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Archive for the ‘Black and White’ Category

The witness

The Witness – © Copyright 2009 Pega

Quella del cosiddetto “secondo punto di interesse” in fotografia, è una faccenda che mi ha sempre intrigato.
Viene chiamato in questo modo un soggetto secondario, più o meno defilato, che il fotografo decide di inserire nell’inquadratura.
Il secondo punto di interesse può essere posto ovunque, tipicamente su una delle linee della regola dei terzi, a fuoco o sfuocato, dipende tutto dalle scelte dell’autore che stabilisce come farlo dialogare o addirittura competere con il soggetto principale.
Piazzare un secondo punto di interesse è una scelta compositiva del tutto artistica: un’aggiunta che, se da un lato arricchisce e può contribuire a completare l’immagine, dall’altro la complica, rischiando di mettere a repentaglio la concentrazione dell’osservatore sul soggetto principale.
Il nostro occhio è naturalmente portato a muoversi nelle immagini ed il passaggio tra primo e secondo punto di interesse è qualcosa che può dare molto ad una fotografia, rafforzando il tema o la prospettiva e facilitando l’osservatore a proiettarci una storia.
La prossima volta che scatti pensa ad un secondo punto di interesse, e perché no, magari ad un terzo?
🙂

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Autographic-KodakOggi diamo per scontato che ogni foto sia automaticamente associata a data ed ora dello scatto, ma non è sempre stato così. In passato i fotografi non avevano alcun riferimento informativo esterno associato all’immagine. Tra lo scatto, lo sviluppo e la stampa poteva poi passare anche molto tempo, e questo rendeva facili le incertezze sul momento in cui era stata realizzata la fotografia. Ma nel 1914 Kodak lanciò sul mercato una macchina innovativa: la Autographic.
Era l’applicazione di una delle pensate di Henry Jacques Gaisman, inventore anche del rasoio di sicurezza a lamette usa e getta, il cui brevetto fu acquistato da Kodak per produrre il nuovo modello di fotocamera.
Il funzionamento era semplice: sul dorso della macchina era presente un’apertura attraverso cui si poteva scrivere direttamente sul bordo della apposita pellicola “Kodak Autographic”, che era trattato con uno strato di speciale tessuto nero. La pressione della scrittura rendeva la zona del tratto sensibile alla luce e lasciava quindi che si impressionasse, associando così la nota scritta al fotogramma. Un metodo permanente, semplice ed utilissimo, non solo per segnare data ed ora, ma anche utili annotazioni riguardanti lo scatto.
Il sistema Autographic fu proposto anche come retrofit per tutti gli altri modelli Kodak già in commercio e per rendere “autografica” una fotocamera bastava cambiare il dorso ed usare la pellicola speciale.
Kodak propose questo sistema dal 1914 al 1932, anno in cui cessò la commercializzazione a causa dello scarso successo raggiunto. Da quel momento in poi i fotografi tornarono a non avere informazioni “direttamente” legate all’immagine… fino all’avvento del digitale.
Curioso eh?

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Incontro by Pega

Incontro – © Copyright 2013, Pega

Guardi una foto, la osservi, cerchi il soggetto principale, una storia.
Molto spesso è la storia raccontata dal soggetto ciò che in prima istanza attrae l’osservatore, è così per nostra natura.
Ma le fotografie non sono solo fatte da ciò che il soggetto racconta, ci sono altre storie che emergono approfondendo l’osservazione, studiando e “degustando” l’immagine.
C’è per esempio la storia del luogo fotografato, la storia privata delle persone ritratte, c’è poi la storia di come è stata realizzata la foto ed il posto nella storia (anche solo personale del fotografo o dei soggetti) che lo scatto assume.
Ci sono un sacco di storie che permeano un’immagine, ma tra le più importanti c’è quella del fotografo, di come ha realizzato lo scatto, di cosa voleva trasmettere.
Sì, perché alla fine è la nostra storia ciò che sta sotto alle nostre fotografie, ciò che ci porta a realizzarle, a provare ad esprimere qualcosa, ed è parte integrante della motivazione che ci spinge a Fotografare.

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Fotocalcografia di Victor Hugo - circa 1883

Fotocalcografia di Victor Hugo – circa 1883

Se un giorno ti dovesse capitare di vedere una fotocalcografia, fermati ad ammirarla. È una primordiale ma sofisticata tecnica di stampa su cui lavorarono pionieri della fotografia come Fox Talbot e Nicéphore Niépce, alla ricerca di un metodo per ottenere stampe durature e non affette da problemi di sbiadimento nel tempo. Talbot brevettò il metodo nel 1852 chiamandolo photographic engraving: un processo di trasferimento dell’immagine fotografica su una lastra metallica da cui poi si otteneva la stampa su carta, usando una tradizionale pressa meccanica.
La fotocalcografia (photogravure) è uno dei più complessi processi di stampa foto-meccanica e permette di raggiungere livelli di qualità e profondità della scala tonale ineguagliabili con altre tecniche.
Purtroppo si tratta di un’eredità del periodo della sperimentazione fotografica di metà ottocento che stiamo perdendo ed è un gran peccato, perchè si tratta di una tecnica dal potentissimo impatto visivo.
Oggi sopravvivono pochissimi artigiani in grado di realizzare questo tipo di stampa. L’nsieme di complessità e delicatezza delle operazioni che richiede è notevole ed in tutto il mondo si contano ormai al massimo una mezza dozzina di laboratori ancora capaci di realizzare una fotocalcografia.

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Triplo cortocircuito

Sono in debito con Marco Benna, che mi ha scritto per segnalarmi questo strepitoso cortocircuito fotografico da aggiungere all’omonima serie dedicata ai fotografi fotografati.
Si tratta, a dire il vero, addirittura di un triplo cortocircuito visto che ne sono protagonisti ben tre grandi figure della fotografia degli anni settanta.
Lo scatto è opera di Lee Friedlander, fotografo che proprio insieme a Garry Winogrand, che nell’immagine è ripreso di spalle, è ritenuto padre della street photography.
Poi c’è quel tipo strano, fotografato in una posa estrosa, giusto davanti all’ingresso del MOMA di New York. Sai chi è?
Si tratta di una delle più importanti figure della fotografia della seconda parte del novecento: John Szarkowski.
Szarkowski, oltre che fotografo, è stato un importante storico, critico e curatore di mostre ed esposizioni fotografiche. Direttore del Museum Of Modern Art di New York dal 1962 al 1991 può essere a ben diritto considerato tra le più grandi, influenti e visionarie personalità che la moderna fotografia abbia avuto a disposizione per crescere e svilupparsi nella forma d’arte che oggi conosciamo.

Grandioso cortocircuito! Grazie Marco!
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I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa
#9: Robert Mapplethorpe e Patti Smith fotografati da Norman Seef
#10: Triplo cortocircuito: John Szarkowski fotografato da Garry Winogrand fotografato da Lee Friedlander

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Female nude - Man Ray

Female nude – 1920, Man Ray – Getty Museum

Il Museo J. Paul Getty ha sempre avuto la caratteristica di permettere l’accesso gratuito al pubblico. È stato così fino dalla sua inaugurazione, una gran bella cosa per chi abita a Los Angeles, vista la splendida collezione di opere presenti che vanno da antichità greche e romane, a dipinti e manoscritti da tutta Europa oltre ad una notevole raccolta di fotografie da ogni parte del mondo.
Da qualche giorno c’è una buona notizia anche per chi non ha la fortuna di abitare in California: il Presidente e CEO di Getty, Jim Cuno, ha annunciato la completa liberalizzazione dell’uso delle immagini di cui il museo detiene i diritti. In sostanza vengono messe gratuitamente a disposizione, per ogni tipo di utilizzo, tutte le immagini online, in pratica circa 4,600 foto di opere ed oggetti del museo, tutte disponibili in alta risoluzione sul sito. Fino ad oggi queste erano utilizzabili solo dietro presentazione di una richiesta ed il pagamento di diritti specifici a seconda del tipo di uso previsto.
“Il Museo è lieto di mettere queste immagini a disposizione di tutti, ed è solo il primo passo verso un progressivo e totale open content” ha affermato il direttore del Museo Getty, Timothy Potts.
Molti artisti, in particolare fotografi e collezionisti, si stanno interrogando su questa scelta, preoccupati della ricaduta che questa decisione potrà avere sul valore delle loro opere.
Il punto è che la Fondazione Getty fu creata per promuovere la diffusione dell’arte e della cultura delle arti visive e questa nuova iniziativa non fa altro che adeguare la missione alla realtà comunicativa odierna.
Io non credo che tutto questo possa influire negativamente sul mondo dell’arte e sulle possibilità di sostentamento degli artisti, piuttosto potrebbe essere un fattore nuovo, che in futuro aiuterà a limitare la speculazione, riducendo la pressione del business sulle menti creative e che magari aprirà la strada a nuovi talenti.
Tu che ne pensi?

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Sugimoto - polar bear

Polar Bear 1976 – Copyright Hiroshi Sugimoto.

Anche in pieno agosto rieccomi a proporti una consolidata tradizione: la “missione fotografica” del fine settimana.
Una volta il grande fotografo giapponese Hiroshi Sugimoto disse: “However fake the subject, once photographed, it’s as good as real” (per quanto falso possa essere un soggetto, una volta fotografato sarà come reale).
Il weekend assignment che ti propongo oggi parte da questo, dalla capacità propria della fotografia di rendere reale ciò che non lo è: la fotografia come inganno.
Con la foto si trasforma in bidimensionale la realtà tridimensionale e questo passaggio offre la possibilità di usarla come mezzo che inganna l’osservatore e trasforma in plausibile qualcosa che ad occhio nudo apparirebbe come falso.
In questo weekend prova ad usare la tua fotocamera sfruttando le sue capacità ingannatrici, trasforma in vivo qualcosa di inanimato, fai sembrare tridimensionale un’immagine piatta o mostra come reale qualcosa che non lo è.
Divertiti ad ingannare l’occhio dell’osservatore, perché la fotografia è anche questo.
Poi, se vuoi, metti il link alla tua immagine in un commento qui sotto. Condividere il “prodotto della propria missione” è divertente e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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La prima foto della storiaOgni tanto torno a rivedermela e la trovo sempre più affascinante. E’ una delle prime fotografie della storia, alcuni sostengono sia la prima in assoluto. Fu realizzata nel 1826 da Nicèphore Nièpce a Le Gras in Francia e mostra ciò che questo pioniere della “scrittura con la luce” aveva a disposizione: la vista dalla finestra della sua stanza.
Non si è sicuri che si tratti della prima foto in assoluto perché pare siano esistite almeno un paio di immagini appena precedenti a questa, andate però distrutte. Poco importa.
Per realizzare queste prime fotografie Nièpce utilizzò lastre di peltro cosparse di un derivato del petrolio denominato “bitume di giudea”. Si trattava di un materiale con la caratteristica di indurirsi alla luce e permettere così la successiva eliminazione delle parti non indurite, poi c’era l’inchiostrazione e la stampa finale su carta.
La sensibilità di questa primordiale tecnologia era bassissima e ciò costringeva ad esposizioni molto lunghe, come nel caso della foto sopra, realizzata in circa otto ore.
Che meraviglia eh?
La lastra originale è oggi conservata presso la University of Texas ad Austin.

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Robert Mapplethorpe

È la volta di un nuovo cortocircuito fotografico, anzi, a dire il vero, di uno straordinario doppio cortocircuito fotografico.
In questo scatto di Norman Seef, realizzato nel 1969 a New York, ci sono due grandi personaggi: Robert Mapplethorpe e Patti Smith.
Non credo ci sia bisogno di presentazioni per questa coppia di notevoli interpreti della scena culturale degli anni settanta, ed è davvero un doppio cortocircuito perché i fotografi ritratti sono due: anche Patti infatti, dopo aver conquistato il titolo di sacerdotessa del Rock, si è poi rivelata una bravissima fotografa.

Patti Smith e Robert Mapplethorpe avevano circa vent’anni, vivevano insieme e si amavano. Patti era da poco arrivata da Chicago, senza soldi, la musica ancora non era la sua passione: la sua idea era di diventare una poetessa.
Robert era nato a New York in una famiglia di rigide tradizioni cattoliche. La fotografia era per lui ancora da scoprire, come la sua omosessualità. Si lasciarono quando lui si rese conto di essere gay, ma restarono amici e si aiutarono per tutta la vita ed oltre, con Patti che continuò a scrivere lettere a Robert anche dopo la sua morte.
Norman Seeff, nato e cresciuto in Sudafrica, si era da poco trasferito negli Stati Uniti dopo una breve carriera come medico. Qui scoprì che la sua vera passione erano le arti visive e la fotografia.
L’esperienza con Robert e Patti segnerà l’inizio di una lunga carriera da fotografo e regista dentro al mondo dell’arte e della creatività. Una carriera che lo vede, a settantaquattro anni, ancora protagonista.
Lo scatto sopra fa parte di una serie che fu realizzata a casa di Norman, dopo che i tre si erano conosciuti in un locale a New York. Il talento di Seeff fu attratto dal fascino della coppia e chiese loro di poterli fotografare. Ne vennero fuori immagini molto belle, in grado di raccontare lo straordinario rapporto tra i due giovani artisti. Un rapporto che, dopo un inizio amoroso, assunse la forma di un’amicizia assoluta, fatta di condivisione di idee, sogni e visioni.
Dopo la morte di Mapplethorpe, Patti Smith ha affermato che quelle foto si avvicinano molto al suo ricordo della profondità del loro amore. Non è difficile crederle, guardando lo sguardo di Mapplethorpe in questo magnifico scatto.

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I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa

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Photo revolverGirovagando in rete ho trovato questa curiosa immagine: una foto del 1938 in cui si vede una mini fotocamera montata su una pistola.
La macchina fotografica era installata con un meccanismo di scatto pensato per immortalare l’istante dello sparo.
A parte l’ormai consolidato (e sciagurato) legame che ogni tanto connette armi e macchine fotografiche, a partire dal termine shoot (che in lingua inglese significa sia sparo che scatto fotografico), c’è qualcosa in questa immagine che mi ha incuriosito. Sono quelle piccole foto presenti a fianco. Sembrano realizzate in un modo che fa pensare alla pubblicità di un prodotto commerciale, magari ideata per dimostrare situazioni di legittima difesa.
La foto come prova indiscutibile dunque… Peccato che gli esempi mostrino vittime, magari indesiderate, ma apparentemente indifese!
:-O

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