In molti mi accusano di essere un integralista del digitale.
Ebbene sì confermo le mie convinzioni: la fotografia quantistica non permette più ciò che prima si faceva così bene in digitale. Il digitale, con le sue pixelature ed il fascino del rumore agli alti ISO è stata la vetta più alta toccata dalla Fotografia e rimane insuperabile, non c’è confronto con il freddo e sterile dettaglio microscopico delle immagini a neutroni.
È vero, le nuove tecnologie hanno espanso molto le possibilità, dato strumenti prima impensabili ed ampliato il numero di esseri viventi che oggi possono fare fotografie, ma io sono affezionato al digitale. Credo che le vecchie tecniche di postproduzione con Photoshop e il fascino vintage dell’HDR, rappresentino a tutt’oggi livelli mai più raggiunti.
Ora chiunque può realizzare fotografie così tecnicamente perfette da poter essere confuse con la realtà, e tutto questo senza alcun bisogno di doverle correggere in Lightroom. Oggi si possono condividere le immagini proiettandole nel cervello dei propri amici senza tutta quella vecchia ma sana faticaccia di postarle su Flickr o Facebook.
Che nostalgia…
In genere non ripropongo vecchi assignment. Trovo più interessante andare a scoprire temi sempre diversi, perché è un po’ questo lo spirito: affrontare una piccola sfida fotografica in terreni che non sempre sono quelli congeniali.
Ma stavolta ritorno su un argomento dalle possibilità davvero infinite: una storia in una immagine.
La fotografia, in una singola immagine, può riuscire a racchiudere in sé tutto un racconto. Può far nascere e sviluppare nella mente di chi la osserva, una sequenza di emozioni anche molto ricca.
La storia raccontata da una foto è in alcuni casi più nella mente di chi guarda ed interpreta che non in quella dell’autore, ed è proprio questo uno dei punti di forza e degli aspetti più affascinanti. L’osservatore è libero di proiettare, immaginare ed in qualche modo “prolungare” la fotografia, dandole vita e sviluppo. Al fotografo “solo” il compito di creare queste condizioni.
In questo weekend prova a fotografare cercando di raccontare una storia con una sola immagine. Cogli gli sguardi delle persone, i movimenti degli animali, i luoghi o le tracce di eventi accaduti. Prova qualche scatto che faccia nascere nella mente di chi lo guarderà, l’emozione di vederci un racconto.
Non è facile, ma nemmeno così difficile.
Come propongo sempre, ti invito a pubblicare in un commento qui sotto il link alla tua foto. Condividere è divertente e può portare nuove persone ad apprezzare le tue foto.
Apprendo dal sito New Camera News che si sta indagando su un curioso fenomeno riguardante la tomba di Henri Cartier-Bresson, il grande fotografo noto a tutti per la sua capacità di cogliere l’attimo decisivo.
In un’affollata conferenza stampa è stato reso noto che un gruppo internazionale di scienziati sta studiando da tempo il luogo dove il maestro è sepolto ed il team ha fatto una scoperta sensazionale: Bresson è ancora morto, ma sta ruotando nella tomba.
Gli esperimenti iniziati nel 2007 con l’ausilio di speciali apparecchiature, evidenziano un movimento di rotazione che, dalle circa tre rivoluzioni all’anno misurate inizialmente, è aumentato nel tempo, arrivando nel corso del 2013 ad oltre ottocento rotazioni: più di due al giorno!
Nei soli primi tre mesi del 2014 Bresson si è già rigirato oltre seicento volte nella sua tomba. Se l’accelerazione continua a questi ritmi, non solo gli scienziati saranno costretti a passare dall’indicazione di “rotazioni all’anno” a quella di “giri al minuto” come per i motori, ma si rischierà un aumento della temperatura interna alla bara a causa dell’attrito e forse ci sarà il rischio di combustione.
Gli scienziati ipotizzano che il fenomeno sia legato all’aumento esponenziale ed incontrollato di fotografie definite impropriamente “di strada” (il genere che HCB aiutò a creare e definire) ed al loro imperversare sui social network.
Pare che i membri della famiglia Cartier-Bresson si preparino a lanciare un appello a tutti i fotografi del mondo per cercare di limitare il proliferare di insignificanti, inconsistenti e banali scatti di strada, in particolare in bianco e nero.
Mi affascinano le fotocamere stenopeiche, non è una novità e non c’entra l’imminente WPPD. Il fatto è che mi piace molto la semplicità di questo modo di fotografare con oggetti che altro non sono che scatole con un buco, quindi dovrei proprio inorridire di fronte ai complicati e preziosi “gioielli” costruiti da Kwanghun Hyun e invece no: rimango a bocca aperta.
Dopo gli studi in “Metal Art & Design” all’Università di Seoul, questo artista-fotografo-ingegnere-artigiano coreano si è specializzato nel creare fotocamere pinhole raffinatissime in metallo, dotate di meccanismi di alta orologeria dedicati a gestire i lunghi tempi di esposizione che questo tipo di macchine tipicamente richiede.
Gli oggetti di questa serie, denominata Heartbeat, dal punto di vista fotografico alla fine producono “normali” immagini stenopeiche ma per quanto riguarda il fascino del manufatto… sono davvero “impressionanti”.
🙂
Quando l’enorme nave spaziale toccò il suolo, la tensione arrivò a livelli insostenibili. Cosa sarebbe successo adesso?
Erano passate solo poche ore da quando la notizia si era diffusa in tutto il pianeta come un’onda d’urto: gli alieni erano arrivati, una loro astronave era entrata in orbita e si apprestava ad atterrare.
I militari erano entrati in massima allerta, i politici impazziti, i media urlavano ed interi popoli si interrogavano sul loro futuro.
Il mondo guardò a lungo quel portello aperto, in un silenzio che parve infinito. Poi l’alieno parlò.
Disse cose poco chiare ma sopratutto fu rozzo e maleducato, a tratti volgare. Un gran cafone insomma. Gli umani si guardarono sbigottiti, in qualche caso delusi, qualcuno ne fu sollevato.
Scoppiarono risate fragorose.
L’alieno sembrò guardarsi intorno, valutare la reazione degli abitanti di quello strano mondo. Poi, sotto il peso di tanto ludibrio rientrò, chiuse il portello e ripartì con tutta l’astronave, accompagnato da un dilagante sghignazzare planetario.
Su quel pianeta non si videro più alieni per un bel pezzo.
. [Ogni tanto mi diverto ad inventare una storia scema partendo da una mia foto. Prometto di non farlo spesso 🙂 E tu ci hai mai provato?]
A volte ci sono foto che ci incantano, ci costringono a guardarle a lungo, studiando dettagli e particolari che emergono via via che si osserva. Per me un caso è questo scatto di Lewis Hine, il grande fotografo sociologo che usò la macchina fotografica come strumento di descrizione e denuncia della condizione dei lavoratori sfruttati, in particolare dei minori, negli Stati Uniti del primo novecento.
E’ uno scatto di strada, evocativo ed importante, dove il soggetto principale è il giovanissimo strillone che se ne sta in posa sbarazzina davanti all’obiettivo. Sottobraccio ha le copie dei giornali in vendita e dalla loro dimensione rispetto a lui, non è difficile capire quanto fosse piccolo.
Lo sguardo di questo newsboy (così erano chiamati i sottopagati ragazzini che vendevano i giornali per strada) è uno strano mix tra curiosità, impazienza e sfida. La testa è inclinata sotto al cappellino marchiato Coca Cola che lo protegge dal basso sole del mattino; una luce che disegna magnifiche ombre lunghe in tutta la foto.
La giornata è appena iniziata ma la New York del 1908 è già viva. Vari personaggi fanno da comparsa nell’immagine: un uomo ben vestito attraversa la strada seguito da altri due; alcune signore eleganti, insieme ad un bambino, sembrano far parte di un piccolo assembramento, forse una coda, di cui sono le ultime arrivate. Chissà cosa stava richiamando quelle persone, come chissà cosa stesse trasportando il carro trainato da cavalli che si vede al bordo destro dell’immagine.
Ci sono tanti altri dettagli in questa foto: dalla nitida cassetta del servizio postale americano marchiata “US”, alle insegne sfuocate visibili sulla facciata e sulle finestre del grande palazzo, ma c’è un dettaglio che li supera tutti. E’ l’ombra del fotografo: di Lewis Hine stesso con la sua macchina appoggiata sul treppiede, il braccio alzato ed in mano lo scatto flessibile. Sembra quasi di poterlo sentire mentre chiede al ragazzino di stare fermo.
E’ una Fotografia d’altri tempi, significativa e potente, che possiamo vedere, gustare e ripubblicare liberamente grazie al programma “Open Content” della fondazione Getty.
Il prossimo 27 Aprile sarà la Giornata Mondiale della Fotografia a Foro Stenopeico.
Si tratta di un evento internazionale creato per promuovere e celebrare l’arte della fotografia pinhole con lo spirito di invitare tutti gli appassionati di Fotografia a prendersi un momento per uscire dall’universo sempre più tecnologico nel quale viviamo e partecipare creando una fotografia con la macchina più semplice che esiste: quella a foro stenopeico.
Costruirsi una fotocamera pinhole è facile e le soddisfazioni possono essere notevoli perché si entra in una dimensione fotografica completamente diversa dal solito, un’esperienza molto personale e creativa che parte proprio dalla creazione della macchina, che altro non è che una scatola con un foro e del materiale fotosensibile all’interno.
Puoi trovare tutte le informazioni su questo evento ed anche vari link per approfondire sul sito del WPPD.
Io sicuramente il prossimo 27 aprile farò qualche scatto con la mia Pinolaroid, una stenopeica istantanea che ho costruito unendo un dorso Polaroid ad una scatola in legno con un foro realizzato da una lattina. È un piccolo oggetto magico, capace di fare foto strane e particolari. Mi ci sto divertendo molto.
Partecipi anche tu al WPPD?
Untitled (Cowboy) – Copyright 1989, Richard Prince
Dove finisce l’ispirazione e dove inizia la copia spudorata? Pablo Picasso era solito dire: “un bravo artista copia, un grande artista ruba”.
Nel 1989 il fotografo Richard Prince divenne celebre con la sua opera “Untitled (Cowboy)” realizzata rielaborando un’immagine pubblicitaria: un caso emblematico di appropriazionismo artistico.
La discussione sull’appropriazione nell’arte ha una lunga storia con esempi ed aneddoti che affondano nel passato, ma solo con l’avvento della fotografia la questione ha assunto una vera attenzione formale; la fotografia infatti permette una facilità, una quantità ed una qualità riproduttiva che nessuna tecnologia aveva mai proposto prima.
L’immagine di Prince è una copia (la fotografia) di una copia (la pubblicità) di un mito (il cowboy) ed il cowboy è esso stesso una copia idealizzata. Una spirale comunicativa niente male…
Tutti gli artisti sperimentano l’appropriazione, in particolare mentre si formano: osservano, copiano, imitano e prendono in prestito idee e stili del passato. Secondo la biografia del Vasari pare che la prima scultura di Michelangelo sia stata una Testa di Fauno spudoratamente copiata da un pezzo greco-romano della collezione dei Medici.
Tra i più importanti interpreti dell’appropriazione in senso moderno c’è Marcel Duchamp, l’artista che sconvolse la scena artistica mondiale con il suo “Fontana”: un orinatoio capovolto. Con Duchamp l’appropriazione divenne vero e proprio gesto artistico fatto di scelta e ricontestualizzazione.
E adesso rimettiamoci tranquilli a scopiazzare e rielaborare… in tutta tranquillità.
🙂
Pesantezza è il tema fotografico che ti suggerisco per questo fine settimana.
Come nel caso della leggerezza, che proposi qualche tempo fa, l’idea di base è cercare di esprimere un concetto sensoriale con una foto.
Puoi però interpretare questo assignment come vuoi, anche allontanandoti dal piano fisico e spostandoti su quello metaforico, provando a raffigurare qualcosa che porti la mente dell’osservatore verso l’idea di pesantezza, una pesantezza che può divenire emotiva, stilistica o di qualsiasi altra natura.
Una sfida ancor più complessa potrebbe essere poi il tentare di racchiudere nella stessa immagine, più aspetti del concetto di pesantezza.
Come al solito comunque, lo spirito del weekend assignment è quello di cercare un’occasione (o meglio: una scusa) per dedicarsi un po’ alla Fotografia seguendo un compito preassegnato, con l’obiettivo di stimolare la propria creatività.
In questi giorni prova a fotografare la pesantezza e rendila l’elemento chiave di qualche tuo scatto. Ti invito poi a pubblicare, in un commento a questo post, il link alla tua foto.
Buon weekend!
Mentre gira intorno al pianeta Terra il 14 Novembre 1966 l’astronauta Edwin Eugene Aldrin (detto “Buzz”), decide di farsi un bell’autoscatto durante l’escursione fuori dalla capsula. Il bagliore del sole, insieme alla forma distorta del nostro mondo, si riflettono sul suo casco; dietro di lui c’è lo spazio profondo. Era la dodicesima orbita della missione NASA Gemini XII.
Altro che quelli che oggi imperversano sui social network… Questo sì che può essere definito un selfie spaziale!
🙂
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