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Archive for the ‘Photography portraits’ Category

FamilyÈ estate, fa caldo, si va in vacanza, ci si mette in costume.
Succede che poi, magari complici due birrette di troppo, partano gli immancabili scatti di famiglia ed i selfie con gli amici.
Va tutto bene, ci mancherebbe, il fatto è che però qualcuno sfodera roba davvero stupefacente.

D’accordo che le alte temperature danno un po’ alla testa, ma a me pare che in giro per ‘sti social stiano circolando foto piuttosto inquietanti!
Questi sono solo due esempi.

😀 😀 😀
Famiglia inquietante

[Fonte: www.lolwot.com]

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Per ottenere qualità professionale, non sempre è necessario spendere una fortuna in attrezzatura.
Sul sito Iso 1200 ho trovato l’esempio del fotografo Michael Zelbel: un sacchetto da shopping bianco con dentro un flash, ed ecco pronto un semplice sistema per illuminare, con una luce delicata e diffusa, i nostri ritratti.
Il flash viene posto nello shopper in modo da dirigere il lampo verso l’alto, giusto nell’apertura del sacchetto, che viene posto molto vicino al soggetto, ottenendo un effetto light box davvero degno di questo nome.
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Le TED (Technology Entertainment and Design) sono conferenze organizzate da Sapling, una fondazione privata no-profit che si prefigge di diffondere idee e conoscenza.
Inizialmente orientate verso argomenti tecnici, le TED talk si sono sempre più spinte ed aperte ad altre questioni, proponendo ospiti di grande spicco, come premi nobel, figure di rilievo del mondo scientifico, della ricerca o della società e mettendo i loro interventi a disposizione gratuita sul web.
Tra queste Ted talk è stata pubblicata, proprio pochi giorni fa, una conferenza di Jimmy Nelson, un fotografo che ha dedicato anni ad un progetto teso a documentare culture indigene che stanno scomparendo.
In questo video di diciassette minuti, Nelson ci mostra alcuni meravigliosi ritratti realizzati per questo lavoro e condivide le esperienze vissute durante questo affascinante progetto.
Buona visione.
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Ansel Adams e Imogen Cunnighmam - Copyright Alan Ross

Ansel Adams e Imogen Cunnighmam – Copyright Alan Ross

Dopo un po’ di tempo torno a proporre un fotografo fotografato, in questo caso gli artisti ritratti sono due e si tratta di soggetti senza alcun bisogno di presentazioni.
Il cortocircuito fotografico di oggi è infatti dedicato a due grandi maestri della fotografia del novecento, figure che forse più di altre hanno lasciato il segno: Ansel Adams ed Imogen Cunningham.
Sono due artisti assoluti, punto di riferimento per almeno due generazioni di fotografi. Su di loro è già stato scritto tutto ed anch’io li ho già citati più volte, specie per la loro innovativa e particolare inclinazione a condividere, trasmettere e lasciare agli altri il loro sapere, attraverso tutti i mezzi a disposizione e, di fatto, inventando quello che oggi è il moderno concetto di workshop fotografico.
Due figure mitiche, splendidamente ritratte da Alan Ross, stimato fotografo che fu prima allievo e poi assistente dello stesso Ansel Adams.

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I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa
#9: Robert Mapplethorpe (con Patti Smith) fotografati da Norman Seef
#10: Szarkowski fotografato da Winogrand fotografato da Friedlander
#11: Andy Warhol fotografato da Robert Mapplethorpe
#12: Henri Cartier-Bresson fotografato da René Burri
#13: Dennis Stock fotografato da Andreas Feininger
#14: Diane Arbus fotografata da Mary Ellen Mark

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In una recente intervista su Photofocus all’ottantaquatrenne Jay Maisel, leggenda vivente della Fotografia e vincitore di un’infinità di riconoscimenti, ho letto una sua frase:

“Ci sono solo due tipi di fotografie:
quelle che scatti a ciò che che vedi per poterlo condividere,
e quelle che fai per tenerle solo per te”

Se si accetta questa classificazione, si realizza che nel primo caso tutto ruota intorno al soggetto, all’importanza che il fotografo gli assegna ed alle sensazioni che questi confida possano nascere nell’osservatore. C’entrano poco tecnica ed attrezzature, le emozioni dominano.
Nel secondo caso lo scenario cambia, o meglio può cambiare. Le fotografie che scattiamo solo per noi possono contenere anche elementi diversi. In effetti, se la destinazione è solo personale, si è liberi di andare alla ricerca di aspetti particolari che sappiamo potrebbero non avere senso per altri. Cose che non vogliamo o possiamo condividere e che sentiamo non destinate ad essere fruite o capite da osservatori terzi.
E le tue foto? Quanto ricadono nell’una o l’altra categoria?
Comunque sia, eccoti uno splendido breve documentario su Jay Maisel. Sono sette minuti ben spesi.
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Sorriso in dagherrotipoOggi tutti considerano normale la foto di un sorriso, eppure c’è stato un tempo in cui le cose non stavano così ed i ritratti raffiguravano sempre persone serie. Quella qui sopra è una delle prime fotografie di un uomo che ride. Si tratta di un dagherrotipo realizzato intorno al 1850 ed il tizio immortalato fu bravo a restare così immobile per i circa due minuti che al tempo erano necessari.
I lunghi tempi di esposizione richiesti dalle prime tecniche fotografiche erano una delle ragioni principali dell’assenza del sorriso all’alba della fotografia. Non era facile mantenersi immobili e naturali per gli interminabili minuti richiesti dal dagherrotipo ed una posa rilassata era consigliata dai fotografi stessi. A questo si sommava la ricerca di solennità che il ritratto aveva da sempre richiesto nella tradizione pittorica, in particolare quella cristiana, dove il sorriso non era visto di buon occhio. Al proposito sono significative le parole di Jean-Baptiste De La Salle, sacerdote educatore dei primi del settecento: “Ci sono persone che sollevano così in alto il labbro superiore che i loro denti divengono quasi completamente visibili. Ciò è contrario al decoro, che proibisce di mostrare i denti, dato che la natura ci ha dato labbra con cui coprirli.

Non erano tempi facili per le persone allegre.

🙂

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Scattare una foto tecnicamente perfetta è oggi molto facile, le nostre fotocamere digitali e gli smartphone che sempre ci accompagnano, hanno la capacità di valutare tempi, esposizione e fuoco, meglio di un bravo fotografo. La tecnologia prova a sollevarci da molte di quelle che erano le storiche prerogative umane di scelta in fase di scatto, ma non proprio da tutte: la composizione rimane l’ultimo baluardo.
La scelta compositiva è ancora tutta in mano nostra ed in effetti non è difficile notare proprio questo tra i tratti che contraddistinguono i grandi fotografi, del resto la discussione sulle regole (o non regole) della composizione è antica e risale a ben prima che la fotografia fosse inventata.
In questo breve video che sta girando in rete, il famoso fotografo Steve McCurry ci propone i suoi consigli. Sono nove concetti di base, fondamenti ortodossi, senza pretesa di innovazione. Una via classica alla composizione che si può abbracciare o rifiutare, ma che rimane comunque un punto di riferimento ed uno stimolo da cui partire per creare un proprio stile.
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Cosplay beauty

Cosplay beauty – © Copyright 2010 Pega

Un ritratto, un semplice ritratto è quello che ti propongo come tema per questo fine settimana.
L’idea del weekend assignment è un esercizio per focalizzare la nostra attenzione fotografica indirizzandola verso un obiettivo assegnato. Nel tempo ho proposto vari temi in questa rubrica, ma in effetti il puro ritratto non è mai entrato nella lista.
Ed invece il ritratto è fondamentale in fotografia: si tratta di una delle primarie e più antiche applicazioni di questa invenzione.
Mentre qualcuno con i ritratti si confronta continuamente, c’è chi non ne realizza quasi mai e lo considera un genere ostico. Quel che è certo è che il ritratto è diretto, mette il fotografo in relazione con il soggetto creando una connessione emotiva inevitabile. Fare fotografia di ritratto può essere entusiasmante o anche imbarazzante perché è un genere che diviene più difficile proprio quando sembra facile, generando sia grandi soddisfazioni che delusioni notevoli.
Insomma, in questo weekend dedicati a sfornare qualche ritratto, ne vale la pena: scegli i soggetti giusti, decidi se dirigerli o lasciarli esprimere liberamente, l’importante è che siano consapevoli che li stai fotografando, solo così si può chiamare ritratto fotografico, altrimenti è candid camera.
Come sempre ti invito ad inserire in un commento il link al tuo scatto.
Buon fine settimana!
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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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20130203-190959.jpg

Il ritratto di un fotografo è una sorta di cortocircuito, un cerchio che si chiude. Quando poi il fotografo è un grande maestro, un protagonista della storia di questa forma d’arte, allora l’immagine assume un fascino tutto speciale.
É il caso di questo ritratto di Eugene Atget, il grande fotografo francese che visse a cavallo tra ottocento e novecento, considerato da molti come uno dei padri della fotografia moderna.
Atleti fotografò per oltre trenta anni la sua Parigi, un lavoro immane di oltre 10.000 negativi (che per i tempi erano un’infinità) teso a documentare una città che si stava trasformando, modernizzando, e che fissava non tanto con atteggiamento artistico quanto con un approccio che potrebbe essere definito come commerciale. Molti suoi scatti erano infatti realizzati per fornire materiale ai pittori ed agli illustratori di libri sulla città.
In questa sua ricerca Atget espanse le possibilità della fotografia e sviluppò un suo linguaggio fatto di poesia ed estetica formale che lo consacra tra i più importanti artisti della storia della fotografia.
Ed eccolo qui Eugene Atget, dopo quasi un secolo, qui sul tuo monitor.
Guardalo negli occhi, mentre si sta facendo fare un ritratto da Bernice Abbott in un bel pomeriggio del 1927.
Un cortocircuito con i fiocchi.

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Mamma Anastasia

In questi giorni ho notato un certo aumento di visite alla pagina di un mio vecchio post. Non ho idea di quale sia il motivo di questa maggior attenzione, ma rileggendolo ho pensato che forse è tempo di riprendere un po’ il filo di quel discorso…
Un paio di anni fa Anastasia Chernyavsky, una fotografa di origine russa, prese la sua fotocamera biottica e si fece un bel selfie, nuda allo specchio insieme alle sue due bambine. Pubblicò lo scatto sul suo album Photodom, qualcuno condivise quell’immagine su Facebook ed esplose un piccolo finimondo.
Una semplice foto, che può anche non piacere, ma che in fondo è solo personale e naturale espressione artistica di una mamma fotografa, non solo fece scattare la censura interna a Facebook, ma scatenò una incredibile pioggia di critiche ed accuse di volgarità.
Quello di Anastasia fu solo un piccolo caso, ma emblematico, che evidenziò la gravità della situazione paradossale a cui siamo da un po’ di tempo abituati. Sul web si trovano ovunque immagini di violenza inaudita, razzismo, tortura, abusi e prevaricazione, ci sono orrori ed oscenità a non finire, ma lo scandalo è una “mamma nuda con il seno sporco di latte”.
Chissà, forse tutto partì solo dalle maldestre politiche anti-nudo di Facebook, o da qualche benpensante di troppo, certo che riguardando anche le altre foto della Chernyavsky non ho potuto fare a meno di ripensare allo stile di Winn Bullock ed alle considerazioni sul rapporto che c’è tra immagini e momento storico che facevo in un vecchio post a proposito degli scatti di questo grande artista che, osservati con gli occhi di oggi, fanno sorgere qualche dubbio sul percorso evolutivo della nostra società.

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