La fotografia coinvolge, appassiona, trasmette emozioni.
Una foto da sola può fare tutto questo, lo può fare anche in modo sublime, com’è il caso di molti capolavori.
Ma sempre più spesso mi capita anche di apprezzare la bellezza di alcune sequenze, di raccolte che esaltano un concetto.
Non parlo solo di reportage o articoli che raccontano un fatto o una storia. Parlo di interi lavori, magari sviluppati nel corso di anni, i cui singoli elementi concorrono a costruire un’opera finale assolutamente affascinante. In questi casi è meraviglioso percepire il forte legame che unisce tra loro le varie immagini, un legame che spesso è elemento caratterizzante dello stile dell’autore.
Scrivo pensando alle raccolte di qualche grande come Edward Weston, Ansel Adams, Eugene Atget… ma anche a tanti set di talentuosi fotografi che mi è capitato di scovare su Flickr.
In aviazione c’è un detto : “two is one – one is nothing”. E’ forse anche per questo che un dettaglio di motore jet come quello della foto sopra sembra così complesso. E’ perchè tutto è doppio, a volte triplo.
Immagina come potrebbe apparire il motore della tua auto se fosse concepito in questo modo…
Ancora backup dunque.
In un commento ad un mio post su questo argomento” di alcuni giorni fa, Salvatore Ambrosi si chiedeva come si possa essere certi della durata nel tempo dei dati salvati.
Colgo l’occasione per fare un post un po’ più tecnico del solito e dico che, per quanto mi riguarda, la risposta non è per niente banale.
Il problema del salvataggio dei nostri files di immagini non è soltanto quello della creazione di copie di sicurezza del nostro lavoro, ma anche quello dell’archiviazione. La (recente) storia dell’informazione digitale ci dice che quello della conservazione nel tempo dei dati è un problema reale, che richiede una certa attenzione.
Non si parla solo della qualità dei supporti, ma anche dell’evoluzione degli stessi e della conseguente brevità del tempo che trascorre tra i passaggi di standard.
Queste evoluzioni di standard, sempre dovute alle maggiori necessità in termini di prestazioni e capacità di archiviazione, ci costringono non solo a cambiare i supporti ma anche a cambiare le unità di lettura. Il risultato è che dopo solo pochi anni, si corre il rischio di non avere più a disposizione unità adatte alla lettura dei vecchi supporti.
E’ il caso, personalmente sperimentato, di archivi su nastro, da cui avrei voluto recuperare alcuni dati, divenuti inservibili una volta danneggiato il loro “antico” lettore, unica unità in grado di rileggerli.
Probabilmente con un po’ di impegno e ricerca credo che potrei trovare una soluzione, ma è evidente la lezione : una sana strategia di archiviazione nel tempo deve tenere conto non solo dell’affidabilità dei supporti nel tempo ma anche, e sopratutto della loro obsolescenza e del mantenimento della compatibilità con i futuri lettori.
Che fare quindi ?
In attesa di una rivoluzione che sgombri la strada da tutti questi problemi direi che alcune buone idee sono :
– differenziare il salvataggio dell’insieme integrale del proprio lavoro su supporti di natura diversa.
– verificare concreamente l’effettivo corretto salvataggio dei dati e non fidarsi solo di averli scritti. Bisogna provare a rileggerli !
– utilizzare supporti della massima qualità (es: supporti “archive quality” per CD/DVD anche se più costosi e non facilmente reperibili. Verbatim e Kodak hanno a catalogo prodotti di questo tipo. Kodak dichiara la persistenza dei dati sui suoi DVD “archive quality” pari a 100 anni)
– sostituire preventivamente i supporti (vale per CD/DVD ma sopratutto per hard disk ed unità a nastro).
– conservare al meglio. Per supporti complessi tipo gli hard disk questo può voler dire disalimentarli e conservarli in luogo apposito al fine di ridurne l’usura. Inutile tenerli a girare se a quei dati si accede solo una volta ogni tanto.
Tutto questo con sempre a mente la vecchia massima della legge di Murphy:
“Se qualcosa può andar storto… lo farà”.
Ci sono domande che è stimolante e divertente porsi, in modo particolare se si è in compagnia. Questa per esempio è perfetta per una serata tra amici, specie se appassionati di fotografia o arti visive. Tra musicisti invece può scatenare un vero putiferio la domanda “quand’è che una band o un musicista è “commerciale”?” oppure per coinvolgere proprio tutti un “quand’è che si diventa grandi?”.
Ma a parte gli scherzi… quand’è che è arte?.
E’ una domanda che ha una storia millenaria, fiumi di scritti ed opinioni al proposito.
Io la pongo a te lettore di questo blog.
Sono abbastanza sicuro che te la sei già posta in passato, ma se così non fosse… eccola.
Se vuoi puoi esprimere il tuo pensiero in un commento qui sotto, oppure meditare in privato sulla tua personalissima risposta. Credo che l’importante sia provare a darne comunque un’interpretazione propria.
Nello spirito di condivisione che anima questo blog esprimo brevemente il mio punto di vista, cercando qui di sintetizzare al massimo, forse banalizzando un po’, ma lasciando aperta la porta a qualsiasi approfondimento.
E’ un punto di vista semplice e classico, per niente originale.
Secondo me l’arte è esclusivamente nell’occhio dell’osservatore. Sono il suo modo di vedere le cose, la sua cultura e le sue esperienze che determinano la percezione che trae dall’opera e le emozioni che ne riceve.
Se per te è arte, anche se non lo è per il resto del mondo, è arte!
In questi giorni mi sono un po’ “fissato” con i flash…
E’ piuttosto divertente vedere gli effetti che si ottengono scattando con uno o più flash remoti, magari con alte velocità di otturatore come permettono i lampeggiatori attuali.
Vengono fuori foto interessanti.
Vagando sulla rete ho poi trovato un video di un gruppo di ragazzi la cui “fissazione” per gli scatti col flash è probabilmente superiore alla mia.
E’ interessante vedere come usano flash e pannelli riflettori. Come sfruttano le opportunità, le varie location, ottenendo ritratti abbastanza particolari partendo da situazioni apparentemente banali.
Nella mia personale “Hall of Fame” dei grandi fotografi ce n’è uno che mi affascina per la sua capacità di trasmettere sensazioni contrastanti, far affiorare una sorta di inquietudine mista ad un senso di ineluttabilità. Si tratta di Wynn Bullock.
Molto probabilmente sai di chi parlo, si tratta di un nome che non ha bisogno di tante presentazioni: è considerato uno dei grandi della fotografia degli anni ’50 e ’60, grande amico di Edward Weston, di cui scrivevo alcuni post fa.
Ma qui non volevo parlare del fotografo Wynn Bullock, del quale magari approfondiremo la conoscenza in un prossimo post, ma di un aspetto della fotografia a cui i suoi scatti mi fanno sempre pensare.
Si tratta del linguaggio simbolico e degli schemi comunicativi che da sempre esistono nelle arti figurative e che molto spesso sono fortemente legati alla cultura del luogo e del tempo in cui l’opera è realizzata.
Esistono simboli nelle opere artistiche, dalla preistoria fino ad oggi, che sono tipici del periodo; sono riconoscibili ed interpretabili dall’osservatore… a patto che questi li sappia cogliere, cosa che è tanto più probabile quanto l’osservatore appartiene alla stessa cultura dell’autore e ne è contemporaneo.
Ma se l’osservatore è distante nel tempo dal momento della realizzazione dell’opera, questi simbolismi possono perdere di significato… in qualche caso addirittura possono assumere un significato diverso; anche di molto.
C’è una foto di Bullock che, secondo me, nonostante sia relativamente recente, esprime fortemente questo divario simbolico ed è “Child in the forest” del 1951.
La foto ritrae una bambina (la figlia di Bullock) nuda distesa su un manto di foglie, in una sorta di piccola radura nella foresta. La luce è molto particolare. La resa del bianco e nero ne fa uno scatto che lascia il segno.
Non nascondo che la prima volta che ho visto questa foto ho subito pensato alla terribile scena di un crimine. So di condividere questa sensazione con molte persone, ma Bullock non voleva certo dare questo tipo di messaggio!
Negli anni ’50 questa foto non trasmetteva questo senso di inquietudine profonda, legata ad alcune terribili involuzioni che la nostra società ha avuto negli ultimi decenni.
Bullock scattava questo tipo di foto nel bosco subito dietro la sua casa in California.
In altre opere insieme alla bambina è presente anche la madre e l’idea era di una ricerca in uno stile metafisico volta a creare immagini che portassero l’osservatore in una dimensione quasi spirituale, di meditazione sul senso della vita, dell’amore e della morte. Una ricerca che portò a Bullock l’ammirazione ed il rispetto di colleghi artisti e critica.
E’ una questione molto complicata e riconosco che non è possibile sviscerarla in un post, ma rimane il fatto che in soli cinquanta anni i simboli usati da Wynn Bullock hanno cambiato completamente di significato. Trasmettono all’osservatore tutto un altro messaggio, in un modo che appare quasi inequivocabile.
Chissà cosa ci vedranno i nostri posteri tra cinquanta o cento anni in alcune delle nostre foto…
Non so se ti fa lo stesso effetto, ma a me “2010” suona piuttosto fantascientifico.
Probabilmente per chi è nato negli anni ’80 o ’90 non è la stessa cosa, ma forse chi come me è cresciuto con film e telefilm che indicavano come il 2000 l’anno in cui “sarebbe arrivato il futuro” questo anno 2010 lo sente suonare davvero un po’ futuristico. Chissà.
Si, lo so che il post di oggi non è granchè fotografico, c’è solo l’immagine sopra con la sua fantasticheria (su Flickr).
Del resto lo dichiaro fin dal titolo di questo blog che la fotografia è una scusa, ed oggi è una scusa che mi serve per riportare qui una frase bellissima, secondo me perfetta per i primi giorni di un nuovo decennio :
“Ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi… è un dono.
Per questo si chiama presente”
🙂 🙂 (l’hai già sentita da qualche parte vero ?) 🙂 🙂
A domani con un nuovo post, sicuramente più… “fotografico”.
L’inizio di un nuovo anno è il momento giusto per un po’ di sana superstizione 🙂
La Fontana del Porcellino è un popolare monumento di Firenze, posto presso la Loggia del Mercato Nuovo.
Si tratta di una fusione in bronzo raffigurante un cinghiale all’erta e fu realizzata da Pietro Tacca nel 1633 dall’originale in marmo, visibile agli Uffizi, donato nel 1560 da papa Pio IV al Granduca Cosimo I.
Alcuni anni dopo la realizzazione, Ferdinando II de’ Medici decise di trasformare l’opera in una fontana che, oltre ad una funzione decorativa, serviva ad approvvigionare l’acqua ai mercanti di stoffe e sete che commerciavano sotto la loggia.
E’ antica superstizione che toccare il naso del porcellino porti fortuna. Da ciò deriva l’aspetto splendente dello stesso, accarezzato quotidianamente da centinaia di mani, la gran parte di turisti che a orde si accalcano intorno alla fontana.
Non molti sembrano però conoscere la vera procedura tradizionale per l’ottenimento del buon auspicio che consiste nel porre una moneta nella bocca del porcellino dopo averlo accarezzato.
Solo se la monetina cadendo si infila nella grata sottostante porterà fortuna.
Alcuni giorni fa in un post intitolato “New Year Project” parlavo dell’opportunità di imbastire qualche progetto fotografico per il nuovo anno in arrivo.
Eccomi quindi a condividere quello che per me sarà un piccolo impegno per tutto il 2010, un impegno che ci tengo a scrivere qui, come se in qualche modo questo mi vincolasse ancora di più a portarlo avanti… 🙂
Eh già perchè, come scrivevo, credo che uno degli aspetti positivi di iniziare un lavoro fotografico a progetto stia proprio nel costringerci a sviluppare con impegno e regolarità una qualche opera, aiutandoci a completarla.
Ovviamente l’idea di scriverlo qui è anche nello spirito di condivisione che sta nella natura del mio blog.
Il progetto sarà realizzare una piccola raccolta di almeno 12 foto, producendone con regolarità circa una al mese arrivando alla fine del 2010 con l’idea di riunirle in un formato stampato (a soli fini privati) tipo i libri di blurb o roba del genere.
Il tema, come un po’ anticipato, saranno “le Emozioni” : ogni foto cercherà di esplicitare un’emozione, in un modo che ovviamente sarà frutto del mio punto di vista…. Come vedi non si ratta di niente di eccezionale, idea semplice e tranquillamente fattibile… staremo a vedere cosa ne viene fuori.
In realtà per il 2010 ho anche deciso di portare avanti anche un altro paio di cose.
Innanzitutto continuare questo blog, nato pochi mesi fa come un esperimento. Il crescente numero di visitatori, i riscontri e gli incoraggiamenti ricevuti mi spingono a continuare.
Tornando sul fronte foto, vorrei poi avviare un piccolo progetto di ritratti. E’ da tempo che mi piacerebbe iniziare a fare dei ritratti fotografici ma per motivi vari (di cui credo che parlerò in uno dei prossimi post) non è un terreno su cui riesco a muovermi come vorrei. Nel corso dell’anno vorrei provare a trovare un ritmo di un paio di ritratti al mese e riuscire a creare un piccolo portfolio.
Infine, in quest’anno vorrei arrivare a completare un’idea che è nata nel 2008 quasi per caso, il “Project Heaven or Hell” , che puoi trovare come set sul mio album Flickr e che vorrei trasformare anche in questo caso in un qualcosa di stampato e tangibile.
Troppa carne al fuoco ?
Verrà un rosticcio ?
Pace. L’importante è divertirsi… 🙂
Ebbene siamo alla fine di questo 2009.
E’ stato un anno un po’ particolare, l’ultimo del primo decennio del nuovo millennio. E da domani saremo nel secondo decennio del secolo.
Ovviamente l’auspicio è che il 2010 sia migliore del 2009… chissà.
Facendo un piccolo bilancio di questi primi mesi di blog devo dire che non mi aspettavo i visitatori e gli incoraggiamenti che ho ricevuto, devo ringraziare sinceramente chi ha voluto esprimere qui, su Flickr, o in privato, il suo apprezzamento per qualche post e per alcuni spunti presentati.
Come dico sempre, questo tipo di feedback fa davvero molto piacere.
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