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Theory and practice

Theory and practice – © Copyright 2010 Pega

Non ricordo il motivo per cui entrai in casa sua, è passato un bel po’ di tempo.
Era solo un conoscente e tra noi non c’era molta confidenza ma sapevamo della rispettiva passione per la fotografia.
L’appartamento era ordinario sotto molti punti di vista ma straordinario per un aspetto particolare: era disseminato di fotografie. Non solo stampe incorniciate e diligentenente appese ma sopratutto foto appoggiate sui mobili, alcune montate su semplici supporti in legno, altre con passepartout, moltissime semplicemente poste quasi a casaccio su mensole, scaffali e librerie.
C’erano centinaia di fotografie, di tutti i tipi e dimensioni, dalle stampe di evidente qualità, a quelle sbagliate, dai provini alle istantanee Polaroid. Una casa piena zeppa di immagini prodotte da questo fotografo. Persino in bagno c’erano foto.
Rimasi parecchio sorpreso e chiedendo con curiosità il motivo di quella massiccia produzione mi sentii rispondere che ero libero di prenderne alcune a mio piacimento dato che erano lì apposta per quello.
Non ricordo di averne prese ma ricordo la sensazione che provai, quasi di contrarietà per quello che in quel momento considerai un vero e proprio spreco.

E invece no. Adesso mi dispiace di non aver approfittato, di non aver capito che si trattava di un modo bello ed intelligente di far vivere le proprie fotografie dando a molte di loro una forma materiale e tangibile, di farle uscire dal loro stato di immagini potenziali e solo “teoriche” spesso racchiuse per sempre in un formato non pienamente fruibile da nessuno.
Era un modo personale ed originale di portare un lavoro a compimento: di fare fotografia in pratica.

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Lone seagull

Lone seagull – Copyright 2009 PegaPPP

Oggi ti ripropongo un’idea di cui parlavo in un vecchio post, in cui chiedevo di immaginare una situazione particolare.
Se un giorno ti capitasse l’opportunità di incontrare un grande fotografo, uno che veramente ammiri, magari anche un’importante figura nella storia della fotografia che per te rappresenta un punto di riferimento, e ti fosse concesso di fargli un’unica domanda: che cosa gli chiederesti?

Sarebbe un vero peccato trovarsi impreparati e fare una domanda banale… ti immagini che scemata a chiedergli: “Mi scusi che cosa mi consiglia di usare una macchina Canon o una Nikon?” oppure “Meglio se salvo in RAW o JPG?”.
Insomma, credo che dovrebbe essere una domanda importante, fuori dal tempo, una questione di base. Qualcosa da poter poi veramente tenere in considerazione e di cui far tesoro.
Ma non è facile decidersi.
Io, nonostante da quel vecchio post sia passato un bel po’ di tempo, ancora la mia domanda non l’ho decisa. E tu?

🙂

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Il bacio sulla torre

Il bacio sulla torre – © Copyright 2011 Pega

Fermo davanti ad una grande stampa esposta ad una mostra ho iniziato a pensare a quanto importanti siano le dimensioni di una foto.
Con la fotografia siamo di fronte ad un’arte in cui il prodotto finale (la stampa o la proiezione) è qualcosa di fisico e materiale, che può assumere dimensioni e caratteristiche diverse, mentre il vero contenuto, l’immagine, è costante.
La fotografia che noi vediamo è solo la parte fisica, che percepiamo, di un concetto espressivo più assoluto che deve essere ridotto su un supporto. Come diceva Adams, la stampa (di qualsiasi tipo, anche la moderna rappresentazione su schermo digitale) è l’interpretazione, mentre l’immagine è lo spartito.
In quest’ottica le dimensioni divengono importanti perché se c’è incongruenza tra le dimensioni ed il messaggio presente nell’immagine l’osservatore non proverà ciò che è nelle intenzioni del fotografo.
Una foto ricca di dettagli e particolari, di grande respiro ed impatto non potrà colpire se non stampata o riprodotta in grandi dimensioni, mentre uno scatto intimo e suggestivo potrebbe perdere il suo carico di emozioni se proposto troppo grande. Le piccole stampe a contatto di alcuni capolavori di Edward Weston o i minuscoli ritratti su lastra dei primi dell’Ottocento ne sono un esempio.
Le dimensioni sono un fattore a cui spesso non diamo il giusto peso, ma che conta molto.
Almeno in fotografia.

🙂

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Severity

Severity – © Copyright 2011 Pega

Non cestinare quella foto, a volte le immagini hanno bisogno di tempo.
Ci sono scatti che sul momento non ci soddisfano, sembrano insignificanti o addirittura brutti. Quasi non li prendiamo in considerazione quando scorriamo le immagini che escono dalla nostra macchina dopo un’occasione fotografica.
Eppure non bisogna cedere subito alla voglia di far pulizia.
Non dico di tenere tutto: ci sono foto oggettivamente sbagliate, sfuocate, mal composte o con l’esposizione sballata. Quelle sì, è inutile che le teniamo a prender posto, ma ce ne sono altre che solo dopo un po’, solo dopo che son rimaste un po’ lì “a candire”, siamo davvero in grado di valutare.
Sono foto che hanno bisogno di tempo. Magari ad un certo punto le vediamo, ci accorgiamo di loro, le stampiamo e le lasciamo ancora un po’ a maturare appese da una parte. Magari è proprio così che fioriscono, ci dicono come vogliono essere trattate, processate e stampate, magari tirando fuori qualcosa di anche molto diverso da ciò che si cercava al  momento dello scatto.
Mi diverte pensare che forse anche in fotografia, come in enologia, esista una sorta di processo di invecchiamento e successivo affinamento che lentamente porta a maturazione alcune opere, rendendole solo dopo un po’ di tempo, adatte ad essere apprezzate.
🙂

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Giudizio

Il Giudizio – © Copyright 2010 Pega

A tutti noi fa piacere che gli altri dimostrino apprezzamento per le nostre foto.
Questa forma di riconoscimento non è certo la sola ma è una delle motivazioni (razionali o inconsce) che per molti contribuiscono a stimolare la voglia di fotografare e dar sfogo alla propria vena artistica producendo immagini da mostrare al resto del mondo.
Ma questo riconoscimento non è detto che ci sia sempre, anzi diciamo che può proprio non esserci ed a qualcuno accade che nella cerchia di persone che vedono le sue fotografie non ci sia nessuno che le apprezzi.
Che si tratti di gusti o di preparazione, il fatto è che in tale situazione può capitare di deprimersi e perdere motivazione. Non sono rari i fotografi che per questo motivo non riescono ad avviarsi come professionisti o che da amatori smettono di mostrare le proprie foto agli altri, finendo per tenersele solo per sè.

Il riconoscimento non deve essere un elemento cardine e nemmeno un obiettivo da raggiungere. Semmai sarà una conseguenza, che arriverà se e quando lo vorrà, senza regole o tempi certi.

Fai le foto che ti piacciono, impara, sperimenta, approfondisci, insegui la qualità, fatti guidare dal tuo istinto artistico e dai tuoi gusti. Sguinzaglia la tua creatività senza farti influenzare delle critiche, o peggio, dal disinteresse che ti si dovesse manifestare intorno. E quando sei soddisfatto delle tue foto fai in modo che in molti possano vederle.
Il tuo pubblico non è detto che sia vicino, anzi è decisamente improbabile che lo sia, e proprio per questo è importante mostrare i propri lavori a più persone possibile: perchè solo allargando il proprio pubblico si scopre che esiste sempre chi davvero apprezza le nostre immagini.
Se la cerchia del tuo pubblico diviene abbastanza grande, e va oltre la famiglia e gli amici, scoprirai che esisteranno ancora persone non interessate alla tua fotografia, come ci sarà poi anche qualche forte critico, ma non mancheranno mai gli ammiratori.
🙂

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Arco lamp - Copyright 2009 Pega

Arco lamp – Copyright 2009 Pega 

L’attraversare periodi di scarsa ispirazione, momenti poco creativi e produttivi, è un’esperienza che accomuna praticamente tutti gli appassionati di fotografia; probabilmente non è azzardato dire che è un fenomeno condiviso da una gran parte di coloro che producono forme d’arte.
E così ecco che oggi voglio riproporre un post di un po’ di tempo fa in cui proponevo un semplice esercizio, che ritengo sempre valido.
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Crisi fotografica? Non hai ispirazione? Stai invidiando quei favolosi fotografi del National Geographic che girano il mondo a far foto? Beati loro che hanno un sacco di opportunità? Beh. Ti propongo una cura.
Ecco le regole : prenditi un’ora esatta di tempo, sessanta minuti in cui scattare un intero rotolino di foto. Hai una digitale? Bene allora considera che dovrai fare 30 o 40 fotografie. Il luogo sarà a tua scelta ma la caratteristica fondamentale è che deve essere di ridotta estensione. Diciamo che l’idea potrebbe essere quella di usare una stanza della tua casa. Se vuoi stare all’aperto va bene un piccolo giardino, l’orto o anche un angolo del tuo quartiere, ma molto circoscritto.
I soggetti saranno esclusivamente gli elementi, oggetti, persone o dettagli, presenti nel luogo scelto. Ogni soggetto dovrà essere ritratto in modo da permettere a chiunque di capire di cosa si tratta.
Pensa e studia ogni foto come se fosse destinata alla pubblicazione o all’esposizione… sei un artista e quello è il tuo modo di realizzare capolavori. Non fotografare un soggetto per più di una volta.

Ecco qua. E’ un esercizio stimolante, una specie di booster della creatività… provare per credere.
🙂

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Crepe

Flaws (The crepa project) – © Copyright 2011 Pega

Il tempo è un fattore molto relativo, si sa. Davanti ad un capolavoro come Monna Lisa si può rimanere incantati per minuti, decine di minuti… forse ore.
Esperti d’arte e curatori di esibizioni sostengono che per poter davvero apprezzare pezzi del genere sarebbero necessari almeno 10 minuti di osservazione attenta. Eppure i monitoraggi effettuati presso importanti opere esposte dimostrano che il pubblico, anche in condizioni di poco affollamento, si sofferma appena a vederle ed  il tempo medio di permanenza davanti ad un quadro come la Gioconda è meno di trenta secondi. Più o meno come un veloce spot in TV.
Considerando quindi mezzo minuto per un capolavoro assoluto come Monna Lisa che succede nei casi di opere un po’ meno importanti, come magari quelle presenti in una esposizione fotografica o negli album online?
Hai mai pensato a quanto spesso tendiamo ad osservare le fotografie in modo rapido e superficiale?
Eh si, di nuovo il tempo… in questo caso dal punto di vista dell’osservatore, ma ancora una volta elemento chiave.
Sarebbe importante riuscire veramente a gustare le immagini che gli altri ci propongono, goderne osservandole nei dettagli, nelle caratteristiche ed anche valutarne la qualità, magari da angolazioni e distanze diverse quando esposte fisicamente.

E tu quanto ti soffermi ad osservare una foto? E quanto conta per te se è una stampa esposta in una galleria, pubblicata in un libro o è un’immagine digitale su uno schermo? Piccola, grande, ben illuminata o… retroilluminata. Per te fa differenza sul tempo che le dedichi?

E’ interessante ragionare sul tempo che da osservatori dedichiamo alle foto degli altri perché probabilmente è in una qualche relazione con quello che gli altri a loro volta dedicano alle nostre.

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Avedon_instructions

Oggi ti ripropongo un vecchio post.
Lo scrissi subito dopo aver trovato questa immagine: uno splendido esempio di come si lavorava prima dell’avvento del digitale ed un interessante documento per chi spesso discute sul tema della postproduzione delle fotografie.
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Quante appassionate discussioni sull’opportunità o meno di intervenire sulle immagini digitali. Da una parte i puristi del “non si tocca nulla”, dall’altra gli smanettoni.
E’ curioso, ma secondo me, la diatriba non ha molto senso.
La postroduzione è sempre esistita e la questione eventualmente non sta negli aspetti tecnologici ma nella “misura”, nella capacità di trovare il giusto limite oltre il quale non andare.
A parte il fatto che anche in molte altre forme d’arte si può parlare tranquillamente di postproduzione, e senza problemi di tabù (pensiamo alla musica, al cinema ma anche alla stessa pittura), comunque la fotografia ha avuto fino dai suoi albori il processo dell’immagine tra le sue caratteristiche peculiari.
Non è forse postproduzione lo sviluppo del negativo?
E che dire della stampa? Della scelta della carta e del trattamento? Mai sentito parlare di “sviluppo selettivo”?
Quante variabili poteva controllare il fotografo in camera oscura e poi in fase di stampa? Molte, davvero molte.
Ansel Adams ci scrisse un intero libro “The Print”.

L’immagine sopra è un documento interessante.
Si tratta dello schizzo di istruzioni di esposizione con cui Richard Avedon istruiva il suo “stampatore”.
In inglese suona curioso e stranamente tecnologico: ”Avedon’s instructions to his printer”.

[Image from : http://claytoncubitt.tumblr.com/%5D

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Penetrazione tecnologica

Penetrazione tecnologica – © Copyright 2010 Pega

In fotografia la macchina è semplicemente uno strumento, è soltanto il mezzo attraverso cui il fotografo fissa la sua visione.
Lo stesso vale per tutte le possibili tecnologie usate: analogico, digitale, grande o piccolo formato, istantanee, JPG, RAW, PC o MAC, obiettivi, flash ed altri mille accessori, sono solo strumenti… semplici utensili.
A volte ci focalizziamo un po’ troppo su attrezzatura ed aspetti tecnici e credo che prendere un po’ di distanza da questi sia una cosa importante per chi fotografa, perché ogni aspetto tecnico porta con sè dei vincoli creativi che possono limitare le nostre capacità ed intuizioni.
E così anche l’abbracciare in modo troppo selettivo un solo filone tecnologico è un limite da valutare con attenzione, perchè rischia di incanalare troppo la creatività.
Scegliere di fotografare solo in un certo formato, solo in analogico (o digitale), solo senza flash, solo senza postproduzione o secondo chissà quali mille altri “solo”, è alla fine un vincolo che si ritorce sul fotografo e sulla sua visione.
Aprirsi ad una molteplicità di strumenti a disposizione è un vantaggio che va sfruttato, cercando ovviamente di trovare la giusta misura ed imparando ad usare al meglio quelli che si scelgono, divertendosi anche di più.

Non autoimprigionarti in una tecnologia, perché come diceva qualcuno: “Se il tuo unico strumento è un martello, il mondo ti apparirà come un chiodo”.

   

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It's a long way... - © Copyright 2009 Pega

Non so esattamente quante fotografie abbiano scattato maestri come Eugene Atget, Henri Cartier-Bresson o Ansel Adams nella loro carriera, ma quel che è certo è che si tratta sempre di numeri importanti.

Una cosa che in genere accomuna molti grandi artisti, non parlo solo di fotografi, è una intensa produttività associata al loro estro creativo. Lo si può constatare osservando l’enorme mole di lavoro prodotta da grandi nomi come lo stesso Picasso, ma anche tanti esempi in campo fotografico come Edward Weston o Robert Frank che per realizzare un libro di ottanta fotografie ne scattò oltre ventimila (a pellicola naturalmente).
In tutti questi casi si tratta di artisti di notevole talento, a volte di veri e propri geni, che hanno percorso carriere di grande produttività, scattando molte più foto di quante si tenda a pensare.
Insomma il genio non basta?
Il fatto è che probabilmente il genio non è in grado di creare in modo “spot” e non può contare sulla fortuna: ha bisogno di allenamento, di perseveranza… di ritmo.

Che si appartegna o meno al mondo dei talenti artistici, credo che non si possa fare a meno di prendere atto che la nostra parte creativa ha comunque bisogno di produrre, in quantità e con costanza.

Diamoci da fare dunque, cerchiamo e sfruttiamo ogni occasione fotografica. La produttività non è garanzia di riuscire a realizzare dei capolavori ma probabilmente è una condizione necessaria.

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