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Archive for the ‘Culture’ Category

Dennis Hopper

© Dennis Hopper - Autoritratto

Sen’è andato ormai da qualche tempo, ma ogni volta che mi capita di rivederne le gesta non posso che ricordarlo con una particolare forma di affetto: è l’attore e regista americano Dennis Hopper.
In molti lo associano a mitici film come “Gioventù bruciata” con James Dean o “Easy rider” che interpretò e diresse. E’ stato un personaggio un po’ fuori dalle righe nella Hollywood dello scorso secolo ed è forse per questo che a me è sempre piaciuto.
Lo ricordo però anche per un’altra sua passione, che forse non tutti sanno, la fotografia.
Fu lo stesso James Dean a regalargli una macchina fotografica, quasi anticipando quel fantastico ruolo di fotografo un po’ folle che poi avrebbe avuto in Apocalypse Now. Da quel momento lo scattare foto nelle tante situazioni che gli capitavano accompagnò sempre Hopper, rivelandone un talento visuale tutt’altro che ordinario.

Paul Newman

Paul Newman -© Copyright Dennis Hopper

Non molto tempo fa mi ero imbatutto in una pubblicazione edita da Taschen (ma dal prezzo inarrivabile) dal titolo: “Dennis Hopper: Photographs 1961-1967” e fogliandola ne ero rimasto proprio ammirato.
Ho ritrovato sul web molti di quegli splendidi scatti in bianco e nero. E’ molto facile vederli come risultato di una ricerca con “Dennis Hopper photographer”. Sono foto ricche di fascino, ma lo stesso tempo grezze: ritratti intensi e particolari, come quello di Paul Newman qui accanto ed anche scene dai set hollywoodiani o dalle sale di registrazione, oltre a qualche autoritratto.
Con lo sbocciare della pop-art Hopper esplorò anche la pittura e la poesia, rivelando un discreto talento anche in questi campi e dimostrando quindi una grande ecletticità riconosciuta anche recentemente quando, negli scorsi mesi, era stato selezionato tra gli artisti partecipanti alla mostra inaugurale del MOCA (Museum of Contemporary Art) di Los Angeles.

Ciao Dennis.
Have an easy ride.

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Seduto nell'angolo

Seduto nell'angolo - © Copyright 2010 Pega

La sala è bellissima… la luce dell’alba la invade dalle piccole finestre che si aprono a levante.
E’ inverno e fa freddo ma quella luce è calda, quasi magica, e sembra scaldare le mura spesse.
I nostri passi sono all’inizio gli unici rumori, poi qualcuno scatta una foto. Il tipico click dello specchio della reflex riverbera tra le pietre.
E’ l’inizio di un lento incalzare di scatti, i miei compagni di questa “levataccia” si muovono cercando composizioni e soluzioni di luce…

Io mi aggiro nella sala senza scattare, cercando di non invadere le inquadrature degli altri. Cerco di capire come provare a catturare la bellezza di questa atmosfera in una foto…
So già che non riuscirò ad immortalare le sensazioni di questo posto, visitato a quest’ora, così deserto ed affascinante… avvicino più volte la macchina all’occhio, poi provo qualche scatto, ma so di essere molto lontano da ciò che sto cercando.

Non abbiamo molto tempo, la magia della luce dell’alba è passeggera, ancora qualche minuto e sarà tardi.
Decido mi mettermi in un angolino a godermi l’atmosfera, senza preoccuparmi di raccogliere immagini.
E’ un angolo fuori dalle inquadrature migliori, un punto da cui non disturbo l’opera degli altri.
Mi rilasso ammirando ancora lo splendore del posto.

Ad un tratto tutto diventa ovvio. Mi basta inquadrare e scattare, era quella la posizione che cercavo.
Era quella la mia foto.

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Acc

Acc… – © Copyright 2009 Pega

Chi pratica la fotografia analogica, o ha avuto occasione di fotografare quando ancora non esisteva il digitale, forse ricorda quanti piccoli errori era possibile commettere e quanti di questi sono oggi ormai nell’oblio… o quasi. 🙂
Ricordi? Ne hai commesso qualcuno? O ne sei rimasto vittima?
Ecco alcuni esempi:

– Il superclassico da cui era esente solo chi scattava con una reflex: fotografare con il “tappo” sull’obiettivo.
– Scattare un intero rullino per poi accorgersi di non averlo nemmeno inserito…
– Aprire la macchina con la pellicola dentro e rovinare tutto.
– Sbagliare l’impostazione degli ASA (ora ISO) e “cannare” completamente le esposizioni.
– Perdersi “l’attimo decisivo” perché ci si era dimenticati di “caricare” l’otturatore.
– Rimanere senza rullini!
– Lasciare la fotocamera in macchina al caldo e “cuocere” la pellicola.
– Mossi, occhi chiusi, controluce, teste tagliate e tutto il resto rivelati solo dal laboratorio di stampa….
– Il laboratorio che fa “il danno” e rovina tutto.

Però anche il digitale conserva qualche piccola “trappola”…
Io ad esempio non mi son voluto perdere l’emozione di:

– rimanere senza una batteria carica.
– dimenticarmi di prendere almeno una memory card e trovarmi a far foto “senza poterle fare”…
– lasciare l’impostazione degli ISO su 3200 è fare un’intera sessione di scatti da orrore.
– trascinarmi dietro il treppiede ma accorgermi all’ultimo che ho lasciato a casa l’adattatore (questo poteva succedere anche ai tempi della pellicola)
– prendere lo zainetto fotografico accorgendomi solo troppo tardi che mancava la macchina (idem come sopra)

Niente male eh…  🙂 🙂
Anche col digitale ci sono sempre tante… opportunità!

E tu?

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:-( + :-) :-)

🙂 + 🙂 🙂 - © Copyright 2009 Pega

Hai mai pensato a quanto è importante la distanza che ti separa dal soggetto che stai fotografando? Quanto questa dimensione contruibuisca a ciò che la foto comunica?

Parlo della vicinanza fisica del fotografo a ciò che viene fotografato e non del risultato che si ottiene usando focali diverse.
La distanza effettiva è un elemento che in qualche modo influisce sul risultato della fotografia e rende assolutamente pertinente la famosa espressione “l’obiettivo osserva in entrambe le direzioni” .

Fotografare una persona da lontano non è la stessa cosa che farlo a distanza ravvicinata, non c’è teleobiettivo che possa sostituirsi alla componente fisica dell’evento.

Con questo non voglio dire che sia sempre e comunque meglio essere vicini al proprio soggetto, voglio solo sottolineare solo la differenza che c’è tra le due situazioni.

Da lontano si ha distacco, maggiore freddezza, minore coinvolgimento… con il teleobiettivo si è al di fuori della scena, è un’osservazione asettica, non ci si intromette, non si introduce alcun elemento di disturbo… il soggetto (naturalmente se è umano o animale) può essere inconsapevole e non tende ad attrarre o coinvolgere il fotografo nelle sue emozioni.
Tutto questo diviene presente nella fotografia, la caratterizza in un modo più o meno manifesto.

Da vicino si è invece “insieme” al nostro soggetto, partecipi della scena, coinvolti… con tutto quello che ne può conseguire. La foto a distanza ravvicinata obbliga il fotografo a manifestarsi, a rendere esplicite le sue impressioni, a farsi a sua volta osservare.
Anche quando il soggetto è una cosa inanimata, la foto a distanza ravvicinata ha un sapore diverso. Mentre si fotografa si percepiscono i dettagli, a volte suoni ed odori, si coinvolgono insomma anche gli altri sensi… e questo può rendere diverso l’atto del fotografare e quindi anche la foto stessa.

A volte fotografare da vicino è una piccola sfida, specie con se stessi e solo raramente ci si pente di averci provato.

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Giant steps

Giant steps - © Copyright 2008 Pega

Hai mai provato a fare foto senza fare affidamento sul mirino e sugli automatismi della tua fotocamera?
Ti propongo questo divertente esperimento. E’ al tempo stesso un semplice esercizio ed un istantaneo balzo indietro di un secolo e mezzo nella storia della tecnica fotografica.
Prendi un pezzetto di nastro adesivo ed usalo per attaccare un piccolo pezzo di cartoncino sull’oculare o sul display della tua macchina.
Dedicati a fare almeno 30 o 40 foto in queste condizioni, stimando esposizione e messa a fuoco, immaginando la composizione…
Non ci saranno distrazioni tecnologiche o dubbi sul funzionamento degli automatismi…
Chissà… potresti anche rimanere entusiasta dei risultati…

🙂

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L'autunno nel cuore

L'Autunno nel cuore (IPholaroid project) - © Copyright 2009 Pega

Forse non è la stessa cosa per tutti, ma almeno su di me, le piccole foto stampate esercitano il loro fascino.

L’oggetto fotografia, con la sua consistenza cartacea, l’odore, la possibilità di essere tenuta in mano e guardata da varie angolazioni, è un qualcosa che ha una gran personalità.
C’è una gran differenza con la visione su schermo, una proiezione o un’esposizione di grandi stampe che si è costretti ad osservare da lontano.
Le foto stampate sono diverse… e non è solo la sensazione tattile.

L’impressione è che la fotografia su carta, specie se di dimensioni ridotte, maneggevoli… permetta un’esperienza più individuale e riservata…  in qualche modo più coinvolgente ed intima.
Un po’ come la musica in cuffia.

Ti piace la musica in cuffia ? Hai mai chiuso gli occhi ascoltando un pezzo che ti piace ?
Beh, allora forse potresti non pensarla tanto diversamente da me anche a proposito delle piccole fotografie stampate.

🙂

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Piera

Piera - © Copyright 2008 Pega

Per questo fine settimana voglio proporre un assignment che trovo tra i più affascinanti. Un terreno su cui ogni appassionato di fotografia si trova prima o poi a confrontarsi : gli occhi.

Fotografare gli occhi è diverso, gli occhi possono guardarti mentre vengono inquadrati, possono studiarti mentre a tua volta li studi.
Gli occhi ti mettono in contatto diretto con il soggetto, con le sue emozioni, la sua mente.
Gli occhi possono essere il dettaglio in un ritratto o gli unici protagonisti dell’intera foto. Possono essere umani o animali, veri o anche artificiali… sta a te la scelta.

In questi giorni prova a fotografare gli occhi. Cercali e fissali nelle tue immagini. Prova ad usare al meglio la luce per illuminarli con magia. Vedrai che non sono un soggetto facile…

Poi, come ormai propongo sempre, se vuoi prova a pubblicare in un commento qui sotto il link alla foto sul tuo album online.
E’ divertente ed interessante condividere. E può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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Oggi non solo fotografia. Aggiungiamo anche una dose concentrata di pittura.

Ecco un curioso video che ho scovato su Youtube. Si tratta della realizzazione di uno studente di nome Chris Peck che ha creato questa sorta di “superconcentrato” d’arte : una sequenza che mostra in due soli minuti tutte le opere presenti al Museum of Modern Art di New York, anche conosciuto come MOMA.

Le opere rappresentate nel video sono quelle effettivamente presenti in esposizione alla data del 10 Aprile 2010.
L’amico Chris ha fatto proprio un bel po’ di scatti…

Buona visione !

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laptopgrammaCos’è un “Laptogramma?”

E’ un nuovo tipo di immagine fotografica. Un po’ uno scherzo un po’ una cosa seria.
Si tratta di prendere un foglio di carta fotografica, aderirlo ad un monitor ed esporlo brevemente ad una immagine prodotta dal computer. Una volta effettuato il processo di sviluppo si avrà un laptogramma… una nuova forma d’espressione. Un po’ digitale, un po’ analogico.

Ti piace?

Ovviamente si può fare con qualunque tipo di monitor ma l’idea è nata ad una signora di nome Aditya Mandayam sperimentando sul suo laptop, da qui il nome “laptogramma”.

Aditya si è rapidamente accorta di quanto sia critico il tempo di esposizione per ottenere dei buoni “laptogrammi” e dopo aver bruciato vari fogli di carta fotografica ha messo a punto un suo workflow che prevede esposizioni molto brevi con “accensione” dell’immagine sullo schermo per pochi decimi di secondo.

Se vuoi cimentarti in questo nuovo filone creativo non ti resta che provare….

🙂

(via Wired)

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Crepa.

Crepa. (The IPholaroid project) - © Copyright 2010 Pega

A volte una semplice immagine, magari associata ad una parola, può germogliare in qualcosa che si ramifica in una serie di significati che cambiano molto e sfumano sviluppandosi a seconda dell’osservatore.

E’ una sorta di sinergia comunicativa che si può creare tra parole ed immagini.
Ho avuto modi di sperimentarlo solo pochi giorni fa postando su flickr l’immagine sopra, intitolata semplicemente “Crepa.”

Tutto è partito con una banale foto fatta con l’Iphone e trattata in modo da assomigliare ad uno scatto Polaroid per il mio progettino che si chiama appunto IPholaroid project.

Un muro colorato con una notevole spaccatura… un’immagine che per me ha cominciato subito ad assumere tutta una serie di possibili significati.

In effetti crepa è un piccolo danno locale ma potrebbe anche rappresentare la manifestazione di un problema più generale…
La crepa può essere vera e tangibile su un muro di casa o, vista l’attualità di questi giorni, figurata negli avvenimenti politici.
Qualcuno ci ha visto poi passione e sofferenza. La crepa può essere molte cose, come anche l’espressione di constatazione cinica di fronte ad un organismo che sta giungendo alla fine della sua vita o addirittura… un minaccioso imperativo ! (Con relativi gesti scaramantici di qualcuno).

Insomma… non è solo una crepa…

🙂

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