Feeds:
Articoli
Commenti

20130215-165309.jpg

Nel mondo del cinema ci sono molti film dove la fotografia riveste un ruolo importante e così quando mi capita di scoprire o riscoprire una pellicola che manifesta questa caratteristica, non resisto a farci un post, proprio come già in passato ho fatto con Smoke o Blow-up.
Memento è un thriller del 2000 dove il protagonista Leonard Shelby (Guy Pearce) ha perso la memoria a breve termine: ricorda tutto quello che è accaduto prima dell’aggressione in cui è stata uccisa sua moglie, ma dimentica tutto quello che succede nel presente.
Vuole rintracciare ed uccidere l’assassino, ma con questo handicap la missione è al limite dell’impossibile.
Ma Leonard ha un metodo: annota tutto, sulla carta come sul suo stesso corpo, tatuandosi addosso le informazioni da trattenere, come nomi, indirizzi e fatti. Inoltre fotografa tutto con una polaroid che porta sempre con sè per fissare ciò che solo con l’immagine si può descrivere.
Ogni volta che perde la memoria riparte come da capo, ed è costretto a fidarsi delle sua “tracce”.
È una splendida metafora dell’importanza che la parola scritta e le immagini hanno per l’uomo, la cultura e la memoria storica, ma come fotografo devo sottolineare un altro messaggio significativo.
Leonard è costretto continuamente a scrivere note e commenti sulle polaroid. Le immagini da sole non bastano, non hanno sufficiente significato. L’immagine è incompleta senza la parola. L’insegna di un locale o il viso di una persona non sono utili senza informazioni scritte.
È qualcosa che mi ha fatto ripensare a qualche vecchio post in cui sostenevo l’importanza del titolo e delle parole che accompagnano la fotografia.
Non è una regola fissa ma Memento ci ricorda che senza una opportuna comunicazione che permette all’osservatore di contestualizzare ed interpretare, la fotografia può rischiare di perdere parte del suo significato.

Iphone sky

The best camera… © Copyright 2009 Pega

Strano, è un assignment che ancora non avevo proposto, o almeno non così precisamente. Si tratta di un soggetto che, quando si è appassionati di fotografia, prima o poi si affronta e così eccoci qua. Per questo fine settimana il tema è facilissimo (o forse difficilissimo): le nuvole.
Basta alzare lo sguardo e… sono quasi sempre li, pronte a farsi immortalare. Sono mutevoli, affascinanti, misteriose.
Per questo weekend assignment rendi le nubi le protagoniste assolute di qualche tuo scatto, cerca strane forme, geometrie o animali. Puoi interpretare questo tema come vuoi, sfruttando l’alba o il tramonto, il contrasto col sole o il flirt con la terra: il cielo è sempre spettacolare e sa regalare grandi immagini, addirittura anche di notte,
In questi giorni, se ti va, svolgi questo assignment realizzando qualche bella fotografia alle nuvole. Poi, come sempre propongo, pubblica in un commento a questo post, il link alla tua foto.

—————————————————–
Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

La foto del Flyer

20130213-111030.jpg

Era il 17 Dicembre del 1903 quando un certo John Thomas Daniels Jr. scattò una delle foto più famose di tutti i tempi.
John non era un fotografo, anzi quella era la prma volta che aveva a che fare con un apparecchio fotografico. Insieme a tre colleghi della “Life Saving Station” (una sorta di Guardia Costiera del tempo) stava dando una mano ai fratelli Wright sulla spiaggia di Kitty Hawk in North Carolina. Stava per assistere ad un evento epocale: il primo volo di un aeroplano.
La fotocamera, una Gundlach Korona 5×7, era di proprietà dei Wright. Prima del volo, Orwille Wright la sistemò sul treppiede, regolò il fuoco e preparò la lastra, poi spiegò a Daniels come far scattare l’otturatore.
I due fratelli si giocarono a testa o croce l’onore di quel primo volo. Fu Orwille a salire ai comandi, suo fratello Wilbur accompagnò correndo il Flyer mentre si staccava dal suolo.
Daniels scattò la fotografia. Erano entrati nella storia.

Lo sai cosa disse Orwille Wright una volta atterrato? Pensi forse che se ne uscì con qualche parolona o frase storica adeguata a sottolineare un evento così significativo come la realizzazione del sogno di volare? No, niente del genere.
Appena fu di nuovo al suolo Orwille scese dall’aereo e da lontano urlò a John Daniels: “Hai fatto la foto?!

🙂

Uno sguardo su Firenze

Uno sguardo su Firenze -© Copyright 2008 Pega

A Firenze, affacciandosi dal Piazzale Michelangelo, non è possibile sottrarsi alla tentazione di fare una foto alla città.
Tutti, indipendentemente dal luogo, abbiamo fatto uno scatto del genere e… spesso ne siamo rimasti delusi.
Il fatto è che spesso ne viene fuori una foto banale. Magari è tecnicamente ben fatta: la composizione gradevole, il fuoco corretto, l’esposizione è ok, tutto è a posto ma… è la solita cartolina vista mille volte.
Insomma è una foto troppo prevedibile.

Allo stesso tempo si rimane insoddisfatti anche quando, di fronte ad un bel soggetto, si violano troppo le regole, magari alla ricerca di qualcosa di spettacolare e creativo o… più semplicemente si sbaglia proprio ed il risultato con cui ci troviamo è una foto caotica.
Il punto è che una buona fotografia, uno scatto interessante, è quasi sempre un giusto bilanciamento tra caos e prevedibilità.
Come molte cose che ci divertono e ci piacciono, la chiave dell’interesse cammina su quel sottile filo che separa ciò che ci risulta scontato e noioso da ciò che ci disturba per eccessiva confusione o inconcludenza.
E’ quel bilanciamento che ci fa affascinare da un racconto, appassionare ad un pezzo musicale o… innamorare di una persona.
E’ come un gioco avvincente. Non si deve assolutamente già conoscere il risultato finale perchè questo toglierebbe ogni interesse, ma serve anche una base di regole che impedisca il disordine totale.
Caos e prevedibilità… da tenere a mente…
🙂

Un ragazzino in bici

20130209-163236.jpg

È la foto di un ragazzino in bici.
Sembra un po’ incerto ma l’espressione è di impegno, quasi di una certa fierezza. È la sua nuova bici, una bicicletta “come quella dei grandi”, altro che il vecchio triciclo. Camicia a quadri e pantaloni corti. Una curiosa fascia bianca gli orna la testa, è con buona probabilità il segno di un recente “passaggio a cresima”.
La composizione è semplice, pulita. Sulla sinistra una finestra chiusa, in basso a destra una piccola presa d’aria nel muro dell’edificio che il ragazzo sta costeggiando. Non c’è altro.
Sapore d’estate e di tanti anni passati. Siamo a Firenze, intorno al 1940.

Non sono sicuro sull’autore di questa foto che adoro. Molto probabilmente la scattò mio nonno, anche perché quello in bici… è mio padre.
🙂

Fretta di crescere

Fretta di crescere (the IPholaroid project) © Copyright 2010 Pega

C’è una frase che Cartier Bresson disse a proposito del suo approccio alla fotografia: “Una volta che la foto è scattata non sono tanto interessato a cosa succede dopo. Del resto non tutti i cacciatori sono cuochi”.

E’ il punto di vista di un grande maestro, sicuramente rispettabile ma che personalmente trovo troppo “predatorio”, innaturale da condividere.
Di sicuro l’attimo dello scatto, “l’istante decisivo”, come lo chiamava Bresson, è un elemento portante di molte fotografie… ma non sempre.
A volte la “creatura” viene solo concepita in quel momento. Poi deve svilupparsi, modificarsi, crescere e maturare, nelle fasi che seguono.
Secondo me, dalla scelta del taglio al trattamento di sviluppo, sia dentro alla tradizionale camera oscura o davanti al computer nei processi digitali, il fotografo, nella veste di cuoco e non più di cacciatore, continua ad esercitare la sua spinta creativa, fino a tirar fuori l’opera finale.
Certo, è il mio punto di vista, ed è solo un esempio di come si possa affrontare la fotografia in modi diversi, secondo diverse filosofie ed approcci.
Il bello è che nessuno di questi deve per forza escluderne un altro e si può tranquillamente, ed anche contemporaneamente, esplorare terreni differenti, crescendo e divertendosi.
E tu come ti senti? Cacciatore o cuoco?

🙂

Il loop fotografico

Erdal Inci

© Copyright Erdal Inci

Erdal Inci è un fotografo di Istambul che ho scoperto grazie all’amico Salvatore Ambrosi, che qualche tempo fa mi ha inviato il link al suo sito.
Erdal gioca con il concetto di sequenza realizzando serie di immagini in cui si ritrae in movimento, combinandole poi in modo da creare un “evento senza fine”: un loop fotografico.
A volte sfruttando semplicemente la sua figura, altre con l’ausilio di luci, il fotografo crea la sensazione di un istante che si perpetua all’infinito, catturando l’attenzione dell’osservatore in modo quasi ipnotico, forse ossessivo.
Sul sito ci sono parecchi esempi realizzati da Erdal, alcuni decisamente belli. Non so bene come faccia Erdal ad ottenere questo risultato ma, sebbene non credo sia tecnicamente difficile, devo dire che la trovo una bella prova di creatività e capacità di saper elaborare cose interessanti anche partendo da idee semplici.
Di questo suo talento ne è prova un altro suo lavoro presente sul sito, qualcosa di un po’ diverso dal loop ma sempre basato sull’idea di sequenza: il breve video qui sotto intitolato Tuf Tuf.
Buona visione
🙂

20130203-190959.jpg

Il ritratto di un fotografo è una sorta di cortocircuito, un cerchio che si chiude. Quando poi il fotografo è un grande maestro, un protagonista della storia di questa forma d’arte, allora l’immagine assume un fascino tutto speciale, almeno per me.
É il caso di questo ritratto di Eugene Atget, il grande fotografo francese che visse a cavallo tra ottocento e novecento, considerato da molti come uno dei padri della fotografia moderna.
Fotografò per oltre trenta anni la sua Parigi, un lavoro immane di oltre 10.000 negativi (che per i tempi erano un’infinità) teso a documentare una città che si stava trasformando, modernizzando, e che Atget fissava non tanto con atteggiamento artistico quanto con un approccio che potrebbe essere definito come commerciale. Molti suoi scatti erano infatti realizzati per fornire materiale ai pittori ed agli illustratori di libri sulla città.
In questa sua ricerca Atget espanse le possibilità della fotografia e sviluppò un suo linguaggio fatto di poesia ed estetica formale che lo consacra tra i più importanti artisti della storia della fotografia.
Ed eccolo qui Eugene Atget, dopo quasi un secolo, qui sul tuo monitor.
Guardalo negli occhi, mentre si sta facendo fare un ritratto da Bernice Abbott in un bel pomeriggio del 1927.
Un cortocircuito con i fiocchi.

Archivio

Archivio – © Copytight 2009 Pega

Rieccomi con il weekend assignment. Come sempre l’idea è quella di avere un tema fotografico da svolgere durante il fine settimana. Se ti va puoi partecipare scattando qualche foto.
Stavolta l’argomento è Office Photography, in pratica l’arte di scovare soggetti interessanti e fotogenici nell’ambito dell’ambiente di lavoro. In genere sottolineo sempre l’importanza di effettuare questi assignment andando a realizzare foto fresche, scattando con in mente il tema proposto, ma in questo caso mi rendo conto che per molti (ma non per tutti) sarà improbabile trovarsi al lavoro, dato che siamo nel weekend. Per questa volta quindi l’esercizio potrà anche essere quello di andare a pescare nell’archivio e trovare lo scatto che meglio interpreta il tema, ma nessuno ti vieta di aspettare lunedì e realizzare qualche bella fotografia fresca.
Interpreta questo tema come meglio ti pare, catturando i dettagli di qualche strumento, dell’arredo o ritraendo le persone che lavorano con te, poi, come sempre , ti invito a condividere il tuo scatto postandone il link in un commento.
Buon divertimento e buon weekend.

—————————————————–
Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

Chica caliente

Chica caliente – © Copyright 2009 Pega

Secondo me la chimica conta ancora molto in fotografia. Eccome.
Lo sostenevo tempo fa in una chiacchierata che ad un certo punto si era avvitata su un equivoco: di che chimica stavo parlando?

La chimica può essere quella delle pellicole, degli acidi per lo sviluppo e per la stampa sulla carta fotografica in camera oscura. È una chimica legata alla fotografia analogica, che di sicuro non è morta, ma oggettivamente ha affrontato un forte declino ed ora è ridotta ad un settore di nicchia. Sembrerebbe quindi ragionevole affermare che oggi la chimica conta meno.
Ma io non mi riferivo a quella, parlavo di un’altra chimica: quella che governa la mente.
Digitale o analogico alla fine non è importante. Il risultato è tutto nella testa e nelle mani del fotografo, e poi nelle reazioni dell’osservatore.
E’ la chimica delle emozioni che trasforma un click in un grande scatto, è la passione, è l’empatia che lega l’artista col suo soggetto.
Pensa a come a volte sia importante creare un legame, dialogare, entrare in sintonia con una persona prima di riuscire a fare un bel ritratto. Lo stesso vale per i fotografi naturalisti, che devono entrare a far parte dell’ambiente che desiderano fotografare; si devono far accettare.
Chiamalo talento, sentimento, relazione o… ispirazione…
E’ sempre una questione di chimica.

🙂