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Archive for the ‘Black and White’ Category

Alluvione Firenze
Tanti anni fa, nei giorni dopo quella notte del 4 Novembre 1966…
L’Arno, rotti gli argini, aveva invaso il centro di Firenze e creato un disastro passato alla storia per la sua drammaticità, ma anche per la catena di solidarietà che si venne a creare.

Come tanti eventi di un passato non troppo remoto, anche l’alluvione di Firenze è stata documentata da moltissime fotografie. Se ne possono trovare a centinaia su internet, parecchie furono scattate da persone che immortalarono l’evento con la loro fotocamera, semplicemente affacciandosi alla finestra di casa. A volte queste immagini sono davvero molto belle, a dispetto della tragedia che raccontano.
Con alcune di queste foto è possibile fare una sorta di piccolo viaggio nel tempo, stampandole e recandosi nel luogo dove furono scattate quarantasette anni fa, per provare ad immaginare la situazione, circondati dai palazzi e dai molti dettagli ancora presenti sul posto.
Prendiamo per esempio questo scatto che raffigura Piazza Madonna degli Aldovrandini invasa dall’Arno ed in cui galleggiano le automobili trascinate dalla corrente. Sui muri si possono trovare ancora oggi le tracce di quei giorni e vedere i segni del livello raggiunto dall’acqua.
La fotografia, in fondo, è anche questo: una macchina del tempo.

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SanDonninobyl

Sandonninobyl – © Copyright 2009 Pega

Avere in mente lo scatto, crearlo e vederlo nella propria testa come se fosse già fatto, poi cercare di realizzarlo.
È un approccio alla fotografia tra i più classici. Si pre visualizza l’immagine costruendola nei dettagli, fino a farne un qualcosa di completo, anche se ancora da fare; esattamente come avviene anche per altre arti visive.

Molti grandi maestri hanno fatto di questo modo di fotografare il loro metodo, antitetico ed alternativo ai più dinamici stili documentaristici, dove lo scatto avviene cogliendo l’attimo, l’emozione o l’espressione imprevista.
Non so se hai mai fotografato provando a pre visualizzare, ma se non l’hai mai fatto è una cosa che ti suggerisco di sperimentare.

Definisci il tuo soggetto, delinealo, immaginalo illuminato secondo il tuo gusto, definisci nella tua mente l’inquadratura, i particolari di esposizione e fuoco. Cerca di vedere la foto come dovrà risultare una volta scattata, fallo nei minimi dettagli.
Poi prendi l’attrezzatura ed inizia a cercare di rendere reale quel risultato.

Non è raro accorgersi che può essere anche molto difficile realizzare lo scatto che si ha in mente. A volte è addirittura impossibile e si deve scendere a compromessi.
Per seguire questo metodo può capitare di dover tornare più volte nello stesso luogo, magari in attesa delle condizioni giuste, o anche inventarsi soluzioni tecniche che lo rendano fattibile.

È una strada che può risultare anche impervia, ma quasi sempre affascinante.

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Warhol by Robert Mapplethorpe

Andy Warhol – © Copyright 1986, Robert Mapplethorpe

Ti propongo un altro capitolo di questa serie dedicata ai fotografi fotografati, è la volta di Andy Warhol, immortalato nel 1986 da Robert Mapplethorpe.
Si tratta di due nomi che non hanno bisogno di molte presentazioni, entrambi da considerare tra i più grandi ed eclettici artisti del novecento.
Di Mapplethorpe ho parlato in un recente post, un altro cortocircuito fotografico che lo vedeva protagonista insieme e Patti Smith. Stavolta Robert Mapplethorpe è dietro all’obiettivo, per un ritratto di grande intensità, dedicato ad un Warhol iconico, con la parrucca platinata che caratterizzò gli ultimi anni della sua vita. La testa spunta dal buio, in modo quasi inquietante. E’ un’immagine di grande impatto, dedicata ad un sicuro protagonista del mutamento storico e culturale avvenuto nella seconda metà del Novecento.
Warhol, generalmente non è considerato dal grande pubblico come un fotografo puro, ma aveva con la fotografia un rapporto attento e profondo, che lo vide sempre in relazione con questa forma d’arte. Durante tutta la sua carriera realizzò una gran quantità di fotografie, spesso Polaroid, da cui sempre traeva spunto ed ispirazione per lo sviluppo dei suoi lavori.
Entrambi se ne andarono poco dopo, lasciando però una grande eredità artistica. A questo proposito, ti segnalo una splendida mostra su Warhol, visitabile presso il Palazzo Blu a Pisa fino a Febbraio 2014.
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I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa
#9: Robert Mapplethorpe (con Patti Smith) fotografati da Norman Seef
#10: Szarkowski fotografato da Winogrand fotografato da Friedlander

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R4 by Pega

Renault 4 by Biascica opaca – © Copyright 2013 Pega

È una bella biottica a pozzetto la vecchia Yashica Mat che chiedo di provare. Appartiene ad un’amica che l’ha acquistata da poco e teme sia difettosa: le foto ritirate dal laboratorio sono stranamente opache, ma io tendo a sospettare un errore di sviluppo e non un problema alla macchina. Così, dopo averci fiduciosamente caricato un bel rullino in bianco e nero, faccio un po’ di scatti.
In realtà aveva ragione lei, anche il mio tentativo produce immagini opache. Bastava guardare bene attraverso la lente principale per notare una certa opacità sul vetro, probabilmente dovuta a qualche muffa. E così la bi-Yashica ora è in riparazione.
Guardo le foto che ho scattato. Certo, sono un po’ opache, anzi molto, ma per niente da buttare. Hanno un fascino tutto loro, un effetto soft focus che le rende vintage ed interessanti. Una ha come soggetto una vecchia Renault 4, sembra arrivare direttamente dagli anni settanta. Mi piace proprio.
Penso: “e se fosse stato uno sbaglio far ripulire la Biascica?”

🙂

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Capa D-Day

Ti è mai capitato che le tue foto non ti soddisfino guardandole dopo esser tornato a casa? Che una serie di scatti che pensavi riusciti, si sia rivelata una delusione, magari per qualche stupida ragione tecnica? È stata un’esperienza negativa?
Beh, la prossima volta che scopri che le tue foto non sono venute bene perché qualcosa é andato storto, pensa a Robert Capa.
Il 6 giugno del 1944, giorno dello sbarco degli Alleati in Normandia, il fotografo era fra i soldati che arrancavano tra le pallottole dei tedeschi. Capa sbarcò con le truppe e sfidò seriamente la morte per arrivare sulla spiaggia. Era già stato in zone di guerra, con Gerda Taro aveva vissuto la prima linea della guerra civile spagnola dove aveva scattato la controversa foto del miliziano colpito a morte, ma in Normandia era diverso, molto diverso. Una carneficina oltre ogni immaginazione.
Riuscì ad arrivare all’asciutto e dietro un piccolo riparo iniziò a fotografare. Scattò tre rullini nell’infuriare della battaglia: 106 immagini. Poi strisciò indietro tra i cadaveri e riuscì a risalire su un mezzo da sbarco che tornava verso la nave.
Cosa successe dopo? Il tecnico della camera oscura, forse troppo ansioso di vedere le immagini dello sbarco, sbagliò il bagno di sviluppo e distrusse gran parte di quel prezioso lavoro. Solo 10 immagini sopravvissero, e nemmeno queste possono essere considerate buone, vista la mediocre qualità addebitata allo stesso errore. C’è anche chi sostiene che il tecnico fosse innocente ed il problema causato in realtà da acqua di mare entrata nella fotocamera.
Comunque sia andata, Capa resta una figura unica e per molti aspetti controversa nella storia della fotografia. Definì quelle immagini come “leggermente fuori fuoco” (slightly out of focus) e queste parole divennero il titolo di uno dei suoi più importanti libri fotografici, il documento del suo lavoro durante tutto l’arco della seconda guerra mondiale.

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Wash machine by night

Wash machine by night – © Copyright 2009 Pega

Se il precedente weekend assignment era facile, cosa dire di questo? Cosa c’è di più semplice di fare qualche foto con il flash? O forse no.
In effetti, per molti, il flash rimane ancora un aggeggio misterioso, nonostante tutte le tecnologie (TTL e simili) che ci hanno semplificato la vita, risparmiandoci i calcoli che servivano ai vecchi tempi.
Eppure non dovrebbe essere così. Oggi, col digitale, è tutto molto più semplice: si vedono subito i risultati e si possono usare con facilità flash multipli, mixarli con luce ambientale, giocare con i rimbalzi… si possono azzardare soluzioni ed idee creative regolando anche tutto in manuale, con attrezzature e costi limitatissimi.
Insomma col flash ci si può proprio divertire, senza timori. Hai mai provato?
Per questo weekend assignment ti propongo quindi proprio di giocare col flash, ma attenzione, è pericoloso…. Perchè? Perché dà dipendenza.

😀 😀 😀

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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Kodak_Uomo_che_legge

Uomo seduto che legge, 1888. Collezione del National Media Museum/Kodak Museum

“You Press the Button, We Do the Rest”
(tu premi il bottone, noi facciamo il resto).
E’ uno slogan che forse non ricordi perché risale a centoventicinque anni fa. Lo inventò George Eastman per il lancio della prima macchina fotografica Kodak destinata al grande pubblico.
Era un modello rudimentale ma innovativo e fu messo sul mercato al prezzo di 25 dollari, una cifra allora considerata abbordabile dalla classe media americana, più o meno equivalente a 600$ di oggi.
Quello sopra è uno scatto realizzato nel 1888 da uno dei tanti comuni acquirenti di questa semplice fotocamera che, sebbene paragonata alle nostre di oggi appaia come poco più di una scatola, rappresenta un fondamentale punto di svolta e un importante cambiamento. Con questa idea Kodak fu capace di portare la macchina fotografica in migliaia di case, ma anche in un terreno che allora era ancora da esplorare, quello della fotografia per tutti.

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bressonbehind

Behind the Gare Saint-Lazare, 1932 Copyright © Henri Cartier-Bresson

“Se una foto è così poco interessante da farti notare la grana… allora vuol dire che è una foto veramente noiosa.”
Ai tempi della pellicola, quando il rumore si chiamava grana, questa frase circolava ogni tanto nei fotoclub.
Oggi forse non più. Abbiamo sviluppato una maggior sensibilità nei confronti della qualità delle immagini. Ci siamo abituati ad un livello tecnico molto più alto, favorito anche dalle grandi capacità delle nostre macchine digitali, che sono in grado di sfornare immagini di una qualità che in passato non era quasi concepibile.
Ma rumore, nitidezza e tonalità dei colori, rimangono aspetti, di certo rilevanti in una foto, ma non necessariamente i più importanti.
A volte capita che oggi venga dato più valore a questi elementi che non al messaggio, alla storia e alle emozioni che un’immagine porta.
Insomma, forse vale la pena avere un po’ di “grana” a cui far caso quando una foto non è interessante. No?
🙂

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La luce del sapere

La luce del sapere – © Copyright 2011 Pega

Anche per chi si interessa di fotografia, la forma scritta è una delle vie più efficaci per la trasmissione del sapere. É così per tante discipline, almeno da quando l’uomo ha superato la sola “tradizione orale”.
I libri sono insomma uno dei sistemi più validi che abbiamo per imparare e mi chiedo quindi perché molti fotografi continuino a snobbare uno dei testi più importanti a loro disposizione. Si tratta di un volumetto che spesso si riduce a poche decine di pagine e che tanto li aiuterebbe a migliorare. Di cosa sto parlando? Del manuale della fotocamera.
C’è poco da fare: conoscere intimamente le caratteristiche della propria macchina fotografica è una condizione minima per riuscire a fare delle buone fotografie e la fonte più autorevole non sono gli amici o i conoscenti che usano lo stesso prodotto, ma chi l’ha progettata e costruita.
Riesci ad immaginare un Weston, un Bresson o un Adams alle prese con una fotocamera che non sapevano usare con sicurezza? Avrebbero saputo regolarla ugualmente, con perizia e precisione, magari senza nemmeno guardarla, sfruttandola al meglio per realizzare le loro fotografie?
Difficile.

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Hitchcock awardRicevo ogni giorno domande da Plinky. E’ un sito, forse meglio chiamarlo un social network, che quotidianamente ti propone di scrivere qualche riga, dando una risposta alle sue domande che sono a volte banali, altre volte meno.
Oggi mi è arrivata questa: “You are receiving an award –- either one that already exists, or a new one created just for you. What would the award be, why are you being honored, and what would you say in your acceptance speech?
L’ho trovata una domanda interessante, specie se declinata in fotografia e voglio girartela, chiedendoti di provare a dare le tue personali risposte. Eccola qui, tradotta e “fotograficamente modificata”:
Stai ricevendo un riconoscimento a carattere fotografico.
E’ un premio già esistente, oppure qualcosa di nuovo, appositamente creato per te.
Che cosa potrebbe essere questo riconoscimento? Perché verresti premiato?
Cosa diresti nel tuo discorso di accettazione?

Ovviamente è un gioco, una domanda aperta a tutti, che sonda nella nostra passione fotografica. Immagina che un giorno, all’improvviso, accada davvero una cosa del genere.
Non ti chiedo di postare qui la tua risposta (anche se darò il benvenuto a chi lo vorrà fare) ti chiedo solo di provare comunque a rispondere in modo sincero e personale, senza dover necessariamente riferire ad altri questo pensiero.
Credo si tratti di un interessante esercizio, utile ad approfondire la conoscenza di quell’artista che c’è in ognuno di noi.

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