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Archive for the ‘History of photography’ Category

Paul Strand - Toadstool-and-grasses-1928

Toadstool and Grasses – Georgetown, Maine 1928 – Paul Strand

In questa fotografia che Paul Strand realizzò nel 1928, c’è la sintesi di una delle sue affermazioni più importanti. Strand diceva che per usare onestamente la fotografia si deve avere un reale rispetto per ciò che ci si trova davanti ed esprimerlo attraverso un insieme di valori tonali quasi infinito.
Se la seconda parte della frase si riferisce ad aspetti tecnici ed estetici, la prima è invece dedicata a qualcosa che può essere definito come “moralità fotografica”. È il rispetto che trasforma il soggetto da occasione a ragione di una fotografia ed era questo il concetto alla base del movimento a cui Strand apparteneva, denominato straight photography.
Il grande fotografo riuscì solo nella fase matura della sua carriera ad essere davvero coerente con questa visione ed in questa fase, abbandonata ogni sperimentazione, si dedicò davvero ad una fotografia calma e naturale.
Questa famosa foto del fungo rimane uno degli scatti più importanti di questo periodo. Non si tratta, come potrebbe  apparire a prima vista, della descrizione fredda e scientifica un soggetto botanico ma piuttosto della realizzazione di un panorama in miniatura.
L’immagine è composta rigorosamente, con quell’attenzione alla luce ed agli spazi, che in precedenza i fotografi dedicavano alla rappresentazione delle grandi viste naturali o dei panorami. Il riferimento è a quella fotografia naturalistica e di paesaggio che, specie nella seconda metà dell’ottocento, era stata realizzata dai grandi maestri che avevano scoperto (visualmente) il nuovo continente.
Esauriti i grandi spazi, quella di Strand era una nuova forma di esplorazione, matura, intima ed attenta, completamente dedicata il microcosmo naturale.

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Capa @ MNAFIn occasione del centenario della nascita di Robert Capa, arriva a Firenze una mostra che andrò sicuramente a visitare.
“La guerra di Robert Capa” è stata inaugurata al Museo Alinari dopo il successo di Roma ed è tutta dedicata al grande fotografo ungherese padre del fotogiornalismo di guerra, in particolare alle immagini che Capa realizzò in Italia durante lo sbarco delle forze alleate.
Gli spazi espositivi del MNAF ospitano 78 scatti che raccontano in bianco e nero l’epilogo del secondo conflitto mondiale nel nostro paese, in cui si vede distruzione e disperazione ma anche umanità e speranza. Un epilogo visto con gli occhi di un fotografo che raccontò la tragedia della guerra come nessuno prima di lui.
La mostra è curata da Beatrix Lengyel, è organizzata in collaborazione col Museo nazionale ungherese di Budapest e sarà visitabile fino al 24 febbraio.
Imperdibile. Chi viene?

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Charles Clyde Ebbets - Lunch atop a Skyscraper, 29 settembre 1932

Charles Clyde Ebbets – Lunch atop a Skyscraper, 1932

Chi non conosce questa foto degli operai che si riposano con le gambe penzoloni, sospesi a 260 metri d’altezza durante la costruzione dell’Empire State Building? È uno scatto famoso, attribuito per lungo tempo ad un fotografo che divenne importante anche a seguito dei suoi reportage sulla costruzione dei grattacieli e delle pericolose condizioni di lavoro: Lewis Hine.
Ma nel 2003 l’archivio Bettmann/Corbis, proprietario dei diritti di questa immagine, a seguito di una approfondita indagine, riconobbe che l’autore della foto era in realtà un fotografo meno noto: un certo Charles Clyde Ebbets.
“Lunch atop a Skyscraper (New York construction workers lunching on a crossbeam)” fu realizzata il 29 settembre del 1932 da Ebbets durante la costruzione del GE Building del Rockefeller Center e non dell’Empire State Building come precedentemente si pensava. L’immagine fu pubblicata dal New York Herald Tribune il 2 ottobre 1932.

Ebbets

C. Ebbets – GE Building, Rockefeller Center, 1932

Confidando in ulteriori pubblicazioni ed incarichi, il fotografo Charles Ebbets decise di insistere su questo filone e continuò ad immortalare gli operai dei grattacieli di New York. Cercando di stupire sempre di più, creò una serie di immagini chiaramente costruite, ed arrivò ad esprimersi in una vera e propria fiction fotografica fatta di scene paradossali, in cui appaiono camerieri in livrea che servono un pranzo apparecchiato sulla trave sospesa e giocatori di golf in bilico sull’acciaio dell’altissimo edificio in costruzione. Insomma… andò un pochino oltre e finì per esagerare, perdendo quel senso di verità descrittiva di un momento storico, così ben raccontata dal suo scatto più famoso.

Golf - Ebbets

C.Ebbets – GE Building, Rockefeller Center, 1932

Ma mentre Ebbets cercava di raggranellare lo stipendio seguendo questa idea, a distanza di pochi isolati Lewis Hine, il fotografo sociologo, realizzava i suoi reportage sulle condizioni in cui si svolgeva il lavoro. Scatti che, dopo la sua morte in povertà, lo avrebbero reso celebre. Erano fotografie in cui descriveva e denunciava sfruttamento dei lavoratori, anche minori. Immagini che spesso mostravano indiani Mohawk, sfruttati settanta ore alla settimana per il loro equilibrio straordinario che li rendeva capaci di lavorare a duecento metri dal suolo senza problemi di vertigini.
Fu anche grazie all’importante lavoro di Hine, svolto anche in molti ambienti industriali, che negli Stati Uniti si avviò un processo di riforma sociale che avviò la regolamentazione degli orari e della sicurezza sul lavoro oltre ad abolire lo sfruttamento minorile.

Lewis Wickes Hine - Empire State Building, 1930

Lewis Wickes Hine – Empire State Building, 1930

Emblematico è questo scatto di Hine, sempre realizzato nell’ambito del suo progetto dedicato al lavoro sui grattacieli. Siamo intorno al centesimo piano, si vedono tre giovani operai, uno lavora sbilanciato all’indietro, senza alcuna protezione. È in piedi su una piccola asse di legno che è tenuta in posizione solo dal peso dell’operaio stesso. Una situazione semplicemente pazzesca vista con i criteri di oggi.
Sconcertante è anche apprendere dei ritmi “vertiginosi” con cui si procedeva: un piano al giorno.
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Ed ora pensaci un attimo. Immagina il fotografo, appollaiato con la sua goffa attrezzatura di ottanta anni fa, sulla sommità dell’Empire State Building in costruzione. Tu ce l’avresti fatta ad andare lassù come Hine a fare quelle foto?
🙂

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jumpology halsman windsor

C’è un particolarissimo tipo di ritratto che il fotografo Philippe Halsman si divertiva a realizzare negli anni cinquanta e che lo rese celebre. Si tratta di una sorta di filosofia dello scatto che lui denominò “Jumpology“.
In quel periodo Halsman era stato incaricato dalla NBC di realizzare una serie di fotografie a personaggi molto famosi, tra cui importanti nomi dello spettacolo come Bob Hope e Marilyn Monroe, ma anche celebrità della scena politica come Richard Nixon, i coniugi Ford ed i Windsor.
Mentre svolgeva questo lavoro si accorse che chiedendo ai suoi soggetti di saltare e scattando quando questi si trovavano a mezz’aria, il risultato della foto diveniva più interessante.
Lo stesso Helsman disse: “Quando chiedi ad una persona di saltare, la sua attenzione si concentra principalmente sull’atto del salto e la maschera cade, rivelando la vera persona“.
Fu così che nel 1959 pubblicò un interessante libro intitolato Philippe Halsman’s Jump Book in cui, oltre ad una approfondita discussione sulla “Saltologia”, appaiono ben 178 celebrità ritratte a mezz’aria.
Confesso che sono rimasto proprio incuriosito da questa cosa e non ho potuto fare a meno di provarci…
🙂

Basic Magic

Basic Magic – © Copyright 2010 Pega

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BurriDi René Burri si parlava giusto pochi giorni fa, era il post con le foto che il fotografo svizzero scattò all’altro celebre membro dell’agenzia Magnum: Henri Cartier-Bresson.
In un commento a quel “cortocircuito fotografico”, mi è stato segnalato da Simone (che ringrazio moltissimo) un bel video, proprio dedicato a René Burri.
E’ un documento in cui Burri ci porta per mano a conoscere sei celebri foto del suo archivio. Dal Picasso che fotografò nel 1957 a Cannes, alla foto della riapertura del canale di Suez nel ’74, passando per il famoso ritratto a Che Guevara con sigaro del 1963, forse la sua foto più nota.
Un breve viaggio in cui il grande fotografo ci racconta la sua visione ed il suo punto di vista sulla fotografia. Un video molto ben realizzato, da vedere a tutto schermo e gustare con la calma.

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Bresson_by_Burri 1Bresson_by_Burri 2
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Ed eccolo il mitico HCB, che si sporge da una finestra sulla Fifth Avenue per fotografare qualcosa che ha attirato la sua attenzione giù per strada.
Per questo dodicesimo appuntamento con il cortocircuito fotografico, serie dedicata ai fotografi fotografati, siamo a New York, nel palazzo dove ha sede Magnum Photos.
In queste due immagini Cartier Bresson è immortalato da un collega, anche lui membro della mitica agenzia: René Burri.
Mentre gli scatti ed il nome di Bresson, il maestro del “momento decisivo”, sono universalmente noti anche al di fuori del mondo degli appassionati di fotografia, quelli di René Burri non godono della stessa fama. Eppure questo importante personaggio può essere senz’altro considerato tra le più influenti figure della fotografia dello scorso secolo, in particolare per il ruolo che lo ha reso protagonista della trasformazione artistica del reportage.
Nato a Zurigo nel 1933, Burri si interessò, prima che di fotografia, di pittura e cinema. Fu coinvolto nelle attività dell’agenzia Magnum dal suo collega ed amico Werner Bischof che lo presentò agli altri soci con un reportage sulla vita dei bambini sordomuti, che fu subito pubblicato in prestigiose riviste tra cui Life.
Viaggerà in tutto il mondo per Magnum, divenendone anche presidente negli anni ottanta, sviluppando uno stile profondo e personale, caratterizzato da scelte formali rigorose, ma con una visione del mondo garbata e profondamente umana, sempre condita da una immancabile dose di ironia.
Celebri sono i suoi reportage su Picasso, Giacometti e Le Corbusier, come anche quelli su Fidel Castro e Che Guevara. Immagini spesso note al grande pubblico molto più del loro autore.

I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa
#9: Robert Mapplethorpe (con Patti Smith) fotografati da Norman Seef
#10: Szarkowski fotografato da Winogrand fotografato da Friedlander
#11: Andy Warhol fotografato da Robert Mapplethorpe

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Nude woman - Edward Weston

Nude woman – Edward Weston

Torno spesso a vedere questa foto, adoro ammirarla sulla pagina del libro, che conservo gelosamente, dove la vidi per la prima volta. Per me è una foto importante.
Magari non ci hai mai pensato, ma forse anche per te, come per molti fotografi, esiste una foto che rappresenta un personale punto di riferimento. È quella che in un più o meno remoto passato ha fatto scattare qualcosa ed è (almeno in parte) “responsabile” della nascita di un interesse particolare per la Fotografia.
Non è detto che si tratti per tutti di uno scatto famoso, ma nel mio caso l’immagine che ritengo la principale indiziata è una celebre foto di Edward Weston: Nude woman, un capolavoro che il grande maestro del bianco e nero scattò nel 1936.
Ne rimasi affascinato da ragazzino e resta a tutt’oggi una delle foto che amo di più in assoluto, per l’insieme di armonia, grazia, rigore, sensualità, talento e grandissimo senso estetico che rappresenta. Almeno per me.

E tu cel’hai una foto che ti ha “avvicinato alla fotografia”?

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Bischof, 1942

Werner Bischof, primi lavori, circa 1942

“Ho sentito il dovere di avventurarmi nel mondo e di esplorarne il vero volto. Condurre una vita soddisfacente, di abbondanza, ha accecato molti di noi che non riescono più a vedere le difficoltà immense presenti al di là delle nostre frontiere.”

Prima delle immagini, sono queste sue brevi parole a far subito intuire chi era Werner Bischof. Nato a Zurigo nel 1916 studiò arte ed iniziò a lavorare come fotografo pubblicitario ma, nonostante un discreto successo, ben presto si accorse che non era quella la sua strada. Nel 1945 accettò un incarico da parte della rivista Du che lo portò a girare l’Europa postbellica e documentare le condizioni di vita delle persone.

Bischof, Germany

Friburgo, Germania 1945

Rimase segnato da questo suo primo incarico. La sua attenzione si volse subito verso le persone, specie i più deboli, le vittime innocenti del recente conflitto, sviluppando l’idea di fotografia come testimonianza della dimensione esistenziale e delle sue difficoltà.

Bischof

Corea, 1951

Nel 1949 fu invitato a far parte dell’agenzia Magnum, allora composta dai soli cinque soci fondatori: Capa, Cartier-Bresson, Rodger, Seymour e Haas.
Nella veste di fotoreporter (definizione che non amava) viaggiò prima in India e poi in Giappone per documentare la guerra in Corea. Vi rimase un anno intero, carpito dal fascino e dall’eleganza della sua cultura, che catturò con scatti assoluti.

Giappone - Bischof

Giappone, 1951

Nel 1953 si volge verso il nuovo mondo. Prima viaggia per alcuni mesi nel cuore degli Stati Uniti seguendo la creazione della nuova rete autostradale, poi va in Sudamerica dove è intenzionato a fotografare alla gente, descrivere la vita quotidiana. Un’idea che, sapeva benissimo, non avrebbe entusiasmato le testate per cui lavorava. È sulle Ande, a soli trentotto anni, che trova una terribile morte, in un incidente d’auto mentre viaggia verso una miniera in alta quota.
Gran parte del lavoro di Bischof è stato valorizzato solo in tempi molto successivi alla sua morte, grazie al figlio Marco che, nel 1986 decise di pubblicare alcuni estratti dai suoi diari e dalla corrispondenza, oltre ad un archivio fotografico inedito.

Chicago, Illinois, 1953

Chicago, 1953

C’è una cosa, di cui non molti parlano, che mi ha affascinato di questo fotografo. Bischof è stato uno dei pochi fotoreporter del “periodo d’oro” del fotogiornalismo anni ’50 e ’60 ad usare il colore.
In quegli anni, per motivi tecnici ed economici, le testate stampavano solo in bianco e nero, creando un terreno formale a cui la maggior parte di un certo tipo di fotografi è rimasta rigidamente ed a lungo ancorata, anche ben dopo l’avvento della quadricromia. Werner Bischof fu invece tra i primi ad esplorare il reportage anche a colori, riuscendo ad interpretarlo con coordinate artistiche ed estetiche indipendenti e personali, sicuramente diverse da quella sorta di mainstream monocromatico che ancora oggi tende a dominare il genere.

Una volta disse: “Davvero io non sono un fotogiornalista. Purtroppo non ho alcun potere contro questi grandi giornali, non posso nulla, è come se prostituissi il mio lavoro e ne ho davvero abbastanza. Nel profondo del mio cuore io sono sempre, e sempre sarò, un artista.”

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Weston - Cabbage leaf 1931

Cabbage leaf – Edward Weston, 1931

Arte e decorazione: due concetti molto diversi ma anche ben legati tra loro, in qualche caso difficili da separare.
La fotografia, almeno quella artistica, è spesso confusa con la decorazione, e molte persone associano una bella stampa fotografica a qualcosa che avrebbe la sua naturale posizione appesa al muro come elemento decorativo.
Ma l’espressione artistica non nasce per finire come un complemento d’arredo e molti grandi artisti non hanno creato le loro immagini pensandole per le pareti di camere o salotti.
Ce li vedi un Eugene Atget, un Edward Weston o una Diane Arbus a scattare le loro fotografie con in mente una funzione di abbellimento? Forse Michelangelo dipinse la volta della Cappella Sistina pensando semplicemente di decorararla?
Insomma, forse per qualcuno è una sottigliezza, ma secondo me è invece una questione di fondo, che emerge ogni volta che mi capita di parlare con chi, conoscendo la mia passione, mi chiede perché non ho la casa letteralmente tappezzata di fotografie.
E tu che ne pensi? Qual è la funzione della Fotografia e in che rapporto la senti con la decorazione?

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Foto segnaleticaC’è stato un tempo in cui, quando ci si metteva davanti ad una macchina fotografica, lo si faceva sempre con gran serietà. La fotocamera era rispettata e considerata come un potente strumento in grado di catturare e proiettare l’immagine della persona, oltre i confini fisici e temporali.
E così, anche quando si trattava di ritrarre dei criminali in prigione, fotografo e “modello” non prendevano la cosa per niente sotto gamba. Attenzione ai dettagli, all’abbigliamento, alla posa ed alla luce, ecco com’erano le foto segnaletiche negli anni intorno al 1920.
Dimmi se il personaggio sopra non sembra uscito da una fiction.
Che ne pensi? Non sono notevoli questi ritratti? Se vuoi, eccone sotto qualche altro, proveniente direttamente dalle galere statunitensi e dal “periodo d’oro delle foto segnaletiche e dei criminali eleganti”: gli anni venti del secolo scorso.
Foto segnaletiche, anni 20

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