Anche in pieno agosto rieccomi a proporti una consolidata tradizione: la “missione fotografica” del fine settimana.
Una volta il grande fotografo giapponese Hiroshi Sugimoto disse: “However fake the subject, once photographed, it’s as good as real” (per quanto falso possa essere un soggetto, una volta fotografato sarà come reale).
Il weekend assignment che ti propongo oggi parte da questo, dalla capacità propria della fotografia di rendere reale ciò che non lo è: la fotografia come inganno.
Con la foto si trasforma in bidimensionale la realtà tridimensionale e questo passaggio offre la possibilità di usarla come mezzo che inganna l’osservatore e trasforma in plausibile qualcosa che ad occhio nudo apparirebbe come falso.
In questo weekend prova ad usare la tua fotocamera sfruttando le sue capacità ingannatrici, trasforma in vivo qualcosa di inanimato, fai sembrare tridimensionale un’immagine piatta o mostra come reale qualcosa che non lo è.
Divertiti ad ingannare l’occhio dell’osservatore, perché la fotografia è anche questo.
Poi, se vuoi, metti il link alla tua immagine in un commento qui sotto. Condividere il “prodotto della propria missione” è divertente e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.
Ti piace il mondo della fotografia fashion? Modelle bellissime con tacchi pazzeschi e fotografi prestanti che se la godono su splendide spiagge tropicali? Divertimento? Soldi a palate?
Non è sempre così. Dai un’occhiata a questo video, in cui il fotografo commerciale britannico Karl Taylor si trova alle prese con un ventoso shooting in Islanda.
Sì, il risultato finale poi sarà di tutto rispetto, ma probabilmente anche il raffreddore della povera modella dal vestito rosso… 😀 😀 😀
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Ogni tanto torno a rivedermela e la trovo sempre più affascinante. E’ una delle prime fotografie della storia, alcuni sostengono sia la prima in assoluto. Fu realizzata nel 1826 da Nicèphore Nièpce a Le Gras in Francia e mostra ciò che questo pioniere della “scrittura con la luce” aveva a disposizione: la vista dalla finestra della sua stanza.
Non si è sicuri che si tratti della prima foto in assoluto perché pare siano esistite almeno un paio di immagini appena precedenti a questa, andate però distrutte. Poco importa.
Per realizzare queste prime fotografie Nièpce utilizzò lastre di peltro cosparse di un derivato del petrolio denominato “bitume di giudea”. Si trattava di un materiale con la caratteristica di indurirsi alla luce e permettere così la successiva eliminazione delle parti non indurite, poi c’era l’inchiostrazione e la stampa finale su carta.
La sensibilità di questa primordiale tecnologia era bassissima e ciò costringeva ad esposizioni molto lunghe, come nel caso della foto sopra, realizzata in circa otto ore.
Che meraviglia eh?
La lastra originale è oggi conservata presso la University of Texas ad Austin.
Eccoti un appuntamento da segnare in agenda: il 5 ottobre prossimo ci sarà l’edizione 2013 della Scott Kelby Worldwide Photowalk.
Si tratta di un’iniziativa gratuita di livello mondiale, promossa dalla NAPP (National Association of Photoshop Professional) e dal suo noto rappresentante Scott Kelby, fotografo ed autore di numerosi libri e corsi. Durante questa giornata si svolgeranno oltre mille photowalk in altrettante città in giro per il mondo, con una partecipazione che lo scorso anno ha superato i trentamila fotografi. Un evento che è stato denominato “fotografia sociale”, occasione per tutti gli appassionati di incontrarsi, conoscersi e divertirsi insieme, indipendentemente dal livello tecnico.
Ho avuto il piacere di fare da leader per le scorse tre edizioni della versione fiorentina della Worldwide Photowalk e quindi quest’anno ho preferito non confermare l’invito dell’organizzazione a condurre anche nel 2013; credo sia giusto lasciare questa opportunità ad altri.
Parteciperò comunque volentieri, come normale walker, all’edizione di Firenze della Photowalk, ovviamente se ci sarà un nuovo leader ad organizzarla. In alternativa potrebbe essere anche interessante prendere un treno per Roma dove sarà lo stesso Scott Kelby in persona a guidare la Photowalk locale. Vedremo.
Per tutte le informazioni, la mappa delle photowalk nel mondo, le iscrizioni come walker ed anche le candidature come leader, il sito ufficiale dell’evento è all’indirizzo www.worldwidephotowalk.com
Tra gli aggeggi che si possono piazzare davanti all’obiettivo alla ricerca di effetti creativi ci sono i filtri ND (Neutral Density), utili per abbattere la quantità di luce che arriva nell’ottica e realizzare lunghe esposizioni, anche quando le condizioni non lo permetterebbero.
Molti fotografi li usano. Rendono bene con nubi o acqua in movimento ed in qualche caso permettono di allungare così tanto il tempo di esposizione da “eliminare” la presenza di persone che altrimenti disturberebbero il risultato finale, come ad esempio in luoghi turistici affollati. C’è però un tipo di filtro per abbattimento della luce che molti non hanno mai provato ad usare: è il vetro da saldatore. Lo puoi trovare per pochi euro in qualunque negozio di ferramenta e, una volta tenuto in posizione con un paio di elastici, consente di allungare moltissimo i tempi, visto che toglie circa 10 stop.
Con un bel filtro di questo tipo si fanno tranquillamente lunghe esposizioni anche in giornate estive molto soleggiate e si può andare alla ricerca di effetti creativi.
Usando il vetro da saldatore bisognerà accontentarsi di una definizione non perfetta ed anche di immagini con una dominante verde molto forte (su cui volendo si può intervenire in postproduzione).
Non dovrà comunque essere la ricerca della qualità tecnica a guidare questi scatti, piuttosto la voglia di sperimentare, magari mettendone davanti all’obiettivo anche più di uno!
Buon divertimento.
🙂
È la volta di un nuovo cortocircuito fotografico, anzi, a dire il vero, di uno straordinario doppio cortocircuito fotografico.
In questo scatto di Norman Seef, realizzato nel 1969 a New York, ci sono due grandi personaggi: Robert Mapplethorpe e Patti Smith.
Non credo ci sia bisogno di presentazioni per questa coppia di notevoli interpreti della scena culturale degli anni settanta, ed è davvero un doppio cortocircuito perché i fotografi ritratti sono due: anche Patti infatti, dopo aver conquistato il titolo di sacerdotessa del Rock, si è poi rivelata una bravissima fotografa.
Patti Smith e Robert Mapplethorpe avevano circa vent’anni, vivevano insieme e si amavano. Patti era da poco arrivata da Chicago, senza soldi, la musica ancora non era la sua passione: la sua idea era di diventare una poetessa.
Robert era nato a New York in una famiglia di rigide tradizioni cattoliche. La fotografia era per lui ancora da scoprire, come la sua omosessualità. Si lasciarono quando lui si rese conto di essere gay, ma restarono amici e si aiutarono per tutta la vita ed oltre, con Patti che continuò a scrivere lettere a Robert anche dopo la sua morte.
Norman Seeff, nato e cresciuto in Sudafrica, si era da poco trasferito negli Stati Uniti dopo una breve carriera come medico. Qui scoprì che la sua vera passione erano le arti visive e la fotografia.
L’esperienza con Robert e Patti segnerà l’inizio di una lunga carriera da fotografo e regista dentro al mondo dell’arte e della creatività. Una carriera che lo vede, a settantaquattro anni, ancora protagonista.
Lo scatto sopra fa parte di una serie che fu realizzata a casa di Norman, dopo che i tre si erano conosciuti in un locale a New York. Il talento di Seeff fu attratto dal fascino della coppia e chiese loro di poterli fotografare. Ne vennero fuori immagini molto belle, in grado di raccontare lo straordinario rapporto tra i due giovani artisti. Un rapporto che, dopo un inizio amoroso, assunse la forma di un’amicizia assoluta, fatta di condivisione di idee, sogni e visioni.
Dopo la morte di Mapplethorpe, Patti Smith ha affermato che quelle foto si avvicinano molto al suo ricordo della profondità del loro amore. Non è difficile crederle, guardando lo sguardo di Mapplethorpe in questo magnifico scatto.
Girovagando in rete ho trovato questa curiosa immagine: una foto del 1938 in cui si vede una mini fotocamera montata su una pistola. La macchina fotografica era installata con un meccanismo di scatto pensato per immortalare l’istante dello sparo. A parte l’ormai consolidato (e sciagurato) legame che ogni tanto connette armi e macchine fotografiche, a partire dal termine shoot (che in lingua inglese significa sia sparo che scatto fotografico), c’è qualcosa in questa immagine che mi ha incuriosito. Sono quelle piccole foto presenti a fianco. Sembrano realizzate in un modo che fa pensare alla pubblicità di un prodotto commerciale, magari ideata per dimostrare situazioni di legittima difesa. La foto come prova indiscutibile dunque… Peccato che gli esempi mostrino vittime, magari indesiderate, ma apparentemente indifese! :-O
Eccoci con una nuova proposta adatta a condire il fine settimana con una piccola dose di creatività fotografica. Il weekend assignment non è altro che un modo per stimolare la nostra capacità di affrontare un argomento e svilupparlo in modo personale, alla ricerca di occasioni per divertirsi ed imparare fotografando.
Il tema stavolta viene direttamente dal mondo del cinema ed è ispirato allo stile di uno dei più grandi maestri che questo media ha avuto nella sua storia. Uno che per me rappresenta qualcosa di davvero particolare: Stanley Kubrick.
Per il weekend ti propongo quindi di provare a realizzare qualche scatto Kubrick Style. Puoi ispirarti alle atmosfere soffici di “Barry Lyndon“, a qualche dettaglio intrigante che richiami “Eyes Wide Shut”, provare come ho fatto io a ricreare un incubo alla “Shining” o addentrarti nella follia di “Arancia Meccanica”, come sempre a te la scelta.
Lo so non è per niente facile ma del resto non sono le sfide più difficili quelle che risultano alla fine più divertenti?
Dai, in questo fine settimana provaci con questo particolare assignment dedicato ad un grande regista che per l’appunto è stato anche fotografo. Dopo aver scattato qualche foto, condividine poi almeno una con me, mettendo il link in un commento a questo post.
Subisco sempre il fascino dei backstage, specie quando c’è di mezzo qualche fotografo di fama. Guardare come lavorano i professionisti mi intriga perché, nel vederli operare, ci sono sempre un sacco di dettagli che si manifestano. C’è il dialogo con il soggetto del ritratto, la collaborazione con chi allestisce la scena, l’importanza del trucco.
Si può imparare molto ma il bello è poi osservare che, in sostanza, gli ingredienti sono sempre gli stessi: quelli che anche tutti noi possiamo avere a disposizione. Sono la creatività e la voglia di ottenere un certo risultato, indipendentemente dal fatto che questo sia un prodotto commerciale o artistico.
Qui c’è Annie Leibovitz, impegnata in uno shooting per la Disney. E’ un esempio in cui si vedono applicati gli elementi di cui sopra ma anche una bella dose aggiunta di lavoro a posteriori, di quella tanto discussa “postproduzione”, che per questo tipo di assignment è evidentemente richiesta dalla direzione artistica. E’ infatti ben visibile sull’immagine finale qualche bella “mano” di Photoshop.
Per chi volesse provare ad imitarla a casa divertendosi con tanto di costume da regina cattiva, solo una raccomandazione: attenti al fuoco! 🙂
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13 Giugno 1936, cantieri navali di Amburgo. Un Uomo rimane fermo mentre tutti gli altri tendono il braccio nel saluto nazista ad Hitler che assiste al varo di una nave. L’Uomo si chiama August Landmesser.
August pagherà caro questo suo gesto, questa manifestazione di dissenso ed aperta protesta contro un regime che lo sta per processare e condannare. Le leggi razziali appena varate lo faranno imprigionare, renderanno nullo il suo matrimonio dissolvendo la sua famiglia e definendolo “elemento che disonora la razza”.
E’ la Fotografia di un Uomo solo, disperato ma determinato, un istante che cambiò drammaticamente la vita di questa Persona decretando l’inizio di un calvario che lo portò fino alla morte.
Un istante che però, grazie alla fotocamera, è rimasto fissato per sempre e non lo ha fatto cadere nell’oblio rendendolo, anzi, un esempio.
La Fotografia in questo caso si è dimostrata strumento di condanna ma anche di giustizia e memoria. E’ anche attraverso di essa che Landmesser è probabilmente stato accusato e punito ma poi è proprio grazie alla potenza del mezzo visivo che il suo gesto è stato messo a disposizione, in tutta la sua importanza, delle generazioni che sono venute e che verranno.
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