Osserva con attenzione questa foto di Paul Strand.
Ad uno sguardo fugace può sembrare la stessa che avevo pubblicato in un post di qualche tempo fa, ma non è così. Non si tratta della stessa foto di cui parlavo in quell’occasione.
Se si mettono a confronto le due fotografie si ha l’impressione che qualcosa di molto simile ad un’azione di fotoritocco abbia modificato questa seconda scena: manca la persona in piedi accanto alla matriarca; il fratello maggiore.
Ma non si tratta di un intervento con Photoshop. Strand fece effettivamente più scatti, alla ricerca di quella che per lui era l’espressione più intensa di questo nucleo di persone ed evidentemente provò due diverse situazioni.
Scattò con e senza l’uomo che, con la sua posizione nell’inquadratura, rappresentava chiaramente la figura che aveva preso il posto del padre caduto durante la guerra da poco terminata.
Osservando con attenzione le altre persone si notano piccole differenze nell’espressione e nella posizione ma è come se in effetti stessero seguendo delle indicazioni di posa.
Strand stava deliberatamente facendo quella che può essere indicata come “regia fotografica”: compose la scena e posizionò i suoi soggetti fornendo loro precise indicazioni di posa esattamente come avviene in alcune tipologie di ritratto fotografico o più comunemente nel cinema.
Personalmente le trovo entrambe straordinarie, di una intensità unica.
Una forza che Strand “regista” era determinato a comunicarci.
C’è poco da fare, è evidente a tutti che le idee migliori, quelle più originali e creative, vengono fuori proprio quando la nostra mente è libera di galoppare e muoversi senza troppe costrizioni logiche.
E’ così che a volte ci si sveglia la mattina, con una intuizione che è maturata nel sonno o nel dormiveglia…
Per qualcuno è la soluzione ad un problema a lungo studiato, per altri è l’idea per un pezzo scritto o di musica. Per un fotografo può essere il concetto o uno spunto creativo per uno scatto.
Il momento in cui la mente riesce a partorire questi suoi prodotti può anche essere diverso o lontano dalle fasi di sonno. Può capitare sotto la doccia, in bagno, o mentre si parla di tutt’altro.
Succede che queste intuizioni siano fugaci, quasi impalpabili. Se non le si fissano subito a volte vanno perse. Per sempre.
Basta poco. Un piccolo blocchetto per appunti, il registratore vocale sul telefonino, o qualsiasi altro metodo. L’importante è prendere subito nota di queste idee… per poi valutarle e coltivarle con calma.
Karl Taylor è un fotografo professionista dal (terribile accento 🙂 ) che ogni tanto posta degl interessanti video.
In questo, proponendoci delle belle immagini, parla della luce naturale e di come sfruttarla per ottenere delle belle foto.
Mi piacciono i video dove si vedono fotografi all’opera, specie nei casi in cui si riesce a percepire la loro passione.
In questo trovo particolarmente riuscita la parte in cui fa vedere come cerca e trova il suo scatto a “lunga esposizione” del mare al tramonto, non preoccupandosi di bagnare piedi e treppiede…. 🙂
Gli studiosi della nostra mente la chiamano “attivazione reticolare”. E’ il sistema che il cervello utilizza per stabilire a quali percezioni dare la priorità nel flusso continuo di informazioni e stimoli che ci raggiungono.
E’ una sorta di filtro tra il livello cosciente di ciò di cui ci rendiamo conto e quello subconscio che comunque viene raggiunto da tutte le stimolazioni sensoriali a cui siamo esposti e sensibili.
Probabilmente ti sarà capitato di approfondire un argomento o interessarti di qualcosa di nuovo ed accorgerti di notare cose a tale riguardo che probabilmente c’erano anche prima ma a cui, per scarsa attenzione su quello specifico ambito, non avevi mai fatto caso. Questo è un esempio di come può intervenire l’attivazione reticolare.
Quella sopra è una famosissima foto di Paul Strand, il ritratto di Mr. Bennett.
E’ una immagine che mi è sempre piaciuta, la trovo tra le più belle di questo grande fotografo.
Pochi giorni fa la stavo guardando e per un attimo ho provato ad immaginarmi l’istogramma di questo splendido bianco e nero ma ecco…
Non l’avevo mai notato così, ma quel bottone bianco.. è totalmente sovraesposto…
Da quel momento è come se il mio cervello avesse riclassificato l’immagine.
Non mi è più possibile non notare e dare una grande importanza a quel bottone in mezzo che forse, dirai, è la chiave per l’intensità e la vitalità dell’intera immagine.
Probabilmente è proprio quel piccolo dettaglio che ne determina la bellezza.
C’è una frase della famosa fotografa Dorothea Lange che trovo assolutamente magnifica :
“The camera is an instrument that teaches people how to see without a camera” [La macchina fotografica è uno strumento che insegna alle persone a vedere senza la macchina fotografica]
Sarà una deformazione derivata da altre mie attività, ma a volte trovo utile provare a costruire una traccia, o meglio una vera e propria checklist, che mi aiuti a fare le cose.
E’ un metodo che a volte ridicolo ma che spesso può fare la differenza tra un risultato accettabile ed un fallimento. Perchè quindi non provare con la fotografia?
Farsi delle domande prima di scattare potrebbe essere la chiave per migliorare e per fotografare in un modo che sia il più possibile attivo e creativo.
L’approccio può essere del tutto personale e bilanciato in modo variabile a seconda delle proprie inclinazioni, dando più o meno importanza agli aspetti artistici o tecnici.
Ecco un mio propotipo di checklist che sto provando a seguire prima di effettuare uno scatto…
Delle semplici domande da farsi sul momento, non tanto per cercare sempre e comunque delle risposte, quanto per approfondire le ragioni che ci spingono a fare proprio quella fotografia.
1 – Qual’è il soggetto della foto?
2 – Mi interessa davvero questo soggetto?
3 – Questo soggetto potrà interessare a qualcun altro oltre che a me?
4 – La foto racconterà una storia? Quale?
5 – La foto mi emozionerà? Farà emozionare?
6 – La foto potrebbe offendere qualcuno?
7 – Sarà una foto che mi interesserà anche tra tanto tempo?
Non so se hai mai provato a fare qualcosa del genere. Magari lo fai già in modo istintivo, ma la mia idea è di portare a livello cosciente questa sorta di analisi.
Sicuramente è una pratica che può avere le sue controindicazioni, ad esempio ha una certa azione inibitoria… e tende a far ridurre un po’ il numero di scatti.
E’ solo un’idea. Ancora una volta si tratta di un piccolo esperimento, un semplice metodo per fare un po’ di autocritica ed uno stimolo a far foto più interessanti.
Anche questo mese voglio segnalare il bel volumetto che viene proposto in edicola allegato alla rivista National Geographic.
E’ il secondo della serie “grandi fotografi” iniziata con il numero di Gennaio dedicato a Mc Curry di cui ho parlato in un recente post e che ho apprezzato molto.
Visto che a quanto mi è stato riferito, questi allegati sono risultati in qualche caso difficili da reperire ed esauriti in edicola, questo mese te lo segnalo con minore ritardo…
E’ un’ottima occasione (scusa) per ritagliarsi un piccolo momento nel weekend e sedersi a gustare (o degustare) delle splendide fotografie…
Rue Mouffetard – Copyright 1954 Henry Cartier-Bresson
Immagina per un attimo che uno scatto inedito di un grande maestro della fotografia venga postato un utente qualsiasi, su Flickr o su qualche gruppo fotografico su Facebook. Una foto tipo questa “Rue Mouffetard” di Henri Cartier-Bresson ad esempio.
Credo che passerebbe praticamente inosservata, proprio come il violinista Joshua Bell nell’esperimento che citavo nel post di ieri.
Sono sicuro che i pochi commenti che riceverebbe sarebbero roba tipo: “attento alla composizione”, “è un po’ storta” o anche sicuramente “gli hai tagliato i piedi”…
Niente a che vedere con lo strepitoso successo con migliaia di visite e commenti che a volte capita di notare per foto che, sebbene ottimamente eseguite e trattate, non rappresentano alcunchè di interessante dal punto di vista artistico.
Probabilmente i ritmi sempre più serrati a cui tutti siamo progressivamente costretti stanno esigendo molto. Portano ad un cambiamento nella capacità di percepire ed approfondire.
Succede che siano sempre di più quelli di impatto visivo e non quelli di impatto emotivo, gli elementi che sulle prime ci attraggono maggiormente, anche se poi è un “guarda, stupisciti e… dimentica”.
Ma resta il fatto che se invece troviamo il modo di “staccare un attimo”, di prenderci qualche minuto ed osservare una foto come questa, con calma, ecco che scopriamo come sia possibile emozionarsi ed innamorarsene, immaginare tutta la storia, sentire suoni, voci, odori… e naturalmente tornare a vederla tante altre volte.
Nel 2008 il giornalista Gene Weingarten vinse il premio Pulitzer per un esperimento che aveva ideato e condotto a proposito della capacità del pubblico di saper apprezzare e riconoscere la qualità artistica.
L’esperimento consisteva nell’aver fatto suonare il famoso violinista Joshua Bell in una stazione della metropolitana di Whashington, filmando la reazione dei passanti.
In quei giorni Bell stava provocando dei veri e propri “tutto esaurito” con i suoi concerti in teatri da 100 dollari a biglietto, ma nei 45 minuti di performance nella metropolitana solo sette persone si fermarono ad ascoltare e l’incasso si fermò a poco più di 20 dollari.
L’evento fu ripreso da una telecamera nascosta. Puoi vedere il video qui sotto.
Possibile che il nostro ritmo di vita e la sempre maggiore attitudine al superficiale ed al “mordi e fuggi” ci stia rendendo sempre più sordi o ciechi ?
E’ immediato pensare come la stessa identica cosa possa succedere con la fotografia…
A domani per alcune altre considerazioni a questo proposito…
Navigando sul web ho trovato questo fantastico grafico. Descrive gli stadi che più o meno tutti attraversiamo come appassionati di fotografia.
Cliccaci per vederlo in grande e prova a verificare dove pensi di trovarti su queste curve…. poi, se vuoi, fammi sapere… 🙂
Non sono riuscito a risalire all’autore ma è geniale ! Troppo divertente !
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