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Archive for the ‘People’ Category

Tutti abbiamo visto le terribili immagini dell’uragano Irma e della distruzione che ha portato. Sono documenti che testimoniano l’enorme potenza di Madre Natura, per molti risultano affascinanti, a volte quasi ipnotici.
E così capita che per realizzare video o foto, alcune persone corrano dei rischi, come in questo caso: un ragazzo decide di fare una foto al mare in tempesta e…
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Poi, per non smentirmi riguardo alla mia passione per i time-lapse, eccone uno forse un po’ lunghino, contiene l’intera sequenza di immagini catturate dalla stessa webcam a Key West: un angolo di uragano dalle prime onde fino alla fine.

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Sadness

Qual è la tua etica fotografica? In particolare con quali parametri decidi o meno di fotografare qualcosa o qualcuno la cui condizione non è invidiabile? Non parlo di fotogiornalismo o lavoro fotografico orientato alla denuncia o all’aiuto, sebbene anche questo sia un terreno molto discusso. Qui mi riferisco ai limiti che ognuno di noi si pone per procedere o meno a scattare una foto artistica, quindi diciamo “fine a se stessa”, o comunque realizzata per esprimere la propria personale vena creativa e le proprie emozioni.
Lo so, è una questione complicata e molti avvertono la difficoltà di muoversi su quello stretto confine quadrilaterale dove convergono arte, cinismo, denuncia e cattivo gusto.
Secondo te è giusto fotografare le persone che vivono in condizioni di indigenza, come può accadere quando si viaggia in un paese povero? Lo stesso vale anche per un più nostrano senza tetto o un’anziana mendicante? E’ forse cinico dare dei soldi per chiedergli di posare? O è ancor più cinico fotografare da lontano con un bello zoom?
Mettiamoci per un attimo nei panni di chi viene fotografato. Cosa penseremmo noi nella sua condizione?
E lo stesso ragionamento vale per i luoghi. Schiere di fotografi, anche amatoriali, si precipitano in zone colpite da eventi terribili (come terremoti ed uragani), fotografando quelle che fino a pochi giorni prima erano le dimore di persone ora sprofondate nella tragedia. Quali sarebbero le tue sensazioni se sapessi che qualcuno è entrato in quella che era la tua casa, fotografando le tue cose ed i tristi resti, per farne un suo personale lavoro artistico?
Io non so, non ho una posizione decisa, ma trovo che sia un bel terreno di riflessione.
Probabilmente ognuno trova la sua risposta in quell’istante in cui porta la macchina fotografica all’occhio e decide o meno di scattare.

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My first one

My first one – Copyright 2007 Pega

Cosa significa per te la tua fotografia?“. E’ una domanda che ogni fotografo dovrebbe farsi, di tanto in tanto. Molto tempo fa provai a lanciarla in un post e ricevetti dai lettori una ricca lista di possibili “significati”.
Fu un esperimento curioso, in cui i partecipanti espressero e condivisero tutta una serie di idee personali, alcune anche molto originali, riguardanti il rapporto che ognuno di noi ha con la propria fotografia.
Nel tempo ho continuato ad arricchire quella lista, con contributi ed opinioni raccolte anche al di fuori dal blog, ed oggi ritengo sia  arrivato il momento di pubblicare un “aggiornamento”.
Ecco quindi la lista con tutti i contributi raccolti fino ad oggi. Non pretendo che sia esaustiva ma di sicuro è interessante.

Ti consiglio leggere con attenzione, ci troverai cose in cui ti riconosci mentre altre ti saranno completamente estranee. Alcune sono veramente fenomenali!

– Espressione
– Creatività
– Libertà
– Evasione
– Imparare
– Condivisione
– Confronto
– Passione
– Curiosità
– Approfondimento
– Un ideale
– Eredità
– Non lo so
– Denunciare le ingiustizie
– Insinuare il dubbio
– Mettere in pratica ciò che imparo
– Un modo per creare amicizia
– Vedere il mondo da un altro punto di vista
– Poter esprimere sè stessi
– Condivisione di emozioni e realtà
– Conferma di quello che esiste
– Sfida
– Passione per la vita
– Non ci ho mai pensato
– Esplorazione
– Gratificare mia moglie
– Tutto
– Incorniciare il mondo
– Mostrare, senza giudicare, la realtà che mi circonda
– Un occhio imparziale sulla realtà
– Trasmettere le sensazioni provate al momento dello scatto a colui che guarda la foto
– Raccontare delle storie
– Empatia
– Riflessione
– Uscire di casa
– Influenzare gli altri
– Divertimento
– Far divertire gli amici
– Osservazione della realtà
– Niente
– Rendere altre persone fiere di me
– Sviluppare un nuovo linguaggio
– Fissare delle emozioni, in modo tale da poterle rivivere
– Comunicazione di emozioni
– Capire gli altri
– Focalizzare le idee
– Devo provare a capirlo
– Luce
– Guardare con la mente
– Osservare e guardarsi intorno
– Vedere punti di vista diversi dai miei, quindi confrontarmi e vedere cose che non avrei visto
– Un respiro diverso
– Sconfitta delle ombre
– Raccattare uno stipendio per arrivare in fondo al mese
– Una ragione di vita
– Parlare con le persone
– Una fonte di guadagno integrativo
– Giocare
– Un ritmo spezzato
– Uno sguardo tenuto a lungo
– Dentro
– Lavorare
– L’espressione sul volto di chi guarda chi ha guardato
– Rivelare segreti
– La comunicazione
– Imbroccare/Rimorchiare
– Sentimento
– Intuito
– Ricerca di un’idea o scoperta di un’idea…
– Lasciarsi andare senza dogmi
– Sondare il modo di vedere degli altri
– Fare del bene al prossimo attraverso progetti fotografici di beneficenza
– Libertà d’interpretazione
– E’ una mia nevrosi
– Separare la luce dalle ombre
– Apertura verso nuovi orizzonti
– Analisi psichiatrica
– Un concetto fine a se stesso
– Una scusa
– Fotografo per lasciare un ricordo ai miei figli
– Un gancio per tirarsi fuori dalla melma
– Coltivare quel bambino che è ancora in me
– Uno sport meno pericoloso di altri
– Creare immagini belle per arredare la mia casa
– Vedere belle donne nude
– È la mia risposta alla domanda: “a cosa stai pensando”
– Placare un’insaziabile sete di creatività
– Prevedere il futuro guardando gli istanti passati
– Intuizione del momento
– Qualcosa da postare su Facebook
– Documentare la vita
– Ma che te ne frega?
– Ispirare la ricerca sulle contorsioni della mente umana
– Allenarmi a vedere il mondo in modi diversi
– Ottenere rispetto
– Se lo sapessi forse smetterei
– Riscoprire una passione che avevano i miei genitori

Un grazie sincero a chi ha partecipato!

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Maternal Line

Maternal Line by Justine Varga

Alcuni giorni fa, un concorso australiano di ritratto fotografico ha assegnato un premio di ventimila dollari ad una foto fatta di graffi e sputo.
Non sto scherzando: il 2017 Olive Cotton Award è andato alla foto che vedi sopra, intitolata “Maternal Line”, di Justine Varga che l’ha realizzata facendo scarabocchiare sua nonna su un negativo 4×5 e chiedendole poi di sputarci sopra per lasciare tracce di saliva.
E’ un curioso caso di opera non fotografica che vince un concorso fotografico. Tu cosa ne pensi?
Prima che tu esprima un giudizio, ti invito a leggere lo “statement d’artista” dell’autrice, qualora possa aiutarti a formare una tua opinione.

“One day, not so long ago, I came upon my maternal grandmother hunched over a table, vigorously testing a series of pens by scribbling with each of them in turn on a piece of paper. Captivated by this busy repetition of gestures, so reminiscent of her character, I asked her to continue her task, but on a piece of 4 x 5 inch negative film. Having left these traces of her hand on this light-sensitive surface, she also, at my request, rubbed some of her saliva on the film, doubling her bodily inscription there. I then processed the film and printed it at large scale. A collaboration across generations, with her born in Hungary and me in Australia, the resulting image looks abstract but couldn’t be more realist; no perspectival artifice mediates her portrayal of herself or our genetic link, with both now manifested in the form of a photograph.”

Per me è un “No comment”.

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Studia attentamente questa foto. Osserva bene i dettagli del volto, i tratti, lo sguardo perso nel vuoto. A che cosa starà pensando?
Clicca sull’immagine per guardarla in versione grande, è importante per vedere tutti i minimi particolari. Fallo con calma. Esamina tutti gli elementi, l’espressione, quella luce negli occhi. Cerca qualcosa in questo volto e nel suo sguardo. Qualcosa che non si vede subito ma che poi appare.
Poi dimmi che impressione ti ha fatto.
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Test image

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Harry BensonHarry Benson è un distinto signore inglese, se lo vedi ha il classico aspetto del British gentleman ed anche l’accento è inconfondibile.
Nei primi anni sessanta era un giovane fotografo naturalista con una carriera agli inizi e l’entusiasmo per le atmosfere dei grandi spazi. La bellezza incontaminata dei luoghi più remoti del globo bilanciava i modesti compensi del suo status di novellino.
Così quando il suo editore, proprio il giorno prima della partenza per un servizio in Africa, gli cambio destinazione spedendolo a Manchester a far foto ad una “band emergente” l’umore del giovane Harry non salì proprio alle stelle.
Ma come talvolta può succedere, quell’assignment fu la svolta della sua vita. Quella “band emergente” erano i Beatles.
L’incontro funzionò ed il giovane Harry li accompagnò nel loro primo tour USA del 1964 e nella successiva ascesa al successo planetario,  divenendo famoso come il loro fotografo ufficiale.
Da quel momento la carriera di Benson fu un susseguirsi di lavori importanti ed incarichi di prestigio, dalle copertine di People alle pubblicazioni su Life, Vanity Fair e The New Yorker, dai servizi esclusivi per star come Elizabeth Taylor o Michael Jackson ai ritratti di ogni presidente degli USA da Eisenhower fino ai giorni nostri.

beatles pillowfight

The Beatles pillow fight – Copyright 1964 Harry Benson

Ho seguito con interesse un’intervista in tv a questo signore, che racconta con il tipico unterstatement britannico di come è nata una delle sue foto più famose dei Beatles.
E’ uno scatto che lui stesso considera tra i suoi preferiti e mostra i mitici quattro in una camera d’albergo, impegnati mentre ingaggiano uno scontro a cuscinate.
Benson ne parla come di una foto scattata grazie ad un gran colpo di fortuna. Lui era lì, loro parlavano del loro successo negli states e di come gestire la loro crescente notorietà. Lennon che azzarda l’ipotesi di smettere di comportarsi sempre da bambini ed iniziare ad essere un po’ più seri… ed ecco che gli altri partono all’improvviso con i cuscini…
Quel che è certo è che Benson fu prontissimo ad immortalare la scena con la macchina regolata alla perfezione ed il colpo di flash che rimbalza sul soffitto…
E’ una gran foto, colta con maestria, uno scatto storico che lo ha reso famosissimo ed ha contribuito alla sua notevole carriera.

L’intervista termina con ciò che dà il titolo a questo post.
Alla domanda dell’intervistatore “che cosa consiglierebbe ad un giovane fotografo nell’era del digitale”, Benson risponde senza esitare: “gli consiglierei di comprarsi una chitarra”.
Non è una risposta sarcastica né ironica come potrebbe sembrare. E’ in realtà il consiglio di un vecchio fotografo che vede nell’attuale regno del digitale la perdita di quel percorso di studio e lento apprendimento che era normale nell’era dell’analogico. Allora il fotografo si avvicinava per gradi alla professione ed era costretto ad “armeggiare” e fare varie attività manuali da solo, assimilando pian piano le abilità che poi si ritrovava ad avere e sfruttare nel suo mestiere.
E così, la chitarra.. che non si “suona da sola”, non esegue con un semplice click, ma costringe a mettersi seduti e studiare applicandosi un po’…
Una chitarra che senza dubbio, almeno per lui, è legata a doppio filo a quelle di Harrison, Mc Cartney e Lennon….

🙂

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Norm BettsC’è chi per uno scatto rischia veramente di brutto.
Non sto parlando di snowboarder con la GoPro sul casco, base jumpers o fotografi subacquei di squali indemoniati, in questo caso l’oscar di fotografo estremo lo assegno ad un certo Norm Betts, un fotogiornalista specializzato in rodei.
Ebbene, Norm non si limita a starsene tranquillo con il teleobiettivo a far foto da una postazione defilata ma segue i dettami dei più grandi maestri ed in particolare la prima regola: “stare più vicino possibile”.
Gli scatti di Betts sono realizzati stando fisicamente nell’arena e quindi, trovandosi continuamente a tu per tu con animali tutt’altro che tranquilli, non stupisce che sia stato varie volte incornato.
In un paio di casi Norm ha letteralmente visto la morte in faccia e lo possiamo confermare anche noi vedendo i video sotto.
Che dire… altro che “la fotografia è una scusa”, qui c’è ma da rimanerci secchi!
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Richards by Annie
Il feeling tra chi fotografa e chi viene immortalato è basilare e probabilmente il fatto che Annie Leibovitz sia stata in tour con i Rolling Stones nei primi anni ottanta ha giocato il suo ruolo in questo set con Keith Richards per Louis Vuitton di cui ho trovato il video backstage.
E’ un breve filmato che fa vedere alcuni momenti della realizzazione della foto finale (sopra) usata per una delle campagne pubblicitarie di Vuitton e come tutti i “behind the scenes” mi ha colpito per vari motivi e ti consiglio proprio di vederlo.
Per i patiti degli aspetti tecnici dico innanzitutto che è interessante il fatto che la Leibovitz, blasonata fotografa abituata a lavorare per i grandi marchi, di fatto  effettui tutto lo shooting usando come illuminazione solo un normale ombrello riflettente miscelato alla luce ambiente.
Niente grossi softbox, fari, grid che spesso affolano i set di tanti amatori. Niente di niente, solo un ombrello dotato però di un impagabile supporto ad attivazione telepatica (sì, intendo l’assistente…).

Ma passiamo agli aspetti relazionali fotografo-soggetto: parlo del feeling tra Annie e Keith che è distintamente percepibile.
Non so bene cosa abbiano avuto occasione di combinare insieme trent’anni fa tra un concerto e l’altro in giro per il mondo, ma l’espressione che ad un certo punto Richards tira fuori “where do you want it baby” è tutta un programma, anche se simpaticamente riferita a come mettersi in posa.
C’è poi il modo con cui la Leibovitz mostra al musicista come stare. Non gli dice come e dove sedersi: semplicemente glielo mostra sedendosi sul letto.
Richards prova varie pose e movimenti, poi si sposta su una poltrona ma alla fine la Leibovitz lo rimette seduto sul letto, è evidente che ha proprio quello scatto in testa. Anche qui non ho potuto fare a meno di proiettarci una personale lettura sui loro trascorsi privati 😀

Si può imparare molto osservando con attenzione una professionista di questo livello al lavoro, anche che le immagini prodotte sul momento sono lontane da quello che è il risultato finale, ottenuto aggiungendo un notevole lavoro di postproduzione.
Lo si può notare verso la fine del filmato, quando viene inquadrato il monitor di un PC che visualizza le foto appena scattate. E’ ben tangibile la differenza tra quelle immagini e quello che poi è stato effettivamente usato per la pubblicità.
Comunque sia… buona visione!

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Sorriso in dagherrotipo
Oggi nell’Era Imperiale del Selfie, tutti consideriamo normale la foto di un sorriso, ma in passato non è sempre stato così: specie nei primi decenni di storia della fotografia, i ritratti raffiguravano sempre persone serie.
Quella che vedi sopra è una delle prime fotografie di un uomo che ride. Si tratta di un dagherrotipo realizzato intorno al 1850 ed il tizio immortalato fu bravo a restare così immobile per i circa due minuti necessari alla formazione dell’immagine sulla lastra.
I lunghi tempi di esposizione richiesti dalle prime tecniche fotografiche erano una delle ragioni principali dell’assenza del sorriso all’alba della fotografia. Non era per niente facile mantenersi immobili e naturali durante gli interminabili minuti richiesti dal dagherrotipo ed una posa rilassata era ciò che consigliavano gli stessi fotografi. A questo si aggiungeva una certa ricerca di solennità che il ritratto aveva da sempre richiesto nella tradizione pittorica, in particolare quella cristiana, dove il sorriso non era visto di buon occhio. Al proposito sono significative le parole di Jean-Baptiste De La Salle, sacerdote educatore dei primi del settecento: “Ci sono persone che sollevano così in alto il labbro superiore che i loro denti divengono quasi completamente visibili. Ciò è contrario al decoro, che proibisce di mostrare i denti, dato che la natura ci ha dato labbra con cui coprirli.

Non erano tempi facili per le persone allegre.

🙂

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Gian Paolo IervolinoOggi ti propongo un libro, un libro fotografico che l’amico Gian Paolo Iervolino mi ha proposto di sfogliare dopo averlo realizzato e pubblicato.
Scegliere oggi il libro come supporto di diffusione delle proprie opere fotografiche non è una scelta facile, l’immediatezza e la potenza pervasiva dei contenitori online è tale da aver portato gran parte degli autori a preferire internet come principale mezzo di presentazione dei propri lavori. Su internet è facile e rapido raggiungere centinaia di nuovi potenziali ammiratori e gli orizzonti si ampliano a dismisura.
Eppure, nonostante le maggiori difficoltà sia tecniche che economiche, la carta resta il supporto più naturale per alcune fotografie, specie quelle di un certo tipo, in particolare i bianchi e neri notturni e meditati, come quelli di Gian Paolo.
Il suo libro è una breve ma intensa raccolta di fotografie notturne, tutte scattate a Roma in un’atmosfera quasi sospesa che l’autore descrive molto bene nella prefazione. Piazze e scorci di luoghi dalla bellezza millenaria, spesso affollatissimi di turisti che, una volta scesa la sera, si diradano lasciando spazio a figure silenziose, soggetti in lento movimento che Iervolino dipinge attraverso scatti a lunga esposizione che raccolgono scie ed ombre in lento movimento.
Sono immagini che esprimono emozioni non gridate, difficilmente descrivibili a parole, una sorta di quel “niente” con cui a volte si risponde quando ci chiedono a cosa stiamo pensando ma che, a dispetto della parola, sottintende un universo di sensazioni.
Mi è piaciuto molto questo libro, l’ho guardato e riguardato, una sera mi sono poi messo a sfogliarlo ascoltando musica in cuffia, un accompagnamento delicato ma intenso per questa splendida serie di immagini notturne.
Complimenti Gian Paolo.
Puoi trovare altre informazioni sull’autore e sulle sue opere sul sito Esperanto Photolab.

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