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Archive for the ‘Culture’ Category

Helmut Newton selfieChe il selfie, solo fino a poco tempo fa generalmente conosciuto come autoritratto, non sia una gran novità, è evidente. La storia della fotografia è piena di fotografi che si sono auto-immortalati con la loro fotocamera e, sebbene non tutti abbiano raggiunto le vette di originalità di Meret Oppenheim, quasi tutti i grandi hanno prima o poi ceduto al potere egocentrico dell’autoscatto.
Avvio quella che proverò a far diventare una piccola serie, con la foto qui a fianco: il mitico Helmut Newton, stranamente abbigliato con un impermeabile da esibizionista, che si ritrae con la sua statuaria modella e… la moglie, Alice Springs, seduta ai bordi del set.
È un selfie davvero fantastico, non trovi?

🙂

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Araki Yakuza 1994

Yakuza – © Copyright 1994 Nobuyoshi Araki

Nobuyoshi Araki è uno dei più conosciuti e controversi fotografi giapponesi viventi. La sua fotografia si insinua nei vicoli malfamati di Tokyo per documentare il vuoto emotivo dei quartieri a luci rosse, l’oscenità di luoghi e situazioni ai bordi della legalità con scatti carichi di grande energia.
E’ un fotografo borderline ed è per questo che lo trovo interessante.
Per il contenuto delle sue immagini è stato più volte arrestato per violazione delle leggi giapponesi sull’oscenità ed indicato come misogino, in particolare per alcuni suoi scatti degli anni ottanta riguardanti l’industria del sesso nel distretto di Kabukicho, poi pubblicati nel libro “Tokyo Lucky Hole”.
Sebbene anche il curatore di un museo ospitante le sue opere sia stato arrestato per averle esposte, Araki in realtà non ha mai subito condanne ed il suo inquietante lavoro alla fine è sempre stato riconosciuto come di notevole valore artistico.

Incredibilmente prolifico, Araki ha al suo attivo oltre 350 pubblicazioni ed è considerato il più produttivo artista Giapponese mai esistito.
Tra le persone che ne sostengono il lavoro c’è Björk, l’eclettica musicista islandese che ha scelto Araki per le copertine di alcuni suoi album.
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Morning haze by Pega

Morning haze – © Copyright 2013, Pega

Il bianco è affascinante: rappresenta il niente ma anche il tutto. E’ il foglio su cui scrivere, la tela su cui dipingere, un vuoto da riempire, ma allo stesso tempo è anche già completo. Il bianco è infatti ciò che scaturisce dalla somma di tutti i colori ed è la carenza di uno o più di questi a far emergere altre tonalità.
Il bianco in fotografia è fondamentale e “critico”: tanto più ti ci avvicini, tanto più rischi di perdere tutto perché nel “troppo bianco” si volatilizzano forme e dettagli, lo sanno bene tutti i fotografi, specie i digitali.
Il bianco è delicato, sensibile al tempo ed ha la caratteristica di lasciare spazio alle sensazioni che possono essere legate al materiale su cui è riportata l’immagine, come ad esempio la grana della carta fotografica.
Il bianco è importante, importantissimo. Abbine cura e mantienilo vivo nelle tue Fotografie.

🙂

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NuucoNuuco è un fotografo italiano che vive a Londra. Mi ha scritto per farmi conoscere il suo progetto “BE Free”, un esperimento creativo e divertente dove l’estro dell’artista si contamina con quello del suo pubblico.
Tutto nasce da una singola foto, un suo autoritratto che Nuuco invia per posta ad amici, conoscenti ed anche completi sconosciuti, chiedendo loro di manipolarlo, modificarlo, di intervenire creativamente e poi rispedirglielo.
Nuuco Be Free ProjectIn questo modo Nuuco si trasforma in una sorta di cavia artistica, allo stesso tempo artefice e vittima di un esperimento sul processo creativo sociale.
Scrive di lui Valentina Cocco: “L’artista mette in gioco la propria identità e facendo confrontare gli “altri” con la propria immagine (e per trasposto con l’immagine dell’artista contemporaneo in generale) diventa egli stesso un ready made, dando la possibilità a chiunque di uscire dal ruolo di spettatore passivo dell’arte e di diventare attore attivo a tutti gli effetti, partecipando al processo creativo che sta alla base dell’opera finita, e permettendo così anche la comprensione delle idee e dei progetti che fanno nascere un’opera d’arte contemporanea, tacciata spesso di distanza dallo spettatore, notoriamente ultimo anello della “catena alimentare” del sistema dell’arte.”
Puoi dare un’occhiata più approfondita al lavoro di questo giovane artista sul suo sito: www.nuucoart.com

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Kubrick's chair
Sarà perché è da un po’ che lavoro ad un mio progettino fotografico incentrato sull'”assenza” o forse per i dettagli e l’atmosfera di questo scatto, il punto è che sono rimasto affascinato da questa immagine.
È una fotografia realizzata nel 1986 da Mattew Modine, l’attore protagonista del film “Full Metal Jacket“, in cui interpretò il ruolo del fotogiornalista militare “Joker” in servizio durante la guerra del Vietnam.
Modine era egli stesso un appassionato di fotografia ed in una pausa delle riprese in esterna a Bassingbourn Barracks, immortalò la particolare sedia del regista Stanley Kubrick, scomparso poi nel 1999.
La sedia è dotata di capienti contenitori laterali che gli permettevano di avere sempre a portata di mano tutta la documentazione e i dettagli delle scene, è inoltre installata su una grossa pietra, probabilmente per ottenere una postazione ben stabile ed un po’ rialzata.
Non è difficile immaginarsi Kubrick seduto su questo scranno a dirigere quello che è poi risultato uno dei suoi più grandi capolavori.

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Sostituzione

Sostituzione – © Copyright 2013, Pega

Ci sono alcune foto che sembrano nascondere qualcosa, danno l’impressione di portare un messaggio cifrato, sotterraneo, da scovare e decodificare.
L’idea di divertirsi a sperimentare il legame che può esistere tra fotografia e rebus è dell’amica Monica Dragoni, fotografa e lettrice del blog, che qualche tempo fa mi ha scritto proponendo una lettura enigmistica della mia foto “Sostituzione”.
È un approccio originale, stimolante, che può portare il fotografo ad un modo diverso di fare fotografia, ma anche ad un coinvolgimento molto maggiore dell’osservatore.
Guardare una foto è una cosa, ma studiarla attentamente per carpirne l’enigma che sottende è tutt’altra esperienza e può trasformare completamente il modo di “gustare” una fotografia.
Insomma, lo spunto di Monica è davvero formidabile e credo che possa rappresentare l’inizio di un filone molto interessante, tutto da scoprire, sia nel ruolo di fotografi che di osservatori di fotografie altrui.
Ecco dunque l’esempio, la sua lettura “rebussistica” della mia foto:

manichino = dall’olandese piccolo uomo
riflesso = c’è un uomo riflesso nella vetrina, o comunque c’è il riflesso che gioca sul tutto
col neon = colonne —- col – (onne -> anagramma neon, che tra l’altro è accceso alle spalle del manichino)

Soluzione: “Piccolo uomo riflesso col neon acceso”
(ma potrebbe essere anche essere: “Chi non riflette rimane in ombra“)

Geniale! 🙂
Grazie Monica! 🙂

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Fisiogramma by Pega

Fisiogramma – © Copyright 2012 Pega

Il mondo è imperfettamente simmetrico, è questo lo spunto per la missione fotografica del fine settimana.
La simmetria in fotografia è argomento controverso: c’è chi la rifugge come il male assoluto, chi invece la cerca come base per scatti armoniosi. Ma in natura esiste davvero la simmetria perfetta? E’ qualcosa di reale o di costruito dalla nostra mente?
E’ bella una foto perfettamente simmetrica? O è più bella un’immagine con quella piccola imperfezione che la rende naturale?
Insomma un tema bello tosto stavolta, con cui ti invito a confrontarti in questo weekend andando alla ricerca di ciò che simmetrico è… ma non completamente.
Come tradizione ti invito poi a condividere la tua foto in un commento qui sotto. Confrontarsi è divertente e può aiutarti ad entrare in contatto con persone che apprezzano le tue immagini.

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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biottiche
Ti segnalo un evento a cui non puoi mancare se sei dalle parti di Firenze il prossimo martedì 10 Giugno.
Gli amici di Visiva hanno organizzato una passeggiata analogica per le vie della città, una bella occasione per incontrarsi e dedicare qualche ora alla fotografia a pellicola sfruttando la luce magica del tardo pomeriggio.
E’ un invito aperto a tutti, in particolare anche a chi abitualmente è tutto digitale e l’appuntamento è alle ore 18.00 sul Ponte Santa Trinita muniti di qualsiasi cosa in cui vi sia un rullino fotografico.
Non hai una fotocamera analogica? Corri a fartela prestare o, al limite, prendine una usa e getta! E’ un’occasione gustosa perché la proposta di Visiva non si limita alla fase di scatto ma è un invito a tutti gli interessati a recarsi, nei giorni successivi, presso la loro camera oscura per sviluppare in proprio le fotografie fatte durante la passeggiata. Un’esperienza che, se non hai mai fatto, merita assolutamente.
Io ci sarò, tu vieni?
QUI il link all’evento su Facebook.

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“Don’t forget to say hello”.
In estrema sintesi è questo il pensiero che ci trasmette Steve McCurry in questi brevi video che ogni tanto torno a vedere e che fanno parte del progetto “One-Minute Masterclass” realizzato da Phaidon.
McCurry è uno dei fotogiornalisti e fotografi di strada più famosi al mondo. Membro dell’agenzia Magnum è l’autore del famosissimo ritratto della Ragazza Afgana reso celebre molti anni fa dal National Geographic, rivista con cui ha sempre lavorato.
Per McCurry la fotografia di strada è il terreno su cui cogliere le opportunità più varie per entrare in contatto con persone di ogni angolo del mondo e realizzare ritratti suggestivi attraverso la creazione di un rapporto sincero tra fotografo e soggetto.
L’elemento del saluto è quindi per lui il biglietto da visita, la chiave per aprire la prima porta in modo rispettoso, cercando di porsi in modo il più possibile paritetico nei confronti della persona davanti all’obiettivo.
E’ un approccio alla fotografia di strada diverso da chi la interpreta alla ricerca di scatti rubati e situazioni spontanee dove il soggetto è totalmente inconsapevole. McCurry al contrario cerca il contatto e tenta di stabilire un dialogo con gli esseri umani che ha di fronte, quasi indipendentemente dalle barriere linguistiche che possono esistere.
Trovo molto bello questo punto di vista e ti consiglio questo minuto con Steve.
Il video è in inglese. A chi non è del tutto a suo agio con questa lingua consiglio comunque la visione… magari proprio immaginando di avere davanti questo signore con i baffi che racconta la sua storia a noi che con la nostra fotocamera siamo lì davanti, non comprendiamo bene la sua lingua ma… vogliamo fargli un ritratto.
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Rear view windowDiretto nel 1954 da Alfred Hitchcock, “La finestra sul cortile” non è solo una pietra miliare, ma anche un altro intrigante esempio da inserire nella serie cinema e fotografia.
Jeff, il protagonista interpretato da James Stewart, è un fotoreporter temporaneamente costretto a rimanere nella sua stanza a causa di una gamba ingessata. Annoiato, inizia ad usare il teleobiettivo della sua macchina fotografica per curiosare nella vita dei vicini di casa e si imbatte in quello che risulterà essere un omicidio.
La storia è coinvolgente, ricca di dettagli, colpi di scena ed anche un pizzico di ironia. La splendida sceneggiatura ed il genio di Hitchcock ne fanno un capolavoro.
Ma per chi ama la fotografia c’è quel qualcosa in più: la presenza della fotocamera come strumento cardine, presente in molte scene compresa una fantastica sequenza in cui Jeff si difende dall’assassino usando dei colpi di flash. Una dimostrazione pratica di quanto questo accessorio sia fondamentale 😀
Insomma è un vecchio ma imperdibile film. Rivederlo mi ha però suscitato una inquietante considerazione: il personaggio di Jeff ci insegna che, quando per qualche ragione si è costretti a rallentare ed osservare con calma ciò che prima si incontrava solo distrattamente, c’è un’alta probabilità che in mezzo a quello che appariva ordinario, capiti di scovare qualcosa di orribile.

:-/

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