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Archive for the ‘People’ Category

Voglio riproporre questo interessante video realizzato con immagini provenienti dalla Library of Congress degli Stati Uniti, nel cui sconfinato archivio sono conservati anche gli scatti di un giovanissimo Stanley Kubrick, ai tempi in cui lavorava come fotografo per la rivista Look.

Kubrick venne inviato a Chicago nel 1949 per realizzare un servizio sulla “città dei contrasti” e raccontare attraverso immagini l’atmosfera e la vita della capitale dell’Illinois. Fu un lavoro fotografico di reportage in linea con lo stile di una delle più importanti riviste del tempo. Look, insieme a Life, rappresentava infatti un punto di riferimento assoluto che, con un tipico modo di raccontare luoghi e persone attraverso gli scatti dei suoi inviati, rimane un’icona nella storia della fotografia.

È affascinante tornare ad ammirare questo lavoro di Kubrick, ancora molto giovane ma già così bravo nel cercare e trovare soggetti e spunti sempre significativi. Uno stile che poi ha saputo sviluppare e rendere così personale nella successiva ed assoluta carriera di regista cinematografico.
Buona visione.

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Dennis HopperApocalypse Now, capolavoro che Francis Ford Coppola realizzò nel 1979, non è solo un film sulla guerra del Vietnam. Liberamente ispirato al romanzo di Conrad “Cuore di Tenebra” è un’opera complessa ed oscura, la cui folle realizzazione portò attori e troupe vicini ad un drammatico punto di non ritorno; Coppola disse che non era solo un film sul Vietnam, era “il Vietnam stesso”.
Nella storia ad un certo punto appare la figura di un fotoreporter, impersonato dal mitico Dennis Hopper. È un personaggio folle e romantico, che gira con un’infinità di macchine fotografiche al collo, usandole continuamente mentre pare del tutto affascinato dall’oscura ed inquietante personalità del colonnello Kurtz, interpretato dall'”enorme” (in tutti i sensi) Marlon Brando.
Quello di Hopper è un fotoreporter di guerra indimenticabile, che non puoi non ricordare bene, se hai visto il film.
E se non lo hai visto… Che aspetti?!
🙂

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Videogame war photogroapher
È una storia un po’ inquietante quella di oggi.
Con mezzo mondo praticamente in fiamme, violenze e guerra che insanguinano vaste aree del nostro pianeta, TIME decide di inviare uno dei suoi fotoreporter in un luogo virtuale: un videogame.
Ashley Gilbertson ha un passato da fotoreporter di guerra ed ha lavorato in molte zone calde del pianeta, ma stavolta è stato inviato in uno scenario diverso: l’angosciante ambiente post apocalittico popolato da Zombi di “The Last of Us – Remastered” per PlayStation 4.
Zombie by GilbertsonIl gioco ha una modalità “photo mode” che sembra studiata proprio per scattare immagini di reportage ed Ashley si è impegnato a “sopravvivere il più possibile” cercando di arrivare vivo al livello successivo per poter realizzare qualche buona fotografia.
Un fotografo di TIME che si dedica ad un videogioco è una faccenda che fa un po’ pensare, ma va detto che ha qualcosa di intrigante, specie per chi ha potuto sperimentare in prima persona quanto possano essere realistici e coinvolgenti questi prodotti di intrattenimento che, in qualche caso, sono interi universi (penso a quello di Second Life) che ormai chiamare giochi è forse un po’ riduttivo.
Fotogiornalismo virtuale. Chissà, probabilmente è una nuova frontiera ancora tutta da inventare e scoprire.
Ti invito a leggere l’interessante articolo originale di Gilbertson su TIME, in cui il fotografo riflette anche sul significato della violenza nei videogiochi e dell’influenza che questo ha sul nostro atteggiamento.

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Proprio in questi giorni ricorre l’anniversario della morte di James Dean, un’icona del novecento ormai un po’ dimenticata ma sempre affascinante. Questa sua famosa immagine fu realizzata nel 1955 in Times Square da Dennis Stock, fotografo personale di Dean e membro dell’agenzia Magnum.
L’attore cammina nella pioggia, sigaretta in bocca, i chiaroscuri della New York degli anni cinquanta sono espressi in modo magistrale con un bianco e nero stupendo, impreziosito dall’atmosfera nebbiosa. Una foto emblematica che è stata definita come “L’indimenticabile immagine di James Dean, curvo nel suo soprabito scuro, come quasi avesse il peso di una intera generazione sulle spalle.
Un grande scatto, un gran soggetto, composizione perfetta, atmosfera ideale… o forse… quasi.
Non tutti sanno, in particolare non lo sanno i tanti profeti del “Io la postproduzione mai“, che in realtà ben prima dell’avvento del digitale, tutti i grandi fotografi lavoravano insieme ad una figura che era in pratica la loro metà: lo stampatore.
Come nel caso che citavo in un vecchio post, anche qui la foto famosa beneficiò del lavoro di colui che spesso restava nell’ombra, in questo caso Pablo Inirio, uno dei più grandi maestri di camera oscura della storia della fotografia.
Ecco qui sotto il bozzetto con le istruzioni di stampa, un trattamento che adesso possiamo facilmente fare su Photoshop o deleghiamo agli automatismi elettronici della nostra fotocamera (quando scattiamo in jpg). Con la pellicola ci voleva gran manualità ed esperienza, così si lavorava prima dell’avvento del digitale. Un bel documento per chi spesso discute sul tema della postproduzione, che fa capire come la questione stia tutta nel gusto e nella misura, non nel principio o nella tecnica.
Pensaci la prossima volta che giudichi i tuoi scatti senza prima averli “processati”.

James Dean by Dennis Stock - Printing notations by Pablo Inirio

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Benz Thanachart

© Copyright Benz Thanachart

Lo spunto per il compito fotografico assegnato questo fine settimana nasce da uno scatto del fotografo Thailandese Benz Thanachart. Fa parte del progetto “Surprised Reaction” dedicato alle reazioni umane che Benz ottiene urlando qualcosa di sconclusionato agli ignari passeggeri della metro.
Ed è proprio il tema della sorpresa che ti propongo di esplorare in questo ennesimo weekend assignment.
Aggiungo solo una precisazione: la reazione che ti sto invitando ad immortalare non è detto che debba essere solo di persone ritratte. Sorpresa può anche essere quella indotta nell’osservatore oppure quella provata dal fotografo al momento dello scatto. La fotografia non sempre parla di ciò che si vede nell’immagine.
Insomma, come al solito ti lascio libera interpretazione dell’assignment; fai come più ti piace, l’idea di fondo è sempre la stessa: nutrire la nostra creatività fotografica e poi, eventualmente, condividerne qui il prodotto mettendo il link in un commento.
Buon divertimento!

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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L'equilibrista

L'equilibrista - © Copyright 2011 Lorenzo Mugna


Hai mai “rischiato” per fare una foto? A tutti può capitare di trovarsi di fronte ad una situazione fotografica che ci chiede di osare e… non sempre ce la sentiamo.
Può trattarsi di mettere a rischio l’ottica o la stessa macchina fotografica (come nel caso sopra di m|art e la sua preziosa Rollei durante l’ultimo Sharing Workshop) come può essere invece, addirittura una questione di incolumità personale.
Lo scatto pericoloso è un’esperienza in cui prima o poi ci imbattiamo e, vista la diversa percezione dei rischi che ognuno di noi ha, ogni caso è storia a sé.
La capacità da coltivare è quella di saper mettere sulla bilancia i rischi ed i potenziali risultati. Mi spiego meglio: saresti disposto a rovinare completamente la tua bella fotocamera in cambio della foto della tua vita? Pagheresti con qualche acciacco uno scatto “assoluto” da copertina?
Sono domande a cui alcuni fotografi amatori e professionisti rispondono senza esitazione, una differenza che probabilmente segna quel confine che li separa dal dilettante, che a volte si lascia scappare un tesoro per non sporcarsi le scarpe in una pozzanghera…
🙂

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Elinor Carucci inizio a fotografare da ragazzina, ben prima del suo diploma all’accademia d’arte nel 1995. È sempre stata ispirata dall’intimità e, dopo essersi stabilità a New York, si è fatta una reputazione grazie alla sua abilità di cogliere, con le sue fotografie, istanti delicati e molto personali.
Ho sempre fotografato la mia vita, le persone che mi stanno vicino. I miei genitori, mio marito, me stessa attraverso il tempo, nel bene è nel male“.
Un bel tocco quello di Elinor, una fotografa da conoscere meglio, capace di una sintesi semplice e di grande intensità, che ho incontrato grazie a questo breve video.
.

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Cavalli Gericault.
Prima del 1878 era convinzione comune che nel galoppo del cavallo, fosse l’istante di massima estensione quello in cui tutte le zampe dell’animale sono sollevate da terra. Ne sono prova moltissimi dipinti come l’esempio sopra, il noto Le derby d’Epsom, realizzato nel 1821 dal pittore francese Théodore Géricault.
Ma nel 1872 un ricco signore, che per inciso era anche il governatore della California, aveva ingaggiato una scommessa con alcuni facoltosi amici: sosteneva che il cavallo rimanesse totalmente sospeso in un momento diverso da quello di massima estensione.
L’incarico di cercare una prova “inconfutabile” fu affidato al  fotografo Eadweard Muybridge, al tempo già noto per le sue immagini naturalistiche scattate nel Parco Nazionale di Yosemite.
Fu solo nel 1878, dopo molti tentativi, che Muybridge riuscì finalmente a fotografare con successo un cavallo in corsa e, per ottenere questo risultato, utilizzò una serie di 24 fotocamere poste lungo un tracciato rettilineo ed otturatori singolarmente attivati da fili tesi sul percorso del cavallo.  
Ottenne una rivoluzionaria sequenza fotografica chiamata The Horse in motion che mostrava come gli zoccoli si sollevassero dal terreno contemporaneamente solo nel momento di compressione.

cavallo

Il lavoro di Muybridge non rappresentò solo la vincita di una sostanziosa scommessa e nemmeno solo una pietra miliare nella storia della fotografia (e poi del cinema), fu anche il consolidamento del concetto, tuttora riconosciuto, che la fotografia ha un vero e proprio valore di prova.
Fu anche un avvenimento che sconvolse la pittura. L’idea che esistesse uno strumento in grado di provare l’errore dell’occhio umano e rendere in un sol colpo superate alcune visioni pittoriche secolari, influenzò seriamente l’attività di molti artisti che iniziarono ad affidarsi sempre più al mezzo fotografico come base di partenza per il loro lavoro.
Lo stesso Degas, proprio basandosi sulle foto di Muybridge sviluppò un approfondito lavoro sul movimento e le posizioni dinamiche del cavallo. 
Il rapporto tra pittura e fotografia aveva raggiunto una nuova fase.

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No model release

No model release – © Copyright 2010, Pega

C’è chi la ama e l’ha scelta come sua principale specialità, c’è chi la rifugge e non riesce nemmeno a fare uno scatto di questo tipo. La street photography è una vera e propria disciplina, un modo di fotografare che, specie nel secolo scorso, ha visto grandi maestri esprimersi in modo sublime ed arrivare a creare una sorta di linguaggio a cui molti ancora oggi si rifanno.
L’idea per questo fine settimana è dunque questa: uscire, appostarsi e provare a catturare qualche attimo significativo, una scena ironica, un momento poetico o comunque quello che capita di scovare per le nostre strade.
Come sempre l’idea è quella di produrre scatti nuovi, andando in giro proprio con l’idea di questo compito assegnato e non semplicemente cercando nell’archivio una foto che vi si adatti. E’ questo lo spirito del weekend assignment, una piccola sfida che puoi affrontare nascondendoti per immortalare i tuoi personaggi da lontano, oppure scegliere di immergerti nell’ambiente ed accorciare le distanze (magari evitando il rischio di farti asfaltare come nel caso della mia foto sopra).
Dopo, come al solito, ti invito a condividere la tua immagine in un commento qui sotto: sarà divertente confrontarsi.

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Dear old Lady

Dear old Lady - © Copyright 2010 Pega

Come un déjà vu ogni tanto mi succede di rivivere un emblematico incontro di qualche anno fa.
Stavo provando degli scatti con una vecchia fotocamera analogica. Il mio soggetto era un antico portone nel centro storico di Firenze. Provo varie inquadrature, mi contorgo un po’ come a volte succede…
Faccio per allontanarmi ma un ragazzino di giovanissima età, sui 10/12 anni, si avvicina dopo avermi osservato mentre scattavo. Probabilmente pensa che il mio soggetto sia una fiammante moto sportiva parcheggiata giusto accanto al portone; indica la macchina fotografica e mi chiede: “posso vedere come sono venute?”
Ho un attimo di esitazione, d’istinto quasi gli porgo il dorso nero della fotocamera ma poi ci penso, mi fermo e gli dico: “Beh, non è possibile. E’ a pellicola”.
Il nativo digitale mi guarda come se fossi un deficiente, o peggio uno che gli sta raccontando una balla, poi esclama: “Che cosa? Come sarebbe pellicola?” E senza nemmeno aspettare il mio tentativo di risposta si gira e se ne va…
Menomale che non gli ho detto “E’ analogica”…
🙂

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