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Archive for the ‘History of photography’ Category

Leaf Pattern Imogen Cunningham

Leaf Pattern, circa 1929 - Imogen Cunningham

Imogen Cunningham aveva iniziato a fotografare da ragazzina, sul finire dell’800, ma poi se ne era disinteressata dedicandosi completamente agli studi di chimica finchè la sua strada tornò ad incrociarsi con il mondo della produzione di immagini.
Si laureò infatti proprio con una tesi sui processi chimici per lo sviluppo fotografico e fu così che il suo talento trovò la via per sbocciare.

La passione per la ricerca tecnica volta al miglioramento della qualità delle immagini e delle stampe si sposò perfettamente con un gusto estetico senz’altro fuori dal comune, facendone un’artista apprezzata già nella prima metà del novecento.
Negli anni quaranta Imogen entra a far parte del gruppo f/64 divenendo un componente di spicco del movimento della straight photography con  lavori che ricevono notevole apprezzamento e la accompagnano in una lunghissima cariera che la porta, quasi novantenne, fino all’esposizione presso il MOMA di new York negli anni ’70.

Credo che una delle parti più affascinanti dell’opera di Imogen Cunningham sia quella da lei svolta negli anni trenta, quando iniziò il suo approfondimento verso la fotografia botanica, intrapreso con una intrigante attrazione non tanto verso il vegetale in quanto tale ma più per quello che questo era in grado di trasmettere in fotografia.
La pianta diviene quasi un astratto, con tratti che si formano grazie all’incrocio tra linee naturali, ombre, sovrapposizioni di foglie e luce drammatica.

E’ quasi come se Imogen avesse creato un nuovo modo di vedere, in parte oggettivo ed in parte soggettivo, in ogni caso molto potente ed evocativo.
Un tratto distintivo di questa grande protagonista della fotografia del novecento.

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Giuseppe Garibaldi

Giuseppe Garibaldi

Come negare il legame che c’è sempre stato tra storia e fotografia.
Il Risorgimento Italiano è stato uno dei primi casi di utilizzo della fotografia, sia a fini propagandistici che divulgativi, e tutti i principali personaggi di questo periodo capirono subito che questo nuovo strumento a loro disposizione era efficacissimo.
Il realismo delle immagini oltre alla possibilità di effettuare velocemente ed in modo abbastanza economico delle riproduzioni, fece intuire a Giuseppe Garibaldi l’importanza di realizzare una documentazione fotografica della sua impresa ed è così che furono quindi scattate le eroiche immagini del Generale e dei suoi nelle piazze di Palermo nel 1860. Sono immagini che, con il loro realismo e  la capacità di rapida circolazione tipica di questo nuovo media, probabilmente dettero un loro piccolo contributo successo della spedizione ed all’unificazione del paese.
Album dei Mille

Una pagina dell'Album dei Mille

Ma quello che forse è uno dei documenti più interessanti è ciò che fu commissionato al fotografo italiano Alessandro Pavia : l’Album dei Mille : una sorta di monumento fotografico che rappresenta il primo caso nella storia per questo tipo di documentazione.
L’Album dei Mille è un portentoso lavoro che Pavia svolse nel corso di circa sette anni muovendosi per tutta l’Italia riunificata, ritrovando e fotografando tutti e mille i partecipanti alla storica impresa, che da subito fu identificata come evento fondamentale della storia nazionale. Un volume che è quasi un grosso ritratto di gruppo, un documento veramente particolare che consacra la fotografia come strumento moderno per fissare la memoria di un evento.
Dell’Album dei Mille esistono tre copie conservate presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma.
Auguri Italia, cen’è bisogno.

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Robert Frank

Robert Frank

Avere qualche difficoltà perchè si sta fotografando, o anche solo si ha in mano una fotocamera, non è un problema solo dei nostri (paranoici) tempi.
Nel 1955 il famoso fotografo Robert Frank stava viaggiando in auto nell’Arkansas, lavorando a quella che sarebbe poi divenuta la sua grande e storica opera: il libro “The Americans”.
Non aveva violato alcuna legge ma fu fermato da una pattuglia della polizia che lo considerò sospetto, anzi particolarmente sospetto, dopo aver notato nella sua auto un certo numero di “macchine fotografiche”.
Gli agenti decisero così di arrestarlo e detenerlo per un interrogatorio.
La disavventura in cella non fu di lunga durata e fortunatamente  non impedì a Robert Frank di continuare il suo magnifico lavoro che uscì circa tre anni dopo.

Per chi fosse interessato ai dettagli, ecco il testo del rapporto dell’agente che effettuò l’arresto. Curioso notare come il fatto che il bagagliaio fosse pieno di macchine fotografiche sia stato considerato dall’agente come fattore sospetto.

Department of
ARKANSAS STATE POLICE
Little Rock, Arkansas

December 19, 1955

Alan R. Templeton, Captain
Criminal Investigations Division
Arkansas State Police
Little Rock, Arkansas

Dear Captain Templeton:

On or about November 7, I was enroute to Dermott to attend to some business and about 2 o’clock I observed a 1950 or 1951 Ford with New York license, driven by a subject later identified as Robert Frank of New York City.

After stopping the car I noticed that he was shabbily dressed, needed a shave and a haircut, also a bath. Subject talked with a foreign accent. I talked to the subject a few minutes and looked into the car where I noticed it was heavily loaded with suitcases, trunks and a number of cameras.

Due to the fact that it was necessary for me to report to Dermott immediately, I placed the subject in the City Jail in McGehee until such time that I could return and check him out.

After returning from Dermott I questioned this subject. He was very uncooperative and had a tendency to be “smart-elecky” in answering questions. Present during the questioning was Trooper Buren Jackson and Officer Ernest Crook of the McGehee Police Department.

We were advised that a Mr. Mercer Woolf of McGehee, who had some experience in counter-intelligence work during World War II and could read and speak several foreign languages, would be available to assist us in checking out this subject. Subject had numerous papers in foreign langauges, including a passport that did not include his picture.

This officer investigated this subject due to the man’s appearance, the fact that he was a foreigner and had in his possession cameras and felt that the subject should be checked out as we are continually being advised to watch out for any persons illegally in this country possibly in the emply of some unfriendly foreign power and the possibility of Communist affiliations.

Subject was fingerprinted in the normal routine of police investigation; one card being sent to Arkansas State Police Headquarters and one card to the Federal Bureau of Investigation in Washington.

Respectfully submitted,
Lieutenant R.E. Brown, Lieutenant
Comanding
Troop #5
ARKANSAS STATE POLICE
Warren, Arkansas

REB:dlg

[fonte: Thomas Hawk]

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Paul Strand - Toadstool-and-grasses-1928

Toadstool and Grasses - Georgetown, Maine 1928 - Paul Strand

In questa fotografia che Paul Strand realizzò nel 1928 c’è la sintesi di una delle sue affermazioni più importanti. Strand diceva che per usare onestamente la fotografia si deve avere un reale rispetto per ciò che ci si trova davanti ed esprimerlo attraverso un insieme di valori tonali quasi infinito.

Se la seconda parte della frase si riferisce ad aspetti tecnici ed estetici, la prima parte è invece riferita a qualcosa che può essere definito come “moralità fotografica”.

Questo rispetto, che trasforma il soggetto da occasione a ragione di una fotografia era il concetto di base di quel movimento a cui Strand apparteneva denominato straight photography.

Lo stesso Strand riuscì solo nella fase matura della sua carriera ad essere veramente coerente con questa filosofia, quando abbandonata ogni sperimentazione si dedicò ad una fotografia calma e naturale.
La famosa foto del fungo rimane uno degli scatti più influenti di questo periodo del grande fotografo. Non si tratta, come potrebbe  apparire a prima vista, della descrizione fredda e scientifica un soggetto botanico ma piuttosto della realizzazione di un panorama in miniatura.
L’immagine è composta rigorosamente, con quell’attenzione alla luce ed agli spazi che in precedenza era stata tipicamente dedicata solo alla rappresentazione delle grandi viste naturali o dei panorami. Il riferimento è a quella fotografia nauralistica e di paesaggio che specie nella seconda metà dell’ottocento era stata realizzata dai grandi maestri che avevano scoperto (visualmente) il nuovo continente.

Esauriti i grandi spazi, quella di Strand era una nuova forma di esplorazione, matura, intima ed attenta, completamente dedicata il microcosmo naturale.

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outerbridge untitled 1922

Paul Outerbridge - untitled, 1922

Paul Outerbridge divenne famoso negli anni trenta per la sua abilità di creare immagini a colori di altissima qualità usando una tecnica estremamente complessa ed innovativa chiamata “tri-color carbro print” che fu molto utilizzata nel campo della moda.
Questo suo particolare successo di fotografo professionista forse non avrebbe però lasciato alcun segno rilevante nella storia della fotografia.
Come tutte le nuove tecnologie, il clamore suscitato al loro arrivo è proporzionale all’oblio che segue quando vengono superate e anche il carbro print fu completamente dimenticata e resa un ricordo dall’avvento, negli anni quaranta, di nuove e più semplici tecniche di fotografia a colori.

E così non è per questa specialità che Outerbridge si è meritato un posto tra i grandi della fotografia del novecento.
Il suo vero talento era in realtà emerso ancor prima dei suoi successi commerciali, quando era uno giovane studente alla scuola di fotografia di Clarence White alla Columbia University.

Siamo nei primi anni venti e le sue fotografie di quel periodo mostrano uno straordinario gusto nella ricerca di forme astratte create dall’intreccio di elementi solidi ed ombre.
Sono immagini da contemplare a lungo e degustare lentamente, come questa sopra, raffigurante un solido (probabilmente un mattone) semplicemente appoggiato su un piano.
L’oggetto tridimensionale si fonde alle forme bidimensionali create dalla luce in un meraviglioso intreccio di ombre, creando quello che ai nostri occhi appare quasi come un puzzle.

E’ un lavoro raffinato e di gran talento, che racconta la passione e la ricerca fotografica di un giovane artista. Un’immagine in cui la luce che cade sull’oggetto è studiata in modo così magistrale da farne un capolavoro della storia della fotografia.

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Frederick Scott Archer

Frederick Scott Archer

Una lastra di vetro perfettamente lucidata, una sostanza viscosa chiamata collodio ed un po’ di nitrato di argento. Insieme ad una piccola camera oscura portatile ed a qualche altro reagente chimico, erano questi gli strumenti con cui intorno al 1850 si realizzavano i cosiddetti “Ambrotipi”, fotografie che utilizzavano un metodo detto della “lastra umida” (wet plate) inventato da  Frederick Scott Archer.

La qualità delle immagini non era al livello di quella dei dagherrotipi su lastra di rame ma il costo era inferiore, il processo più semplice e sopratutto si trattava di ottenere dei negativi da cui poter produrre stampe.

E’ seguendo questo metodo che il fotografo Harry Taylor ci fa vedere in questo interessante video, come ancora oggi si possa provare a seguire questo procedimento.

Le fasi necessarie per produrre un “ambrotipo” che Taylor ci mostra nel video sono :

1) Pulitura accurata della lastra di vetro
2) Applicazione del collodio sulla lastra, facendo in modo che si distribuisca perfettamente. Questa fase può svolgersi alla luce
3) In camera oscura, immersione della lastra in una soluzione di nitrato d’argento per circa 3-5 minuti
4) Sempre al buio, inserimento della lastra trattata nell’apposito contenitore/scatola a tenuta di luce (plate holder)
5) Posizionamento del plate holder contenente la lastra nella macchina fotografica ed esposizione di circa 8 secondi
6) Sviluppo in un bagno di solfato di ferro
7) Fissaggio usando una soluzione contenente tiosolfato di sodio

Il risultato è un’immagine dotata di discreta qualità e gran fascino.
E’ interessante pensare come alcuni fotografi di metà ottocento viaggiassero con al seguito tutta l’attrezzatura necessaria per fare queste foto, in  genere un carro. Fu con questa tecnica che furono realizzati anche i primi reportage di guerra.

E’ un video interessante, specie se non hai mai visto come si realizzavano queste fotografie.
Buona visione.
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È bello farsi ispirare dai capolavori di qualcuno che si ammira ed è per questo che ti propongo una splendida raccolta di immagini.
E’ un video realizzato con gli scatti di un’artista che ha un posto molto importante nella storia della fotografia del novecento e della quale ho anche parlato di recente : Dorothea Lange.
L’ho scovato in rete rimanendone semplicemente affascinato, anche perchè contiene diverse foto che non mi era mai capitato di vedere.
Siediti e mettiti comodo, assicurati di avere qualche minuto di tranquillità e, se puoi, alza un po’ il volume perchè anche l’accompagnamento musicale è apprezzabile.

Dorothea Lange un giorno disse : “La macchina fotografica è uno strumento che insegna a vedere senza una macchina fotografica”.
Credo sia una gran verità.

Buona Visione
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Canon D30 - 3.1Mpx - 2001

Un altro anno si sta chiudendo ed insieme ad esso il primo decennio del nuovo millennio.
E’ stato un decennio importante per la fotografia, con eventi significativi e grandi cambiamenti, a cominciare da quella rivoluzione digitale che proprio nel 2000 prese definitivamente il volo con l’arrivo della prima vera reflex digitale alla portata di tutti : la Canon D30 da ben 3.1 Megapixel.
La D30 era nata per quei fotoamatori in attesa di un prodotto dal prezzo non proibitivo ma anche dalle caratteristiche professionali e proprio su questo punto la piccola reflex della Canon è importante : perchè fu in breve adottata anche da tanti professioniti che molto rapidamente si resero conto delle potenzialità di questo nuovo approccio alla fotografia.

Un approccio che ha portato con sè l’aumento vertiginoso della quantità di immagini prodotte. Il digitale non pone praticamente più alcun limite al numero di fotografie che si possono scattare e questo ha provocato risultati inimmaginabili in precedenza, specie nel caso della copertura giornalistica di eventi e guerre ma anche quel fenomeno ancora in forte espansione che è la condivisione on line delle immagini. Siti di social networking come Facebook o Flickr registrano milioni di nuove fotografie caricate ogni giorno, ed il ritmo è in progressivo aumento. 

Flickr fotocamere più utilizzate 2010

Questi “anni 10” sono stati anche quelli della incredibile diffusione dei telefonini dotati di fotocamera che, specie negli ultimi anni con l’avvento di Iphone ed altri dispositivi palmari di questa classe, sono oggi la tipologia di macchina fotografica in assoluto più utilizzata sul pianeta : lo dicono statistiche autorevoli come quelle che regolarmente metta a disposizione Flickr, probabilmente il sito di condivisione fotografica più importante al mondo.

Purtroppo questo è stato anche il decennio in cui si è registrato l’inquietante fenomeno della “guerra alla fotografia”.
Un insieme di eventi hanno fatto si che il fotografo sia sempre più spesso visto come un pericoloso ficanaso, un soggetto a caccia di segreti o immagini riservate, con al collo una macchina fotografica che ha cominciato incredibilmente a venire associata con qualcosa di minaccioso ed intrusivo.
Le ragioni di questo fenomeno, che si manifesta in comportamenti ed in molti paesi anche con leggi ostili a chi fotografa, sono apparentemente legate a temi come sicurezza e privacy ma è innegabile che ci sia qualcos’altro : una più profonda e preoccupante questione di fondo.
Credo che ogni persona appassionata di fotografia o anche solo interessata al tema delle libertà individuali faccia bene a tenere in forte considerazione questo fenomeno e faccia il possibile per combatterlo.
Sarebbe una pessima cosa trovarci a fine 2019 a poter discutere solo di fotografia still life…

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migrant_mother_Dorothea_Lange

Migrant mother, 1936 – Dorothea Lange


In un vecchio post parlavo di Dorothea Lange citando il suo famoso ritratto Migrant Mother del 1936.
E’ una foto molto importante, emblematica ed attualissima, che segna l’intera carriera della Lange e descrive in modo profondo il dramma delle famiglie che furono colpite dalla Grande Depressione.
Per approfondire la storia di questo scatto, si può partire dalle parole della stessa fotografa, osservando anche le altre foto che realizzò in quel giorno, per provare a ripercorrere il flusso creativo che portò all’immagine più famosa.
Dorothea Lange parlò molti anni dopo di come nacque quella foto e, nel 1960, a proposito di questa sua opera disse:
“I saw and approached the hungry and desperate mother, as if drawn by a magnet. I do not remember how I explained my presence or my camera to her, but I do remember she asked me no questions. I made five exposures,working closer and closer from the same direction. I did not ask her name or her history. She told me her age, that she was thirty-two. She said that they had been living on frozen vegetables from the surrounding fields, and birds that the children killed. She had just sold the tires from her car to buy food. There she sat in that lean-to tent with her children huddled around her, and seemed to know that my pictures might help  her, and so she helped me. There was a sort of equality about it.”

Quella che è diventata una tra le immagini più importanti della fotografia del novecento, descritta in un’infinità di libri, esposta al MOMA e poi acquisita da Getty Images, è l’ultimo di una breve serie di scatti che la Lange fece quasi di getto, senza preliminari o spiegazioni, quasi ad evitare cinicamente di alterare quel momento drammatico e disperato.
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migrant-mother-2bEcco le altre foto, molto meno note.
In questo primo scatto, realizzato da una certa distanza, si vede la tenda e la sistuazione di estrema precarietà. La foto non va bene: è sconclusionata ed appare anche mossa o sfuocata.
Il viso della donna non è ben inquadrato, dato che è voltata verso il bambino.

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migrant-mother-1Nella seconda immagine c’è una maggiore  organizzazione. La fotografa ha probabilmente chiesto alle persone di guardare verso l’obiettivo e dato alcune disposizioni di posizionamento.
La foto è interessante ma la Lange cerca qualcos’altro.

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migrant-mother-23 Qui la fotografa si è concentrata sulla donna. Ha forse trovato la chiave dello scatto in questo soggetto così carico di drammaticità. Nella seconda immagine la Lange ha evidentemente chiesto ad una delle bambine di posare dietro alla madre.

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migrant-mother-5Siamo molto vicini al risultato finale. L’atmosfera è quella severa che pervade anche lo scatto divenuto famoso. Lo sguardo della donna si perde all’infinito, quasi a sfuggire l’amarezza ed il peso della situazione, oltre alla difficoltà di farsi ritrarre in una condizione così disagiata.

Queste foto non sono solo  un piccolo pezzo di storia, hanno sopratutto contribuito a cambiare la situazione di un grosso numero persone che in quel momento vivevano un forte momento di difficoltà.
Anche grazie agli scatti della Lange che lavorava per l’FSA, poche settimane dopo la pubblicazione delle foto, la comunità fu raggiunta da un aiuto economico governativo che servì a superare quei mesi così difficili e aiutare concretamente quelle famiglie.

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dorothea_lange

Dorothea Lange

Durante la grande crisi economica che sconvolse gli Stati uniti negli anni trenta, il governo americano finanziò alcuni progetti di documentazione e, aattraverso la FSA (ente per il monitoraggio della crisi del settore agricolo), coinvolse un piccolo gruppo di fotografi perchè realizzassero immagini della situazione in cui vivevano i contadini colpiti dalla Grande Depressione.
Tra questi fotografi c’era una donna, una giovane artista che si era fatta notare nell’ambiente della fotografia documentaristica come aderente al movimento della straight photography: si chiamava Dorothea Lange.

Dorothea già aveva un piccolo studio fotografico a San Francisco, aperto dopo aver lavorato come apprendista presso studi molto famosi come quello di Clarence White (il fondatore della cosiddetta photo secession) ed Arnold Genthe.

toward_LosAngeles

Toward Los Angeles, California - 1937 Dorothea Lange

Le sue foto, a differenza di quelle che uscivano da molti studi fotografici della città, non erano ritratti di ricchi signori o famiglie felici ma ritraevano spesso le situazioni difficili dei sobborghi, dei quartieri poveri, le file dei disoccupati in cerca d’impiego.
Erano scatti intensi ed impegnati, privi di formalismi o compiacimenti esteriori.
Era fotografia di denuncia.

Il lavoro commissionatole dalla FSA la portò a lungo in giro per l’america, al seguito di quelle tante persone che si spostavano verso ovest in una migrazione mossa dalla speranza di trovare fortuna o anche solo un lavoro nelle piantagioni di mais o cotone.
Fu nel 1936 che realizzò una delle sue immagini più famose: il ritratto di una madre migrante, una donna di trentadue anni con sette figli che la Lange avvicinò e fotografò in California, in un campo di “raccoglitori di piselli” o per meglio dire di disperati alla ricerca di un modo per sopravvivere.

migrant_mother_Dorothea_Lange

Migrant mother, 1936 - Dorothea Lange

Il ritratto, con quello sguardo dove la disperazione si perde nel vuoto, fu pubblicato e fece il giro degli Stati Uniti, tanto che la FSA decise di inviare degli immediati aiuti sul posto.
La fotografia, con la sua carica emotiva e la sua drammaticità, aveva sortito un qualche risultato.

Superato il periodo della Grande Depressione, Dorothea Lange continuò a fotografare secondo quello che era il suo istinto, sempre alla ricerca di situazioni da far emergere e denunciare.

Bambini Giapponesi-Americani promettono fedeltà alla bandiera Americana - Dorothea Lange 1942

Molto importante ed all’epoca molto criticato, fu il suo lavoro fotografico teso a denunciare la situazione dei Giapponesi-Americani che, dopo l’attacco di Pearl Harbour, furono raccolti ed internati in campi di prigionia. Migliaia di persone, bambini compresi, che d’un colpo si trovarono reclusi senza colpe nè prove, apparvero negli scatti della Lange colpendo come un pugno nello stomaco le patriottiche coscienze d’america.

Nel 1945 fu invitata da Ansel Adams ad entrare a far parte della California School of Fine Arts, nel 1947 collaborò alla fondazione dell’agenzia Magnum e nel 1951 fu tra i fondatori della prestigiosa rivista Aperture.
La sua carriera continuò attraverso importanti collaborazioni con riviste come Life e la stessa Aperture nonostante condizioni di salute sempre più difficili dovute anche alle conseguenze di una poliomelite contratta in giovanissima età.
Morì nel 1965, a 70 anni, poco dopo aver scherzato con le persone al suo capezzale e, naturalmente, dopo averle fotografate.

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