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Archive for the ‘History of photography’ Category

“Signal” di John StanmeyerSignal” di John Stanmeyer è la foto che, pochi giorni fa, ha vinto il World Press Photo of the Year 2013, il più importante premio mondiale di fotogiornalismo.
L’immagine, che fa parte del reportage “Il viaggio più lungo” pubblicato a Dicembre 2013 sul National Geographic, è stata scattata a Gibuti, il piccolo stato nel corno d’Africa divenuto tappa obbligata dei percorsi seguiti dai migranti provenienti dai paesi limitrofi. Si vedono alcune persone che alzano il cellulare in cerca di segnale. Sono somali, la spiaggia in cui si trovano è rivolta verso la terra da cui provengono e la speranza è di carpire un barlume di linea per entrare in contatto con i propri cari, inviare loro un messaggio rassicurante, dare un ultimo saluto prima di affrontare il vero viaggio.
Questo il commento di un membro della giuria, Jillian Edelstein: “È una foto collegata a tante altre storie e invita a discutere sui temi della tecnologia, della globalizzazione, dell’emigrazione, della povertà, della disperazione, dell’alienazione e dell’umanità. Si tratta di un’immagine molto raffinata, ricca di sfumature. È così sottilmente realizzata e in modo così poetico, sebbene sia piena di significato, da sollevare questioni di grande gravità e preoccupazione nel mondo odierno”.

A me la foto piace molto, per la sua solo apparente semplicità, ma anche per la forza che trae dal titolo, che la completa e la potenzia, dandole una gran forza evocativa. Uno dei tanti casi in cui immagine e parole ci regalano insieme un’opera d’arte di livello superiore.

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MagicubeSe non li ricordi meglio per te, vuol dire che sei ancora abbastanza giovane 🙂
I cubi flash furono introdotti negli anni settanta e rappresentarono una vera innovazione. Prima si dovevano inserire lampadine al magnesio direttamente sui contatti del flash: una lampadina per ogni foto. Erano delicate ed avevano continui problemi elettrici che causavano cilecche e scatti rovinati: una vera noia. Con il cubo tutto divenne più semplice: conteneva quattro lampadine con relativo riflettore e si inseriva in un apposito alloggiamento sulla fotocamera. Dopo ogni foto ruotava per presentare la nuova lampadina pronta per l’esposizione successiva. Quattro foto senza pensieri, poi il cubo si buttava e ce ne voleva un altro. Anche se un po’ costosi, per quei tempi erano una meraviglia.
Ma la vera rivoluzione commerciale furono i Magicube, che funzionavano senza contatti elettrici grazie ad un comando meccanico che innescava un piccolo fulminante contenuto nel cubo stesso. Erano contrassegnati da una X e divennero lo standard per nuove fotocamere popolari più semplici ed economiche, non dotate di batteria e circuiti elettrici.
In quegli anni è così che si andava ad una festa: la Kodak Instamatic e tre cubi flash. Dodici scatti da centellinare.
I Magicube sono ormai un ricordo, la produzione è più o meno cessata verso la fine degli anni ottanta, anche se non è impossibile trovarne ancora qualcuno.
Se un giorno te ne dovesse capitare un esemplare tra le mani, trova una vecchia macchinetta in grado di scattare con questi flash e non perderti l’emozione antica di un bel lampo al magnesio.

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Abbey_Road_BackstageAdoro le foto di backstage. Mi piace studiarle immaginando la scena nel suo dinamismo: il fotografo al lavoro, gli assistenti, i soggetti in attesa dello scatto.
Osservando con attenzione queste immagini si può imparare molto, ma a volte c’è qualcosa di più: si ha l’opportunità di assaporare il momento da cui è nata un’opera celebre.
Amo in particolare i backstage d’epoca, come questa foto dei Beatles mentre si preparano ad attraversare Abbey Road, giusto pochi istanti prima del famoso scatto che fu poi scelto come copertina dell’album; un’ immagine divenuta iconica, passata alla storia.
E’ la mattina dell’otto agosto 1969. Al fotografo Iain Macmillan sono stati concessi una decina di minuti. Un poliziotto blocca il traffico per permettergli di posizionarsi su uno sgabello in mezzo alla strada, dare qualche indicazione allo staff ed ai Beatles e poi realizzare qualche scatto.
Lennon si aggiusta i pantaloni, McCartney sistema la giacca a Ringo Starr che parla con una signora, forse una passante che prova a dargli qualche consiglio su come suonare meglio la batteria. Harrison se ne sta in disparte, il viso nascosto dalla lunga chioma.
Non ho dubbi: io avrei messo questa foto come copertina dell’album.
.
🙂

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Stainless - Adam MagyarLa fotografia è nata statica, la sua caratteristica primaria è catturare la realtà congelandola in una immagine fissa. Esistono però tecniche, derivate dalla fotografia, che si discostano solo di poco dal concetto originale. Sono mutazioni che per complessità realizzativa sono da considerarsi ormai lontane dalla fotografia classica, ma per quanto riguarda la fruizione, le sono vicinissime e portano un valore nuovo. È il caso delle riprese ad alta velocità. Questa tecnica era un tempo riservata solo a pochi fortunati in grado di permettersi attrezzature costose e sofisticate. Oggi però sono arrivati sul mercato dispositivi dal costo ben più abbordabile, capaci di ottime prestazioni “high speed”.
Guardare con calma un’opera come Stainless di Adam Magyar, è un’esperienza che ha un forte legame con un certo modo di “gustare” la fotografia statica. L’occhio scorre alla scoperta dell’immagine, trova dettagli, emozioni, storie e movimento. Un movimento lieve, a tratti quasi impercettibile. Se nella fotografia statica è la mente dell’osservatore a dover proiettare il dinamismo, qui questo elemento è contenuto nell’opera stessa. Viene sussurrato, quasi suggerito all’osservatore, che è comunque lasciato libero di continuare a proiettarci la sua lettura.
Chissà se questa tecnica avrà sviluppo o meno. Per il momento la trovo quantomeno interessante e dalle notevoli potenzialità.
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Hasselblad Lunare

Image courtesy of WestLicht

E’ l’unica macchina fotografica tornata sulla Terra dopo esser stata sulla Luna, la Hasselblad 500 HEDC che andrà all’asta da Westlich il prossimo 22 marzo.
Fu usata dall’astronauta Jim Irwin, nel 1971, durante la Missione Apollo 15 ed è una delle quattordici fotocamere di questo tipo usate dalla NASA per le missioni Apollo dalla 11 alla 17.
A differenza delle sue simili, che una volta spogliate dalle pellicole rimasero sulla Luna sostituite dall’equivalente del loro peso in campioni di polvere e rocce, questa fece ritorno a casa.
Jim Irwin la usò per realizzare 299 fotografie durante i tre giorni di permanenza sulla superficie lunare ed altre 96 durante il viaggio di ritorno.
Si prevedono puntate che supereranno i 150,000€.
Hai intenzione di partecipare?
🙂

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Saudek

The slavic girl with her father – © Copyright Jan Saudek

La manipolazione delle fotografie non è iniziata con il digitale e già molto prima dell’avvento di Photoshop, c’era chi sperimentava e si divertiva a scoprire nuovi effetti.
Fin dall’Ottocento si erano messe a punto tecniche di alterazione e colorazione, ed in più di un caso ci furono artisti che ne fecero il loro segno distintivo.
Ma in tempi più recenti, non molti anni prima dell’avvento del digitale, c’è stato un fotografo pittore che ha esplorato in modo molto personale questo terreno: si tratta dell’artista ceco Jan Saudek.

Hey Joe, after thirty years.. , 1989

Hey Joe, after thirty years.. , 1989

Nato a Praga nel 1935, da bambino subì l’orrore della deportazione e, dopo la guerra, iniziò a creare le sue opere in uno scantinato dall’intonaco scrostato, nascondendosi al mondo.
Le sue sono immagini a metà strada tra realtà e sogno, surreali, bizzarre, a volte forti ed inquietanti, quasi sempre a sfondo erotico. Scatti nati in bianco e nero, che Saudek manipola colorandoli per trasformarli in immagini dallo stile inconfondibile.
Saudek o si odia o si ama. Alcune sue opere sono state scelte come copertine di album musicali, mentre in altri casi sono state accusate di oscenità ed escluse da esposizioni pubbliche, come lo scorso anno alla Foto Biennale internazionale australiana di Ballarat, dove la sua foto “Black Sheep and White Crow” è stata rimossa a seguito di accuse di incitamento alla prostituzione minorile.
Saudek è tuttora in attività e questo é il suo sito ufficiale.

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Elliott Erwitt

Manichini a Parigi – Copyright 1951, Elliott Erwitt

Mi fa uno strano effetto notare che siamo al centesimo Weekend Assignment. Cento spunti fotografici su cui provare ad esprimerci e confrontarci, cento occasioni per cimentarsi, magari con un genere che non si era mai affrontato. Del resto sono solo cento delle migliaia di “missioni” che si potrebbero inventare e l’idea di fondo è rimasta la stessa che proposi ormai quasi quattro anni fa con il primo assignment: uscire con un compito preciso, provando a tornare a casa con almeno uno scatto rispondente a quanto assegnato. Semplice ma non sempre facile.
Ed eccoci dunque al tema di questo centesimo weekend assignment, in cui ti propongo di fotografare i: manichini.
I manichini sono un soggetto formidabile: sembianze umane o quantomeno antropomorfe, posizioni rigide e spesso curiose, sguardi assenti o volti addirittura indefiniti. Attendono pazienti lo scorrere del tempo, in vetrine in cui si formano incredibili giochi di luce e riflessi che si intrecciano con i capi o gli oggetti in mostra.
Il manichino è poi il modello perfetto. Può posare per sempre, senza lamentarsi, senza trasmettere al fotografo inquietudine o ansia, non protesterà né giudicherà il risultato.
Fotografare un manichino è qualcosa a metà strada tra il ritratto e lo still life, un terreno su cui non tutti si trovano a proprio agio, ed è forse per questo che non sono molti i fotografi che amano questo genere. Ce n’è però uno celebre: è Elliott Erwin, che più volte dedicò i suoi scatti a quelle strane ed inquietanti creature imprigionate nelle vetrine della Parigi degli anni cinquanta.
Insomma, in questo weekend prova a misurarti con questo tema, poi, com’è tradizione del blog, ti invito a condividere il risultato inserendo un commento con il link alla tua immagine.
Sarà divertente confrontare i nostri scatti e far vedere la tua foto ai visitatori.

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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Warhol by Avedon

Andy Warhol – Copyright 1969, Richard Avedon

Era il 3 giugno del 1968 quando Valerie Jean Solanas, una giovane scrittrice che aveva sottoposto un suo dramma teatrale ad Andy Warhol chiedendogli di produrlo, entrò nello studio dell’artista sparando diversi colpi di pistola. Ferì gravemente Warhol, mentre il suo curatore e compagno di allora Mario Amaya ed il manager Fred Hughes se la cavarono con poco.
Il manoscritto Up Your Ass, della Solanas lo aveva incuriosito ma anche sorpreso per quanto fosse pornografico. Warhol addirittura sospettò una trappola della polizia, con cui già aveva avuto problemi per la censura di alcune sue opere cinematografiche considerate oscene, decise quindi di metterlo da parte. Ma la Solanas lo rivoleva indietro. All’ammissione di Warhol di averlo smarrito e di non essere disposto a pagarle una somma di denaro, la situazione precipitò.
L’artista lottò tra la vita e la morte, poi sopravvisse per miracolo. Sottoposto a complicati interventi chirurgici, riportò postumi permanenti, rimanendo molto segnato anche a livello psicologico.
Nell’agosto del 1969 Warhol acconsentì alla proposta di Richard Avedon di ritrarlo nel suo studio, ad un anno da quel difficile momento, decidendo così di mostrare le sue cicatrici al mondo.

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Susan Sontag

Susan Sontag – © Copyright 1975, Peter Hujar

Susan Sontag è stata una delle figure più interessanti che il mondo della fotografia abbia mai conosciuto. Non era una fotografa ma un’intellettuale, una scrittrice dal profondo spirito critico ed analitico, capace di una visione innovativa e molto indipendente.
Nei suoi scritti la Sontag propose un approccio all’arte che risultava antiaccademico, spesso in conflitto con il classico stile intellettuale che contraddistingueva (e contraddistingue tuttora) molta critica. Tra le sue idee c’era la necessità di riscoprire un rapporto diretto con l’arte, meno mediato, la ricerca di una componente fisica e sensuale, un discorso che la Sontag portò avanti fin dagli anni sessanta, facendone un obiettivo contestuale al movimento di liberazione ed emancipazione sviluppatosi in quel periodo.
Negli anni ottanta sviluppò una importante relazione con la fotografa Annie Leibovitz. Fu un rapporto affettivo ma anche una sorta di simbiosi culturale che portò le due donne a scambiare esperienze e visioni inserendole nel vivace contesto artistico di quegli anni.

Sulla Fotografia_sontagSe ne hai voglia ti consiglio vivamente il breve ma sostanzioso saggio che la Sontag scrisse nel 1973 intitolato “Sulla Fotografia“. E’ un libretto che rimane attualissimo e che, a mio parere, non dovrebbe proprio mancare sul comodino (non la libreria) di ogni fotografo.
Eccotene un passaggio:

“L’umanità si attarda nella grotta di Platone, continuando a dilettarsi, per abitudine secolare, di semplici immagini della verità. Ma esser stati educati dalle fotografie non è come esser stati educati da immagini più antiche e più artigianali: oggi sono molto più numerose le immagini che richiedono la nostra attenzione; l’inventario è cominciato nel 1839 e da allora è stato fotografato quasi tutto, o almeno così pare; questa insaziabilità dell’occhio fotografico modifica le condizioni di prigionia in quella grotta che è il nostro mondo; insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie alterano e ampliano le nostre nozioni di ciò che val la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare; la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini; nelle fotografie l’immagine è anche un oggetto, leggero, poco costoso, facile da portarsi appresso, da accumulare, da conservare
Le fotografie sono forse i più misteriosi tra gli oggetti che formano, dandogli spessore, quell’ambiente che noi definiamo moderno. Esse sono in realtà esperienza catturata, e la macchina fotografica è l’arma ideale di una consapevolezza di tipo acquisitivo.
Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabile con il mondo una relaziona particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere.”

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Che Guevara

Guevara by Burri – 1963

E’ raro poter accedere al percorso creativo che sta dietro ad una foto divenuta celebre ed importante. E’ raro e difficile perché tutti gli artisti, in questo i fotografi non fanno eccezione, sono in genere restii a condividere questa fase del processo. Ma esistono eccezioni. Ne parlai in un vecchio post, citando il caso del ritratto di Igor Stravinsky realizzato da Arnold Newman e della possibilità di vedere per intero quel rullino, potendo osservare il percorso seguito dal fotografo per arrivare all’immagine finale.
Oggi è il caso di un altro raro esempio. Sono le fotografie realizzate da René Burri a Che Guevara nel 1963, durante un’intervista. E’ il rullino da cui fu poi scelta una delle immagini più iconiche e famose di questo personaggio. I provini sono posti su una scheda dell’agenzia Magnum, proprio come potremmo trovarli aprendo il cassetto dell’archivio di Burri. Sono foto abbastanza diverse tra loro ma anche coerenti, scattate in un contesto al cui proposito Burri ricorda: “Capii subito che non gli piaceva posare per le foto. Il Che, irritabile, fumava il suo sigaro. L’intervista con la giornalista durò circa due ore. L’incontro si trasformò presto in scontro ideologico. Cercò di spiegare alla giornalista statunitense i benefici della rivoluzione cubana. Resti agli atti che non mi offrì nemmeno un sigaro”.

Lo scatto più famoso non è quello finale. Non è un percorso di ricerca come nel caso dello Stravinski di Newman, piuttosto una selezione a posteriori. E’ una lezione di come la capacità di critica ma anche di valorizzazione del proprio lavoro sia una risorsa che ogni fotografo deve saper coltivare e raffinare. Un aspetto fondamentale per poter davvero considerare completo il proprio percorso creativo.

burri provini Che Guevara

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