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Pacman Red Ghost

Pacman Red Ghost Monster – © Copyright 2013, Pega

La Fotografia cambia il modo in cui vedi le cose“.
È una frase che molti grandi fotografi hanno espresso con parole più o meno simili e si tratta di una verità che ogni appassionato di fotografia ben conosce.
Succede che ad un certo punto le comuni esperienze appaiono sotto una luce diversa, inizi a notare colori, ombre, dettagli, espressioni di persone, cose d’ogni genere che prima passavano inosservate; avevano meno valore.
Il mondo assume un aspetto visivo diverso quando la Fotografia diviene parte di te, ed il bello è che tutto questo è molto divertente, specie quando interviene anche un po’ di pareidolia e ti capita di sobbalzare per aver visto uno dei più terribili mostri da cui fuggivi nella tua infanzia: il tremendo fantasmino rosso di Pacman, nascosto nel tuo piatto, tra i pezzi di cocomero.

😀 😀 😀

Strand_MrBennet

Mr. Bennett, Vermont – Copyright 1946 Paul Strand

L’attivazione reticolare è il meccanismo che il cervello utilizza per stabilire a quali percezioni dare la priorità nell’immane flusso continuo di informazioni e stimoli che ci colpiscono.
E’ una sorta di filtro tra il livello cosciente di ciò di cui ci rendiamo conto, ed il livello subconscio che viene comunque raggiunto dall’insieme di tutte le stimolazioni sensoriali a cui siamo esposti e sensibili.
Ti è mai capitato di interessarti ed approfondire un argomento nuovo e notare cose, a tale riguardo, che prima sembravano non esserci? Probabilmente c’erano anche prima, semplicemente non ci avevi mai fatto caso: erano state filtrate dal sistema di attivazione reticolare.

Quella sopra è una famosissima foto di Paul Strand: il ritratto di Mr. Bennett.
E’ uno scatto che mi è sempre piaciuto molto e che trovo tra i più belli di questo grande fotografo. Tempo fa lo stavo guardando e per un attimo ho provato a fare qualcosa che, con questa fotografia, non avevo mai fatto prima: immaginarmi l’istogramma di questo splendido bianco e nero. Ma ecco… Non l’avevo mai notato così… quel bottone bianco.. è totalmente sovraesposto!
Da quel momento è come se il mio cervello avesse riclassificato l’immagine. Non mi è più possibile non notare e dare una grande importanza a quel bottone, quell’elemento nel bel mezzo del fotogramma che, forse, è la chiave dell’intensità e la vitalità dell’intera immagine. Un piccolo dettaglio che ne completa la bellezza. Proprio come una ciliegina sulla torta.
Ma io non ci avevo mai fatto caso.

My first one

My first one – Copyright 2007 Pega

Cosa significa per te la tua fotografia?“. E’ una domanda che ogni fotografo dovrebbe farsi, di tanto in tanto. Io provai a lanciarla in un post di parecchio tempo fa, ricevendone dai lettori una ricca lista di possibili “significati”.
Fu un esperimento curioso, in cui i partecipanti espressero e condivisero tutta una serie di idee personali, alcune anche molto particolari e simpatiche, riguardanti il rapporto che ognuno di noi ha con la propria fotografia.
Nel tempo ho continuato ad arricchire quella lista, con contributi ed opinioni raccolte anche al di fuori dal blog, ed adesso è arrivato il momento di postare un “update” 🙂
Ecco quindi la lista aggiornata, probabilmente non esaustiva ma di sicuro interessante, di cosa la propria fotografia esprime per chi la segue e la pratica con passione.

Ti consiglio leggere con attenzione, ci troverai cose in cui ti riconosci mentre altre ti saranno completamente estranee. Alcune sono veramente fenomenali!

– Espressione
– Creatività
– Libertà
– Evasione
– Imparare
– Condivisione
– Confronto
– Passione
– Curiosità
– Approfondimento
– Un ideale
– Eredità
– Non lo so
– Denunciare le ingiustizie
– Insinuare il dubbio
– Mettere in pratica ciò che imparo
– Un modo per creare amicizia
– Vedere il mondo da un altro punto di vista
– Poter esprimere sè stessi
– Condivisione di emozioni e realtà
– Conferma di quello che esiste
– Sfida
– Passione per la vita
– Non ci ho mai pensato
– Esplorazione
– Gratificare mia moglie
– Tutto
– Incorniciare il mondo
– Mostrare, senza giudicare, la realtà che mi circonda
– Un occhio imparziale sulla realtà
– Trasmettere le sensazioni provate al momento dello scatto a colui che guarda la foto
– Raccontare delle storie
– Empatia
– Riflessione
– Uscire di casa
– Influenzare gli altri
– Divertimento
– Far divertire gli amici
– Osservazione della realtà
– Niente
– Rendere altre persone fiere di me
– Sviluppare un nuovo linguaggio
– Fissare delle emozioni, in modo tale da poterle rivivere
– Comunicazione di emozioni
– Capire gli altri
– Focalizzare le idee
– Devo provare a capirlo
– Luce
– Guardare con la mente
– Osservare e guardarsi intorno
– Vedere punti di vista diversi dai miei, quindi confrontarmi e vedere cose che non avrei visto
– Un respiro diverso
– Sconfitta delle ombre
– Raccattare uno stipendio per arrivare in fondo al mese
– Una ragione di vita
– Parlare con le persone
– Una fonte di guadagno integrativo
– Giocare
– Un ritmo spezzato
– Uno sguardo tenuto a lungo
– Dentro
– Lavorare
– L’espressione sul volto di chi guarda chi ha guardato
– Rivelare segreti
– La comunicazione
– Imbroccare/Rimorchiare
– Sentimento
– Intuito
– Ricerca di un’idea o scoperta di un’idea…
– Lasciarsi andare senza dogmi
– Sondare il modo di vedere degli altri
– Fare del bene al prossimo attraverso progetti fotografici di beneficenza
– Libertà d’interpretazione
– E’ una mia nevrosi
– Separare la luce dalle ombre
– Apertura verso nuovi orizzonti
– Analisi psichiatrica
– Un concetto fine a se stesso
– Una scusa
– Fotografo per lasciare un ricordo ai miei figli
– Un gancio per tirarsi fuori dalla melma
– Coltivare quel bambino che è ancora in me
– Uno sport meno pericoloso di altri
– Creare immagini belle per arredare la mia casa
– Vedere belle donne nude
– È la mia risposta alla domanda: “a cosa stai pensando”
– Placare un’insaziabile sete di creatività
– prevedere il futuro guardando gli istanti passati
– Intuizione del momento
– Qualcosa da postare su Facebook
– Documentare la vita
– MA CHE TE NE FREGA?

Un grazie sincero a chi ha partecipato 🙂

Yoda spada laserSi sa: i laser sono pericolosi per gli occhi, anche quando non si tratta di una spada Jedi fatta per tagliare a fette il prossimo.
Le caratteristiche di concentrazione e coerenza di questo tipo di luce ne fanno una reale minaccia per la retina, anche nei casi in cui le potenze in gioco “dovrebbero” essere basse, come quando si ha a che fare con piccoli emettitori portatili o luci da concerto.
E proprio come i nostri occhi, anche i sensori delle fotocamere digitali si rivelano sensibili, anzi molto sensibili al laser.
Ne è una prova il video sotto, in cui si vede chiaramente come il sensore di una splendida Canon 5D mark II venga danneggiato in modo permanente, colpito per un istante da un fascio laser durante un concerto.
Attenzione quindi, non solo ai nostri preziosi occhi, ma anche ai meno preziosi ma comunque costosi sensori delle nostre macchine.
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Vanishing reflection @Padule di Fucecchio

Vanishing reflection – © Copyright 2011 Pega

Sogni e fotografie sono legati da un filo invisibile. Sarà perché la nostra mente tende ad associare immagini statiche ai ricordi ed i sogni poi rielaborano queste immagini, o forse è semplicemente che le foto ci aiutano ad immaginare ed a sognare.
E così ecco l’idea per questo weekend assignment: il sogno.
Ti avverto, è un tema molto stimolante e se vorrai dedicare un po’ di tempo a svolgerlo in questo fine settimana, sono sicuro che i risultati potranno sorprenderti.
Come al solito hai piena libertà su come affrontarlo, ma ecco qualche esempio di come, secondo me, è possibile sviluppare questo assignment.
Tutti ricordiamo qualche sogno con forti elementi visivi da cui trarre spunto. Che si tratti di uno più o meno piacevole fatto la scorsa notte o di un incubo avuto da bambini, si può partire da quello e cercare di realizzare immagini ad esso correlate. Potrà trattarsi di qualunque cosa: dallo still life al panorama, passando per il ritratto o anche (ed eccome) l’astratto.
In totale alternativa puoi invece andare a lavorare sul concetto, realizzando qualche scatto che richiami atmosfere oniriche di pura fantasia.
Libertà totale insomma.

In questo fine settimana prova a seguire questo strano assignment. E’ un esercizio utile che stimola la creatività e può essere divertente. Dopo aver fatto la tua foto, se ti va, ti invito a condividerla qui mettendo in un commento il link all’immagine.

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

David-Bowie_with_TildaSwapDavid Bowie e Tilda Swinton. O forse si tratta di Tilda Swinton con David Bowie?
I due devono essersi proprio divertiti scambiandosi i ruoli per questo scatto, realizzato in occasione di un evento dove l’attrice ed il musicista si sono presentati come nell’immagine di destra, cioè uno con l’aspetto dell’altra.
Lo “scambio” è in linea con l’originale video musicale di “The Stars (Are Out Tonight)”, in cui David e Tilda sono una coppia di coniugi dai tratti stereotipati che vengono coinvolti in un progredire di misteriosi scambi e trasformazioni di ruolo e genere insieme ad altri personaggi, il tutto con un taglio borderline all’altezza del migliore Bowie.
Insomma è un caso in cui la fotografia fa da appendice a qualcos’altro, giocandoci o forse girandoci intorno completandolo, ricordandoci però anche uno dei linguaggi fondamentali che la fotografia può usare: quello della “finzione”. Troppo spesso ce ne dimentichiamo, pensando alle immagini fotografiche sempre solo come strumenti di rappresentazione di ciò che è spontaneo, del reale, del vero.
Grazie David e Tilda e… viva la fiction fotografica!

P.s. Ed ora buona visione con David Bowie e “The Stars (Are Out Tonight)”
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Chiedi il permesso?

Il duello by Pega

Il duello – © Copyright 2011 Pega

E tu chiedi il permesso prima di fare una foto?
Tutti noi giriamo con le nostre fotocamere ed osserviamo, scattiamo, ci divertiamo insomma. Che si tratti di una passeggiata in centro o di un viaggio esotico, ci piace cogliere i dettagli, gli attimi, i colori e le espressioni delle persone, per poi farne qualcosa di nostro, magari condividerli online. Puro piacere personale insomma.
Ma siamo sicuri che i soggetti che immortaliamo siano d’accordo con questa visione? Stiamo rispettando chi passeggia per i cavoli suoi, oppure lavora, magari in condizioni non invidiabili e preferirebbe non essere fotografato?
Non sono sicuro, ma a volte penso che bisognerebbe avere il coraggio di chiedere il permesso, anche solo accennare alla nostra intenzione di fotografare, in ogni caso comunicare al soggetto le nostre intenzioni. E qui sta il punto: la comunicazione tra fotografo e persona ritratta è un fattore che pesa, incide, cambia l’immagine stessa ed è un elemento che rischia di essere smarrito nell’infinito fluire di scatti che caratterizza molto dell’attuale modo di fotografare.
Sì lo so che questo ragionamento porterebbe alla fine degli scatti rubati e di un certo tipo di fotografia di strada, ma è anche vero che oggi, nell’era dei social network e non più dei negativi nel cassetto, prima di immortalare una persona e condividerne l’immagine con l’intero pianeta potrebbe essere educato averne il consenso, al limite anche a posteriori dello scatto. Potrebbe bastare anche solo un’occhiata, un cenno di assenso. Un grazie cordialmente accettato.
E tu che ne pensi? Chiedi il permesso?

Lewis Payne by Alexander Gardner

Lewis Payne – Alexander Gardner, 1865

È il 1865, un giovane uomo è ritratto in manette, nella luce radente della sua cella.
Lo scatto è tra i più importanti realizzati da Alexander Gardner, emblematico fotografo della guerra civile americana, mentre il protagonista è Lewis Payne, condannato a morte per aver partecipato alla congiura che portò all’assassinio del presidente Lincoln.
Payne è appoggiato al muro, il suo sguardo colpisce: è allo stesso tempo rassegnato ma anche determinato e fiero, forse c’è una traccia di sfida.
È l’immagine forte e drammatica di un uomo che a breve salirà sulla forca, ad appena ventuno anni.
Come in tutti i ritratti di un tempo, l’espressione è rigida. Le tecniche fotografiche non consentivano tempi rapidi ed obbligavano ad esposizioni lunghe, con i soggetti che venivano messi in posa per molti secondi, a volte addirittura minuti, quando la luce era scarsa. Molto spesso il risultato aveva qualcosa di innaturale e artificioso, ma qui è diverso.
Payne non sembra preoccupato del risultato formale. È fermo ma rilassato, sicuro, fiero delle sue idee, consapevole dell’imminente fine.
È uno scatto molto potente, senza tempo, che ti invito ad osservare in tutti i suoi forti contrasti, visibili e non, ascoltandone il silenzio e cogliendone il valore che trascende il momento storico in cui è stato realizzato.

Daguerre

Louis Jacques Mande Daguerre

È forse possibile essere davvero appassionati ad una forma espressiva come la fotografia senza conoscerne la storia? Senza sapere com’è nata e come si è evoluta? Io non credo proprio, e così ogni tanto torno alle origini…

Erano gli albori della fotografia quando nel 1839 Louis Daguerre annunciò al mondo la sua invenzione denominata molto “modestamente” Dagherrotipo.
Si trattava del prodotto degli studi che, da alcuni anni, stava conducendo insieme al suo socio Nicèphore Niepce, scienziato ed inventore, che però morì proprio poco prima del raggiungimento del successo finale: l’invenzione di una macchina che poteva catturare immagini. Daguerre si prese tutto il merito ed anche i proventi di un brevetto che non esitò a registrare a suo nome. In pochi mesi il manuale di istruzioni che accompagnava la macchina fu tradotto in ben 23 lingue ed il Dagherrotipo iniziò ad essere acquistato in ogni parte del globo da persone che volevano fare della fotografia la loro fonte di ricchezza. Sì ricchezza, perchè una vera e propria sete di ritratti di qualità divorava le borghesie dei paesi che si stavano industrializzando, una gran quantità di persone poteva finalmente esaudire un desiderio che fino a pochi anni prima era riservato solo ai più facoltosi in grado di permettersi di pagare un bravo pittore.
DagherrotipoIl costo delle fotografie con il Dagherrotipo non era irrilevante ma questo non impedì il fiorire di questo business che faceva completamente capo a Daguerre, sia in termini di produzione delle macchine che di fornitura di tutto il necessario per utilizzarle.
Negli Stati Uniti il successo fu strepitoso e dagli archivi di Daguerre risulta che nel 1845 nel solo stato del Massachussets furono realizzate oltre 500.000 fotografie.
Sono numeri che oggi si consumano in un secondo ma che allora erano da capogiro, tanto che alla fine lo stesso Daguerre finì per andare in difficoltà e non riuscire più a gestire questo meccanismo vorticoso, scegliendo quindi di renderlo pubblico, cedendolo allo stato francese che in cambio gli riconobbe un vitalizio.
Il funzionamento del Dagherrotipo era abbastanza complesso, si basava sulla preparazione di una lastra di rame su cui veniva steso un sottile strato di argento. Una volta perfettamente lucidata, la lastra veniva esposta a vapori di iodio che combinandosi con l’argento la rendevano sensibile alla luce e pronta per l’esposizione che tipicamente durava dai 3 ai 10 minuti.
Dopo si doveva passare subito alla fase di sviluppo che avveniva esponendo la lastra a dei vapori di mercurio.
Il prodotto finale era un’immagine positiva, quindi non riproducibile, ma di qualità altissima, talmente elevata da potersi considerare ancora insuperata.

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Gerda_Taro

Gerda Taro by Robert Capa 1937

Gerda Taro ritratta da Robert Capa è il cortocircuito fotografico che ti propongo oggi; una fotografa a lungo dimenticata che, nonostante sia considerata la prima fotogiornalista donna a seguire un fronte di guerra, per oltre cinquant’anni è rimasta oscurata dalla fama del suo compagno: quel Robert Capa protagonista del precedente cortocircuito.
L’impegno sociale e politico di Gerda è breve ed intenso come la sua vita, oltre che emblematico di ciò che è stata la storia europea degli anni trenta.
Ebrea polacca cresciuta nella Germania pre-hitleriana ed esule in Francia, dimostra fin da giovanissima carattere e visione non comuni per il suo tempo, studia fotografia e vive interessi e relazioni sentimentali molteplici. Il suo spirito contrario ad antisemitismo e nazifascismo, si realizza nel 1937 con la partecipazione alle fasi della resistenza Spagnola, dove fotografa il fronte insieme al suo compagno Robert Capa. È qui che questa donna, così emancipata e da qualcuno definita come “troppo avanti” per la sua epoca, trova però la sua precoce e tragica fine: schiacciata da un carro armato in ritirata.
Capa, sconvolto, pubblica subito un libro di fotografie della guerra civile Spagnola intitolato Death in the Making in cui ci sono scatti suoi e di Gerda, ma in molti degli articoli che appaiono sui giornali è omesso il nome della Taro. È così che inizia per Gerda una fase di oblio, almeno in occidente, dove addirittura alcune sue foto vengono attribuite a Robert Capa. Oltre cortina invece, nella Repubblica Democratica Tedesca, Gerda Taro viene sfruttata dalla propaganda come figura eroica, simbolo della resistenza comunista contro il fascismo.
È solo con la biografia su Robert Capa, scritta negli anni ottanta da Richard Whelan, che il nome di Gerda Taro torna ad avere la sua giusta importanza, anche grazie ad un accurato studio degli archivi del fotografo ungherese.

Gerda è sepolta a Parigi, al Père Lachaise, sotto ad un omaggio scultoreo di Alberto Giacometti.
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I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro