Ed eccolo qua il primo scatto riuscito con la “Pinola”, la rossa fotocamera a foro stenopeico che ho realizzato alcune settimane orsono.
I bei tipi, immortalati con questa esposizione durata qualche decina di secondi, sono quattro amici fotografi flickeriani fiorentini incontrati una sera poco prima dell’imbrunire. Sono molto contento che siano proprio loro i protagonisti di quello che è in assoluto il primo fotogramma decente uscito da questa essenziale e basica fotocamera senza lenti autocostruita.
Ad oggi ho scattato un paio di rullini 120, distruggendo buona parte del primo tra scatti sovrapposti ed una precoce apertura della macchinetta dovuta all’avvolgimento della pellicola che sembrava inceppato. Il secondo è andato meglio, specie con alcune foto in interni.
Usare la Pinola richiede solo un po’ di attenzione. Innanzitutto bisogna sempre ricordarsi di far avanzare la pellicola (sembra banale ma me ne sono dimenticato più volte 🙂 ), poi non ci vuole troppa luce altrimenti i tempi di esposizione risultano eccessivamente brevi per poter essere rispettati con l’otturatore “manuale”, inoltre l’inquadratura va stimata bene ma “a occhio” visto che non c’è mirino.
Alla fine comunque non è difficile, basta stare attenti a come piazzarla tenendo conto del notevole effetto grandangolare e calcolare precisamente i tempi aiutandosi con un esposimetro.
Prossimi passi e perfezionamenti del progetto prima di procedere con altri rullini: allargare il buco frontale vista la vignettatura presente, sistemare un problema di avvolgimento della pellicola ed infine provare a migliorare il foro stenopeico perchè, come si vede, la nitidezza non è un granché…
🙂
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Con un incauto acquisto su Ebay del valore di ben €10,75 sono entrato in possesso di qualcosa che ho subito considerato un piccolo gioiellino: una vecchia Polaroid Colorpack III.
Commercializzata intorno al 1970 questa macchinetta faceva parte della linea di fotocamere rigide pensate per utilizzare pellicole “a strappo” ovvero le Polaroid serie-100 Land Pack, che non si trovano più in commercio. Fortunatamente però funziona anche con le Fujifilm FP-100 tutt’ora in produzione e di facile reperibilità.
Mi è arrivata dalla Francia con tanto di scatola e polistirolo originale, sembra nuova e mi è bastato metterci due pile stilo per provare i primi scatti: che meraviglia.
Usare questo tipo di fotocamere è qualcosa che consiglio a chiunque sia appassionato di fotografia, specie ai “nativi digitali”.
Scattare è allo stesso tempo semplice e complesso, ogni scatto è una piccola storia.
Le regole sono sempre le stesse ma l’esperienza cambia. La messa a fuoco è manuale e si ha solo un curioso ausilio: un rettangolo rosso visibile nell’oculare in cui va posizionata la testa del soggetto ed avere di conseguenza una distanza di 1,5 metri, consigliata per i ritratti. Il libretto di istruzioni dice che nel caso di bambini o persone con lunga barba bisogna approssimare 😀
Poi occhio alla luce ed alla scarsa “intelligenza” dell’esposimetro che, specie se confrontata con quella di qualunque digitale attuale, richiede un po’ di ragionamenti su ciò che si ha davanti e su come regolare di conseguenza una rotellina per la compensazione dell’esposizione.
Quando si è pronti non resta che schiacciare con decisione il pulsante di scatto provocando un bel “CLACK”. A questo punto si tira fuori dalla macchina una busta contenente l’insieme di negativo, carta e acidi vari che nello “strappo” vengono spalmati all’interno ed avviano il processo di sviluppo.
Un paio di minuti, che fidandosi si possono far scandire da un timer meccanico posizionato sul lato della fotocamera, ed è il momento di separare la stampa dal negativo. Facendo attenzione a non impiastricciarsi le mani con gli acidi, si apre la busta e ci si trova con un’immagine che sembra magica, i colori prendono corpo mentre la guardi. Ha un sapore tutto particolare: è una Fotografia istantanea fatta con una Polaroid a strappo.
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La fotografia non è fatta solo di immagini. Non mi riferisco all’impegno o al tempo che richiede, nemmeno alle emozioni e sensazioni che uno scatto sa regalare. La vera essenza della fotografia è ciò che la rende un mezzo straordinario: il potere di avvicinare e connettere le persone.
Inizia quando si impara, spesso c’è la figura di un mentore, un maestro, o anche solo un conoscente che dà i primi consigli e con cui si sviluppa un rapporto che non si dimentica.
Poi c’è il soggetto. La fotografia vera, quella con la F maiuscola, ti spinge ad avvicinarlo e conoscerlo, perché è proprio entrando in sintonia ed “accordandosi” con esso che vengono fuori gli scatti più belli. Quelli indimenticabili.
Infine c’è l’osservatore. Il rapporto tra il fotografo e l’osservatore è affascinante, con il secondo che tende a proiettare se stesso e le sue emozioni su ciò che il primo ha realizzato, generando quello che è il vero risultato dell’estro artistico: l’effetto sulla terza persona, quella che guarda l’immagine.
Sono solo tre dei tanti esempi di come la fotografia mette in connessione le persone. E’ un canale di comunicazione che si appoggia sull’istinto visuale di cui tutti siamo dotati e che si trasforma e muta continuamente, regalando continui stimoli.
Altri casi di questo effetto di connessione sono anche le conoscenze e le amicizie che si sviluppano tra appassionati che frequentano un fotoclub o magari un gruppo su un social network. O anche quelle tra un qualsiasi blogger ed i suoi lettori.
E tu hai qualche altro esempio?
🙂
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Con questa foto qualcuno ha rischiato l’infarto, ma ne è valsa la pena 😀
A parte gli scherzi, quello di qualche giorno fa è stato un esperimento interessante.
Riassumo per chi se l’è perso.
In un post pubblico un ritratto della famosa attrice Tilda Swinton, assorta nei suoi pensieri ed invito i lettori ad esaminarla bene, studiandola nei dettagli. Il fatto è che la foto non è un semplice ritratto. La versione in grande che si ottiene cliccando è in realtà un’immagine animata e dopo alcuni secondi gli occhi della donna si voltano verso l’osservatore.
L’effetto può essere notevole perché non si è preparati. La fotografia è infatti per tutti noi un oggetto fisso, immobile per definizione, senza sorprese, statico insomma. E quando, nonostante la nostra totale abitudine alle immagini in movimento, Tilda improvvisamente cambia posizione e ci guarda, noi sobbalziamo sulla sedia.
Ancora una volta la fotografia è meravigliosa, in questo caso per ciò che non è e non è mai stata, malgrado le inarrestabili evoluzioni tecniche da lei scaturite.
Per chi me l’ha chiesto, il ritratto di Tilda Swinton è un fotogramma del film “Orlando” del 1992, sceneggiatura e regia di Sally Potter, tratto da un soggetto di Virginia Woolf.
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Tempo fa avevo proposto il ritratto di Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott poi, in un post successivo, la stessa Berenice ritratta Hank O’Neal.
Mi appassiona questo fatto del fotografo che viene fotografato da un collega perché, come già dicevo, lo trovo una sorta di cortocircuito artistico, qualcosa di particolarmente evocativo e ricco di fascino.
E così oggi te ne propongo un altro: il grande Edward Weston.
Weston non ha certo bisogno di presentazioni ed io ne ho parlato in fin troppe occasioni dato che lo piazzo in cima alla mia personale top ten dei grandi maestri.
Eccolo immortalato insieme alla sua mitica fotocamera Graflex 4×5″.
Era il 1923 e lo sai chi scattò questa foto? Ma certo, la sua assistente, modella, collega ed amante Tina Modotti.
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Aprile 2001. Da un piccolo aeroporto in Florida decolliamo con due T6 Texan, dopo aver “contrattato” con i proprietari un prezzo accettabile per fare un volo ai comandi di questo superclassico dell’aviazione d’epoca.
Veloce briefing con le istruzioni di base, rullaggio e decollo in formazione. Una volta in volo, affiancato a pochi metri da me, scorgo Dario (aka Kalamario) raggiante con un sorriso a sessantaquattro denti. È ai comandi del suo aereo giallo, che mi ha soffiato a testa o croce lasciando a me l’altro che è di un modesto grigio. Sul posto dietro di lui il proprietario non pare troppo preoccupato e mi chiedo che faccia abbia il tizio seduto dietro di me mentre cerco di volare seguendo le indicazioni che, in un inglese strascicato, mi gracchia nell’interfono.
Scorrono tutti d’un fiato i tre quarti d’ora di volo puro tra sfogate, tonneau e looping, cercando di domare i tanti cavalli del vecchio, ma sempre entusiasmante, T6 biposto da addestramento militare ormai in pensione.
E intanto là fuori c’è una macchina fotografica Pentax a pellicola, attaccata ad una staffa sull’ala. Scatta un intero rotolino da 100ASA, trentasei pose che porterò a casa come un cimelio prezioso.
Fotografie scattate in automatico, ad intervalli regolari, la macchina regolata in modo fisso, forse un po’ a caso. Non so come definirle. Sono un po’ autoritratti e un po’ scatti “extreme”.
Molte esposizioni si rivelarono da buttare ma alcune fortunatamente vennero bene. Di sicuro un gran bel ricordo.
🙂
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Pianoforti, chitarre, violini, ma anche tamburi, sassofoni, flauti o armoniche.
Sì, questo ottantaduesimo weekend assignment è dedicato alla musica ed in particolare ai suoi strumenti.
Gli strumenti musicali sono oggetti ricchi di fascino, armoniosi e fotogenici. Giocando con la luce e girandoci attorno alla ricerca della giusta inquadratura sembra quasi che sappiano esprimersi non solo nella dimensione acustica ma anche in quella visiva, trasmettendo all’osservatore sensazioni interessanti.
In questo weekend cerca un giusto soggetto e dedica qualche tuo scatto a questo tema. Dopo, se ti va, posta in un commento qui sotto la tua foto condividendo “il prodotto della tua missione”. Confrontarsi è divertente e può aiutarti a scoprire persone che apprezzano le tue immagini.
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Ti sei mai trovato a lottare contro un pannello riflettente pieghevole che non ne vuole sapere di rientrare nella sua custodia?
Beh, sapendo le mosse giuste si può fare con grande eleganza e rapidità.
Dai un’occhiata al video di questo tipo dall’accento molto British.
🙂 🙂
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Juliana Coutinho è una fotografa brasiliana che ho trovato su Flickr, praticamente per caso . Il suo album è fatto di molte belle foto, realizzate con gusto e tecnica, ma è simile a quello di tanti altri. Ad un certo punto però mi è caduto l’occhio su un suo set chiamato “Little Fingers” che mi ha colpito. Si tratta di un piccolo album di “ritratti” dove protagoniste sono le dita. Su queste Juliana disegna delle faccine, realizzando scatti simpatici ed originali, in qualche caso anche rifacendosi a fotografie famose. Il tutto con poca enfasi e gran semplicità. E’ qualcosa che chiunque può (o potrebbe) fare e mi ha subito ricordato quel gran genio di Mario Mariotti.
Ancora una volta devo constatare quante interessanti sorprese si nascondono tra le pieghe della rete, specie se si ha la voglia, il tempo e la pazienza di cercare.
Puoi trovare tutto il set “Little Fingers” di Juliana qui.
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Studia attentamente questa foto. Osserva il volto, i tratti, lo sguardo perso nel vuoto. A che cosa starà pensando?
Clicca sull’immagine per guardarla in versione grande, è importante per vedere tutti i dettagli. Fallo con calma. Esamina i particolari, l’espressione, quella luce negli occhi. Cerca qualcosa in questo volto. Qualcosa che non si vede subito.
Poi dimmi che impressione ti ha fatto.
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