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Posts Tagged ‘fotografia’

Sebastiao Salgado

Copyright Sebastiao Salgado

Salgado non ha bisogno di tante presentazioni. La sua carriera fotografica inizia negli anni settanta quando, dopo una missione in Africa, si rende conto che gli studi di economia e statistica non lo hanno portato ad un lavoro che davvero lo interessa. E così entra a far parte dell’agenzia Magnum per cui lavora fino al 1994 quando fonda il progetto Amazonas Images, una sorta di agenzia fotografica completamente dedicata al reportage umanitario e sociale.
Genesi è l’ultimo suo progetto fotografico, sarà esposto al museo dell’Ara Pacis a Roma dal 15 maggio al 15 settembre 2013. Si tratta di un lavoro che ci porta nei cinque continenti con immagini inedite caratterizzate dal bianco e nero tipico di questo grande fotografo.
Per chi volesse cogliere la particolare occasione di incontrare Salgado, il 13 Marzo ci sarà una conferenza stampa di presentazione della mostra con la partecipazione del fotografo presso la Casa del Cinema, in Largo Marcello Mastroianni (Villa Borghese) a Roma.

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10:30

10:30 (Winter Holter) – © 2011 Pega

C’è una cosa che spesso minaccia la nostra capacità di realizzare buone foto. È quel passo lesto che segna le nostre vite e delimita i momenti che dedichiamo alle nostre passioni, un ritmo che solo in poche occasioni ci permette di fermarsi a guardare, cogliere e sfruttare le tante opportunità fotografiche che ci si presentano.
Ma rendendosi conto di questo si può imparare a rallentare.
La prossima volta che esci con la fotocamera prova ad assumere un atteggiamento contemplativo, prenditi più tempo, molto più tempo per cercare le inquadrature e le composizioni.
E una volta che avrai rallentato… Rallenta ancora di più. Usa il treppiede, metti il fuoco in manuale e minimizza gli automatismi. Ragiona sulle foto cercando di previsualizzarle, accontentati di fare meno scatti, molti meno.
Le foto verranno fuori diverse, con qualcosa in più.

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Sorry, no more fuel...

Sorry, no more fuel… – © Copyright 2009 Pega

Rieccomi a proporti quella che è una piccola tradizione di questo blog: la “missione fotografica” del fine settimana.
Sono convinto che uscire con una sorta di incarico fotografico sia qualcosa che può facilmente fornire spunti creativi ed anche stimolare a capire meglio lo strumento che abbiamo in mano.

Per questo weekend il tema è un genere che personalmente trovo affascinante: cose e luoghi abbandonati.

Atmosfere malinconiche e segni del tempo che scende inesorabile sulle cose abbandonate e lasciate senza cura. Vecchi edifici in rovina o anche dettagli di oggetti di tutti i giorni, come il sellino arrugginito di una vecchia bicicletta dimenticata.
L'”abandoned” lo puoi trovare ovunque, basta uscire e cercarlo. Spesso è appena dietro l’angolo e non è sempre necessario addentrarsi in luoghi remoti.
Per fotografare l’abbandono con efficacia può essere importante scegliere con cura luce e trattamento, in modo da esaltare la drammaticità della scena e trasmettere all’osservatore emozioni forti.

Dunque, in questo weekend prova a cercare e fotografare l’abbandono, fanne il protagonista di qualche tuo scatto e poi, se vuoi, mostracelo postando un commento con il link alla tua foto.
Condividere con tutti i lettori del blog è divertente e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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Berenice_Abbott_by_Hank_ONeal_NYC_1979 Eccolo un altro esempio di fotografo fotografato, in questo caso una fotografa: Berenice Abbott, ritratta nel 1979 da Hank O’Neal.
Nata nel 1898 Berenice era originaria dell’Ohio ma negli anni dell’università si trasferì a New York, dove venne ospitata dall’anarchico Hippolyte Havel in una grande casa del Greenwich Village insieme a filosofi, scrittori e critici letterari. Mentre studiava scultura conobbe Man Ray che la invitò in Europa e così Berenice tra il 1921 ed il 1923, studiò scultura a Parigi e Berlino. In questo periodo Man Ray era alla ricerca di una collaboratrice: aveva bisogno di qualcuno che non sapesse niente di fotografia ed eseguisse solo precise indicazioni, così la assunse come assistente in camera oscura nel suo studio di Montparnasse.
Ma il talento fotografico di Berenice non era niente male e così nel 1926 tenne la sua prima mostra personale ed avviò uno studio tutto suo, concentrandosi principalmente sulle persone del mondo artistico e letterario. Ritrasse Jean Cocteau, James Joyce, e molte altre figure di passaggio a Parigi. Era brava e presto si sparse la voce che l’essere ritratti da Man Ray o Berenice Abbott significasse “essere qualcuno”.
Man Ray la introdusse alla fotografia di Eugène Atget del quale divenne una grande ammiratrice, fino a convincerlo a posare per il famoso ritratto che ho pubblicato in un precedente post. Atget era molto anziano; morì poco dopo quella foto e la Abbott con le sue iniziative e pubblicazioni fu determinante per tutto il successo postumo di questo grandissimo fotografo.
Negli anni trenta Berenice svolse un lavoro di documentazione della città di New York finanziato dal Federal Art Project e pubblicato nel 1939 in forma di libro col titolo di “Changing New York” che ricorda molto il lavoro svolto da Atget a Parigi. La Abbott usò per questo progetto una macchina fotografica di grande formato, ritraendo New York City con un atteggiamento davvero simile a quello del suo maestro Eugène Atget.
Ma la Abbott non fu solo una fotografa. Al suo attivo ci furono anche alcune invenzioni. Tra queste un cavalletto per creare effetti di distorsione in camera oscura ed una lampada telescopica, oggi nota da molti fotografi di studio come “autopole”, alla quale le luci possono essere attaccate a varie altezze.
Berenice Abbott fu parte importante del movimento della straight photography, il gruppo di fotografi che sosteneva l’importanza della fotografia non manipolata, un’impostazione che Berenice mantenne per tutta la sua lunga carriera e che contribuì a consacrarla come una delle principali eredi del grande Atget.

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Sortilegio

Sortilegio – © Copyright 2012 Pega

Gli ingredienti sono semplici: un movimento regolare ed una lunga esposizione.
Non ci vuole molto altro per cimentarsi in un genere che può dare dipendenza: l’astratto dinamico. Eh sì perché basta davvero poco per rendersi conto di quante possibilità si possono sperimentare. In genere si comincia per caso, provando a “vedere che effetto fa” a muovere la fotocamera ad otturatore aperto, scovando effetti curiosi tra luci ed ombre. Il passo successivo è cercare maggior qualità, correggendo i tempi di esposizione e migliorando la precisione del movimento, magari montando la macchina su un cavalletto. Poi arriva la fase finale, quando si cercano di comporre tra loro più movimenti diversi, in genere combinati con l’uso dello zoom.
Insomma ci si può divertire parecchio con questa storia degli astratti dinamici. Se non hai mai provato inizia con un’esposizione di mezzo secondo ed un preciso movimento lineare (orizzontale o verticale) che esalti i tratti tipici dello scenario che hai davanti. Un esempio classico è quello di muovere verticalmente la fotocamera mentre si fotografano degli alberi ma anche il movimento orizzontale può dare risultati interessanti, specie di fronte a scenari dominati da linee stratificate, l’importante è la precisione del movimento.
Tra le possibili tecniche sono da tenere in considerazione anche le rotazioni come l’avvicinamento (o allontanamento) dal soggetto, facilmente ottenibile con ottiche zoom.
In genere si va per tentativi, arrivando a trovare una combinazione di movimenti che risulta più o meno armoniosa.
Il mio scatto sopra è uno zoom-out combinato con una rotazione. Tempo di esposizione circa un secondo.
Buon divertimento!

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:-( + :-) :-)

🙂 + 🙂 🙂 – © Copyright 2009 Pega

Robert Capa diceva: “Se le tue foto non sono buone vuol dire che non sei abbastanza vicino al soggetto”. Hai mai pensato a quanto è importante la distanza fisica che separa il fotografo dal soggetto e quanto ciò contribuisca a quello che la foto comunica?
La distanza effettiva è un elemento che in qualche modo influisce sul risultato della fotografia perchè “l’obiettivo osserva in entrambe le direzioni” e più si è vicini più si entra inevitabilmente a far parte della scena.
Fotografare una persona da lontano non è la stessa cosa che farlo a distanza ravvicinata, non c’è teleobiettivo che possa sostituirsi alla componente fisica dell’evento.
Non voglio dire che sia sempre e comunque meglio essere vicini al proprio soggetto, intendo solo sottolineare la differenza che c’è tra le due situazioni.
Da lontano si ha distacco, freddezza, minore coinvolgimento… con il teleobiettivo si è al di fuori della scena, è un’osservazione asettica, non ci si intromette, non si introduce alcun elemento di disturbo… il soggetto può rimanere inconsapevole e non tende a coinvolgere il fotografo.
Da vicino si è invece “insieme” al nostro soggetto, partecipi della scena con tutto quello che ne può conseguire. La foto a distanza ravvicinata obbliga il fotografo a manifestarsi, a rendere esplicite le sue intenzioni, a farsi a sua volta osservare.
Anche quando il soggetto è una cosa inanimata, la foto a distanza ravvicinata ha un sapore diverso. Mentre si fotografa si percepiscono i dettagli, a volte suoni ed odori, si coinvolgono insomma anche gli altri sensi… e questo può rendere diverso l’atto stesso del fotografare e quindi anche la foto.
Scattare da vicino è poi a volte anche una vera sfida, specie con se stessi. E solo raramente ci si pente di averci provato.
🙂

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Automotive

Automotive – © Copyright 2010 Pega

A tutti ogni tanto capita di trovarsi in una fase di stanca. E’ quel momento dove la creatività è come affievolita, le idee non arrivano e sembra mancare anche la voglia. Gli scrittori la chiamano sindrome della pagina bianca.
Non è grave. Basterebbe solo un po’ di movimento.
Cosa intendo? Dico che per trovare nuovi spunti e ridare vita al processo creativo serve un minimo di attività, anche solo vagamente correlata alla fotografia. L’importante è non sedersi ad aspettare, ma fare qualcosa, in modo da riguadagnare un po’ di inerzia.
Lavorare sulle vecchie foto, andare ad una mostra, leggere un libro, fare un workshop o una photowalk. Va bene tutto, l’importante è vincere la stasi. E’ così che le idee tornano quasi per incanto a fluire.
Il paragone che faccio spesso è quello del servosterzo: quando le comuni automobili non ne erano provviste ci si rendeva facilmente conto che solo muovendo leggermente il veicolo si riusciva a far sterzare le ruote. Da fermi era quasi impossibile.
Oggi è meno frequente fare questa constatazione dato che anche le utilitarie più economiche hanno il servosterzo. Non solo, abbiamo “servosterzi” di varia natura ovunque, anche nelle nostre fotocamere ormai dotate di ogni possibile automatismo. E così ecco il pericolo di impigrirsi, abituarsi a fare sempre meno fatica, fino a fermarsi, diventare statici e dimenticare quello che è un principio tipico di molti processi naturali: la nascita di cose nuove è sempre legata al movimento.

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20130215-165309.jpg

Nel mondo del cinema ci sono molti film dove la fotografia riveste un ruolo importante e così quando mi capita di scoprire o riscoprire una pellicola che manifesta questa caratteristica, non resisto a farci un post, proprio come già in passato ho fatto con Smoke o Blow-up.
Memento è un thriller del 2000 dove il protagonista Leonard Shelby (Guy Pearce) ha perso la memoria a breve termine: ricorda tutto quello che è accaduto prima dell’aggressione in cui è stata uccisa sua moglie, ma dimentica tutto quello che succede nel presente.
Vuole rintracciare ed uccidere l’assassino, ma con questo handicap la missione è al limite dell’impossibile.
Ma Leonard ha un metodo: annota tutto, sulla carta come sul suo stesso corpo, tatuandosi addosso le informazioni da trattenere, come nomi, indirizzi e fatti. Inoltre fotografa tutto con una polaroid che porta sempre con sè per fissare ciò che solo con l’immagine si può descrivere.
Ogni volta che perde la memoria riparte come da capo, ed è costretto a fidarsi delle sua “tracce”.
È una splendida metafora dell’importanza che la parola scritta e le immagini hanno per l’uomo, la cultura e la memoria storica, ma come fotografo devo sottolineare un altro messaggio significativo.
Leonard è costretto continuamente a scrivere note e commenti sulle polaroid. Le immagini da sole non bastano, non hanno sufficiente significato. L’immagine è incompleta senza la parola. L’insegna di un locale o il viso di una persona non sono utili senza informazioni scritte.
È qualcosa che mi ha fatto ripensare a qualche vecchio post in cui sostenevo l’importanza del titolo e delle parole che accompagnano la fotografia.
Non è una regola fissa ma Memento ci ricorda che senza una opportuna comunicazione che permette all’osservatore di contestualizzare ed interpretare, la fotografia può rischiare di perdere parte del suo significato.

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Iphone sky

The best camera… © Copyright 2009 Pega

Strano, è un assignment che ancora non avevo proposto, o almeno non così precisamente. Si tratta di un soggetto che, quando si è appassionati di fotografia, prima o poi si affronta e così eccoci qua. Per questo fine settimana il tema è facilissimo (o forse difficilissimo): le nuvole.
Basta alzare lo sguardo e… sono quasi sempre li, pronte a farsi immortalare. Sono mutevoli, affascinanti, misteriose.
Per questo weekend assignment rendi le nubi le protagoniste assolute di qualche tuo scatto, cerca strane forme, geometrie o animali. Puoi interpretare questo tema come vuoi, sfruttando l’alba o il tramonto, il contrasto col sole o il flirt con la terra: il cielo è sempre spettacolare e sa regalare grandi immagini, addirittura anche di notte,
In questi giorni, se ti va, svolgi questo assignment realizzando qualche bella fotografia alle nuvole. Poi, come sempre propongo, pubblica in un commento a questo post, il link alla tua foto.

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20130213-111030.jpg

Era il 17 Dicembre del 1903 quando un certo John Thomas Daniels Jr. scattò una delle foto più famose di tutti i tempi.
John non era un fotografo, anzi quella era la prma volta che aveva a che fare con un apparecchio fotografico. Insieme a tre colleghi della “Life Saving Station” (una sorta di Guardia Costiera del tempo) stava dando una mano ai fratelli Wright sulla spiaggia di Kitty Hawk in North Carolina. Stava per assistere ad un evento epocale: il primo volo di un aeroplano.
La fotocamera, una Gundlach Korona 5×7, era di proprietà dei Wright. Prima del volo, Orwille Wright la sistemò sul treppiede, regolò il fuoco e preparò la lastra, poi spiegò a Daniels come far scattare l’otturatore.
I due fratelli si giocarono a testa o croce l’onore di quel primo volo. Fu Orwille a salire ai comandi, suo fratello Wilbur accompagnò correndo il Flyer mentre si staccava dal suolo.
Daniels scattò la fotografia. Erano entrati nella storia.

Lo sai cosa disse Orwille Wright una volta atterrato? Pensi forse che se ne uscì con qualche parolona o frase storica adeguata a sottolineare un evento così significativo come la realizzazione del sogno di volare? No, niente del genere.
Appena fu di nuovo al suolo Orwille scese dall’aereo e da lontano urlò a John Daniels: “Hai fatto la foto?!

🙂

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