Un venditore di automobili mi ha raccontato una cosa curiosa.
Spiegava che sempre più spesso i clienti sembrano guidati nella scelta della loro nuova macchina da elementi accessori; per esempio dalla disponibilità su quel modello dell’autoradio bluetooth che legge gli MP3, del sistema che aiuta nel parcheggio, dei colori disponibili per interni e carrozeria, magari meglio se hanno nomi sempre più fantasiosi…
Non è raro però che verso la fine della trattativa arrivi inesorabile la domanda del venditore che chiede : “ma la vuole benzina o diesel?” ed il cliente guardando l’interlocutore con sorpresa risponda : “boh”.
E’ un aneddoto divertente e forse anche un po’ inquietante, che dice qualcosa su come stiamo evolvendo (o involvendo a seconda dei punti di vista) e che può dare spunti per varie direzioni di ragionamento.
Una cosa (ma non è la sola) a cui questo esempio mi fa pensare è che siamo progressivamente e costantemente sempre più spinti a focalizzarci sul contenitore e sempre meno sul contenuto delle cose.
E se passiamo dai massimi sistemi al mondo della fotografia, a me pare che si possa dire lo stesso.
Ho trovato questo video a proposito di un argomento davvero fondamentale : come riuscire a far rientrare un pannello riflettente pieghevole nella sua custodia…
Ci hai mai provato ? Mica banale 🙂
E poi l’accento british di questo tipo è davvero fantastico. 🙂 🙂
Oggi il post è una domanda : a cosa farai foto in questo weekend ?
Vieni via da quel computer, prendi la macchina fotografica ed esci a fare foto.
E’ facile. Decidi un soggetto. Può essere un qualcosa di reale o anche un’idea astratta, l’importante è che provi a rispettare questa sorta di “assignement”.
Se vuoi, puoi metterti un po’ in gioco.
Scrivi qui sotto, in un commento, il soggetto che hai scelto.
Ed io cosa fotograferò ? Ci provo : l’inverno. (mmmm… chissà se ci riesco… dato che non è ancora arrivato…)
Dovima with elefants – @ Copyright 1955 The Richard Avedon Foundation
Richard Avedon è stato un personaggio importante nella fotografia del novecento, sicuramente tra i grandi nella fotografia americana della seconda parte del secolo.
Per me la sua principale caratteristica è nell’aver rappresentato una sorta di sintesi tra fotografia artistica classica, pop art e mondo dello spettacolo e della moda.
Con una carriera che iniziò come fotografo per carte di identità e di relitti di navi mercantili, Avedon passò negli anni ’40 al mondo della moda introducendo per Harper’s Bazaar, la rivista per cui lavorava, la novità di porre le modelle in contesti urbani, non convenzionali.
Da quel momento la sua carriera decolla, lavorerà per Vogue, Life e molti prestigiosi marchi della moda. Con il passare del tempo emerge quella che una sua grande passione : il ritratto. Una tipologia di ritratto introspettivo che scava nella personalità del soggetto, lo pone in atteggiamenti e contesti che ne consentono una conoscenza emotiva molto diversa dai clichè tradizionali.
Attraverso intere decadi, tra gli anni ’60 e l’alba del nuovo millennio, per molti personaggi famosi e star, quello di Avedon diviene uno studio fotografico da cui è necessario passare, a patto di essere disposti ad esporre se stessi in modo profondo.
Trovo affascinante in Richard Avedon la capacità di saper separare molto bene la sua attività di fotografo commerciale su commissione, tipicamente per il settore della moda e dello spettacolo, dal suo personale impegno, passione e ricerca che si indirizza appunto al ritratto introspettivo ed anche al reportage di denuncia, come nel caso del suo viaggio in Vietnam a documentare gli orrori della guerra con crude foto di corpi mutilati e straziati dal napalm.
Quel che è certo è che anche per i lavori più chiaramente commerciali, come ad esempio gli scatti per i grandi nomi della moda, si percepisce nelle foto di Avendon una personalità ed una originalità che solo pochi maestri hanno saputo esprimere.
Mi piace molto una sua frase famosa che sottolinea la sua irrefrenabile passione per la fotografia che lo accompagnò fino all’ultimo: “If a day goes by without my doing something related to photography, it’s as though I’ve neglected something essential to my existence”
Insomma. Direi proprio che me lo faccio questo regalo.
Un piccolo ma significativo evento ha segnato la scorsa settimana il Paris Photo 2009, la rassegna internazionale di fotografia.
Il fotografo francese Fabien Breuvart ha realizzato una sorta di performance in cui, insieme ad alcuni suoi collaboratori, ha portato alcune migliaia di vecchie ed anonime fotografie di fronte all’ingresso VIP della cena di gala organizzata al Louvre. Le foto sono state sparse sul pavimento e rese disponibili gratuitamente ai passanti.
All’interno del gala erano invece in mostra opere di famosi fotografi, offerte per cifre a volte superiori ai 40.000 euro.
Quello che è successo è stato decisamente interessante.
Molte persone che passavano, tra cui alcuni invitati al gala, in qualche caso casi esperti d’arte e facoltosi ospiti, si sono intrattenute a lungo, chinate o inginocchiate tra le foto senza valore portate da Breuvart, dimostrando in modo chiaro, un’attrazione ben più forte per quell’espressione artistica un po’ anarchica che non per le “grandi opere” che attendevano all’interno.
Le foto anonime, offerte gratuitamente, hanno curiosamente sviluppato un maggiore e genuino interesse rispetto ad altisonanti prodotti del mercato dell’arte, dall’alto valore deciso da altri.
A mio parere è stato un momento fenomenale, una ventata d’aria fresca.
Guarda nel video. E’ percepibile il sano divertimento e l’entusiasmo di queste persone. Razzolano tra le foto di illustri sconosciuti , vecchie stampe senza valore, ma foto vere, che è bello guardare e sopratutto prendere in mano, toccare.
Un’espressione fortissima del potere delle immagini e della fotografia nel suo stato più genuino.
La fotografia è arte o scienza?
In che relazione le due componenti stanno tra di loro?
Quanto è importante il razionale al momento dello scatto? Quanto l’emozione?
Si può riuscire a fare una “grande foto” senza conoscere intimamente lo strumento che ci permette di realizzarla? Ma se le “grandi foto” da fare fossero due, tre, cento? Qualche artista riesce ad essere consistente senza padroneggiare la tecnica?
Ma può un conoscitore perfetto della tecnica scattare un capolavoro senza ispirazione o spunto creativo?
Si sente sempre dire che “con le macchine che ci sono oggi chiunque può fare splendide foto“.
E’ assolutamente vero.
Però… guardiamo un po’ indietro nel tempo.
Quando a fine anni ’70 arrivò l’autofocus, il passaggio fu epocale. Prima il fuoco era solo manuale. In molti dissero che con quella innovazione tutti sarebbero stati in grado di fare foto perfett.
E ancora… andando a ritroso, lo stesso si può dire per l’avvento della pellicola 35mm, che portava la possibilità di realizzare immagini spettacolari in modo molto più portatile ed economico dei vecchi formati.
Era la possibilità per tutti di fare gli scatti di Ansel Adams senza trascinarsi dietro 50kg di attrezzatura. O no?
La fotografia ha una componente tecnologica, cel’ha sempre avuta, fin dai suoi albori. E’ una caratteristica in perenne evoluzione.
Con il passaggio al digitale e l’enorme diffusione di fotocamere di elevatissima qualità a prezzi contenuti è diventato ancora più semplice fare foto, ma per certi aspetti è una sensazione illusoria.
Come prima o forse piu di prima, chi fa belle Foto ha comunque un’attenzione, una preparazione ed una conoscenza intima della fotografia che non sempre è condivisa da chi si affida ai pur fenomenali automatismi dell’ultimo modello di macchina digitale per farsi l’autoscatto e postarlo su Flickr.
E la differenza, nonostante tutta questa tecnologia, si continua a vedere, eccome.
Prova a sfogliare gli album delle persone che ho avuto il piacere di intervistare in questo blog, visita l’album di fotografi come Emanuele Minetti (è sua la splendida “My Cafè” sopra) e guarda quanta attenzione alla composizione, alla gestione della luce, al messaggio…. quanta passione.
Dietro a molti degli scatti dei fotografi che ammiro c’è ricerca, talento, conoscenza della storia della fotografia, studio approfondito degli strumenti, a partire dalla macchina fotografica che usano per finire ai tool di postproduzione.
Non è per niente banale.
La tecnologia ha corso moltissimo in questi anni, non solo per la fotografia ma anche per tantissime altre arti.
Può però un buon programma di videoscrittura permettere a tutti di scrivere un bel romanzo?
Può forse un multieffetto per chitarra elettrica farti suonare come Van Halen?
Secondo me non è questione di tecnologia. E’ questione di studio e passione.
C’è poco da fare: l’Autunno ha un gran fascino, almeno fotograficamente parlando.
Io odio le giornate brevi, il clima piovoso ed umido, le foglie bagnate che ti fanno scivolare… ma devo ammettere : l’Autunno è la vera stagione della fotografia.
Credo che una gran parte di questa “fotogenicità” dell’Autunno stia nella luce. Intendo nella tipicità della luce solare che in questi mesi è esattamente del calore giusto, e per buona parte della giornata proviene proprio dall’angolazione giusta.
Le ombre regalano una gran tridimensionalità alle immagini e d’autunno sono allungate per molte ore, quasi a creare una prolungata situazione di “golden hours” che d’estate dura solo per le brevi fasi vicine all’alba ed al tramonto.
Il cielo, poi, è spesso uniformemente carico di umidità e si comporta come un enorme diffusore, regalando una luce che per alcune foto è assolutamente perfetta.
D’Autunno anche la natura ci mette la sua parte: i colori delle foglie che cadono vengono splendidamente esaltati, specie quando piove. Hai provato ad uscire a fotografare quando piove ?
Insomma, io odio l’Autunno ma la sua luce è davvero fenomenale.
Edward Weston è stato uno dei più influenti artisti nella fotografia del novecento.
Nato nel 1886 nell’Illinois, si trasferì e lavorò in California come fotografo per cerimonie e lavori di ritratto, sviluppando nel contempo una vena creativa principalmente basata sull’effetto dello sfuocato artistico, “l’effetto flou”, ora frequentemente chiamato “bokeh”.
In questo periodo non mancarono premi e riconoscimenti del suo talento, come l’invito ad esporre nel vecchio continente al Salon of Photography di Londra.
Successivamente, dal ’23 al ’26 si trasferì in Messico per lavorare con Tina Modotti ed altri artisti con i quali inziò un percorso di totale discontinuità dalle sue esperienze stilistiche precedenti.
La sua nuova visione della fotografia era basata sull’uso della macchina fotografica come strumento per descrivere e catturare la vita in ogni suo aspetto, una visione che lo portò a fondare nel 1932, insieme ad altri fotografi tra cui Ansel Adams, il cosiddetto gruppo f/64 totalmente orientato al realismo.
Il nome f/64 faceva riferimento al valore di estrema impostazione del diaframma, volta ad ottenere enorme profondità di campo e quindi un’estetica assolutamente basata su perfezione tecnica e stilistica.
Questo stile rigoroso, quasi austero, era una sorta di reazione ad un modo di fare fotografia che aveva regnato nel primo ventennio del novecento specie tra i cosiddetti fotografi pittorici della california: uno stile spesso basato su manipolazioni e sfuocato, che il gruppo f/64 considerava ormai superato, sdolcinato, eccessivamente sentimentale.
Weston dichiarò in varie occasioni l’importanza della fase di pre-visualizzazione della foto. Il fotografo doveva già “visualizzare la foto dentro di sé prima ancora di scattarla”.
Edward Weston morì nel 1958, lasciando una importante produzione di opere fotografiche ed una importante traccia nella fotografia del novecento.
Molte le pubblicazioni ed i libri che si possono trovare su Weston.
A mio parere molto bello “Forms of Passion”, una affascinante analisi e ricostruzione dell’artista scritto da Gilles Mora.
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