
© Copyright Edoardo Agresti
E’ l’appello di un fotografo, parole lasciate nel tentativo di recuperare PC e hard disk contenenti il suo lavoro, rubati dall’automobile.
Ho trovato questa foto in un gruppo fotografico su Facebook e non ho potuto fare a meno di pubblicarla. Chissà, forse non servirà a niente, ma io ci provo e faccio comunque un tentativo, nella speranza di poter essere anche minimamente utile a questa persona.
Non so se nel frattempo il derubato sia riuscito o meno a rientrare in possesso delle sue cose, sopratutto della parte più importante ed insostituibile perché irripetibile: le fotografie. Lo spero proprio, ma nel frattempo che questa storia sia ancora una volta un’insegnamento per tutti. L’attrezzatura è importante e costosa ma le immagini sono il nostro vero valore. Proteggiamole sempre al meglio, innanzitutto duplicandole subito, appena possibile e non dimenticando mai di fare una delle cose più importanti ma anche più noiose e meno divertenti che la fotografia digitale ci ha regalato: il backup.
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Behind the Gare Saint-Lazare, 1932 Copyright © Henri Cartier-Bresson
“Se una foto è così poco interessante da farti notare la grana… allora vuol dire che è una foto veramente noiosa.”
Ai tempi della pellicola, quando il rumore si chiamava grana, questa frase circolava ogni tanto nei fotoclub.
Oggi forse non più. Abbiamo sviluppato una maggior sensibilità nei confronti della qualità delle immagini. Ci siamo abituati ad un livello tecnico molto più alto, favorito anche dalle grandi capacità delle nostre macchine digitali, che sono in grado di sfornare immagini di una qualità che in passato non era quasi concepibile.
Ma rumore, nitidezza e tonalità dei colori, rimangono aspetti, di certo rilevanti in una foto, ma non necessariamente i più importanti.
A volte capita che oggi venga dato più valore a questi elementi che non al messaggio, alla storia e alle emozioni che un’immagine porta.
Insomma, forse vale la pena avere un po’ di “grana” a cui far caso quando una foto non è interessante. No?
🙂
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La luce del sapere – © Copyright 2011 Pega
Anche per chi si interessa di fotografia, la forma scritta è una delle vie più efficaci per la trasmissione del sapere. É così per tante discipline, almeno da quando l’uomo ha superato la sola “tradizione orale”.
I libri sono insomma uno dei sistemi più validi che abbiamo per imparare e mi chiedo quindi perché molti fotografi continuino a snobbare uno dei testi più importanti a loro disposizione. Si tratta di un volumetto che spesso si riduce a poche decine di pagine e che tanto li aiuterebbe a migliorare. Di cosa sto parlando? Del manuale della fotocamera.
C’è poco da fare: conoscere intimamente le caratteristiche della propria macchina fotografica è una condizione minima per riuscire a fare delle buone fotografie e la fonte più autorevole non sono gli amici o i conoscenti che usano lo stesso prodotto, ma chi l’ha progettata e costruita.
Riesci ad immaginare un Weston, un Bresson o un Adams alle prese con una fotocamera che non sapevano usare con sicurezza? Avrebbero saputo regolarla ugualmente, con perizia e precisione, magari senza nemmeno guardarla, sfruttandola al meglio per realizzare le loro fotografie?
Difficile.
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Il tempo è uno dei cardini della fotografia. L’immagine fotografica è statica per sua natura, ma questa sua immobilità non definisce il lasso di tempo in cui il fotogramma è stato realizzato.
Una foto può essere stata scattata in un millesimo di secondo o durante un intervallo ben più lungo e questa caratteristica ha sempre segnato l’arte fotografica, mantenendone l’identità anche quando da essa sono derivate altre forme comunicative, come il cinema.
Oggi ti propongo qualcosa che forse rappresenta una nuova evoluzione, è una sorta di fotografia animata, il fotogramma che si espande dinamicamente nel tempo.
Holi tecnicamente è un video, ma se lo guardi capisci che in realtà è una cosa diversa, è un’opera a metà strada tra fotografia e filmato. Lo trovo bellissimo.
È stato realizzato da Variable, innovativa casa di produzione newyorchese che è una sorta di collettivo di creativi in grado di produrre, evidentemente, cose davvero notevoli.
Guardalo a schermo intero perché ne vale la pena.
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Ricevo ogni giorno domande da Plinky. E’ un sito, forse meglio chiamarlo un social network, che quotidianamente ti propone di scrivere qualche riga, dando una risposta alle sue domande che sono a volte banali, altre volte meno.
Oggi mi è arrivata questa: “You are receiving an award –- either one that already exists, or a new one created just for you. What would the award be, why are you being honored, and what would you say in your acceptance speech?”
L’ho trovata una domanda interessante, specie se declinata in fotografia e voglio girartela, chiedendoti di provare a dare le tue personali risposte. Eccola qui, tradotta e “fotograficamente modificata”:
Stai ricevendo un riconoscimento a carattere fotografico.
E’ un premio già esistente, oppure qualcosa di nuovo, appositamente creato per te.
Che cosa potrebbe essere questo riconoscimento? Perché verresti premiato?
Cosa diresti nel tuo discorso di accettazione?
Ovviamente è un gioco, una domanda aperta a tutti, che sonda nella nostra passione fotografica. Immagina che un giorno, all’improvviso, accada davvero una cosa del genere.
Non ti chiedo di postare qui la tua risposta (anche se darò il benvenuto a chi lo vorrà fare) ti chiedo solo di provare comunque a rispondere in modo sincero e personale, senza dover necessariamente riferire ad altri questo pensiero.
Credo si tratti di un interessante esercizio, utile ad approfondire la conoscenza di quell’artista che c’è in ognuno di noi.
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C’è una mostra che vorrei proprio andare a vedere, è l’esposizione di Polaroid giganti visibile presso la Reale Accademia di Spagna a Roma.
50X60 POLAROID GIGANTE è il titolo di una straordinaria rassegna di trenta opere realizzate nei primi anni novanta da artisti spagnoli di fama internazionale con l’ausilio di una fotocamera Polaroid Gigante.
Questa particolare macchina, costruita negli anni settanta e capace di realizzare immagini 50X70, è uno strumento con cui solo pochissime persone al mondo hanno avuto il privilegio di poter fotografare. Per usarla correttamente ci vuole l’ausilio di un tecnico specializzato e speciali pellicole. Oggi sono soltanto cinque gli apparecchi giganti di questo tipo ancora esistenti al mondo.
Il Centro andaluso di Fotografia ebbe a disposizione una Polaroid Gigante tra il 1992 ed il 1994 e, nell’ambito di un progetto di fotografia sperimentale, invitò a lavorare con questa macchina, un numero selezionato di artisti.
La rassegna propone una selezione di queste opere e sarà visibile fino al 31 ottobre.
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Il profilo del cormorano – © Copyright 2009 Pega
Non lo faccio quasi mai ma ogni tanto cedo alle eccezioni. Così ecco che oggi ti ripropongo un vecchio assignment, un tema che trovo tra i più stimolanti per un fotografo e che già sfruttai tempo fa nell’ambito di questa piccola tradizione della “missione fotografica”.
Per questo fine settimana l’idea che ti lancio è di dedicare un po’ di tempo a realizzare una: foto minimalista.
Il minimalismo è l’arte del levare, del riuscire a non aggiungere, del messaggio attraverso il minimo possibile di elementi… Ma è anche molto altro, è un intero filone, un genere artistico. Un vero e proprio stile.
Ammiro molto chi riesce bene in questo ambito e quindi dico… perché non provarci?
In questi giorni prova anche tu a fotografare “pensando minimale”. Cerca i segni, le geometrie, i piccoli dettagli isolati e tenta qualche scatto minimalista.
Poi, come propongo sempre, inserisci in un commento il link all’immagine che avrai realizzato. Condividere è divertente e può portare a vedere le tua foto visitatori che le apprezzeranno.
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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.
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The Witness – © Copyright 2009 Pega
Quella del cosiddetto “secondo punto di interesse” in fotografia, è una faccenda che mi ha sempre intrigato.
Viene chiamato in questo modo un soggetto secondario, più o meno defilato, che il fotografo decide di inserire nell’inquadratura.
Il secondo punto di interesse può essere posto ovunque, tipicamente su una delle linee della regola dei terzi, a fuoco o sfuocato, dipende tutto dalle scelte dell’autore che stabilisce come farlo dialogare o addirittura competere con il soggetto principale.
Piazzare un secondo punto di interesse è una scelta compositiva del tutto artistica: un’aggiunta che, se da un lato arricchisce e può contribuire a completare l’immagine, dall’altro la complica, rischiando di mettere a repentaglio la concentrazione dell’osservatore sul soggetto principale.
Il nostro occhio è naturalmente portato a muoversi nelle immagini ed il passaggio tra primo e secondo punto di interesse è qualcosa che può dare molto ad una fotografia, rafforzando il tema o la prospettiva e facilitando l’osservatore a proiettarci una storia.
La prossima volta che scatti pensa ad un secondo punto di interesse, e perché no, magari ad un terzo?
🙂
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Rue Mouffettard (1954) – Henri Cartier Bresson
Bello rompere le regole. Bello infischiarsene e mandare all’aria tutti i preconcetti, gli schemi, i vecchi e superati presupposti. Bello infrangere i limiti, le barriere create dai parrucconi.
Sì, ma per rompere le regole bisogna prima conoscerle, sapere almeno quali sono. Forse addirittura sapere perché erano state (magari erroneamente) poste ed anche dimostrare di saperle rispettare.
Una foto sciatta e sbagliata rimane una foto sbagliata, anche quando si cerca di sostenerne il valore innovativo o addirittura rivoluzionario.
Una foto che rompe le regole è tutt’altra cosa.
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Beach no more – © Copyright 2009 Pega
L’estate si avvia alla fine. Il calore accumulato comincia a scontrarsi con le correnti fredde che a settembre ricominciano ad insinuarsi giù per lo stivale ed ecco che ci aspettano i temporali.
Ogni anno in questa stagione mi capita di provare a fotografare i fulmini, ti ripropongo quindi il breve racconto di uno di questi esperimenti.
Il temporale si avvicinava minaccioso e così decisi di provare a catturare qualche saetta. Chi si è già cimentato sa bene quanto la cosa sia divertente anche se non sempre facile. Di certo c’è gente molto brava a farlo e su internet si trovano foto di fulmini veramente straordinarie.
Purtroppo non avevo a disposizione il treppiede. Mi piazzai quindi con la macchina fotografica ben appoggiata su un corrimano e, dopo qualche prova, impostai un ISO400 che, sulla mia macchina, è un ottimo compromesso tra sensibilità e rumore.
Con lo zoom regolato a 26mm scelsi un’apertura di f/7.1 che, con questa focale, garantisce allo stesso tempo buona nitidezza e grande profondità di campo.
La scelta per la velocità di scatto cadde su 1/60 sottoesponendo così di circa 2 stop, alla ricerca di quell’atmosfera cupa che vedevo nella realtà. Con questo tempo non ci sono problemi di mosso, anche nella condizione non perfetta di posizionamento della fotocamera. Credo comunque che, in eventuali futuri esperimenti, non disdegnerò di scendere ancora, magari a 1/25, sfruttando al massimo quella che è la durata del fenomeno del fulmine.
Il resto fu una serie di circa una cinquantina di scatti, una specie di “test dei riflessi”, cercando di immortalare “al volo” i fulmini che si manifestavano. Ne usciii con solo tre o quattro foto decenti.
Quella qui sopra è la più luminosa, le altre sono decisamente troppo cupe.
Qualcuno si chiederà perchè non ho optato per una lunga esposizione. Il temporale era molto minaccioso ma con poche e rare saette, la luce ridotta ma bellissima. Mi piacque provare a catturare la scena che vedevano i miei occhi, cercando anche di non sovraesporre troppo i lampi, ecco quindi l’idea dello scatto “fulmineo” 🙂
Non sono soddisfattissimo ma tutto sommato mi piace. Ci ritrovo l’atmosfera minacciosa di quel temporale, compresa l’affascinante e temibile essenza del fulmine.
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