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Archive for the ‘People’ Category

biottiche
Ti segnalo un evento a cui non puoi mancare se sei dalle parti di Firenze il prossimo martedì 10 Giugno.
Gli amici di Visiva hanno organizzato una passeggiata analogica per le vie della città, una bella occasione per incontrarsi e dedicare qualche ora alla fotografia a pellicola sfruttando la luce magica del tardo pomeriggio.
E’ un invito aperto a tutti, in particolare anche a chi abitualmente è tutto digitale e l’appuntamento è alle ore 18.00 sul Ponte Santa Trinita muniti di qualsiasi cosa in cui vi sia un rullino fotografico.
Non hai una fotocamera analogica? Corri a fartela prestare o, al limite, prendine una usa e getta! E’ un’occasione gustosa perché la proposta di Visiva non si limita alla fase di scatto ma è un invito a tutti gli interessati a recarsi, nei giorni successivi, presso la loro camera oscura per sviluppare in proprio le fotografie fatte durante la passeggiata. Un’esperienza che, se non hai mai fatto, merita assolutamente.
Io ci sarò, tu vieni?
QUI il link all’evento su Facebook.

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“Don’t forget to say hello”.
In estrema sintesi è questo il pensiero che ci trasmette Steve McCurry in questi brevi video che ogni tanto torno a vedere e che fanno parte del progetto “One-Minute Masterclass” realizzato da Phaidon.
McCurry è uno dei fotogiornalisti e fotografi di strada più famosi al mondo. Membro dell’agenzia Magnum è l’autore del famosissimo ritratto della Ragazza Afgana reso celebre molti anni fa dal National Geographic, rivista con cui ha sempre lavorato.
Per McCurry la fotografia di strada è il terreno su cui cogliere le opportunità più varie per entrare in contatto con persone di ogni angolo del mondo e realizzare ritratti suggestivi attraverso la creazione di un rapporto sincero tra fotografo e soggetto.
L’elemento del saluto è quindi per lui il biglietto da visita, la chiave per aprire la prima porta in modo rispettoso, cercando di porsi in modo il più possibile paritetico nei confronti della persona davanti all’obiettivo.
E’ un approccio alla fotografia di strada diverso da chi la interpreta alla ricerca di scatti rubati e situazioni spontanee dove il soggetto è totalmente inconsapevole. McCurry al contrario cerca il contatto e tenta di stabilire un dialogo con gli esseri umani che ha di fronte, quasi indipendentemente dalle barriere linguistiche che possono esistere.
Trovo molto bello questo punto di vista e ti consiglio questo minuto con Steve.
Il video è in inglese. A chi non è del tutto a suo agio con questa lingua consiglio comunque la visione… magari proprio immaginando di avere davanti questo signore con i baffi che racconta la sua storia a noi che con la nostra fotocamera siamo lì davanti, non comprendiamo bene la sua lingua ma… vogliamo fargli un ritratto.
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G. Crewdson

© Copyright – Gregory Crewdson

E’ un tipo di fotografia particolare quella di Gregory Crewdson, in genere “o la odi o la ami”. I suoi scatti, noti per la costruzione estremamente meticolosa della scena ed il posizionamento di luci e personaggi, sono degli “still life” complessi e totalmente pianificati, dove niente è lasciato al caso. E’ un approccio che ha un forte legame con l’arte cinematografica, tanto che molte delle fotografie di Crewdson sembrano una sorta di fermo immagine di altissima qualità tratto da un film.
Questo artista americano ha una componente creativa che tende a sollevarlo dalla macchina fotografica e da molti degli aspetti tecnici, portandolo a concentrasi sul risultato finale ed assumere un ruolo sovrapponibile a quello di un regista, tutto ciò a tal punto che Crewdson è un fotografo che per realizzare le sue opere si avvale di un direttore della fotografia.
Potrebbe sembrare un paradosso ma non lo è. Gregory progetta le sue immagini con in mente un risultato ben preciso: far lavorare le fantasia dell’osservatore, stimolare le sue capacità di proiezione ed interpretazione di ciò che è una sorta di cattura dell'”istante perfetto”.
Le atmosfere che si trovano nei suoi scatti sono oniriche, rarefatte ma allo stesso tempo pesanti, in genere ambientate nella provincia statunitense, immagini che sembrano far parte di una concatenazione di eventi inquietanti.
Raccolte in progetti di respiro decennale come “Beneath the roses“, che è stato esposto in molte importanti gallerie del mondo, sono opere che danno l’impressione di voler rivelare una sorta di lato oscuro del “sogno americano”.
In Crewdson si sentono nette influenze pittoriche e letterarie, in particolare Edward Hopper e Raymond Carver, quello che ne risulta è un’estetica dal forte impatto, che finisce per dividere il pubblico.

Ammiro molto Crewdson, mi affascina la sua capacità creativa, la sua determinazione maniacale nel lavorare per raggiungere esattamente ciò che ha previsualizzato nella sua testa. Non importa quali mezzi tecnici siano necessari per raggiungere il risultato, quale obiettivo o macchina fotografica sia impiegata. Non importa se servono imponenti attrezzature, attori da dirigere, truccatori, comparse o interi teatri di posa in cui costruire complesse scenografie.
C’è una gran bella distanza, un abisso incolmabile tra un progetto di Crewdson ed uno scatto colto al volo, magari stupendo, ma fatto per caso.
Può non piacere a tutti ma questo per me è un bell’esempio di arte fotografica.
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Per chi volesse approfondire segnalo il film “L’istante perfetto“, realizzato dal regista Ben Shapiro che per dieci anni ha seguito Crewdson registrando le fasi creative e tecniche che danno vita alle sue immagini. E’ un documento che offre l’opportunità di conoscere la visione ed il modo di lavorare di questo fotografo ed è attualmente in programmazione su Sky Arte.

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Parallelismi

Parallelismi – © Copyright 2010 Pega

Click! Ecco nata la foto.
Ma è proprio così? O le cose stanno in modo un po’ diverso?
Pensaci un attimo: in che momento nascono le tue fotografie?
E’ l’istante in cui premi il pulsante di scatto quello dove la tua creatività si esprime? O è l’attimo precedente, quando percepisci qualcosa di interessante in ciò che ti si presenta davanti.
Forse, invece, sei tra quelli che solo nell’intima solitudine davanti al computer (o perché no in camera oscura) esprimono il loro estro artistico, andando ad estrarre materiale grezzo dai tanti scatti realizzati, scegliendone uno per lavorarlo e farne qualcosa di compiuto?
Oppure sei tra i fotografi che l’opera la concepiscono prima, molto prima dello scatto, pensandola in anticipo, pre-visualizzandola e poi adoperandosi perché l’immagine finale sia com’era apparsa nella mente fin dall’inizio.
Insomma quando nascono le tue foto? Ci avevi mai pensato?

p.s. E i titoli?

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migrant_mother_Dorothea_Lange

Migrant mother, 1936 – Dorothea Lange

Dorothea Lange realizzò Migrant Mother nel 1936. E’ una foto molto importante, emblematica ed attualissima, che segna l’intera carriera di questa fotografa e descrive in modo profondo il dramma delle famiglie che furono colpite dalla Grande Depressione.
Per approfondire la storia di questo scatto, si può partire dalle parole della stessa Lange, osservando anche le altre foto che realizzò in quel giorno, per provare a ripercorrere il flusso creativo che portò all’immagine più famosa.
Dorothea Lange parlò molti anni dopo di come nacque quella foto e, nel 1960, a tal proposito disse:
“I saw and approached the hungry and desperate mother, as if drawn by a magnet. I do not remember how I explained my presence or my camera to her, but I do remember she asked me no questions. I made five exposures,working closer and closer from the same direction. I did not ask her name or her history. She told me her age, that she was thirty-two. She said that they had been living on frozen vegetables from the surrounding fields, and birds that the children killed. She had just sold the tires from her car to buy food. There she sat in that lean-to tent with her children huddled around her, and seemed to know that my pictures might help  her, and so she helped me. There was a sort of equality about it.”

Quella che è diventata una tra le immagini più importanti della fotografia del novecento, descritta in un’infinità di libri, esposta al MOMA e poi acquisita da Getty Images, è l’ultimo di una breve serie di scatti che la Lange fece quasi di getto, senza preliminari o spiegazioni, quasi ad evitare cinicamente di alterare quel momento drammatico e disperato.
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migrant-mother-2bEcco le altre foto, molto meno note.
In questo primo scatto, realizzato da una certa distanza, si vede la tenda e la sistuazione di estrema precarietà. La foto non va bene: è sconclusionata ed appare anche mossa o sfuocata.
Il viso della donna non è ben inquadrato, dato che è voltata verso il bambino.

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migrant-mother-1Nella seconda immagine c’è una maggiore  organizzazione. La fotografa ha probabilmente chiesto alle persone di guardare verso l’obiettivo e dato alcune disposizioni di posizionamento.
La foto è interessante ma la Lange cerca qualcos’altro.

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migrant-mother-23 Qui la fotografa si è concentrata sulla donna. Ha forse trovato la chiave dello scatto in questo soggetto così carico di drammaticità. Nella seconda immagine la Lange ha evidentemente chiesto ad una delle bambine di posare dietro alla madre.

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migrant-mother-5Siamo molto vicini al risultato finale. L’atmosfera è quella severa che pervade anche lo scatto divenuto famoso. Lo sguardo della donna si perde all’infinito, quasi a sfuggire l’amarezza ed il peso della situazione, oltre alla difficoltà di farsi ritrarre in una condizione così disagiata.

Queste foto non sono solo  un piccolo pezzo di storia, hanno sopratutto contribuito a cambiare la situazione di un grosso numero persone che in quel momento vivevano un forte momento di difficoltà.
Anche grazie agli scatti della Lange che lavorava per l’FSA, poche settimane dopo la pubblicazione delle foto, la comunità fu raggiunta da un aiuto economico governativo che servì a superare quei mesi così difficili e aiutare concretamente quelle famiglie.

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Oggi voglio proporti il lavoro di due amici: il fotografo Luigi Di Loro e la scrittrice Giulia Montini.
Il loro è un connubio artistico che intreccia immagini e parole, secondo uno schema che ha radici lontane e dimostra come queste due arti possano flirtare per sviluppare qualcosa di personale e creativo.
Non voglio aggiungere altro se non un esempio di queste opere e tra quelle che mi hanno inviato ho scelto questa, intitolata “Cibo per la mia mente”.

Di Loro Luigi

Cibo per la mia mente.

Questo tu sei,
una leggera danza tra un se taciuto e un ma doloroso,
sei il bacio della rima che rincorre i miei sospiri aggrovigliati.
Nutri di sussurri la mia mente, leghi con parole la mia storia, sgrammatica, e sconclusionata, facendomi
respirare laddove trapelavo nell’attesa, lasciandomi l’attesa laddove mi avrebbe aspettata la magia.
Mi hai insegnato a domandare, ed ad avere fiducia nel mio rispondere.
Metti un punto su un fianco,
una sinuosa parentesi sotto a un seno.
Narri non a me, ma a qualcosa dentro me, le nobili gesta di un cuore che fu errante,
ma che non ti conobbe, perché da quando ti incontrai, celata dietro muti silenzi,
l’unica parola che riuscii a pronunciare è restare.
Prima erravo cercando pane e vino per inondare le mie membra assettate di sapere,
poi ti vidi.
Inciampai in un tuo discorso.
Non lo ascoltai, e ruzzolai a terra nuovamente allo schiudersi delle tue labbra,
a quel sorriso che pare una virgola sghemba, una piccola pausa tra mente e cuore, ma mai punto,
come se portassi con te sempre una continuazione.
Mi hai insegnato a restare errando.
E restando,
ho trovato le parole.
Per dirti che t’amo.

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Fotografia: Luigi Di loro
Testo: Giulia Montini

(Li trovi anche su Facebook, gruppo FoToGrAFiA)

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foto lasciata sulla Luna
C’è chi ama “lasciare una traccia”, segnare con un gesto un luogo visitato.
C’è chi getta una monetina in acqua e chi invece una firma sul muro (in barba al rispetto delle cose altrui).
In genere sono gesti fatti auspicando di poter tornare sul posto, ma non credo sia questo il motivo che spinse l’astronauta Charles Duke a portare con sé e lasciare sul suolo lunare una sua fotografia di famiglia.
Sì, la lasciò di proposito durante la missione Apollo 16, il 23 Aprile del 1972. La posò accanto alle sue impronte immortalandola con la Hasselblad Lunare.
Venire a conoscenza di questa storia mi ha incuriosito.
Avevo sentito di foto alla Luna, di foto sulla Luna ed anche di macchine fotografiche lasciate sulla Luna, ma di una foto di famiglia portata dalla Terra e abbandonata sulla Luna non ne sapevo niente.
Di sicuro questa immagine lascia la porta aperta ad immaginarsi tutta una storia, ma quale storia? Forse un messaggio ai posteri? Ai figli o ai nipoti che un giorno potrebbero tornare da turisti sul nostro bel satellitone e ritrovare la foto del nonno? Forse semplicemente una promessa mantenuta tipo “vi porto tutti con me sulla Luna”. Oppure un cinico e metaforico abbandono spaziale? 😀
Chissà…
Chissà anche se quella foto di famiglia è ancora lì o l’hanno presa gli alieni.

😀

[Fonte: Universe Today]

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Antonio Ancarola by Pega

Antonio – © Copyright 2012, Pega

Rieccomi con la tradizionale missione fotografica del fine settimana.
Oggi ti propongo un assignment un po’ diverso dal solito, una sorta di spin-off da uno dei temi che ogni tanto ricorrono sul blog: quello del cortocircuito fotografico, ovvero il fotografo fotografato.
Immortalare chi scatta è una piccola sfida: lo si può fare nella maniera più classica realizzando un ritratto che cerca di rappresentare l’artista nel suo atto creativo oppure in molti altri modi, magari piazzandosi defilati a cogliere chi assume pose curiose o azzarda contorsioni improbabili. Si possono fotografare fotografi di tutti i tipi: dal gruppo di turisti con la compatta al professionista al lavoro e si può perfino finire con l’essere a propria volta fotografati.
Insomma, in questo weekend ti invito a fotografare i fotografi e prendere lo spunto da questa idea per fare qualche scatto “a tema”.
Se ti va di provare, come al solito ti invito poi a condividere “il prodotto della tua missione” inserendo in un commento il link alla foto che avrai realizzato.
Buon fine settimana!

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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LandIn questi giorni ricorre l’anniversario della nascita di Mr. Land, il padre della fotografia istantanea.
Nato nel Connecticut il 7 Maggio del 1909, Edwin Herbert Land presentò la sua curiosa ed innovativa scatoletta magica al congresso della Optical Society of America nel 1947. Si trattava della prima macchina fotografica istantanea della storia: la Polaroid Land camera.
Mr. Land era un inventore vecchia maniera, esperto in ottica aveva già prodotto parecchie cose interessanti tra cui alcuni filtri oggi comunemente noti come polarizzatori. La fotocamera istantanea nacque quasi per gioco, inizialmente concepita per soddisfare un capriccio di sua figlia Jennifer che si lamentava di non poter vedere subito le fotografie scattate.
Land aveva fondato la sua azienda Polaroid Corporation nel 1937 iniziando a sfornare numerosi prodotti interessanti: dai mirini militari agli occhiali da sole, ma fu la fotocamera istantanea a portare il grande successo. Nel primo giorno di lancio furono venduti quasi tutti gli esemplari (la mitica Model 95) sebbene il prezzo non fosse dei più abbordabili: 89 dollari del 1948.
Sessantacinque anni non sono tanti per la quasi bi-centenaria storia della fotografia ma senza dubbio Polaroid ha lasciato un segno importante.
Schiacciata dall’arrivo del digitale e dall’avvento di questa nuova tecnologia istantanea che le ha tolto proprio il primato su cui si era basato il suo successo, ha subito un progressivo ma inesorabile calo delle vendite, fino ad arrivare nel 2007 all’inevitabile pensionamento del settore fotocamere istantanee e la conseguente chiusura degli stabilimenti di produzione delle pellicole.
Ma la storia di questa affascinante invenzione non sembra giunta al termine e continua su due strade distinte. Da un lato il manipolo di “eroi analogici” dell’Impossible Project che dal 2008 hanno intrapreso, fondando una nuova azienda, la difficile strada del riavvio della produzione e commercializzazione delle pellicole, dall’altro il nuovo impulso digitale di casa “madre” Polaroid.
Chissà chi riuscirà davvero a raccogliere l’eredità sostanziale di Mr. Land.

 

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BaldassariLuca Baldassari è un fotografo italiano che ha in testa un bel viaggio fotografico: andare in cento giorni da Roma a Capo Nord in bicicletta, portando con sè una fotocamera stenopeica autocostruita.
Ha inserito il suo progetto “un foro stenopeico a Capo Nord” su Indiegogo, una delle più efficaci piattaforme di crowdfunding, ed ora sta raccogliendo una parte dei fondi necessari che si sommano alla base autofinanziata.
Trovo l’idea davvero affascinante, un approccio romantico in cui la lentezza della fotografia con la macchina a foro stenopeico si sposa perfettamente con quella della bicicletta.
Ecco un breve estratto dalla sua descrizione del progetto di viaggio:

Ho deciso di partire in bicicletta perché come il foro stenopeico mi aiuta a rallentare, a cercare i miei tempi, e rallentando vedo meglio le cose e mi sento più a contatto con il percorso che sto facendo a percepirne meglio la bellezza. Mi offre la possibilità di fermarmi quando voglio per scattare una foto o per fare amicizia con le persone che incontro lungo la strada, magari per scambiarci solo un cenno di saluto. Sono dell’idea che la lentezza deliberata mi aiuti a trovare una connessione/collegamento con quello che sto facendo/cercando e mi faccia vedere/fotografare in modo diverso i luoghi che attraverso.

Mi piace proprio questo spirito e così ho deciso di dare un mio piccolo aiuto a Luca al quale faccio un caldo “in bocca al lupo!”
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