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Carl Zeiss Planar 50mm f0,7

Qual’è la tua miglior lente? Hai un bel tele Nikkor? Un cinquantino Canon? Oppure vanti uno splendido grandangolo Zeiss?
Aspetta a rispondere. Prima voglio proporti una frase di Ernst Haas, fotografo austriaco a lungo presidente dell’agenzia Magnum:

The most important lens you have is your legs.

L’obiettivo più importante che hai a disposizione sono le tue gambe. Aveva ragione, non c’è strumento più efficace ed è proprio questo il segreto che ha reso tali molti scatti famosi, in particolare le immagini dei maestri del reportage, come era lo stesso Ernst Haas.
La capacità del fotografo di muoversi, trovare la giusta posizione ed inquadratura, piegarsi, avvicinarsi o allontanarsi dal soggetto scegliendo quanto interagire con lo stesso, sono elementi che nessuna lente o zoom può sostituire, indipendentemente dalla qualità tecnica che può offrire.
Questa componente di movimento e ricerca è istintiva ma talvolta sottovalutata da chi, oggi, si avvicina ad una fotografia fatta di megapixel, gadget ed automatismi che rendono il fotografo più statico e paradossalmente inibiscono proprio questo atteggiamento creativo.
Pensaci la prossima volta che ruoti la ghiera dello zoom invece di fare qualche passo avanti o di piegarti sulle ginocchia per cercare un’inquadratura migliore.
La fotografia è fatta anche di gambe.
Ma occhio ai menischi. 🙂 🙂 🙂

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Singing & Swinging

Singing & Swinging – © Copyright 2011, Pega

Leggerezza è il tema fotografico che ti propongo per questo fine settimana.
Non è mai banale provare a catturare in una foto ciò che in realtà è dominio di sensi diversi dalla vista e nel caso della leggerezza la questione si amplia ulteriormente.
L’assignment non è vincolante sul concetto puramente fisico, ti invito infatti a cercare di raffigurare in fotografia un soggetto che in, qualche modo, porti la mente dell’osservatore verso l’idea di leggerezza, sia questa una leggerezza materiale, emotiva, stilistica o di qualsiasi altra natura.
Una sfida ancor più complessa e stimolante, potrebbe essere poi il tentare di racchiudere, nella stessa immagine, più aspetti del concetto di leggerezza.
Come al solito, il weekend assignment è un’occasione (o una scusa) per dedicare qualche momento alla fotografia, seguendo un compito predeterminato, e con l’obiettivo di stimolare la propria creatività.
In questi giorni prova a fotografare la leggerezza e rendila l’elemento chiave di qualche tuo scatto. Poi ti invito a pubblicare, in un commento, il link alla tua foto. Condividere le proprie immagini con gli altri lettori è divertente.
Buon weekend!

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Pinolaroid by Pega

Pinolaroid – © Copyright 2013, Pega

L’idea era di cercare una sorta di sintesi tra la semplicità della fotografia stenopeica e l’immediatezza di quella istantanea. Nasce così un aggeggio che avevo in mente da un po’ di tempo: la Pinolaroid.
La Pinolaroid non è altro che una fotocamera pinhole montata su un dorso Polaroid a strappo, quindi utilizzabile con pellicole Fuji serie FP.
Non ci sono complicazioni particolari: il foro l’ho fatto bucando un pezzetto di alluminio ricavato da una lattina (esattamente come per la Pinola), mentre il corpo macchina è costituito da una scatola in legno trovata all’Ikea.
Per il momento non c’è otturatore. Il dorso Polaroid, reperito su Ebay, è dotato di una paratia mobile di protezione del fotogramma e, dato che le esposizioni con questa rudimentale fotocamera sono quasi sempre piuttosto lunghe (con un foro di 0.6mm risulta un diaframma f/67), sfilare e reinfilare la paratia non è un problema.
La Pinolaroid non è dotata di mirino, così per aiutare il posizionamento ho messo una piccola livella a bolla e l’indispensabile dado per l’attacco al treppiede. Ho poi aggiunto un porta filtri per poterla utilizzare con filtri Neutral Density, molto utili quando le condizioni di maggiore luminosità porterebbero a tempi troppo veloci per essere gestiti senza un otturatore vero e proprio.

Alcune pinolaroids scattate con amici fotografi

Flickeriani visti con la Pinolaroid

Il progetto è in divenire e non la considero completa, ho comunque iniziato a fare i primi scatti, trovando subito conferma del fascino che può avere la fotografia istantanea attraverso il foro stenopeico.
Qualche grattacapo lo trovo nel calcolo dei tempi, alterato dal rilevante difetto di reciprocità manifestato dalle pellicole Fuji FP. Sono le stesse con cui mi ero abituato a scattare usando le mie Polaroid “normali” ma, con i lunghi tempi a cui costringe il foro stenopeico, le cose sono molto diverse. Esposizioni teoriche di secondi divengono di minuti quando correttamente compensate per il fattore di reciprocità e, se la luce è scarsa, è facile trovarsi a tempi che superano intere mezz’ore o anche molto di più.

Fantasmi - pinolaroid

Fantasmi – Copyright 2013, Pega

Insomma, mi sto proprio divertendo con questo aggeggio, in particolare a fare interni e ritratti.
I primi sfruttando le peculiarità della macchina stenopeica, che in pratica si comporta come se fosse dotata di un’ottica grandangolare spinta, ma senza alcuna curvatura delle linee.
I secondi mi affascinano specie per l’effetto, un po’ misterioso e “antico”, introdotto dai lunghi tempi di esposizione, che costringono i soggetti ad assumere e mantenere pose interminabili che la fotografia moderna ha dimenticato. Ma di questo credo che non mancherò di raccontarti con maggiore dettaglio in qualche prossimo post.

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Archivio

Archivio – © Copytight 2009 Pega

Riecco il weekend assignment. Come sempre, la proposta è un tema fotografico da svolgere nel fine settimana ed io ti invito a partecipare scattando la tua foto.
Stavolta l’idea è un po’ bislacca: si tratta di andare a cercare accostamenti di colori, chiaroscuri e linee che separano zone uniformi. Insomma in questo weekend l’assignment è dedicato alla stratificazione.
Interpreta questo tema come ti pare, catturando il susseguirsi orizzontale o verticale di strati di elementi diversi che vanno a costituire un corpo unico. Puoi trovare il fenomeno della stratificazione ovunque: nei paesaggi, nei dettagli degli oggetti, nel piccolo o nel grande. Non aggiungo altre indicazioni né faccio esempi perché si tratta di un assignment completamente libero, alla ricerca di ciò che la fotografia sa catturare.
Buona caccia e buon divertimento. Dopo aver scattato, come sempre, ti invito a condividere la tua foto postandone il link in un commento.
Buon weekend!

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Hotel del Salto - ColombiaCi sono immagini, come quella sopra, che fanno scattare idee utopiche di avventura. Sogni di missioni fotografiche impossibili in zone impervie ed isolate, magari pericolose, alla ricerca di gioielli come quello raffigurato: un hotel abbandonato sul fiume Bogotà, in Colombia, nei pressi delle cascate Tequendama. Fu costruito nel 1924 e dopo decenni di alterne fortune, è stato chiuso negli anni novanta, pare a causa di una infestazione di fantasmi, ma alcuni dicono che la vera causa sia il tremendo inquinamento del fiume.
Sebbene i luoghi decadenti ed abbandonati siano una delle mie passioni fotografiche, so bene che non andrò mai nella giungla colombiana in cerca di alberghi infestati, è una fantasia e forse potrebbe non valerne nemmeno la pena. Ma ci sono missioni simili ben più fattibili, più alla portata di noi comuni mortali e se sognare è gratis, far qualcosa nella realtà è meglio.
In Italia abbiamo (fortunatamente o purtroppo?) un buon numero di gioielli abbandonati e proprio nella stessa lista che riportava l’Hotel colombiano, c’era questo:

Craco, Italia
Si tratta di Craco, un paese di origine medievale in provincia di Matera. Fu evacuato nel 1963 a causa di una pericolosa instabilità ed imminenti crolli; da allora è abbandonato.
Scommetto che i fantasmi italiani sono più simpatici e disponibili ai ritratti fotografici, di quelli colombiani. Che aspettiamo ad andarci?
🙂

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Tunnel

Tunnel – © Copyright 2009, Pega

Come sempre l’idea è quella di svolgere un piccolo compito durante il fine settimana e provare a sviluppare un tema fotografico. E’ un esercizio semplice, che aiuta a coltivare la creatività e migliorare le nostre capacità.
Oggi ti propongo una missione tesa a portare in foto un concetto, cercando però di non coglierlo nella sua tipica rappresentazione manifesta. Cerco di spiegarmi meglio. Il tema per questo weekend assignment è “dentro“, ma vorrei che tu provassi a svilupparlo senza fare, ad esempio, una semplice foto dell’interno di qualcosa, realizzando invece un’immagine che porti nella mente dell’osservatore il concetto di “dentro”.
Insomma, il compito è nell’ambito di un tipo di fotografia un po’ concettuale, alla ricerca più di simboli che di immagini manifeste.
Lo so, lo so, stavolta può non essere facile, ma altrimenti che gusto c’è?
Dai, in questo weekend prova a misurarti con questo tema, cerca di rappresentare il concetto con una tua foto, poi, com’è ormai tradizione di questo blog, ti invito a condividere il risultato mettendo, in un commento a questo articolo, il link alla tua immagine.
Sarà divertente confrontare i nostri scatti e far vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.

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Polaroid 250

“The question is not what you look at, but what you see”
(Il punto non è cosa guardi, ma cosa vedi).
Dopo averne parlato in un vecchio post ed averla tenuta in bella vista sotto al monitor per un po’ di tempo, ho deciso di stampare questa frase di Henry David Thoureau su una piccola etichetta adesiva ed appiccicarla sul dorso di una macchina fotografica. La voglio in bella vista ogni volta che mi appresto a guardare nel mirino.
E’ una scemenza, forse, ma l’ho fatto perché credo che proprio in questo concetto ci sia molto della Fotografia, della capacità di realizzarla ed anche apprezzarla.
Vedere è il risultato di un processo dove il guardare è solo l’input. A questo flusso in ingresso si applica tutta l’elaborazione razionale ed emotiva di cui siamo individualmente capaci.
Per me sta tutta qui l’enorme differenza che corre tra una qualsiasi delle tante immagini che si possono realizzare premendo il bottone di scatto ed una Fotografia.

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Pega's backpack

Weekend assignment #92 – © Copyright 2013, Pega

Questo novantaduesimo weekend assignment è davvero semplice ed è dedicato ad un contenitore: quello con cui di solito porti la tua attrezzatura fotografica. Che si tratti di una borsa a tracolla, uno zaino o anche di una semplice custodia, ecco il soggetto proposto per questo fine settimana.
Niente di concettuale o artistico stavolta, solo la pura e semplice realtà che sta insieme (o dietro se è uno zaino) alle tue foto 🙂
In questo esercizio still life di ciò che usi quando vai in giro a fotografare, ti puoi sbizzarrire con location, sfondi o altro, ma non dimenticare di fare una bella composizione comprendente anche i tanti accessori che, in genere, popolano tasche ed anfratti delle nostre borse fotografiche!
Con le loro personalità e varietà di contenuto, i contenitori con cui portiamo la nostra attrezzatura sono un soggetto di tutto rispetto, che incuriosisce e dice qualcosa sul fotografo che li usa. In questo weekend trova quindi un attimo per dare importanza ai tuoi strumenti e dedica qualche scatto a questo tema. Dopo, se ti va, posta in un commento qui sotto la tua foto condividendo magari anche qualche dettaglio su cos’è che hai in borsa.

Ovviamente non posso esimermi dall’iniziare io, con l’ormai consunto zainetto che da anni mi segue. È abituato ad ampie variazioni di contenuto, ma al momento di questo scatto ospitava:

– Fotocamera Nikon D90 con obiettivo Sigma 10-20
– Obiettivo Nikkor 50mm F/1.4
– Fotocamera analogica 35mm Ferrania Condor I
– Fotocamera stenopeica Pinola I
– Rullini 35mm e 120
– Flash Yongnuo YN460-II
– Grid
– Micro stampante Polaroid PoGo
– Batterie e schede SD
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Beach no more

Beach no more – © Copyright 2009 Pega

L’estate si avvia alla fine. Il calore accumulato comincia a scontrarsi con le correnti fredde che a settembre ricominciano ad insinuarsi giù per lo stivale ed ecco che ci aspettano i temporali.
Ogni anno in questa stagione mi capita di provare a fotografare i fulmini, ti ripropongo quindi il breve racconto di uno di questi esperimenti.

Il temporale si avvicinava minaccioso e così decisi di provare a catturare qualche saetta. Chi si è già cimentato sa bene quanto la cosa sia divertente anche se non sempre facile. Di certo c’è gente molto brava a farlo e su internet si trovano foto di fulmini veramente straordinarie.
Purtroppo non avevo a disposizione il treppiede. Mi piazzai quindi con la macchina fotografica ben appoggiata su un corrimano e, dopo qualche prova, impostai un ISO400 che, sulla mia macchina, è un ottimo compromesso tra sensibilità e rumore.
Con lo zoom regolato a 26mm scelsi un’apertura di f/7.1 che, con questa focale, garantisce allo stesso tempo buona nitidezza e grande profondità di campo.
La scelta per la velocità di scatto cadde su 1/60 sottoesponendo così di circa 2 stop, alla ricerca di quell’atmosfera cupa che vedevo nella realtà. Con questo tempo non ci sono problemi di mosso, anche nella condizione non perfetta di posizionamento della fotocamera. Credo comunque che, in eventuali futuri esperimenti, non disdegnerò di scendere ancora, magari a 1/25, sfruttando al massimo quella che è la durata del fenomeno del fulmine.
Il resto fu una serie di circa una cinquantina di scatti, una specie di “test dei riflessi”, cercando di immortalare “al volo” i fulmini che si manifestavano. Ne usciii con solo tre o quattro foto decenti.
Quella qui sopra è la più luminosa, le altre sono decisamente troppo cupe.
Qualcuno si chiederà perchè non ho optato per una lunga esposizione. Il temporale era molto minaccioso ma con poche e rare saette, la luce ridotta ma bellissima. Mi piacque provare a catturare la scena che vedevano i miei occhi, cercando anche di non sovraesporre troppo i lampi, ecco quindi l’idea dello scatto “fulmineo” 🙂
Non sono soddisfattissimo ma tutto sommato mi piace. Ci ritrovo l’atmosfera minacciosa di quel temporale, compresa l’affascinante e temibile essenza del fulmine.

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Incontro by Pega

Incontro – © Copyright 2013, Pega

Guardi una foto, la osservi, cerchi il soggetto principale, una storia.
Molto spesso è la storia raccontata dal soggetto ciò che in prima istanza attrae l’osservatore, è così per nostra natura.
Ma le fotografie non sono solo fatte da ciò che il soggetto racconta, ci sono altre storie che emergono approfondendo l’osservazione, studiando e “degustando” l’immagine.
C’è per esempio la storia del luogo fotografato, la storia privata delle persone ritratte, c’è poi la storia di come è stata realizzata la foto ed il posto nella storia (anche solo personale del fotografo o dei soggetti) che lo scatto assume.
Ci sono un sacco di storie che permeano un’immagine, ma tra le più importanti c’è quella del fotografo, di come ha realizzato lo scatto, di cosa voleva trasmettere.
Sì, perché alla fine è la nostra storia ciò che sta sotto alle nostre fotografie, ciò che ci porta a realizzarle, a provare ad esprimere qualcosa, ed è parte integrante della motivazione che ci spinge a Fotografare.

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