Feeds:
Articoli
Commenti

La Kodak autographic

Autographic-KodakOggi diamo per scontato che ogni foto sia automaticamente associata a data ed ora dello scatto, ma non è sempre stato così. In passato i fotografi non avevano alcun riferimento informativo esterno associato all’immagine. Tra lo scatto, lo sviluppo e la stampa poteva poi passare anche molto tempo, e questo rendeva facili le incertezze sul momento in cui era stata realizzata la fotografia. Ma nel 1914 Kodak lanciò sul mercato una macchina innovativa: la Autographic.
Era l’applicazione di una delle pensate di Henry Jacques Gaisman, inventore anche del rasoio di sicurezza a lamette usa e getta, il cui brevetto fu acquistato da Kodak per produrre il nuovo modello di fotocamera.
Il funzionamento era semplice: sul dorso della macchina era presente un’apertura attraverso cui si poteva scrivere direttamente sul bordo della apposita pellicola “Kodak Autographic”, che era trattato con uno strato di speciale tessuto nero. La pressione della scrittura rendeva la zona del tratto sensibile alla luce e lasciava quindi che si impressionasse, associando così la nota scritta al fotogramma. Un metodo permanente, semplice ed utilissimo, non solo per segnare data ed ora, ma anche utili annotazioni riguardanti lo scatto.
Il sistema Autographic fu proposto anche come retrofit per tutti gli altri modelli Kodak già in commercio e per rendere “autografica” una fotocamera bastava cambiare il dorso ed usare la pellicola speciale.
Kodak propose questo sistema dal 1914 al 1932, anno in cui cessò la commercializzazione a causa dello scarso successo raggiunto. Da quel momento in poi i fotografi tornarono a non avere informazioni “direttamente” legate all’immagine… fino all’avvento del digitale.
Curioso eh?

Incontro by Pega

Incontro – © Copyright 2013, Pega

Guardi una foto, la osservi, cerchi il soggetto principale, una storia.
Molto spesso è la storia raccontata dal soggetto ciò che in prima istanza attrae l’osservatore, è così per nostra natura.
Ma le fotografie non sono solo fatte da ciò che il soggetto racconta, ci sono altre storie che emergono approfondendo l’osservazione, studiando e “degustando” l’immagine.
C’è per esempio la storia del luogo fotografato, la storia privata delle persone ritratte, c’è poi la storia di come è stata realizzata la foto ed il posto nella storia (anche solo personale del fotografo o dei soggetti) che lo scatto assume.
Ci sono un sacco di storie che permeano un’immagine, ma tra le più importanti c’è quella del fotografo, di come ha realizzato lo scatto, di cosa voleva trasmettere.
Sì, perché alla fine è la nostra storia ciò che sta sotto alle nostre fotografie, ciò che ci porta a realizzarle, a provare ad esprimere qualcosa, ed è parte integrante della motivazione che ci spinge a Fotografare.

La fotocalcografia

Fotocalcografia di Victor Hugo - circa 1883

Fotocalcografia di Victor Hugo – circa 1883

Se un giorno ti dovesse capitare di vedere una fotocalcografia, fermati ad ammirarla. È una primordiale ma sofisticata tecnica di stampa su cui lavorarono pionieri della fotografia come Fox Talbot e Nicéphore Niépce, alla ricerca di un metodo per ottenere stampe durature e non affette da problemi di sbiadimento nel tempo. Talbot brevettò il metodo nel 1852 chiamandolo photographic engraving: un processo di trasferimento dell’immagine fotografica su una lastra metallica da cui poi si otteneva la stampa su carta, usando una tradizionale pressa meccanica.
La fotocalcografia (photogravure) è uno dei più complessi processi di stampa foto-meccanica e permette di raggiungere livelli di qualità e profondità della scala tonale ineguagliabili con altre tecniche.
Purtroppo si tratta di un’eredità del periodo della sperimentazione fotografica di metà ottocento che stiamo perdendo ed è un gran peccato, perchè si tratta di una tecnica dal potentissimo impatto visivo.
Oggi sopravvivono pochissimi artigiani in grado di realizzare questo tipo di stampa. L’nsieme di complessità e delicatezza delle operazioni che richiede è notevole ed in tutto il mondo si contano ormai al massimo una mezza dozzina di laboratori ancora capaci di realizzare una fotocalcografia.

Parallelismi by Pega

Parallelismi – ©Copyright 2010, Pega

Ricreare uno scatto, cercare di riprodurre un’altra fotografia mantenendone o imitandone la struttura, creare qualcosa di proprio partendo dal lavoro di un’altro fotografo (magari famoso) ispirandosi ad una sua immagine. Ecco  il tema per questo weekend assignment: il parallelismo fotografico.
Sono convinto che una delle strade più semplici per migliorarsi in fotografia sia osservare e studiare gli scatti dei fotografi più bravi di noi. Cimentarsi nel ricreare una di queste immagini è un ulteriore passo avanti, che può insegnare molto, rivelando aspetti interessanti delle foto realizzate dai fotografi più o meno celebri, comunque ritenuti bravi.
Per questo fine settimana ti propongo quindi di affrontare questa piccola sfida. Trova una foto di partenza e realizza il tuo scatto “parallelo”. Puoi scegliere di includere l’immagine originale nella tua, come ho fatto io nell’esempio sopra, oppure rendere il parallelo semplicemente ricreando la struttura della foto originale, facendone una tua interpretazione personale.
Se ci vorrai provare, ti propongo poi, come al solito, di condividere qui il tuo scatto inserendolo in un commento qui sotto.

—————————————————–
Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

framed: short movieFramed è un delizioso corto realizzato dal videomaker francese Mael Sevestre. Parla di un fotografo e di una sua affascinante esperienza: un incontro del tutto inaspettato mentre è in cerca di scatti bucolici con la sua fotocamera vintage biottica.
Sevestre ha realizzato l’intero video esclusivamente con un Iphone 4S, usandolo anche per filmare le fascinose inquadrature riprese attraverso il mirino a pozzetto della bella reflex usata dal protagonista.
Budget minimo ma una sana dose di talento e bravura. E’ la dimostrazione che, con passione e creatività, si possono fare grandi cose, anche senza investimenti importanti, riuscendo persino a far lavorare insieme le comuni tecnologie tascabili odierne con i gioielli medio formato usati dai fotografi di qualche decennio fa. In questo caso l’Iphone che guarda nella biottica è proprio una trovata di classe. Niente male come metafora.
Complimenti Mael!
.

Tuscany Tour

Giuseppe Moscato

Copyright 2013 Giuseppe Moscato

Ti segnalo “Tuscany Tour”, esposizione fotografica di Giuseppe Moscato che si terrà il 9 settembre 2013 negli spazi di Feltrinelli International in via Cavour 12 a Firenze.
Giuseppe “Pino” Moscato è una vecchia conoscenza di questo blog. Lo incontrai ad uno Sharing Workshop e da lì ho continuato a seguire il suo appassionato percorso fotografico, tra tecnica HDR ed amore per le bellezze Toscane.
Anche per questa occasione Pino ha pubblicato un libro di fotografie, edito da De Agostini ed intitolato “Voci di Toscana”, che verrà presentato proprio durante l’inaugurazione della mostra.
Ospite d’eccezione della serata di inaugurazione sarà Giorgio De Martino, autore dei testi, scrittore, musicista e biografo del cantante lirico Andrea Bocelli. Con i due sarà l’occasione per parlare di Toscana e degli artisti che ad essa si sono ispirati e ancora oggi si ispirano.
Giuseppe Moscato è al suo terzo libro fotografico. Voci di Toscana arriva dopo le due monografie “Firenze, viaggio nella bellezza” e “Roma, viaggio nella bellezza” entrambi editi dalla casa editrice fiorentina Alias/Mandragora.

Triplo cortocircuito

Sono in debito con Marco Benna, che mi ha scritto per segnalarmi questo strepitoso cortocircuito fotografico da aggiungere all’omonima serie dedicata ai fotografi fotografati.
Si tratta, a dire il vero, addirittura di un triplo cortocircuito visto che ne sono protagonisti ben tre grandi figure della fotografia degli anni settanta.
Lo scatto è opera di Lee Friedlander, fotografo che proprio insieme a Garry Winogrand, che nell’immagine è ripreso di spalle, è ritenuto padre della street photography.
Poi c’è quel tipo strano, fotografato in una posa estrosa, giusto davanti all’ingresso del MOMA di New York. Sai chi è?
Si tratta di una delle più importanti figure della fotografia della seconda parte del novecento: John Szarkowski.
Szarkowski, oltre che fotografo, è stato un importante storico, critico e curatore di mostre ed esposizioni fotografiche. Direttore del Museum Of Modern Art di New York dal 1962 al 1991 può essere a ben diritto considerato tra le più grandi, influenti e visionarie personalità che la moderna fotografia abbia avuto a disposizione per crescere e svilupparsi nella forma d’arte che oggi conosciamo.

Grandioso cortocircuito! Grazie Marco!
_______________________________________
I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa
#9: Robert Mapplethorpe e Patti Smith fotografati da Norman Seef
#10: Triplo cortocircuito: John Szarkowski fotografato da Garry Winogrand fotografato da Lee Friedlander

Polaroid e candeggina

Polaroid candeggina

© Copyright 2013, Pega+M|art

Mi sembra la copertina dell’album di un gruppo musicale un po’ underground, con questi toni vintage, la cantante in primo piano ed i membri della band a fare da sfondo. Ed invece è la versione “chimicamente manipolata” di una foto che ho fatto con la mia zietta Polaroid a strappo in occasione di una recente uscita “film gang“, insieme ad amici appassionati di fotografia analogica.
Dopo lo scatto, ho estratto la busta dalla macchina ed atteso i classici due minuti necessari a questo tipo di pellicola per lo sviluppo istantaneo, quindi ho separato la stampa finale dal resto della busta. Invece di buttare questo’ultimo elemento di scarto, tipico delle pellicole a strappo, l’ho consegnato al mitico Martino, insieme ad un po’ di indicazioni su come divertirsi a manipolarlo. Sì, perché la parte restante della busta Fuji FP-100 è solo apparentemente da buttare e ci si può divertire a trattarla con candeggina per estrarne il negativo.
Martino si è dato da fare e con maestria ha “lavorato” di varechina e pennello su alcuni miei negativi prodotti nella serata, pubblicandoli poi sul suo album Flickr nel set Eau de Javel, dove puoi trovarli e tra cui c’è anche uno scatto simile a quello sopra ma con i “membri della band” del tutto mossi.
Bravo Martino.

Per chi fosse interessato ad approfondire il processo di “liberazione” del negativo, rimando ad un mio vecchio post sull’argomento, in cui c’è anche un link ad un video tutorial.

Il frigo estivo

20:00
20:00 (Winter Holter) – © 2011 Pega

Ti ha atteso, vuoto e sconsolato, nel periodo di vacanze ed ora è lì che ti guarda, sperando in una bella e corposa “spesa”.
Oppure è sempre stato in vibrante silenzio, facendoti una melanconica compagnia durante questo caldo agosto, magari ospitando ben poche cose tra cui qualche birra fresca ed un po’ di frutta.
Dai, un compagno così importante, fedele e sommessamente silenzioso, qualche ritratto lo merita 🙂
Sì, il frigo è una risorsa interessante, anche fotograficamente parlando e si presta ad essere immortalato in molti modi.
Puoi fotografarlo chiuso come un forziere, magari con i classici magneti attaccati sopra, oppure scegliere di aprirlo e lavorare con quella luce fredda che proviene dall’interno… Puoi celebrarne l’opulenza cogliendolo subito dopo una bella spesa al supermercato o, come dicevo, fissandolo triste e vuoto in un caldo pomeriggio d’estate al ritorno dalle vacanze.
Insomma: che sia nuovo o vecchio, congelato o sbrinato, il frigo ha il suo fascino fotografico. Sarà forse perché è così legato ai concetti di “pieno” e “vuoto” e racchiude quello che mangeremo e quindi ciò che saremo domani, o forse perchè sbirciando tra i suoi contenuti ci si può divertire ad immaginare i gusti e le abitudini di chi lo possiede.
Questa estate fai qualche ritratto al tuo caro frigo: se lo merita.

🙂

Female nude - Man Ray

Female nude – 1920, Man Ray – Getty Museum

Il Museo J. Paul Getty ha sempre avuto la caratteristica di permettere l’accesso gratuito al pubblico. È stato così fino dalla sua inaugurazione, una gran bella cosa per chi abita a Los Angeles, vista la splendida collezione di opere presenti che vanno da antichità greche e romane, a dipinti e manoscritti da tutta Europa oltre ad una notevole raccolta di fotografie da ogni parte del mondo.
Da qualche giorno c’è una buona notizia anche per chi non ha la fortuna di abitare in California: il Presidente e CEO di Getty, Jim Cuno, ha annunciato la completa liberalizzazione dell’uso delle immagini di cui il museo detiene i diritti. In sostanza vengono messe gratuitamente a disposizione, per ogni tipo di utilizzo, tutte le immagini online, in pratica circa 4,600 foto di opere ed oggetti del museo, tutte disponibili in alta risoluzione sul sito. Fino ad oggi queste erano utilizzabili solo dietro presentazione di una richiesta ed il pagamento di diritti specifici a seconda del tipo di uso previsto.
“Il Museo è lieto di mettere queste immagini a disposizione di tutti, ed è solo il primo passo verso un progressivo e totale open content” ha affermato il direttore del Museo Getty, Timothy Potts.
Molti artisti, in particolare fotografi e collezionisti, si stanno interrogando su questa scelta, preoccupati della ricaduta che questa decisione potrà avere sul valore delle loro opere.
Il punto è che la Fondazione Getty fu creata per promuovere la diffusione dell’arte e della cultura delle arti visive e questa nuova iniziativa non fa altro che adeguare la missione alla realtà comunicativa odierna.
Io non credo che tutto questo possa influire negativamente sul mondo dell’arte e sulle possibilità di sostentamento degli artisti, piuttosto potrebbe essere un fattore nuovo, che in futuro aiuterà a limitare la speculazione, riducendo la pressione del business sulle menti creative e che magari aprirà la strada a nuovi talenti.
Tu che ne pensi?