si possono fare riprese in cielo come sott’acqua senza doversi troppo preoccupare di questioni tecniche come l’esposizione, la messa a fuoco o la durata della batteria.
Eppure fino a pochi anni fa non era per niente così: per lunghi decenni analogici, la cattura di immagini in soggettiva è stata una specialità difficile e praticata solo da veri esperti, in genere riservata al mondo del cinema e sempre caratterizzata da soluzioni estemporanee ed abbastanza artigianali.
Ho trovato su Kottke una piccola raccolta: sono foto di installazioni “on-helmet” che oggi fanno ridere ma che mostrano come, anche nel ricco e sofisticato mondo di Hollywood, non si andasse tanto per il sottile e, più che altro, si abbondasse con il nastro adesivo.
In alto puoi vedere come venne montata una fotocamera sul casco del leggendario pilota di Formula 1 Jackie Stewart per il GP di Monaco del 1966, mentre qui a fianco trovi il mitico Steve McQuenn che indossò un bell’armamentario fatto da cinepresa e batteria, per le riprese del film Le Mans del 1971.
Ma il top resta qui sotto l’installazione per il videoselfie d’epoca, direttamente con l’operatore “on board”… Altri tempi eh!

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L’assenza 3 – © Copyright 2012, Pega
Può il concetto di
attesa essere un tema fotografico? Certo, ed è proprio questa la piccola sfida che ti propongo per il centosessantacinquesimo weekend assignment.
Attendere, aspettare, indugiare, trattenersi, pazientare… tutti concetti simili ma diversi tra loro, sfumature che nella lingua parlata impariamo ad usare per riuscire ad esprimere ciò che vogliamo dire. Lo stesso vale con le immagini, e
l’attesa che ti propongo di immortalare in questo fine settimana è quella che potrà scaturire dalla tua creatività, da ciò che vorrai far vedere all’osservatore.
Attesa piacevole, odiosa, noiosa o carica di tensione. Ad aspettare potrebbe essere il soggetto, magari in attesa del ritorno di una persona cara, oppure di un avversario da affrontare. Ma ad attendere potrebbe essere anche il fotografo stesso, trovandosi poi a
fantasticare su questa attesa.
Compito concettuale dunque, su cui ti invito a cimentarti in questo fine settimana.
Buon divertimento e BUON WEEKEND!
p.s. Come al solito l’invito è a condividere i tuoi scatti a tema. Inserisci, in un commento, il link alla tua foto.
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Strane forme rimangono residue sul fondo della tazzina.
Forme che ad un occhio distratto non dicono niente ma che, fermandosi calmi ad osservare, rivelano pian piano delle figure: soggetti che sembrano germogliare mentre si guarda.
Quella sopra è una foto di Antologia, amica lettrice del blog, che tempo fa mi invitava a provare con questa sua immagine, ciò che definisco fotodegustazione .
E’ un modo di guardare le fotografie alla ricerca di elementi, sensazioni e visioni che emergono rilassandosi ed osservando con calma, a lungo, molto a lungo, proprio come quando si degusta un vecchio liquore o, in questo caso, un caffè raro.
Questo approccio alla “fruizione” della fotografia non segue un atteggiamento critico, è piuttosto un modo diverso e creativo di gustare un lavoro, cercando nuove proiezioni e significati.
La fotodegustazione è quindi simile alla classica lettura fotografica ma con un maggiore tentativo di proiettare nelle immagini realizzate da altri, sensazioni personali molto soggettive che possono anche andare oltre a quelle che erano le intenzioni dell’autore.
Per quanto mi riguarda, ho avuto bisogno di un po’ di tempo per iniziare a “gustare” bene questa immagine. Per me è quasi come se fosse una fusione di più dimensioni diverse, realtà parallele che convivono dentro questa tazzina.
Credo che le sensazioni che questa foto è in grado di trasmettere siano legate al riuscire a visualizzare le forme umane ed animali che sembrano affiorare tra le macchie e le linee dei fondi del caffè.
Se guardi bene, un profilo umano diviene visibile sul lato destro, ma c’è anche una moltitudine di piccole faccine ed occhietti che si accalcano al centro e possono assumere un carattere quasi inquietante, caratterizzando in modo particolare l’immagine.
Mi sono divertito a degustare questa tazzina e devo dire che non ho potuto fare a meno di pensare quanto questo esercizio possa essere simile a quello atavico della lettura dei fondi del caffè, dove le magari discutibili capacità divinatorie si sommano a quelle della pareidolia.
Ringrazio Antologia per il suo contributo e ti invito a dare un’occhiata al suo album Flickr dove puoi anche trovare questa foto ed i molti commenti e note che la accompagnano.
E tu cosa vedi e senti in questa foto?
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Ti piacerebbe vedere “fotodegustata” una tua foto ?
Bene, scrivi a pegaphotography@gmail.com allegando una tua fotografia o il link ad una immagine di tua produzione che vorresti vedere pubblicata qui.
La posterò volentieri con un mio tentativo di degustazione aperto ai contributi di chi vorrà partecipare con commenti ed osservazioni.
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Sì, la fotografia è una scusa: una scusa per imparare, muoversi, viaggiare, scoprire persone e pensieri nuovi; una scusa per conoscersi meglio, nutrire e coltivare la propria creatività; ma spesso è anche una scusa per vedere le cose da un diverso punto di vista.
Alcune persone colgono in pieno questa filosofia, anzi si spingono oltre. Tra questi c’è il mitico ma anonimo fotografo di matrimoni autore dello scatto qui sopra.
Dunque la fotografia può essere anche solo la scusa per… infilarsi sotto la gonna di una sposa. Che poi lo scatto (pubblicato) sia o meno significativo, che importa?
🙂 🙂 🙂

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Fotografare è bello, a volte difficile; sott’acqua lo è un po’ di più (sia bello che difficile).
Quella che vedi qui a fianco è considerata la prima foto subacquea e fu realizzata tra il 1893 ed il 1899 da un pioniere dell’esplorazione sottomarina: il francese Louis Boutan.
Nel 1893 Boutan realizzò, con l’aiuto del fratello, la sua prima fotocamera subacquea, uno strumento che, sebbene artigianale ed ingombrante, presentava caratteristiche molto evolute per il tempo, tra cui il diaframma regolabile.
Ma la vera sfida sott’acqua era la luce; lo sa bene chi ancora oggi si diletta con questa disciplina.
Nonostante le oggettive difficoltà tecniche e di sopravvivenza, in un ambiente in cui l’uomo si era appena affacciato, Boutan mise a punto vari dispositivi per illuminare bene i suoi soggetti ed evitare tempi di posa troppo prolungati. Ingegnandosi per riuscire a portare e far funzionare sott’acqua le varie attrezzature da lui costruite, sperimentò flash che bruciavano alcool in bulbi contenenti ossigeno puro e molti altri congegni da lui ideati, entrando di diritto nella storia.
Insomma Boutan fu davvero un grande, e forse l’unico vero fotografo subacqueo dei suoi tempi.
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Henri Cartier-Bresson – © Copyright Magnum Photos
Pare che il mistero riguardante la tomba di
Henri Cartier-Bresson non sia stato ancora risolto.
Come riportato sul sito
New Camera News, da anni si sta indagando su un inspiegabile fenomeno che interessa il sepolcro del grande fotografo noto a tutti per la sua capacità di cogliere
l’attimo decisivo. Un gruppo internazionale di scienziati studia da tempo il luogo dove il maestro riposa ed ha fatto una scoperta sensazionale:
Bresson è ancora morto, ma sta ruotando nella tomba.
Gli esperimenti iniziati nel 2007 con l’ausilio di speciali apparecchiature, evidenziano un movimento di rotazione che, dalle circa tre rivoluzioni all’anno misurate inizialmente, è aumentato nel tempo, arrivando nel corso del 2013 ad oltre ottocento rotazioni: più di due al giorno! Ed ancora aumenta.
Nei soli primi tre mesi del 2016 Bresson si è già rigirato oltre mille volte nella sua tomba. Se l’accelerazione continua a questi ritmi, non solo i ricercatori saranno costretti a passare dall’indicazione di “rotazioni all’anno” a quella di “giri al minuto” come per i motori, ma si rischierà un aumento della temperatura interna alla bara a causa dell’attrito e forse ci sarà il rischio di combustione.
Gli scienziati ipotizzano che il fenomeno sia legato all’aumento esponenziale ed incontrollato di fotografie definite impropriamente “di strada” (il genere che HCB aiutò a creare e definire) ed al loro imperversare sui social network.
Pare che i membri della famiglia Cartier-Bresson siano ormai decisi a lanciare un appello a tutti i fotografi del mondo per cercare di limitare il proliferare di insignificanti, inconsistenti e banali scatti di strada, in particolare in bianco e nero.
😀 😀 😀
Fonte NCN
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