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Archive for the ‘Technique’ Category

Prima della GoProAdesso sembra tutto così facile ed ovvio: basta agganciare la fantastica fotocamerina al suo supporto e via di selfie o video in HD.
Con questi piccoli ma sofisticati oggetti non ci sono piu problemi e si possono fare riprese in cielo come sott’acqua senza doversi troppo preoccupare di questioni tecniche come l’esposizione, la messa a fuoco o la durata della batteria.
Eppure fino a pochi anni fa non era per niente così: per lunghi decenni analogici, la cattura di immagini in soggettiva è stata una specialità difficile e praticata solo da veri esperti, in genere riservata al mondo del cinema e sempre caratterizzata da soluzioni estemporanee ed abbastanza artigianali.
McQueen GoProHo trovato su Kottke una piccola raccolta: sono foto di installazioni “on-helmet” che oggi fanno ridere ma che mostrano come, anche nel ricco e sofisticato mondo di Hollywood, non si andasse tanto per il sottile e, più che altro, si abbondasse con il nastro adesivo.
In alto puoi vedere come venne montata una fotocamera sul casco del leggendario pilota di Formula 1 Jackie Stewart per il GP di Monaco del 1966, mentre qui a fianco trovi il mitico Steve McQuenn che indossò un bell’armamentario fatto da cinepresa e batteria, per le riprese del film Le Mans del 1971.
Ma il top resta qui sotto l’installazione per il videoselfie d’epoca, direttamente con l’operatore “on board”… Altri tempi eh!
Videoselfie

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Underwater Oceanographer By BoutanFotografare è bello, a volte difficile; sott’acqua lo è un po’ di più (sia bello che difficile).
Quella che vedi qui a fianco è considerata la prima foto subacquea e fu realizzata tra il 1893 ed il 1899 da un pioniere dell’esplorazione sottomarina: il francese Louis Boutan.
Nel 1893 Boutan realizzò, con l’aiuto del fratello, la sua prima fotocamera subacquea, uno strumento che, sebbene artigianale ed ingombrante, presentava caratteristiche molto evolute per il tempo, tra cui il diaframma regolabile.
Ma la vera sfida sott’acqua era la luce; lo sa bene chi ancora oggi si diletta con questa disciplina.
Flash subacqueo di BoutanNonostante le oggettive difficoltà tecniche e di sopravvivenza, in un ambiente in cui l’uomo si era appena affacciato, Boutan mise a punto vari dispositivi per illuminare bene i suoi soggetti ed evitare tempi di posa troppo prolungati. Ingegnandosi per riuscire a portare e far funzionare sott’acqua le varie attrezzature da lui costruite, sperimentò flash che bruciavano alcool in bulbi contenenti ossigeno puro e molti altri congegni da lui ideati, entrando di diritto nella storia.
Insomma Boutan fu davvero un grande, e forse l’unico vero fotografo subacqueo dei suoi tempi.

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Ritorno su questo argomento dato che ogni tanto mi capita di incrociare qualche polemica tra chi è pro e contro l’H.D.R.
H.D.R. sta per High Dynamic Range, è una tecnologia per fotografia digitale nata allo scopo di sopperire alle limitate capacità dinamiche del sensore che non riesce a gestire bene situazioni in cui sono presenti grandi variazioni di intensità luminosa.

Adams_clearing_winter_storm

Clearing winter storm – © 1936 Ansel Adams

L’occhio umano, grazie sopratutto alla pupilla che adatta “l’esposizione” alla luminosità, ci permette di percepire dettagli notevoli, anche quando nella scena che guardiamo ci sono contemporaneamente punti molto luminosi e zone d’ombra. Con la fotocamera invece si deve scegliere di “perdere” i dettagli nelle zone d’ombra per conservare quelli nella parte luminosa dell’immagine o viceversa. Il risultato quindi spesso delude essendo diverso rispetto alla realtà che si percepisce ad occhio nudo.
Per questo nasce l’H.D.R. che, sfruttando esposizioni diverse delle stessa scena, permette di sintetizzare una nuova immagine comprimendo le intensità luminose per renderla al meglio sui comuni mezzi di riproduzione come i monitor o la stampa su carta. Il risultato è una  foto che, a seconda di come è stata effettuata l’elaborazione, appare come molto realistica o addirittura iper realistica.

Personalmente non sono granché affascinato da queste tecniche perché ritengo che molta della bellezza della fotografia stia proprio nei limiti dello strumento e, proprio come accade per aspetti come il tempo, la profondità di campo, la focale o altri elementi, anche la ridotta capacità di gestire l’estensione delle tonalità luminose, sia un aspetto affascinante.
Ma guardando il lavoro di uno dei fotografi che maggiormente ammiro ecco che la prospettiva cambia. Ad esempio Ansel Adams, creò alcuni suoi capolavori come “Clearing winter storm” nel 1936 grazie anche ad un intenso lavoro di post-produzione, realizzando immagini in bianco e nero dalla straordinaria estensione tonale. Si va dal buio profondo delle zone in ombra al bianco perfetto della parte luminosa delle nuvole. I dettagli sono straordinari, l’atmosfera è più reale del reale.
Come fece? Per un risultato del genere non sono certo sufficienti le pur notevoli caratteristiche dinamiche (tuttora ineguagliate) della pellicola in bianco e nero.
Ebbene, Adams era un grande artista non solo dello scatto ma anche della successiva “elaborazione” in camera oscura. Lavorò con abilità alla sua stampa, andando ad esporre la carta in modo “mascherato”, differenziato a seconda delle zone dell’immagine, seguendo in sostanza quello che può essere considerato come un H.D.R. analogico.
Insomma… niente è mai veramente nuovo come sembra.
Le mie preferenze rimangono per le foto che non fanno uso di tecniche di compressione dinamica ma credo proprio che se Ansel Adams fosse un fotografo oggi, sarebbe un maestro assoluto dell’H.D.R…

🙂

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Helmut by JuneIl mio debole per il grande Helmut non è una novità ed oggi ho il piacere di proporti una chicca. Helmut by June è un documentario realizzato nel 1995 da Alice Springs, al secolo June Newton: moglie, musa, artista e collaboratrice del grande fotografo. Originariamente pubblicato per il circuito dei cinema d’essai, “Helmut by June” è ora disponibile gratuitamente, e racconta la vita del fotografo attraverso immagini e filmati girati durante il lavoro di colui che con i suoi scatti iconici ha influenzato i canoni estetici di un’epoca.
Se avrai voglia di vederlo troverai, tra le tante magnifiche e sensuali modelle in posa per Helmut, alcune vere star: da Claudia Shiffer a Cindy Crawford ma anche l’attrice Sigourney Weaver.
Ma il vero protagonista è lui, con la sua creatività e la grande capacità di entrare in sintonia con le persone. Un artista splendidamente dipinto da una persona a lui vicina, intima ma anche professionale come sapeva essere Alice, del resto anche lei notevole fotografa.
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https://m.youtube.com/watch?v=52hxDJweTCs&feature=youtu.be

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David Bowie, 1982

David Bowie – Copyright Helmut Newton, 1982

Helmut Newton diceva che le cose sono già abbastanza complicate e non c’è bisogno di renderle ancor più complesse. Lavorava con un’attrezzatura semplice, quasi basica, perché ciò gli permetteva di avere più tempo da dedicare alle sue modelle, e questa era per lui la cosa più importante.
La tecnologia spesso ci distrae, svia la nostra attenzione dal flusso creativo e ci rende ossessionati dall’attrezzatura o dai dettagli tecnici, quando invece dovrebbe supportarci e facilitare il nostro estro.
È frequente sentire fotografi che sognano un nuovo obiettivo o una nuova fotocamera, convinti che tale pezzo possa migliorare la loro fotografia. Ma l’insegnamento di Helmut Newton ci dice invece che è la semplicità che dobbiamo cercare, focalizzandoci su ciò che è davvero importante e lavorando sulle nostre insicurezze, che non verranno certo risolte con l’acquisto di nuova attrezzatura.
Newton usava fotocamere ordinarie e dichiarò più volte di prediligere, specie per la street photography, impostazioni automatiche, lasciando alla macchina il “lavoro sporco dei dettagli tecnici” per concentrarsi completamente sulle opportunità di scatto che gli capitavano, sulle inquadrature e sul contatto con le persone.
Non c’è attrezzatura giusta o sbagliata. Dobbiamo solo scegliere il setup più semplice che ci consente di fare le foto che vogliamo fare. Parola di Helmut.
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Minutero - Afghan CameraE’ facile tirar fuori lo smartphone, inquadrare al volo, scattare e vedere subito il risultato, tutto facilmente e senza fatica. L’immediatezza del digitale è fantastica: un sogno inseguito per tutta la storia della fotografia.
Il bisogno di tempi rapidi è esistito fin dai primordi e fu Frederick Scott Archer nel 1853 il primo a realizzare una fotocamera “istantanea”. Da allora (quindi ben prima della Polaroid) sono sempre esistiti fotografi specializzati in risultati immediati “sul campo”. E’ emblematica la tradizione dei fotografi ambulanti in Afghanistan, dove per generazioni è stata mantenuta viva una tecnica ritrattistica basata su macchine-laboratorio completamente autonome.
Afghan cameraQueste fotocamere, chiamate kamra-e-faoree (che più o meno significa macchina fotografica istantanea), sono grosse scatole in legno al cui interno avviene l’intero processo: dall’esposizione allo sviluppo, fino alla stampa finale.
Dopo la messa a fuoco, effettuata sotto una cappa nera come si fa con il grande formato, la fotocamera viene caricata con un foglio di carta fotosensibile che il fotografo, infilando una mano attraverso un manicotto a tenuta di luce, estrae “alla cieca” da una scatola posta all’interno della macchina stessa.
Una volta piazzato il foglio sul piano focale, viene effettuata l’esposizione. Si passa quindi allo sviluppo, che il fotografo effettua immergendo il foglio in vaschette con normali reagenti, poste sempre all’interno della fotocamera.
Si arriva così al risultato intermedio: un’immagine negativa che, a questo punto, viene estratta dalla macchina e ri-fotografata. Ripetendo una seconda volta l’intero processo si arriva quindi al prodotto finale.
La tradizione delle Afghan Camera e di altre fotocamere a sviluppo istantaneo simili, come le Minutero spagnole, è esistita in molte parti del mondo ma adesso è in prevedibile declino. Esistono però alcuni eroici appassionati decisi a tener vivo questo bellissimo modo di fotografare, così semplice ed affascinante.
Tra di loro c’è un signore che seguo da tempo: si chiama Pier Giorgio Cadeddu. Ha chiamato “Sardinian Camera” la sua stupenda macchina fotografica a sviluppo istantaneo costruita a Càbras e sul suo sito puoi trovare molte informazioni al riguardo, comprese spiegazioni di funzionamento, costruzione e “filosofia fotografica”. Un gran bel lavoro.

P.s. Per chi volesse approfondire il funzionamento delle Afghan Camera, ecco qui un interessante video.
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Il fai da te fotografico mi affascina sempre e devo dire che il sito del magazine COOPH è una miniera di idee in questo senso.
Nel video sotto ci sono nove spunti che possiamo prendere come base per qualche nostro piccolo progetto creativo. Nove esempi di come, con poco, si possano realizzare ottimi risultati, senza il bisogno di avere per forza attrezzature complesse o costose.
Non c’è altro da aggiungere se non un: Buon divertimento!
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G. Crewdson

© Copyright – Gregory Crewdson


E’ un tipo di fotografia particolare quella di Gregory Crewdson, in genere “o la odi o la ami”. I suoi scatti, noti per la costruzione estremamente meticolosa della scena ed il posizionamento di luci e personaggi, sono degli “still life” complessi e totalmente pianificati, dove niente è lasciato al caso. E’ un approccio che ha un forte legame con l’arte cinematografica, tanto che molte delle fotografie di Crewdson sembrano una sorta di fermo immagine di altissima qualità tratto da un film.
Questo artista americano ha una componente creativa che tende a sollevarlo dalla macchina fotografica e da molti degli aspetti tecnici, portandolo a concentrasi sul risultato finale ed assumere un ruolo sovrapponibile a quello di un regista, tutto ciò a tal punto che Crewdson è un fotografo che per realizzare le sue opere si avvale di un direttore della fotografia.
Potrebbe sembrare un paradosso ma non lo è. Gregory progetta le sue immagini con in mente un risultato ben preciso: far lavorare le fantasia dell’osservatore, stimolare le sue capacità di proiezione ed interpretazione di ciò che è una sorta di cattura dell'”istante perfetto”.
Le atmosfere che si trovano nei suoi scatti sono oniriche, rarefatte ma allo stesso tempo pesanti, in genere ambientate nella provincia statunitense, immagini che sembrano far parte di una concatenazione di eventi inquietanti.
Raccolte in progetti di respiro decennale come “Beneath the roses“, che è stato esposto in molte importanti gallerie del mondo, sono opere che danno l’impressione di voler rivelare una sorta di lato oscuro del “sogno americano”.
In Crewdson si sentono nette influenze pittoriche e letterarie, in particolare Edward Hopper e Raymond Carver, quello che ne risulta è un’estetica dal forte impatto, che finisce per dividere il pubblico.

Ammiro molto Crewdson, mi affascina la sua capacità creativa, la sua determinazione maniacale nel lavorare per raggiungere esattamente ciò che ha previsualizzato nella sua testa. Non importa quali mezzi tecnici siano necessari per raggiungere il risultato, quale obiettivo o macchina fotografica sia impiegata. Non importa se servono imponenti attrezzature, attori da dirigere, truccatori, comparse o interi teatri di posa in cui costruire complesse scenografie.
C’è una gran bella distanza, un abisso incolmabile tra un progetto di Crewdson ed uno scatto colto al volo, magari stupendo, ma fatto per caso.
Può non piacere a tutti ma questo per me è un bell’esempio di arte fotografica.
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Per chi volesse approfondire segnalo il film “L’istante perfetto“, realizzato dal regista Ben Shapiro che per dieci anni ha seguito Crewdson registrando le fasi creative e tecniche che danno vita alle sue immagini. E’ un documento che offre l’opportunità di conoscere la visione ed il modo di lavorare di questo fotografo.

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Fujifilm quadrataAccidenti, ho proprio sviluppato una sorta di rapporto odio/amore con la Fujifilm. Qualche anno fa fu proprio questo produttore giapponese a farmi riscoprire il gusto della fotografia istantanea grazie alle pellicole serie FP, compatibili con le ormai dimenticate Polaroid dette “a strappo”. E’ con macchine di questo tipo, in particolare la Colorpack III e la mitica 250 pieghevole, che mi sono divertito parecchio, almeno fino alla prima doccia fredda, quando Fujifilm comunicò la decisione di interrompere la produzione della FP-3000, pellicola bianco e nero ad alti ISO.
“Poco male” pensai, tanto c’è l’FP-100 a colori che basta e avanza. Peccato che dopo solo un paio di anni eccoci, qualche mese fa, con la terribile notizia della cessazione anche di quest’ultima risorsa.
La disperazione non alberga tra i fotografi istantanei, così iniziai a pensare come poter perseverare nell’ambito dello “scatta e stampa subito“. Fujifilm aveva già da tempo pronta la soluzione: la serie Instax, uno standard che la casa giapponese sta promuovendo con un certo successo, sotto forma di un formato “mini” ed un più interessante (per me) “wide”.
Dopo le classiche “elucubrazioni” avevo finalmente deciso di darmi una mossa e stavo giusto pensando di concretizzare l’acquisto di una fotocamera Fujifilm Instax Wide quando eccoti i giapponesi con una nuova notizia: a febbraio uscirà la Instax a formato quadrato…
Ecco, adesso sono di nuovo in impasse e mi tocca aspettare un po’ di mesi per vedere di cosa si tratta…
Nel frattempo che faccio? Vabbè, ho fatto un po’ di scorta di “Fujifilm FP-100 in via di estinzione” e mi diverto, finché posso, con la Zietta.
🙂

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ChanelNon sono un grande fan della cosiddetta “Fashion Photography” ma ho comunque molto rispetto per la professionalità e le capacità tecniche di molti fotografi di questo settore. La fotografia di moda richiede altissima qualità e forti capacità di gestire ogni dettaglio dell’immagine. Il fotografo si trova spesso a lavorare sotto pressione ed in tempi ridotti.
E poi si sa, le star non sono facili…
È per questi motivi che ogni tanto vado a vedere cosa c’è di nuovo sul sito di Breed, una scuola di fashion Photography, ed è qui che ho trovato questo interessante video. Mostra le fasi di un workshop in cui l’obiettivo è ricreare il ritratto di Kristen Stewart realizzato da Mario Testino per una pubblicità di Chanel.
C’è tutto: dal make up alle luci, dalla gestione della modella fino alla fase di scatto vera e propria. Un processo che quelli di Breed chiamano “Image Decostruction” e che trovo davvero istruttivo per qualunque fotografo.
Buona visione!
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[Fonte: Breed]

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