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Archive for the ‘Street Photo’ Category

“Signal” di John StanmeyerSignal” di John Stanmeyer è la foto che, pochi giorni fa, ha vinto il World Press Photo of the Year 2013, il più importante premio mondiale di fotogiornalismo.
L’immagine, che fa parte del reportage “Il viaggio più lungo” pubblicato a Dicembre 2013 sul National Geographic, è stata scattata a Gibuti, il piccolo stato nel corno d’Africa divenuto tappa obbligata dei percorsi seguiti dai migranti provenienti dai paesi limitrofi. Si vedono alcune persone che alzano il cellulare in cerca di segnale. Sono somali, la spiaggia in cui si trovano è rivolta verso la terra da cui provengono e la speranza è di carpire un barlume di linea per entrare in contatto con i propri cari, inviare loro un messaggio rassicurante, dare un ultimo saluto prima di affrontare il vero viaggio.
Questo il commento di un membro della giuria, Jillian Edelstein: “È una foto collegata a tante altre storie e invita a discutere sui temi della tecnologia, della globalizzazione, dell’emigrazione, della povertà, della disperazione, dell’alienazione e dell’umanità. Si tratta di un’immagine molto raffinata, ricca di sfumature. È così sottilmente realizzata e in modo così poetico, sebbene sia piena di significato, da sollevare questioni di grande gravità e preoccupazione nel mondo odierno”.

A me la foto piace molto, per la sua solo apparente semplicità, ma anche per la forza che trae dal titolo, che la completa e la potenzia, dandole una gran forza evocativa. Uno dei tanti casi in cui immagine e parole ci regalano insieme un’opera d’arte di livello superiore.

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Hat with Lady

Hat with Lady – © Copyright 2009 Pega

Tanti grandi fotografi sono stati carpiti dal fascino dei cappelli. Da Jaques Henri Lartigue a Richard Avedon, passando per Henri Cartier-Bresson, sono molti gli artisti della fotografia ad aver prestato una certa attenzione ai copricapi, alle tante forme e tipologie che questo oggetto assume divenendo un simbolo che da sempre è presente nella storia umana.
E così è proprio questo il tema per l’assignment che ti propongo per questo fine settimana e l’invito è a cercare qualche scatto interessante dedicato ai cappelli.
Scegli tu se realizzare fotografie “costruite”, magari dopo aver scovato qualche intrigante copricapo in un vecchio cassetto, oppure andare in giro a caccia di loschi figuri intabarrati o ricche signore dal cappello vistoso.
In ogni caso buon divertimento e non dimenticare di aggiungere in un commento, il link a qualche tuo scatto.

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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Abbey_Road_BackstageAdoro le foto di backstage. Mi piace studiarle immaginando la scena nel suo dinamismo: il fotografo al lavoro, gli assistenti, i soggetti in attesa dello scatto.
Osservando con attenzione queste immagini si può imparare molto, ma a volte c’è qualcosa di più: si ha l’opportunità di assaporare il momento da cui è nata un’opera celebre.
Amo in particolare i backstage d’epoca, come questa foto dei Beatles mentre si preparano ad attraversare Abbey Road, giusto pochi istanti prima del famoso scatto che fu poi scelto come copertina dell’album; un’ immagine divenuta iconica, passata alla storia.
E’ la mattina dell’otto agosto 1969. Al fotografo Iain Macmillan sono stati concessi una decina di minuti. Un poliziotto blocca il traffico per permettergli di posizionarsi su uno sgabello in mezzo alla strada, dare qualche indicazione allo staff ed ai Beatles e poi realizzare qualche scatto.
Lennon si aggiusta i pantaloni, McCartney sistema la giacca a Ringo Starr che parla con una signora, forse una passante che prova a dargli qualche consiglio su come suonare meglio la batteria. Harrison se ne sta in disparte, il viso nascosto dalla lunga chioma.
Non ho dubbi: io avrei messo questa foto come copertina dell’album.
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🙂

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Stainless - Adam MagyarLa fotografia è nata statica, la sua caratteristica primaria è catturare la realtà congelandola in una immagine fissa. Esistono però tecniche, derivate dalla fotografia, che si discostano solo di poco dal concetto originale. Sono mutazioni che per complessità realizzativa sono da considerarsi ormai lontane dalla fotografia classica, ma per quanto riguarda la fruizione, le sono vicinissime e portano un valore nuovo. È il caso delle riprese ad alta velocità. Questa tecnica era un tempo riservata solo a pochi fortunati in grado di permettersi attrezzature costose e sofisticate. Oggi però sono arrivati sul mercato dispositivi dal costo ben più abbordabile, capaci di ottime prestazioni “high speed”.
Guardare con calma un’opera come Stainless di Adam Magyar, è un’esperienza che ha un forte legame con un certo modo di “gustare” la fotografia statica. L’occhio scorre alla scoperta dell’immagine, trova dettagli, emozioni, storie e movimento. Un movimento lieve, a tratti quasi impercettibile. Se nella fotografia statica è la mente dell’osservatore a dover proiettare il dinamismo, qui questo elemento è contenuto nell’opera stessa. Viene sussurrato, quasi suggerito all’osservatore, che è comunque lasciato libero di continuare a proiettarci la sua lettura.
Chissà se questa tecnica avrà sviluppo o meno. Per il momento la trovo quantomeno interessante e dalle notevoli potenzialità.
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Capa @ MNAFIn occasione del centenario della nascita di Robert Capa, arriva a Firenze una mostra che andrò sicuramente a visitare.
“La guerra di Robert Capa” è stata inaugurata al Museo Alinari dopo il successo di Roma ed è tutta dedicata al grande fotografo ungherese padre del fotogiornalismo di guerra, in particolare alle immagini che Capa realizzò in Italia durante lo sbarco delle forze alleate.
Gli spazi espositivi del MNAF ospitano 78 scatti che raccontano in bianco e nero l’epilogo del secondo conflitto mondiale nel nostro paese, in cui si vede distruzione e disperazione ma anche umanità e speranza. Un epilogo visto con gli occhi di un fotografo che raccontò la tragedia della guerra come nessuno prima di lui.
La mostra è curata da Beatrix Lengyel, è organizzata in collaborazione col Museo nazionale ungherese di Budapest e sarà visitabile fino al 24 febbraio.
Imperdibile. Chi viene?

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Charles Clyde Ebbets - Lunch atop a Skyscraper, 29 settembre 1932

Charles Clyde Ebbets – Lunch atop a Skyscraper, 1932

Chi non conosce questa foto degli operai che si riposano con le gambe penzoloni, sospesi a 260 metri d’altezza durante la costruzione dell’Empire State Building? È uno scatto famoso, attribuito per lungo tempo ad un fotografo che divenne importante anche a seguito dei suoi reportage sulla costruzione dei grattacieli e delle pericolose condizioni di lavoro: Lewis Hine.
Ma nel 2003 l’archivio Bettmann/Corbis, proprietario dei diritti di questa immagine, a seguito di una approfondita indagine, riconobbe che l’autore della foto era in realtà un fotografo meno noto: un certo Charles Clyde Ebbets.
“Lunch atop a Skyscraper (New York construction workers lunching on a crossbeam)” fu realizzata il 29 settembre del 1932 da Ebbets durante la costruzione del GE Building del Rockefeller Center e non dell’Empire State Building come precedentemente si pensava. L’immagine fu pubblicata dal New York Herald Tribune il 2 ottobre 1932.

Ebbets

C. Ebbets – GE Building, Rockefeller Center, 1932

Confidando in ulteriori pubblicazioni ed incarichi, il fotografo Charles Ebbets decise di insistere su questo filone e continuò ad immortalare gli operai dei grattacieli di New York. Cercando di stupire sempre di più, creò una serie di immagini chiaramente costruite, ed arrivò ad esprimersi in una vera e propria fiction fotografica fatta di scene paradossali, in cui appaiono camerieri in livrea che servono un pranzo apparecchiato sulla trave sospesa e giocatori di golf in bilico sull’acciaio dell’altissimo edificio in costruzione. Insomma… andò un pochino oltre e finì per esagerare, perdendo quel senso di verità descrittiva di un momento storico, così ben raccontata dal suo scatto più famoso.

Golf - Ebbets

C.Ebbets – GE Building, Rockefeller Center, 1932

Ma mentre Ebbets cercava di raggranellare lo stipendio seguendo questa idea, a distanza di pochi isolati Lewis Hine, il fotografo sociologo, realizzava i suoi reportage sulle condizioni in cui si svolgeva il lavoro. Scatti che, dopo la sua morte in povertà, lo avrebbero reso celebre. Erano fotografie in cui descriveva e denunciava sfruttamento dei lavoratori, anche minori. Immagini che spesso mostravano indiani Mohawk, sfruttati settanta ore alla settimana per il loro equilibrio straordinario che li rendeva capaci di lavorare a duecento metri dal suolo senza problemi di vertigini.
Fu anche grazie all’importante lavoro di Hine, svolto anche in molti ambienti industriali, che negli Stati Uniti si avviò un processo di riforma sociale che avviò la regolamentazione degli orari e della sicurezza sul lavoro oltre ad abolire lo sfruttamento minorile.

Lewis Wickes Hine - Empire State Building, 1930

Lewis Wickes Hine – Empire State Building, 1930

Emblematico è questo scatto di Hine, sempre realizzato nell’ambito del suo progetto dedicato al lavoro sui grattacieli. Siamo intorno al centesimo piano, si vedono tre giovani operai, uno lavora sbilanciato all’indietro, senza alcuna protezione. È in piedi su una piccola asse di legno che è tenuta in posizione solo dal peso dell’operaio stesso. Una situazione semplicemente pazzesca vista con i criteri di oggi.
Sconcertante è anche apprendere dei ritmi “vertiginosi” con cui si procedeva: un piano al giorno.
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Ed ora pensaci un attimo. Immagina il fotografo, appollaiato con la sua goffa attrezzatura di ottanta anni fa, sulla sommità dell’Empire State Building in costruzione. Tu ce l’avresti fatta ad andare lassù come Hine a fare quelle foto?
🙂

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Arts e métiers

Arts e métiers – © Copyright 2013, Pega

Un altro anno è passato, dodici mesi di tante cose, ma un po’ anche di fotografie. Chissà quali dei nostri scatti fatti durante questi ultimi dodici mesi avremo presenti tra dieci o venti anni. Quali saranno destinati ad essere ricordati e quali a “marcire” nella cartella di un hard disk o, per gli analogici, in una scatola di negativi? Chi può dirlo?
In ogni caso, come ogni anno, ti invito a fermarti un attimo e voltarti indietro a questo 2013 fotografico che si conclude. Dai un’occhiata al tuo archivio e scegli quella che consideri la tua miglior foto di quest’anno. E’ un piccolo omaggio alla tua passione per la fotografia ed anche un semplice esercizio. Sfoglia il tuo album e seleziona una foto. Fai come se ti fosse concesso di salvarne solo una tra tutte quelle fatte in questi ultimi dodici mesi.
Inizio io, con la mia “Arts e métiers”, realizzata nella metropolitana di Parigi. È un’immagine che non risponde al tipo di fotografia che faccio in genere, dato che non amo gli scatti rubati, ma qui è diverso. Questa l’ho vista e l’ho voluta, sforzandomi di muovermi su un terreno a me non congeniale. Certo, poi ci sono anche gli elementi personali, esterni all’immagine e non percepibili dall’osservatore: sensazioni e ricordi legati all’esperienza del momento.
Dunque questa è la mia scelta, ovviamente del tutto soggettiva. Ti invito a fare lo stesso, cogliendo l’occasione di ripercorrere questo anno attraverso le tue fotografie.

Poi, se ne hai voglia, inserisci pure il link alla tua “preferita 2013” in un commento a questo post.
E… BUON 2014!

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Bresson_by_Burri 1Bresson_by_Burri 2
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Ed eccolo il mitico HCB, che si sporge da una finestra sulla Fifth Avenue per fotografare qualcosa che ha attirato la sua attenzione giù per strada.
Per questo dodicesimo appuntamento con il cortocircuito fotografico, serie dedicata ai fotografi fotografati, siamo a New York, nel palazzo dove ha sede Magnum Photos.
In queste due immagini Cartier Bresson è immortalato da un collega, anche lui membro della mitica agenzia: René Burri.
Mentre gli scatti ed il nome di Bresson, il maestro del “momento decisivo”, sono universalmente noti anche al di fuori del mondo degli appassionati di fotografia, quelli di René Burri non godono della stessa fama. Eppure questo importante personaggio può essere senz’altro considerato tra le più influenti figure della fotografia dello scorso secolo, in particolare per il ruolo che lo ha reso protagonista della trasformazione artistica del reportage.
Nato a Zurigo nel 1933, Burri si interessò, prima che di fotografia, di pittura e cinema. Fu coinvolto nelle attività dell’agenzia Magnum dal suo collega ed amico Werner Bischof che lo presentò agli altri soci con un reportage sulla vita dei bambini sordomuti, che fu subito pubblicato in prestigiose riviste tra cui Life.
Viaggerà in tutto il mondo per Magnum, divenendone anche presidente negli anni ottanta, sviluppando uno stile profondo e personale, caratterizzato da scelte formali rigorose, ma con una visione del mondo garbata e profondamente umana, sempre condita da una immancabile dose di ironia.
Celebri sono i suoi reportage su Picasso, Giacometti e Le Corbusier, come anche quelli su Fidel Castro e Che Guevara. Immagini spesso note al grande pubblico molto più del loro autore.

I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa
#9: Robert Mapplethorpe (con Patti Smith) fotografati da Norman Seef
#10: Szarkowski fotografato da Winogrand fotografato da Friedlander
#11: Andy Warhol fotografato da Robert Mapplethorpe

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Bischof, 1942

Werner Bischof, primi lavori, circa 1942

“Ho sentito il dovere di avventurarmi nel mondo e di esplorarne il vero volto. Condurre una vita soddisfacente, di abbondanza, ha accecato molti di noi che non riescono più a vedere le difficoltà immense presenti al di là delle nostre frontiere.”

Prima delle immagini, sono queste sue brevi parole a far subito intuire chi era Werner Bischof. Nato a Zurigo nel 1916 studiò arte ed iniziò a lavorare come fotografo pubblicitario ma, nonostante un discreto successo, ben presto si accorse che non era quella la sua strada. Nel 1945 accettò un incarico da parte della rivista Du che lo portò a girare l’Europa postbellica e documentare le condizioni di vita delle persone.

Bischof, Germany

Friburgo, Germania 1945

Rimase segnato da questo suo primo incarico. La sua attenzione si volse subito verso le persone, specie i più deboli, le vittime innocenti del recente conflitto, sviluppando l’idea di fotografia come testimonianza della dimensione esistenziale e delle sue difficoltà.

Bischof

Corea, 1951

Nel 1949 fu invitato a far parte dell’agenzia Magnum, allora composta dai soli cinque soci fondatori: Capa, Cartier-Bresson, Rodger, Seymour e Haas.
Nella veste di fotoreporter (definizione che non amava) viaggiò prima in India e poi in Giappone per documentare la guerra in Corea. Vi rimase un anno intero, carpito dal fascino e dall’eleganza della sua cultura, che catturò con scatti assoluti.

Giappone - Bischof

Giappone, 1951

Nel 1953 si volge verso il nuovo mondo. Prima viaggia per alcuni mesi nel cuore degli Stati Uniti seguendo la creazione della nuova rete autostradale, poi va in Sudamerica dove è intenzionato a fotografare alla gente, descrivere la vita quotidiana. Un’idea che, sapeva benissimo, non avrebbe entusiasmato le testate per cui lavorava. È sulle Ande, a soli trentotto anni, che trova una terribile morte, in un incidente d’auto mentre viaggia verso una miniera in alta quota.
Gran parte del lavoro di Bischof è stato valorizzato solo in tempi molto successivi alla sua morte, grazie al figlio Marco che, nel 1986 decise di pubblicare alcuni estratti dai suoi diari e dalla corrispondenza, oltre ad un archivio fotografico inedito.

Chicago, Illinois, 1953

Chicago, 1953

C’è una cosa, di cui non molti parlano, che mi ha affascinato di questo fotografo. Bischof è stato uno dei pochi fotoreporter del “periodo d’oro” del fotogiornalismo anni ’50 e ’60 ad usare il colore.
In quegli anni, per motivi tecnici ed economici, le testate stampavano solo in bianco e nero, creando un terreno formale a cui la maggior parte di un certo tipo di fotografi è rimasta rigidamente ed a lungo ancorata, anche ben dopo l’avvento della quadricromia. Werner Bischof fu invece tra i primi ad esplorare il reportage anche a colori, riuscendo ad interpretarlo con coordinate artistiche ed estetiche indipendenti e personali, sicuramente diverse da quella sorta di mainstream monocromatico che ancora oggi tende a dominare il genere.

Una volta disse: “Davvero io non sono un fotogiornalista. Purtroppo non ho alcun potere contro questi grandi giornali, non posso nulla, è come se prostituissi il mio lavoro e ne ho davvero abbastanza. Nel profondo del mio cuore io sono sempre, e sempre sarò, un artista.”

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Chance Meeting

Chance Meeting – © Copyright Duane Michals

Una delle idee creative che, nonostante i miei buoni propositi, non sono mai riuscito ad esplorare, è ispirata al lavoro di un nome che forse conosci, ma forse anche no.
Vidi per la prima volta il lavoro di Duane Michals quasi per caso parecchio tempo fa, guardando le immagini che accompagnavano l’album “Sincronicity” dei Police ed andando a cercare chi fosse il fotografo. Da allora mi è capitato solo raramente di incontrare le sue foto, ma ogni volta che succede ne rimango sempre colpito.

Michals propone un tipo di fotografia che a me appare quasi antitetica rispetto all’approccio dei grandi maestri dell'”attimo decisivo”, il suo stile tende a dilatare il momento e a descrivere un breve lasso di tempo attraverso una serie di fotogrammi realizzati in sequenza.
Ne è un esempio il lavoro sopra intitolato Chance Meeting, una serie di fotografie che mostra due uomini che si incrociano per strada. Un’idea che trovo molto interessante per come spinge l’osservatore a proiettarci una storia, anzi ben più di una.
Michals ha realizzato parecchie di queste sequenze fotografiche, a volte costruendole a volte catturandole, comunque proponendo ogni volta diverse chiavi di lettura che possono andare dall’umorismo alla sensazione di inquietudine.
È un filone creativo che trovo davvero interessante e che, secondo me, spinge a provarci con proprie storie e idee.

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