
Se in questi giorni davvero il mondo finisce c’è chi si godrà lo spettacolo.
La sonda NASA Curiosity è lì su Marte, bella tranquilla, piazzata a distanza di sicurezza. Sono pronto a scommettere che ha già rivolto le sue fotocamere verso la Terra in attesa del possibile evento.
Nei mesi scorsi ci ha già inviato un bel po’ di immagini della superficie del pianeta rosso ed anche della Terra ma tra le foto che più mi hanno affascinato c’è il fantastico e vanitoso autoritratto che puoi vedere sopra. E’ stato realizzato scattando 55 foto da angolazioni diverse usando la fotocamera posizionata sul braccio mobile estensibile e processata dalla NASA per ottenere un’unica immagine in cui il braccio non è più visibile, apparendo scattata come se il “vanesio” robot Curiosity avesse piazzato un treppiede per farsi un autoscatto.
Image credit www.nasa.gov
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Finisce o non finisce questo mondo?
Certo che se dovessero avere ragione i Maya potrebbero esserci delle grandi opportunità fotografiche. Bagliori nucleari? Diluvio universale? Scene apocalittiche e cataclismi inenarrabili? Oppure qualcosa di ancor più pazzesco che l’obiettivo potrebbe catturare, oppure no.
Comunque sia, in questi giorni non è il caso di lasciare a casa la nostra fida macchina fotografica, potrebbe servire magari anche solo per catturare qualche attimo strano o un’atmosfera insolita.
Ma come fare per proteggere dalla “fine” il prodotto dei nostri scatti ed assicurarci che magari qualcuno o qualcosa (gli alieni?) in un futuro possa vedere quello che abbiamo fotografato?
Su pellicola o scheda di memoria le nostre foto potrebbero non sopravvivere alla catastrofe se non adeguatamente protette. Tu come faresti per salvare le tue immagini? Un contenitore stagno ed ignifugo? Una cassaforte? O un upload verso un satellite? 🙂
P.s. Ah, mi sovviene una cosa: anche se il mondo non dovesse finire il 21/12/2012, siamo tutti sicuri di fare il possibile per proteggere dal futuro le nostre care fotografie?
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Cruscotto astratto – © Copyright 2008 Pega
Una volta il titolare di una piccola galleria d’arte mi disse: “L’astratto è un genere difficile, che generalmente paga poco. In fotografia non paga proprio”.
Non so dire se avesse ragione o meno, resta il fatto che comunque l’astratto mi affascina, sopratutto in fotografia.
Mentre per le altre arti figurative l’astratto è un risultato che parte dal concetto mentale dell’artista e si produce direttamente nell’opera lasciando all’osservatore l’onere di un grosso sforzo interpretativo, in fotografia è invece un paradosso, un percorso diverso, con un passaggio in più. La foto è intrinsecamente una rappresentazione meccanica del reale, quindi per realizzare un astratto il fotografo deve lavorare per fare in modo di rendere astratto ciò che non lo è.
L’astratto fotografico è quindi tale solo agli occhi dell’osservatore, il fotografo lo inganna rendendogli arduo riconoscere il vero soggetto dello scatto.
Sì, hai ragione, è un ragionamento contorto che forse non riesco nemmeno a spiegare bene, ma se un po’ lo condividi prova a ragionarci. Magari mi fai sapere che ne pensi.
🙂
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Niente sensore, niente elettronica, niente parti meccaniche, niente ottica… costo praticamente zero.
Basta un po’ di carta ed una discreta dose di pazienza: la Dirkon è davvero una fotocamera alla portata di tutti.
Nata alla fine degli anni ’70 sulle pagine di una rivista dell’allora Cecoslovacchia, è una macchina fotografica stenopeica fai-da-te realizzabile interamente in cartoncino.
Puoi stampare il progetto che vedi qui sotto, ritagliare le parti, incollarle ed avrai una fotocamera pinhole utilizzabile con pellicola 35mm. Una vera sfida che potrebbe essere anche lo spunto per un evento in cui trovarci tra appassionati e provare a realizzarne una a testa per vedere come ce la caviamo.

Puoi trovare altre informazioni ed istruzioni per la realizzazione sul sito www.pinhole.cz
La Dirkon non è l’unica fotocamera stenopeica in cartoncino. Una sua “concorrente” è la Rubicon, leggermente più complessa e sofisticata, probabilmente più efficace, che puoi assemblare partendo da un PDF con piani ed istruzioni, scaricabile gratuitamente qui.
Buon divertimento!
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Non ci sono dubbi: la pellicola non è morta, anzi è viva e vegeta. Lo provano le tante iniziative che rifioriscono attorno a questa tecnologia fino a poco tempo fa data per spacciata, ma che negli ultimi tempi manifesta segni di grande vitalità. Lo dimostrano il successo di imprese come Impossible Project o la recente contesa di alcuni brevetti Kodak da parte di Apple e Google.
Un altro esempio di questa tendenza è anche il lancio sul mercato di prodotti che a modo loro sono innovativi, come queste due macchine fotografiche “usa e getta bianco e nero” create da Ilford attorno a pellicole di qualità come HP5 e XP2. Una scommessa che la dice lunga su quelle che sono le prospettive che alcuni produttori intravedono ancora in questo settore.
Che Ilford abbia successo o meno credo che non si possa che rallegrarsi di fronte a questo fenomeno che dimostra come la fotografia sia sempre fonte di sfide e rielaborazioni interessanti.
Quel che è sicuro è che non sembra all’orizzonte la scomparsa della pellicola, un supporto che resiste nonostante tutto, continuando ad affascinare vecchi e nuovi appassionati.
Ed io allora che faccio?
Ma certo: un investimento natalizio.
Ecco qui a fianco un mio nuovo gioiellino analogico arrivato oggi: una fiammante Agfa Optima del 1960 acquistata su Ebay alla roboante cifra di 3 sterline e mezzo.
🙂
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Snow Koala with Sunset Flower – © Copyright 2009 Pega
Henry David Thoureau una volta disse: “The question is not what you look at, but what you see” (Il punto non è cosa guardi, ma cosa vedi).
Per un po’ ho tenuto questa frase in bella vista scritta su un foglietto giallo attaccato al monitor di casa, ma a dire il vero non mi dispiacerebbe prima o poi stamparla su un piccolo adesivo ed appiccicarla proprio sotto al display della macchina fotografica.
Per me è un concetto di base della fotografia, della capacità di realizzarla ma anche di apprezzarla quando prodotta da altri.
Vedere è il risultato di un processo dove il guardare è solo l’input. A questo flusso in ingresso si applica tutta l’elaborazione razionale ed emotiva di cui siamo individualmente capaci.
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Cassetta storta – © Copyright 2011 Pega
Di solito non lo faccio mai ma questa volta cedo e ripropongo un vecchio assignment, anzi ne ripropongo addirittura tre in un colpo solo.
Sono gli assignment #35, #36 e #38 che proposi un po’ di tempo fa a proposito della questione dell’obliquità, delle cose dritte e storte, raddrizzate o rese pendenti dal fotografo.
E’ in sostanza lo stesso tema che ho trattato anche nel precedente post e che trovo stimolante, non solo come argomento di discussione, ma anche come spunto di osservazione e fonte di idee creative in fotografia.
Le cose possono essere un po’ oblique per loro natura oppure divenire interessanti proprio solo quando si osservano in modo da “vederle” storte; però non è sempre così e altre volte è fondamentale rispettare il rigore statico o addirittura forzarlo raddrizzando l’immagine.
Insomma per l’assignment di questo weekend ti invito a ragionare e fotografare sul tema: orizzonte soggettivo e vediamo cosa viene fuori.
Come al solito ti invito a condividere “il tuo prodotto della missione” e pubblicare in un commento qui sotto il link alla foto che avrai realizzato.
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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.
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Gira al prossimo incrocio – © Copyright 2012 Pega
“Ma non vedi che è storta?”
“Certo. E’ bella storta”
“In effetti è vero”
A volte cosa c’è di più affascinante di una imperfezione? Di quel poco (o tanto) di “sbagliato” che rende certe cose interessanti?
Troppo spesso sento o leggo critiche che danno enorme importanza al rigore statico, quasi come se in natura tutto fosse perfettamente orizzontale o verticale. Forse quando guardiamo le cose siamo sempre “in bolla”?
Largo all’obliquo, spazio all’imperfezione! Il succo dell’evoluzione creativa sta tutto lì: nella leggera mutazione, nel lieve scostamento dal “perfetto”, una perfezione che poi è sempre soggettiva.
E’ storta la foto o è storta la cornice appesa? Sicuro che non sia storta la casa?
In sintesi, per dirla con le parole del famoso fotografo Gregory Simpson “nothing is more arbitrary than a level horizon”.
🙂
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Fulvio Petri detto Sharkoman è il mio “Maestro” di pareidolia cioè di quell’arte che è ricerca di forme umane, animali o altro in cose e materiali disposti dal caso.
Fulvio è un artista del guardare e dell’immaginare, io lo considero un punto di riferimento irraggiungibile per talento ed estro creativo perché è capace di vedere dove gli altri non vedono e realizzare fotografie che danno vita a ciò che non ne ha.
Finalmente “Sharko” si è deciso ed ha pensato bene di esporre un po’ dei suoi scatti in una mostra che sarà inaugurata il prossimo 8 Dicembre nel Palazzo Comunale di Scandicci, alle porte di Firenze.
Guardando la locandina ti sarà già chiaro: che tu sia vicino o lontano non c’è da esitare, che ti basti la bici o ti serva un treno, un salto a questa mostra è un’esperienza da non perdere.
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Nella storia dell’arte orientale c’è una figura affascinante, che trovo connessa con il processo creativo che a volte si percorre con la fotografia. E’ il pittore e calligrafo Cinese Wang Mo.
Si narra che Wang Mo creasse le sue splendide opere raffiguranti paesaggi e scene naturali procedendo in due fasi. Nella prima si ubriacava, beveva fino ad arrivare a muoversi con difficoltà, poi intingeva nell’inchiostro i suoi lunghi capelli e con questi iniziava ad imbrattare la tela. Continuava per pochi minuti alla fine dei quali crollava addormentato.
Il mattino seguente, sobrio, esaminava i pastrocchi generati la notte ed iniziava ad apporre pennellate, fino a trasformare quello che era un grezzo scarabocchio in un’opera d’arte.
Il parallelo che vedo con la fotografia è che sovente iniziamo a fotografare e la passione ci porta a fare tanti scatti, specie in digitale, liberi da quelli che un tempo erano vincoli e preoccupazioni di costi di pellicole e sviluppo. A volte la grande quantità di immagini che produciamo ha il sapore di una piccola frenesia, di una sorta di ubriacatura. Una volta a casa, davanti al monitor, c’è il secondo momento, quello della sobrietà. Si esamina il lavoro con calma e magari si “scopre” il particolare in uno scatto, ci si lavora e si fa qualcosa che ne trasforma qualcuna in un qualcosa che davvero ci piace e ci soddisfa.
E’ un processo creativo in due fasi: la prima sul campo quasi a raccogliere materiale grezzo, la seconda davanti ad un computer, a svolgere una sorta di processo di sintesi.
Si tratta di un approccio molto diverso da quello a cui si era portati con la fotografia analogica, dove gran parte della fase creativa era al momento dello scatto, cosa che costringeva ad una disciplinata previsualizzazione.
Non so dire se è meglio o è peggio ed in ogni caso non è sempre così. Probabilmente per qualcuno non lo è mai.
Quel che certo è che con il digitale a volte c’è davvero la sensazione di generare foto che nascono un po’ inconsapevoli, in due fasi, insomma un po’ alla Wang Mo.
🙂
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