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Adieu Mon Amour by Pega

Adieu mon Amour – Copyright 2013, Pega

E siamo arrivati a duecento.
Sono davvero un bel numero i weekend assignment, gli spunti fotografici proposti negli anni di questo blog per i fine settimana da dedicare ad un tema, duecento missioni per dare un impulso alla nostra creatività. Idee, a volte semplici, altre volte meno.
Non avrei mai creduto di poterci arrivare ma eccoci qua e forse, proprio perché quando si raggiungono numeri “tondi” si tende a guardarsi indietro, ecco che spunta un tema di tutto rispetto: la nostalgia.
Il concetto è semplice, potente, universale, c’è chi lo prova raramente mentre altri ci convivono fin dall’infanzia, quel che qui però conta è che si tratta di una materia fotografica su cui non è difficile applicarsi ed esistono infiniti modi per portare in immagini questo tipo di emozioni.
Nei due giorni del weekend prova a sperimentare su questo concetto e tradurre in fotografia qualche tua idea creativa. Puoi scegliere di lavorare di fantasia o andare a scavare nei tuoi ricordi ma tieni a mente che, come ha scritto qualcuno, la nostalgia è come il mare d’inverno, non puoi farci il bagno, perché le sue acque gelide rischiano di assiderarti. Quindi occhio a questo tema… alla fine del compito fotografico ricordiamoci che il passato non torna, ed è meglio guardare avanti 🙂
Buon fine settimana!

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Lost memories

Confidando che le misure prese per fronteggiare la cretinata sui cookies siano sufficienti, voglio riproporti qualcosa che in questo caso trovo un po’ emblematico: è Lost memories, un delizioso “corto” di tre minuti realizzato da Francois Ferracci. Se non l’hai mai visto, non voglio anticiparti molto di questo piccolo capolavoro che mette in connessione fotografia digitale, analogica, emozioni, sentimenti e relazioni; il tutto tra passato, presente e futuro. Se già lo conosci, ti invito a rivederlo, gustandone oltre agli spunti di riflessione, anche l’aspetto tecnico eccellente, specie considerando che Francois l’ha realizzato da solo interamente sul suo laptop. Buona visione.

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Robert Mapplethorpe

È la volta di un nuovo cortocircuito fotografico, anzi, a dire il vero, di uno straordinario doppio cortocircuito fotografico.
In questo scatto di Norman Seef, realizzato nel 1969 a New York, ci sono due grandi personaggi: Robert Mapplethorpe e Patti Smith.
Non credo ci sia bisogno di presentazioni per questa coppia di notevoli interpreti della scena culturale degli anni settanta, ed è davvero un doppio cortocircuito perché i fotografi ritratti sono due: anche Patti infatti, dopo aver conquistato il titolo di sacerdotessa del Rock, si è poi rivelata una bravissima fotografa.

Patti Smith e Robert Mapplethorpe avevano circa vent’anni, vivevano insieme e si amavano. Patti era da poco arrivata da Chicago, senza soldi, la musica ancora non era la sua passione: la sua idea era di diventare una poetessa.
Robert era nato a New York in una famiglia di rigide tradizioni cattoliche. La fotografia era per lui ancora da scoprire, come la sua omosessualità. Si lasciarono quando lui si rese conto di essere gay, ma restarono amici e si aiutarono per tutta la vita ed oltre, con Patti che continuò a scrivere lettere a Robert anche dopo la sua morte.
Norman Seeff, nato e cresciuto in Sudafrica, si era da poco trasferito negli Stati Uniti dopo una breve carriera come medico. Qui scoprì che la sua vera passione erano le arti visive e la fotografia.
L’esperienza con Robert e Patti segnerà l’inizio di una lunga carriera da fotografo e regista dentro al mondo dell’arte e della creatività. Una carriera che lo vede, a settantaquattro anni, ancora protagonista.
Lo scatto sopra fa parte di una serie che fu realizzata a casa di Norman, dopo che i tre si erano conosciuti in un locale a New York. Il talento di Seeff fu attratto dal fascino della coppia e chiese loro di poterli fotografare. Ne vennero fuori immagini molto belle, in grado di raccontare lo straordinario rapporto tra i due giovani artisti. Un rapporto che, dopo un inizio amoroso, assunse la forma di un’amicizia assoluta, fatta di condivisione di idee, sogni e visioni.
Dopo la morte di Mapplethorpe, Patti Smith ha affermato che quelle foto si avvicinano molto al suo ricordo della profondità del loro amore. Non è difficile crederle, guardando lo sguardo di Mapplethorpe in questo magnifico scatto.

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I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa

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Gerda_Taro

Gerda Taro by Robert Capa 1937

Gerda Taro ritratta da Robert Capa è il cortocircuito fotografico che ti propongo oggi; una fotografa a lungo dimenticata che, nonostante sia considerata la prima fotogiornalista donna a seguire un fronte di guerra, per oltre cinquant’anni è rimasta oscurata dalla fama del suo compagno: quel Robert Capa protagonista del precedente cortocircuito.
L’impegno sociale e politico di Gerda è breve ed intenso come la sua vita, oltre che emblematico di ciò che è stata la storia europea degli anni trenta.
Ebrea polacca cresciuta nella Germania pre-hitleriana ed esule in Francia, dimostra fin da giovanissima carattere e visione non comuni per il suo tempo, studia fotografia e vive interessi e relazioni sentimentali molteplici. Il suo spirito contrario ad antisemitismo e nazifascismo, si realizza nel 1937 con la partecipazione alle fasi della resistenza Spagnola, dove fotografa il fronte insieme al suo compagno Robert Capa. È qui che questa donna, così emancipata e da qualcuno definita come “troppo avanti” per la sua epoca, trova però la sua precoce e tragica fine: schiacciata da un carro armato in ritirata.
Capa, sconvolto, pubblica subito un libro di fotografie della guerra civile Spagnola intitolato Death in the Making in cui ci sono scatti suoi e di Gerda, ma in molti degli articoli che appaiono sui giornali è omesso il nome della Taro. È così che inizia per Gerda una fase di oblio, almeno in occidente, dove addirittura alcune sue foto vengono attribuite a Robert Capa. Oltre cortina invece, nella Repubblica Democratica Tedesca, Gerda Taro viene sfruttata dalla propaganda come figura eroica, simbolo della resistenza comunista contro il fascismo.
È solo con la biografia su Robert Capa, scritta negli anni ottanta da Richard Whelan, che il nome di Gerda Taro torna ad avere la sua giusta importanza, anche grazie ad un accurato studio degli archivi del fotografo ungherese.

Gerda è sepolta a Parigi, al Père Lachaise, sotto ad un omaggio scultoreo di Alberto Giacometti.
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I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro

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Mamma Anastasia

Ci sono amore, vita, passione ed arte in questa foto di Anastasia Chernyavsky, la fotografa che con la Rollei al collo si é ritratta nuda insieme alle sue figlie ed ha postato lo scatto sul suo album Photodom. Qualcuno ha poi condiviso l’immagine su Facebook ed è successo il finimondo.
La censura che è scattata e le critiche di chi la accusa di volgarità dimostrano solo la gravità della situazione paradossale a cui siamo arrivati. Sul web si trovano in ogni dove immagini di violenza, razzismo e prevaricazione ma lo scandalo è una “mamma nuda con il seno sporco di latte”.
Forse è soltanto colpa di ipocrite policy di Facebook ma guardando le altre foto di Anastasia ho notato che mi ricordano lo stile di Winn Bullock ed ho ripensato a ciò che scrissi in un vecchio post a proposito degli scatti di questo grande artista che, osservati con gli occhi di oggi, dimostrano il percorso involutivo della nostra società.
Ebbene: quella di Anastasia è semplicemente una bellissima foto, punto.

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Lost memories

Lost memories è un piccolo capolavoro, un “corto” di tre minuti realizzato da Francois Ferracci.
Non voglio anticiparti molto di questo breve gioiellino se non che mette in connessione fotografia digitale, analogica, emozioni, sentimenti e relazioni, il tutto tra passato, presente e futuro della tecnologia.
Qualcosa che ti invito a vedere, gustandone oltre agli spunti di riflessione, anche l’aspetto tecnico eccellente, specie considerando che Francois l’ha realizzato da solo in sei mesi interamente sul suo laptop.
Buona visione.

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The fleeting equilibrium – © Copyright 2012 Pega

Sono solo due sassi su uno scoglio, ma dato che sono (o forse solo appaiono) in un precario e temporaneo equilibrio, fanno pensare.
Inizio a riflettere, penso ai materiali evidentemente diversi che costituiscono le due pietre. Quella più chiara è striata ed irregolare, quella scura più rotondeggiante e liscia. Un richiamo immediato a Yin e Yang, maschio e femmina, brutto e bello, forza e debolezza, amore ed odio…
Poi è la posizione che cattura il mio interesse: perchè il sasso chiaro è più in alto e quello scuro più in basso? Un simbolismo a sfondo razziale? Il bene che sovrasta il male? Oppure è il caso, la forma della roccia sotto, che magari permetteva solo questa posizione reciproca e non l’inverso.
Fatalità, conseguenze, rapporti causa effetto. Caos.
Due pietre in equilibrio precario. Se la scura rotola via la bianca può forse resistere lì, indisturbata. Se cade la più chiara, la scura è molto probabile che venga travolta, il suo destino è legato a quello del sasso poco sopra. Non è libera. Una situazione ingiusta.
Le due pietre riflettono in modo differente calore e luce. Inviano segnali diversi agli occhi dell’osservatore ma entrambe, a modo loro, mettono in qualche difficoltà il sensore della mia macchina fotografica. Con il sole estivo i chiari della pietra più in alto si avvicinano pericolosamente ai limiti gestibili dalla fotocamera, mentre le ombre del sasso più in basso scivolano comunque nella perdita di dettaglio.
Sono solo due sassi in bilico su uno scoglio.
Ed io forse mi sto cuocendo il cervello sotto un forte sole d’estate.

😀

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