Ti piacerebbe migliorare la tua fotografia? Magari ricevendo consigli e valutazioni tecniche obiettive sui tuoi scatti?
Certamente partecipare a qualche workshop con un bravo fotografo può essere utile, ma c’è anche una possibilità che non tutti sfruttano e che invece può essere interessante.
È semplice e gratuito, anzi se si è bravi può essere addirittura remunerativo. Sto parlando delle agenzie di microstock.
Fino a qualche anno fa le agenzie di stock fotografico lavoravano esclusivamente con fotografi professionisti, richiedendo produzioni corpose e di qualità molto elevata. I costi per i clienti erano alti ed i compensi per i fotografi dignitosi.
Con l’avvento di internet sono nate invece nuove formule per la diffusione di immagini commerciali a basso costo e si sono viste fiorire molte agenzie che dispongono di immensi cataloghi di foto a costi molto contenuti, grazie al contributo di fotografi, anche non professionisti, che forniscono i loro lavori attraverso la rete, accontentandosi di provvigioni molto limitate sulle immagini vendute.
Chiunque puo iscriversi ed iniziare a collaborare con queste agenzie di microstock e la cosa interessante, per chi vuole migliorarsi, è che questa può essere proprio un’esperienza positiva in questo senso.
Prendiamo ad esempio l’agenzia Shutterstock, una delle più importanti al mondo in questo settore. Una volta iscritti si può accedere gratuitamente a tutta una serie di materiali didattici e tutorial orientati a guidare il fotografo verso una produzione di qualità. Poi, quando si inizia ad inviare immagini, queste sono sottoposte ad una selezione attenta, effettuata al fine di mantenere elevata la qualità dell’offerta sul sito. È un filtro che produce un giudizio critico piuttosto costruttivo ed utile per il fotografo.
Tipicamente, solo una parte delle foto che si inviano riescono ad entrare nel catalogo e questo è un processo interessante ed istruttivo, che aiuta a rendersi conto in modo obiettivo, della qualità del proprio lavoro.
Certo non si tratta di nulla che riguardi il lato artistico delle immagini inviate, il microstock è fondamentalmente un ambito adatto solo a foto di carattere commerciale ed alcuni generi non passano proprio. In ogni caso è un’esperienza che può essere interessante provare.
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È passato un po’ di tempo da quando scrissi un breve articolo su quella che, personalmente, considero una tra le più belle foto mai realizzate. E così oggi ti ripropongo quel vecchio post e ti invito a gustare, anzi ri-gustare questa splendida immagine che è parte integrante della storia della fotografia
“Peperone numero trenta” di Edward Weston.
Forse una tra le opere più famose di un grande maestro della fotografia del novecento.
Ogni volta che osservo questa immagine non posso fare a meno di rimanere ammirato ed è forse per questo che è una tra le mie foto preferite in assoluto.
Non è solo la perfezione del bianco e nero, la sensualità delle forme cercate e trovate dal fotografo, non è solo la luce perfetta con quel buio dietro ed i dettagli che risaltano sulla superficie morbida.
C’è qualcosa che mi affascina in particolare…
E’ quel “numero trenta”.
Il numero racconta la storia di questa foto, dei vari tentativi dell’artista di trovare lo scatto perfetto.
Peperone numero trenta significa che ci sono almeno altri ventinove peperoni che Weston fotografò nel percorso che portò a questo capolavoro.
Insomma, l’opera non è frutto di un isolato colpo di genio o di uno scatto fortunato. E’ il risultato di un lavoro di ricerca e tentativi, è impegno e fatica.
Mi diverte provare ad immaginare Edward Weston che nel 1930 si concentra su questo progetto di still life e magari incassa anche qualche battuta ironica di qualcuno che lo deride scherzando su un fotografo che si ostina ad immortalare ortaggi… Ma Weston sa cosa vuole e continua a fotografare peperoni…
Il numero trenta è per me il tassello chiave di quest’opera.
E’ uno dei tanti casi in cui il titolo integra e completa un capolavoro, raccontando una storia che aiuta ad avvicinarci all’autore e a capire la passione, il talento ed anche la determinazione di un grande artista.
Ed ora… non ci resta che fare un salto al mercato, a vedere che cosa c’è di interessante e sensuale tra i prodotti di stagione…
🙂
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È di alcuni giorni fa la notizia della vendita, presso la casa d’aste WestLicht di Vienna, di un raro esemplare di macchina fotografica Leica “0” del 1923, per l’astronomica cifra di 1.8 milioni di euro.
Si tratta di uno dei soli 12 rimanenti al mondo tra i 25 prototipi originalmente costruiti. La serie zero in pratica è la progenitrice di tutte le fotocamere formato 35mm, che Leica lanciò sul mercato con la serie “1” messa in commercio nel 1925.
Ho scovato il video dell’asta in cui, partendo dal prezzo base di trecentomila euro, gli acquirenti si sono giocati il cimelio a colpi di centomila euro a botta, vedendo alla fine come vincitore il battitore stesso, evidentemente delegato dal facoltoso anonimo che si è aggiudicato l’oggetto.
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Rieccomi con la missione fotografica del fine settimana. Oggi ti propongo un assignment un po’ diverso dal solito. L’idea stavolta non consiste nell’identificare un soggetto o un tema su cui realizzare lo scatto, bensì nel focalizzarsi sull’effetto che l’immagine deve provocare nell’osservatore.
Questo weekend non importa quindi cosa fotografi o come lo fotografi, l’assignment è su ciò che l’immagine deve stimolare in chi la guarderà, in questo caso: una risata.
Non è per niente facile, ma vale la pena provare. C’è qualcuno che su questo terreno si trova a suo agio e chi invece ha grandi difficoltà. Tu dove stai?
Io non lo so, forse in mezzo. A volte funziona, a volte no. Quello che trovo comunque interessante è provare a sfruttare lo scatto per indurre una precisa reazione emotiva. La fotografia pensata e realizzata come stimolo e non come immagine fine a se stessa.
Insomma, nel fine settimana prova a fare qualche scatto per questo assignment, poi se ti va, metti in un commento il link alla tua immagine. E’ bello condividere le proprie foto, e può portare a vederle visitatori che potranno apprezzarle.
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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.
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Alcuni giorni fa è stata diffusa la notizia che la Kodak, prima del fallimento, ha posseduto per circa trent’anni, un piccolo reattore nucleare privato nel suo quartier generale a Rochester, New York.
Pare che fosse un oggetto principalmente destinato a ricerca e studi sulla purezza dei materiali, ma per certo era caricato con almeno un chilo e mezzo di uranio 235 ad un livello di purezza equivalente a quello delle testate atomiche.
Il reattore era posto in un bunker sotterraneo protetto da sistemi di sicurezza e pareti di oltre mezzo metro di spessore. La segretezza che ha coperto questa installazione è stata assoluta, roba da mettere i brividi, visto che l’oggetto si è trovato per così tanto tempo nel bel mezzo di un’area densamente popolata.
Devo dire che questa storia getta una luce tutta diversa e decisamente inquietante sul vecchio motto Kodak che diceva: “Voi schiacciate il bottone, a tutto il resto pensiamo noi“.
🙂
[p.s. Che cosa potrebbero avere Canon e Nikon in cantina?]
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Ho trovato le immagini di una curiosa iniziativa portata avanti da un anonimo street artist di Amburgo che ha incollato delle toolbar di Photoshop su alcuni manifesti pubblicitari.
Il tema è già in discussione da tempo ed il messaggio ben chiaro: il fotoritocco, specie quando così costantemente applicato alla comunicazione pubblicitaria, ha cambiato in modo importante la nostra idea di bellezza.
Siamo forse al ridicolo, ma ormai sembra quasi che se una figura femminile non appare “evidentemente” ritoccata non riesca a far presa sul consumatore. Un po’ inquietante ma il sospetto è che la questione sia proprio così: gli occhi del pubblico ormai sono assuefatti alla postproduzione, fin quasi a renderla necessaria. Può darsi?
Di sicuro il nostro anonimo “appiccicatore di toolbar” ha stimolato ulterioremente la discussione e si è fatto notare dal marchio oggetto della sua azione, che si è trovato a dover pubblicare una nota di rassicurazione sull’originalità del colore della pelle della modella…
[Fonte Newser]
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Oggi ti ammorbo con un po’ di vecchia tradizione popolare.
Sai chi è la santa protettrice dei fotografi?
È Santa Veronica, la donna che, secondo la tradizione cristiana, asciugò il volto di Cristo con un panno di lino su cui rimase impresso il ritratto di quest’ultimo.
A parte la chiara denotazione analogica del procedimento di generazione dell’immagine che in questo caso si verificò e che delinea la figura come prevalentemente portata ad aiutare chi fotografa a pellicola, è interessante notare che Santa Veronica è anche curiosamente considerata la patrona degli informatici, cosa che di conseguenza la rende protettrice anche dei poveri fotografi digitali.
Curioso anche che sia nota per essere patrona della Francia, nazione in cui la fotografia è stata inventata.
Le coincidenze finiscono qui. Il fatto che sia anche considerata protettrice delle lavandaie, forse, con la fotografia proprio non c’entra nulla.
🙂 🙂 🙂
P.s. In giro per il mondo si possono trovare inaspettate raffigurazioni di Santa Veronica, come ad esempio questa in un vicolo a New York, in cui appare mostrando l’effige dei temibili e perfidi Decepticons 🙂
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Oggi voglio proporti un video che ho trovato. Si intitola Escape ed è un lavoro di Kerry Mosher, creativo fondatore dell’agenzia Showdown Visual.
L’atmosfera è misteriosa ed inquietante, l’ambientazione onirica ed i toni profondi da mettere quasi i brividi e poi… quelle persone a mezz’aria!
Non ho idea di come Kerry abbia tecnicamente fatto ad ottenere l’effetto delle figure in levitazione, anzi, se qualcuno lo sa lo prego di farsi avanti.
Far levitare le persone in una foto è abbastanza facile, si può fare sfruttando un’alta velocità dell’otturatore, il flash o con una buona postproduzione, ma in video è tutt’altro che banale. Proprio bravo Kerry!
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Inquadri, imposti i parametri della fotocamera, scegli il punto di messa a fuoco, componi e scatti. Il movimento successivo è automatico: guardi il display e valuti com’è venuta la foto. E poi… non di rado… cancelli. Forse anche un po’ troppo spesso cancelli.
O no?
Questa immediata verifica del risultato è stata portata dal digitale, insieme al costo zero dell’esposizione. Prima, per poter vedere il risultato dello scatto, oltre a spendere dei soldi, era necessario attendere un po’ di tempo, tipicamente qualche giorno. Faceva eccezione la Polaroid, che però introduceva il fattore di un maggiore costo per scatto, che tendeva a far aumentare molto il rispetto, anche nei confronti delle foto meno riuscite.
Il piccolo investimento unito al tempo che intercorreva tra lo scatto e la verifica avevano una loro funzione.
Servivano a farci distaccare dall’emozione tipica del momento ed a creare aspettativa, un piccolo rito di attesa che aiutava a valutare meglio e con più attenzione le foto realizzate.
Adesso tendiamo ad essere immediatamente critici ed a cancellare scatti che giudichiamo a colpo d’occhio sul piccolo display della nostra macchina fotografica, spesso senza lasciar trascorrere nemmeno due secondi. Lo facciamo senza rimorso, tanto le foto digitali sembrano non avere un costo…
Ed invece io sono sicuro che tra quelle tante foto cancellate, in mezzo a quella moltitudine di esposizioni tecnicamente sbagliate e giustamente da scartare, ce ne sia ogni tanto qualcuna particolare e degna di sopravvivere. Scatti che sono come una sorta di brutti anatroccoli fotografici, che con solo un po’ di tempo ed attenzione in più, avrebbero modo di rivelarsi e darci qualche bella soddisfazione.
Pensaci la prossima volta che tendi a cancellare compulsivamente.
🙂 🙂 🙂
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