L’idea mi è venuta vedendo la miriade di visite che ha accompagnato il post di qualche giorno fa in cui proponevo il documentario sui fotografi del National Geographic. Il contatore è improvvisamente schizzato a livelli senza precedenti. Per quale motivo? Certo, il video è molto bello ed interessante ma non mi pare che giustifichi il fenomeno. L’idea che mi sono fatto è che c’entri qualcosa quell’insieme di parole che ho scritto come appunti e concetti associati al documentario che poi altro non sono che “keywords”.
In questo caso le parole chiave sono forse il veicolo di contatti e visite sul post ma poi ho pensato che possono anche essere un modo per osservare e descrivere in modo diverso le nostre foto. Un modo sintetico ma allo stesso tempo profondo.
E’ un concetto che voglio sviluppare meglio in seguito. Per il momento ti propongo un esperimento: prova a prendere una tua fotografia e ad associarci almeno una ventina di parole chiave. Fallo in modo libero e creativo, alla ricerca di concetti, emozioni ed elementi interessanti, anche “laterali”. L’obiettivo non è tanto quello di descriverla ad un motore di ricerca, quanto piuttosto analizzarla ed approfondirla, magari osservandola in un modo diverso da come ti è capitato di fare in precedenza.
Io intanto ci provo con la mia Perfect Imperfections (sopra):
Torre, cannone, lancio, spazio, proiettile, canna, rompifiamma, speranza, dal fondo del pozzo, prigione, aria, guardare in alto, umidità, la libertà è fuori, sogno, volare, rami, copriranno, luce, pioggia, sole, buio, luce, freddo, solitudine, eco, rimbombo, bagliore, rifugio, silenzio, ombre.
Oggi voglio tornare a parlare di una grande fotografa, una figura importantissima che però non sempre viene considerata tra le più grandi. Imogen Cunningham aveva iniziato a fotografare da ragazzina, sul finire dell’ottocento, ma in breve aveva perso interesse per per dedicarsi agli studi di chimica. Poi la sua strada tornò ad incrociarsi con il mondo della produzione di immagini. Si laureò difatti proprio con una tesi sui processi chimici per lo sviluppo fotografico e fu proprio così che il suo talento trovò la via per sbocciare.
La passione per la ricerca tecnica volta al miglioramento della qualità delle immagini e delle stampe si sposò perfettamente con un gusto estetico fuori dal comune, facendone un’artista apprezzata già nella prima metà del novecento.
Negli anni quaranta Imogen entra a far parte del gruppo f/64 divenendo un componente di spicco del movimento della straight photography con lavori che ricevono notevole apprezzamento e la accompagnano in una lunghissima carriera che la porta, quasi novantenne, fino all’esposizione presso il MOMA di new York negli anni ’70.
Una delle parti più affascinanti dell’opera di Imogen Cunningham è quella da lei svolta negli anni trenta, quando iniziò il suo approfondimento verso la fotografia botanica, intrapreso con una intrigante attrazione non tanto verso il vegetale in quanto tale ma più per quello che questo era in grado di trasmettere in fotografia.
La pianta diviene quasi un astratto, con tratti che si formano grazie all’incrocio tra linee naturali, ombre, sovrapposizioni di foglie e luce drammatica.
E’ quasi come se Imogen avesse creato un nuovo modo di vedere, in parte oggettivo ed in parte soggettivo, in ogni caso molto potente ed evocativo.
Un tratto distintivo di questa grande protagonista della fotografia del novecento.
Forse non ti andrà, non ti metterai comodamente sul divano a vedere questo video. Forse non lo farai perché sembrano tanti i cinquanta minuti che parlano della vita e del lavoro dei fotografi del National Geographic.
E invece vale tutto il tempo che richiede questo documento realizzato diversi anni fa e tutto dedicato ad un gruppo di professionisti appassionati che ha avuto un ruolo così importante nella storia recente della fotografia.
Tu fa come preferisci, io me lo sono gustato con calma e piacere, cogliendo anche l’occasione per fare un piccolo esperimento divertente: annotarmi, via via, alcune parole, quasi delle keyword di sintesi dell’intero filmato.
Se non hai voglia di vedere il video puoi sempre accontentarti di queste.
Eccole qua: 🙂
Fascino romantico, difficoltà, rischi, pericolo, una vita pazzesca, malattie, malaria, burocrazia, rapine, violenza, affascinante, problemi, incidenti, insetti, schifo, jungla, scimmie, vermi che si infilano sotto la pelle, talento, arte, gusto, colore, ritratto, intimità, indiscrezione, ravvicinato, bellezza, orrore, abisso, squali, viaggio, tuffi, mare, savana, tenda, fango, erba, carcassa, ossa, cranio, amicizia, ricerca, natura, foresta pluviale, cultura, umanità, lavoro, vita, tragedia, mondo, facce, persone, mondo, globalizzazione, storia, sporco, civiltà, amore, povertà, tempo, gioia, sguardi… insomma: FOTOGRAFIA
Proprio questo mi ha scritto l’amico Panz Paganoni in un commento: “piglio la macchina, esco, penso e scatto“.
L’ha scritto riferendosi a ciò che aveva deciso di fare dopo aver letto un weekend assignment di qualche settimana fa. Per me è un gran bel regalo perché è una descrizione perfetta di ciò che io intendo invitare a fare con questi post e la cosa più bella è che ne è venuta fuori questa splendida foto che interpreta con grande efficacia il tema proposto.
Invitandoti a leggere le sue parole ringrazio Panz ma anche tutti gli altri che si cimentano, spero divertendosi, con i temi fotografici che ogni tanto provo a lanciare.
“So di essere molto in ritardo rispondendo a questo assignment solo ora, so di essere lento, ma ho voluto fare le cose per bene. Già ho letto il tema con qualche giorno di ritardo, ma appena letto mi son detto:questo lo voglio fare ex-novo, senza pescare dall’archivio o forzando il significato di qualche scatto casuale. Ho detto: piglio la macchina, esco, penso e scatto. Ho solo voluto mantenere l’abitudine di scattare cogliendo ciò che trovo, senza “costruire” l’immagine appositamente. Così faccio: cos’è per me il silenzio? quale tipo di silenzio voglio veicolare? E’ un sentimento o una situazione? Eppoi dove posso cercare “luoghi” o “scenari” per esprimere il risultato delle mie riflessioni? Esco con questi pensieri, giro e rigiro ed alla fine il risultato è quello che mostro. Dato che non sono un maestro o un grande, non sono per nulla sicuro che il risultato sia efficace, che sappia trasmettere ciò che è mia intenzione strasmetta. Provo un esperimento: posto lo scatto su Flickr senza titolo (finora non l’avevo mai fatto) per vedere che tipo di reazioni susciti così nudo. Esperimento riuscito a metà: per non so quale motivo la foto ha avuto pochissime visite, molto meno della media-visite che ho, anche dai contatti che normalmente girano sulla mia pagina. Però il primo commento era grosso modo in sintonia con le mie intenzioni. A me lo scatto piace, evidentemente agli altri molto meno. Però credo sia comunque il primo passo su un cammino che spero mi porterà lontano.
Il titolo della foto è: silenzio”
Mi sono deciso a stampare questo grafico che avevo trovato tempo fa sul web e l’ho appeso nei pressi del pc. È buffo: ogni volta che lo guardo mi ritrovo a posizionarmi su punti incoerenti con i precedenti. A volte sono più avanti, altre torno indietro, poi ancora avanti.
Non mi dispiacerebbe però provare a realizzarne una versione un po’ modificata, adattata alle esperienze vissute direttamente. Troppo divertente!
E tu, dove ti posizioni?
Siamo sempre circondati da oggetti. Nella quasi totalità dei casi sono cose che abbiamo visto centinaia o migliaia di volte, dettagli che conosciamo benissimo e che appartengono al nostro mondo ordinario. Ma come vedrebbe questi oggetti una persona che non sapesse che cosa sono e iniziasse a studiarli, guardandoli da ogni possibile angolazione per capirli nella loro forma e funzione? Li troverebbe strani? Curiosi? Forse misteriosi? È possibile simulare qualcosa del genere sfruttando la nostra macchina fotografica?
Ecco la piccola sfida di questo weekend assignment in cui ti propongo di fare qualche scatto e realizzare fotografie di oggetti ordinari cercando però di raffigurarli in modo diverso, così da renderli misteriosi.
Prova a scattare cercando angolazioni insolite o posizioni particolari. Avvicinati a qualcosa di uso quotidiano e rendila diversa dal solito, studiando il taglio, l’inquadratura e la distanza.
Poi, come ormai propongo sempre in questo spazio, pubblica in un commento qui sotto il link alla tua foto.
Wynn Bullock è un nome che non ha bisogno di tante presentazioni: considerato tra i grandi della fotografia degli anni ’50 e ’60, amico di Edward Weston, è tra i miei artisti preferiti.
Ma non è Bullock l’oggetto del post di oggi, intendo invece solo provare a riproporre un aspetto della fotografia a cui i suoi scatti mi fanno sempre pensare.
Mi riferisco al linguaggio simbolico che da sempre esiste nelle arti figurative e che molto spesso è legato alla cultura del luogo e del tempo in cui l’opera è creata.
Fin dalla preistoria le opere d’arte hanno sempre contenuto elementi simbolici destinati ad essere riconosciuti ed interpretati dall’osservatore a patto che questo li sappia cogliere La cosa è tanto più probabile quanto più l’osservatore appartiene alla stessa cultura dell’autore e ne è contemporaneo.
Ma se chi guarda l’opera è distante nel tempo dal momento della sua realizzazione questi simbolismi possono perdere di significato, in qualche caso addirittura assumere un senso diverso, anche molto diverso.
C’è una foto di Bullock che, secondo me, nonostante sia relativamente recente, aiuta ad evidenziare questo concetto di divario simbolico, si tratta di “Child in the forest” del 1951.
È l’immagine di una bambina (la figlia di Bullock) nuda distesa su un manto di foglie, in una sorta di piccola radura nella foresta. La luce è particolare. La resa del bianco e nero ne fa uno scatto che lascia il segno.
La prima volta che ho visto questa foto ho pensato alla terribile scena di un crimine e so di condividere questa sensazione con molte persone, ma Bullock non voleva certo dare questo tipo di messaggio!
Negli anni ’50 lo scatto non trasmetteva per niente questo senso di orrore ed inquietudine profonda, di certo legata ad alcune terribili involuzioni che la nostra società ha avuto negli ultimi decenni.
Bullock scattava questo tipo di foto nel bosco subito dietro la sua casa in California. In altre sue opere, insieme alla bambina è presente anche la madre e l’idea era di una ricerca di uno stile metafisico volto a creare immagini che portassero l’osservatore in una dimensione quasi spirituale, di meditazione sul senso della vita, dell’amore e della morte. Una ricerca che portò a Bullock l’ammirazione ed il rispetto di colleghi artisti e critica.
E’ una questione complicata e riconosco che non è possibile sviscerarla in un post, ma rimane il fatto che in soli cinquanta anni i simboli usati da Wynn Bullock hanno cambiato completamente di significato ed ora trasmettono all’osservatore tutto un altro messaggio, in un modo che appare quasi inequivocabile.
Chissà cosa vedranno i nostri posteri tra cinquanta o cento anni in alcune delle nostre foto…
Non resisto, devo fare un post su questo mostro che trovo strepitoso, un altro colpo da maestro di quel geniaccio di Sharkoman. Nosferatuswan è per me l’emblema di come arte sia anche e sopratutto la capacità di vedere cose che gli altri non vedono.
Non so se il profilo del vampiro sia apparso all’autore mentre con la fotocamera in mano si contorceva alla ricerca di qualcosa che lui sentiva esserci oltre al cigno, oppure questo sia emerso a posteriori, riguardando l’immagine comodamente davanti al pc. Non importa. Magari a Sharko lo chiediamo, ma alla fine non è questo il punto.
La meraviglia è altrove: nella creazione, nella mutazione, in una genesi di creature nuove partendo da soggetti comuni, un processo che è tutto nel cercare e trovare il giusto punto di vista, nel tagliare con maestria l’inquadratura per filtrare la vista e guidare la mente dell’osservatore verso nuove dimensioni. In questo caso sono appena novanta gradi e si entra in un altro universo.
La scelta del bianco e nero alla fine è solo un “aiutino” per rendere perfetto il terribile vampiro, un tocco di classe che lo rende fantastico con tanto di collo del pastrano e quel suo diabolico piccolo occhio che era di cigno ma ora appartiene ad una creatura spaventosa.
Il cigno che si trasforma in un mostro, e tanti saluti al brutto anatroccolo. 🙂
Grande Sharko, chapeau.
Prendi un bambino, un bambino che sa a malapena camminare e mettigli in mano il necessario per dipingere.
Inizierà a tracciare dei segni su quel foglio, passerà il pennello sulla carta fino ad esaurire l’inchiostro, poi lo intingerà di nuovo, continuando a tracciare dei segni.
Poi forse deciderà di provare un altro colore e traccerà altri segni.
E ancora.
Non ne verrà fuori un capolavoro di tecnica, ma per lui quella sarà una sua creazione, una sua forma espressiva nata senza vincoli o timori di giudizio. Sarà una sua opera: l’opera di un artista.
E’ vero. Da piccoli siamo tutti artisti, si tratta della nostra natura. Ogni occasione è buona per lasciare il proprio segno, per dichiarare “Ecco questo l’ho fatto io. E’ una mia creazione”.
Poi arrivano le regole, i paragoni, la razionalità, la critica. E piano piano iniziamo a perdere la capacità di saperci esprimere in modo totalmente libero.
E’ un percorso in cui con le esperienze e l’apprendimento formiamo un reticolato di parametri che imbriglia il nostro istinto di artisti naturali. Per qualcuno questa è la strada per una crescita artistica che può arrivare a livelli altissimi, per molti altri è la perdita della capacità di saper liberare la propria vena creativa. C’è l’inibizione, la paura di creare. Il terrore della critica.
E’ un progetto pensato e creato con passione quello dell’amico fotografo Andrea Sbisà che, partendo da alcune famose canzoni dei Beatles, ha deciso di realizzare degli scatti a tema formando una interessante opera su cui ha lavorato nel corso del 2012.
Sei pezzi famosi, sei titoli che hanno fatto la storia della musica leggera declinati in fotografia con un percorso di immagini che vede sei personaggi femminili e sei stili differenti che in contesti ed atmosfere diverse il fotografo ha voluto esprimere ricercando il mood della canzone.
Il progetto è insomma una sorta di “corto circuito” tra musica e fotografia che ti invito a gustare andando a visitare la galleria appositamente realizzata.
Andrea racconta di aver concepito il progetto alla ricerca di un modo per dare una forma pratica e reale alle sue visioni, valutando di volta in volta come affrontare gli inevitabili compromessi che un’idea del genere comporta.
Aiutato da un piccolo staff e un’agenzia di modelle ha poi messo in pratica una pianificazione tipicamente professionale, necessaria per minimizzare tempi e costi.
Per ogni canzone il fotografo ha pensato in prima persona a tutti gli aspetti, compresa la postproduzione finale, finalizzata a sottolineare ed amplificare il tema scelto.
Lucy in the sky with diamonds
Picture yourself in a boat on a river, With tangerine trees and marmalade skies. Somebody calls you, you answer quite slowly, A girl with kaleidoscope eyes. Cellophane flowers of yellow and green, Towering over your head. Look for the girl with the sun in her eyes, And she’s gone. Lucy in the sky with diamonds, Lucy in the sky with diamonds,
Follow her down to a bridge by a fountain, Where rocking horse people eat marshmallow pies. Everyone smiles as you drift past the flowers, That grow so incredibly high. Newspaper taxis appear on the shore, Waiting to take you away. Climb in the back with your head in the clouds, And you’re gone. Lucy in the sky with diamonds, Lucy in the sky with diamonds,
Picture yourself on a train in a station, With plasticine porters with looking glass ties. Suddenly someone is there at the turnstile, The girl with kaleidoscope eyes, Lucy in the sky with diamonds, Lucy in the sky with diamonds,
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