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Porchettae

Porchetta – © Copyright 2011 Pega

Mani giovani, mani anziane, mani che lavorano o riposano, che litigano o accarezzano. Eh si, per questo sessantaquattresimo weekend assignment il tema che ti propongo è un super classico: le mani.

È affascinante fotografare le mani. Sanno parlare ed esprimere emozioni, trasmettendo all’osservatore delle sensazioni molto dirette ed intense. Sono una parte del nostro essere che partecipa alla comunicazione, anzi, possiamo dire che sono proprio uno degli strumenti principali del nostro modo di esprimerci quando ci troviamo di fronte ad un nostro simile.
In questo weekend dedica qualche tuo scatto a questo tema. Dopo, se ti va, posta in un commento qui sotto la tua foto condividendo “il prodotto della tua missione”. Confrontarsi è divertente e può aiutarti a scoprire persone che apprezzano le tue immagini.
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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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Oggi voglio riproporre l’intervista che feci, ormai parecchio tempo fa, all’amico Fulvio Petri.
Mi perdoneranno i lettori più affezionati che probabilmente la ricordano, ma vorrei proprio permettere anche a chi si è avvicinato solo di recente a questo blog di conoscere questo artista.

Sharkoman

Sharkoman

———————————————————-Eravamo a bocca aperta, come bambini, tutti incantati ad ascoltare ed osservare Fulvio che ci stava parlando di pareidolia durante lo scorso Sharing Workshop.

Che cos’è la pareidolia? Beh, pazienta solo un paio di righe perchè preferisco lasciare a lui l’onore della descrizione di questa forma espressiva basata sulla creatività e sull’istinto.
Fulvio (aka Sharkoman) è un artista.
In lui passione e talento si uniscono agli studi di arti visuali ed esperienze che vanno dal disegno alla regia. Un creativo vero che ammiro ed al quale ho pensato di chiedere di contribuire a questo blog con un’intervista.

Ciao Fulvio. Nel recente Sharing Workshop ci hai incantati con la tua presentazione sulla Pareidolia. Ci dai una tua definzione personale di questa forma espressiva?
Volentieri. E’ la ricerca di forme umane, animali o altro in cose e materiali disposti dal caso (la pareidolia, appunto) è un gioco che, oltre ad affinare l’occhio in generale, permette di accrescere il livello personale di fantasia visiva “donando” all’immagine trovata un senso che nasce esclusivamente nella testa dell’osservatore. L’uomo è evidentemente portato a umanizzare tutto, a dare un senso compiuto alle cose intorno a lui…la pareidolia pare quasi il lato fantastico della scienza, e non a caso molte foto di presunti fantasmi e alieni su marte fanno capo a questo argomento.

Colpo di testa

Colpo di testa – © Copyright 2010 Fulvio Petri

Com’è che hai iniziato a catturare in fotografia queste immagini?
Sono sempre stato un patito della composizione, anche nelle foto ricordo con gli amici mi son sempre divertito a cercare un punto di vista particolare, rimediato al momento e magari nel caos totale di una festa. Passando dalle persone agli oggetti, la pareidolia (che io nella mia raccolta su flickr ho ribattezzato “accostamenti espressivi”) è venuta da sé…
amo molto l’astrazione e l’emozione mediata da un qualcosa di apparentemente estraneo. Amo l’ironia e tutto quello che spinge a riflettere sull’ambiguità e la precarietà del vivere, dei sentimenti, del mondo intero. Il cercare inquadrature che creino un qualcosa di sensato dà una strana soddisfazione, nasce appunto per gioco, ma poi diventa l’inizio di un microcosmo del tutto personale, dove l’ambiente stesso ti parla, sorride o piange. Mi son ritrovato a fare foto di facce o scenette pareidoliche quasi senza accorgermene, non appena ho approfondito l’argomento fotografia. Le prime erano facce semplici, poi si sviluppa un curioso “affinamento” delle catture trovate, potenzialmente senza fine: da un unico piano visivo (macchie su muro, oggetti casalinghi, nuvole, ecc), a formazioni su piani diversi (elementi eterogenei posti in prospettiva); dalle faccette di cui prima, alle scene più articolate e complesse (figure antropomorfe, animali, scenette), in tutte le gamme possibili di stilizzazione.

ZebraMan

Zebraman – © Copyright 2010 Fulvio Petri

E per la fotografia? Raccontaci un po’ come hai iniziato e quali esperienze pensi ti abbiamo aiutato.
Come “praticante” ho una storia abbastanza recente: è con l’avvento delle possibilità digitali che ho iniziato a studiare un po’ meglio l’arte fotografica, vuoi per i minori costi, vuoi per la facilità con cui si scatta e si può subito controllare se si è fatto bene o meno…prima scattavo e via con semplici macchinette, senza capire granchè di fuoco, esposizione, apertura diaframma, ecc.
Solo nella composizione son sempre stato cosciente ed esigente (come accennavo prima)…penso che in tal senso abbia influito il fatto di aver sempre disegnato vignette, fumetti e illustrazioni; anche il cinema ha fatto la sua parte, mi ha sempre affascinato l’arte della regia e il narrare per immagini. Hitchcock è il regista che amo di più, con il suo amore per i dettagli visivi che raccontano le emozioni soprattutto quando gli attori sono fuori campo.
L’oggetto evocatore, che il contesto narrativo rende veicolo di significati e feticcio: una sedia vuota, una chiave, una tazza di caffè, un orologio, il getto di una doccia, e via discorrendo.
Diciamo allora che in tante mie foto gli oggetti sostituiscono direttamente gli umani anche nel volto, come in un sillogismo di pudore e simbolismo…

Dicci qualcosa sul tuo processo di selezione e postproduzione delle immagini.
Anzitutto, la cattura. Deve essere chiara, diretta, frontale e ben leggibile. Il formato è deciso dal soggetto; dato che gli elementi formanti la scena o la faccia devono essere essenziali, è bene eliminare il più possibile l’intorno che non serve e tagliare la foto nel modo giusto. Non uso cancellare elementi, lascio tutto il più naturale possibile, vario solo i chiaroscuri dove serve e qualche volta ho tolto il colore se necessario. Mi piace che la cattura, oltre che interessante nel suo contenuto, abbia anche un minimo di estetica…ad esempio, tratto ed inquadro le mie facce artificiali come fossero dei veri ritratti.
Ah, una cosa importante: le immagini di cui mi interesso (parlo della cattura iniziale) devono essere formate dal caso e non “costruite” dall’intervento umano, tantomeno il mio. Devono solo essere “scovate” dall’occhio. Su questo sono rigoroso, spostando oggetti e rametti non avrebbe più senso.

L'omino felice dalle sabbie mobili - © Copyright 2010 Fulvio Petri

L’omino felice dalle sabbie mobili – © Copyright 2010 Fulvio Petri

Hai qualche aneddoto da raccontare su cose che ti sono successe mentre eri in azione alla ricerca di qualche scatto interessante?
Beh….tante persone che mi guardano come fossi matto mentre mi sorprendono tutto concentrato ad inquadrare fazzoletti di carta sporchi sull’asfalto o macchie su muro…ho avuto anche un bel po’ di rimproveri; molta (troppa) gente pensa che si debba fotografare solo i monumenti famosi o le spose ai matrimoni, e se scatti in zone brulle per loro sei un ladro o una spia, non possono credere che tu stia a cercare rottami, pozze, foglie marce, ecc.
in qualche caso ho pensato avessero anche qualcosa da nascondere…che so, un cadavere nel campo di fronte alla loro casa!

Qual è la reazione delle persone quando mostri le tue foto?
Migliore di quella della gente che mi vede scattare, per mia fortuna 😀
vedo i loro occhi che cercano le forme stupirsi come quelli dei bambini non appena le trovano…qualcuno nota anche particolari che magari non ho visto io, preso com’ero dall’imprinting originario…talvolta devo guidare io alla visione che ho fotografato, talvolta loro guidano me verso una visione totalmente diversa…c’è comunque sempre la ricerca di un qualcosa di pseudofigurativo nell’immagine. L’astrattismo puro mi ha sempre interessato poco.

Abissi

Abissi – © Copyright 2010 Fulvio Petri

Hai mai esposto i tuoi lavori? Hai qualche altro progetto in mente?
Ho fatto una mostra piccola ma molto ben allestita al “cuco” un bar-ristorante in centro a firenze, gestito da amici.
E poi 11 delle mie facce sono state scelte per un libro sulle facce (rigorosamente solo facce) pareidoliche che verrà stampato a breve; ci saranno un migliaio di “volti” da decine e decine di artisti flickeriani. Il ricavato credo andrà in beneficenza.
Infine, mi piacerebbe tanto fare un bel libro con le mie foto, dovrei decidermi ad usare un programma di questi online che ti permettono di farlo, ma ho un po’ di timore per la qualità delle stampe…accetto consigli!

Un domanda classica che faccio sempre: cosa significa per te la tua fotografia?
La fotografia è per me una cosa importantissima, da sempre. Mi emoziona la possibilità di fermare nel tempo un volto, un sorriso, uno sguardo di chi ti è amico, di chi vive o ha vissuto prima di te; una traccia indelebile che testimonia nel tempo, un ricordo, una cosa che acquista sempre più valore emotivo con il tempo. E la visione di una persona che ha scelto un pezzo di realtà per esprimere qualcosa di suo.
Anche le costruzioni pareidoliche sono frammenti di spazio fermati con “paranoia critica” (cito salvador dalì , un maestro nel dipingere illusioni ottiche all’interno dei suoi quadri – ossia il processo inverso e speculare a noi che le fotografiamo)nel tempo.
Molte delle visioni che ho fotografato non esistono più: quelle formate dalla pioggia, quelle di muri oggi in restauro, quelle date dalle piante o dai rifiuti…ma la foto le ha “fermate” in un’interpretazione particolare e talvolta suggestiva.

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Grazie a Fulvio per la grande disponibilità e l’entusiasmo dimostrati.
Voglio davvero consigliarti di approfondire la conoscenza di questo artista, per esempio gustandoti il suo fantastico album su Flickr, dove lo puoi trovare con il nick “Sharkoman” o visitando il suo sito.
Alla prossima!

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Giotto, Trittico Stefaneschi

Nel Polittico di Stefaneschi, del 1320, Giotto introdusse un piccolo dettaglio originale e creativo: la figura del committente dell’opera con in mano l’opera stessa, riprodotta in piccolo. Si tratta di uno dei più antichi esempi del cosiddetto effetto Droste, nome derivante dalla famosa marca di cacao, che nei primi del novecento iniziò a produrre confezioni raffiguranti un’infermiera con in mano una scatola ed una tazza di prodotto, riportanti a loro volta la stessa figura.
L’effetto Droste è in sintesi un’immagine che ricorre all’interno di se stessa, un’idea che dopo Giotto è stata sfruttata più volte da molti artisti nella storia, tra cui Escher.
Anche in fotografia esistono interessanti applicazioni dell’effetto Droste e specie con l’aiuto della postproduzione digitale è abbastanza facile ottenere effetti davvero carini, ne puoi trovare molti esempi in rete, uno per tutti il set su Flickr di Josh Sommers.

Credo che la cosa interessante non stia però nell’ottenere l’effetto Droste in digitale, piuttosto nel realizzarlo con creatività, senza alcun ausilio in postproduzione.
Si può giocare con specchi e luci, oppure sfruttando il monitor della fotocamera stessa o uno esterno, le possibilità sono moltissime.
Ma il vero effetto Droste è forse proprio quello fatto creando ad arte un artefatto, inserendolo poi nell’immagine e cortocircuitando il pensiero dell’osservatore.
Ed è su questa linea che è possibile fare un passo ulteriore, arrivando ad una sorta di effetto Droste 2.0. Cosa intendo? Ecco qui sotto un esempio preso in prestito da Abernaert.
Non c’è bisogno di particolari tecnologie, attrezzature o tecniche digitali. Basta un po’ di creatività ed una macchina fotografica, non necessariamente digitale 🙂
Perchè non provarci?

Droste effect by Abernaert

Nice Droste effect – Copyright Abernaert 2009

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Beware - By Pega

Beware – © Copyright 2010 Pega

Se è vero che in genere nessuno dovrebbe essere giudice di se stesso, è anche vero che in tema di creatività e produzione artistica questo non sempre vale.
In fotografia, come in altre forme espressive, è importante l’autocritica, intesa come la capacità di saper valutare da soli il proprio lavoro.
Che si tratti di decidere se cancellare uno scatto o invece proporlo per un premio, il filtro preliminare che rappresentiamo per le nostre stesse opere è un fattore chiave. Se ci autogiudichiamo con eccessiva severità rischiamo di tarpare le ali al nostro messaggio e a cose che agli altri potrebbero interessare, se invece siamo troppo generosi possiamo finire con l’inondare il mondo di roba insignificante.
E dunque come fare per tarare questo nostro giudizio?

Il coinvolgimento emotivo che ci lega ai nostri scatti è forse il problema più insidioso. La foto fatta in un momento particolare, associata a certe sensazioni o emozioni, ci appare con dei valori che non sempre sono percepibili dagli altri.
Certo, si può provare a lavorare per cercare di arricchire l’immagine con ciò che ci aiuta a trasmettere queste emozioni, come titolo e testo, ma bisogna comunque riuscire a fare un passo indietro e valutarla per quel che è.
Provare a guardare la foto con distacco “come se fosse stata fatta da qualcun’altro” è un inizio. Loderesti quel fotografo? O lo criticheresti? Cos’è che funziona o non funziona? Che sensazioni e messaggi trasmette? E’ tecnicamente ben fatta? Sono domande che possiamo farci svestendoci dei panni di autore ed indossando quelli di osservatore delle nostre stesse fotografie.

Una delle strade che ho scoperto più efficaci nell’aiutare questo processo di distacco è di abituarsi a seguire il lavoro di un numero maggiore possibile di altri fotografi, osservando regolarmente le loro foto pubblicate su Flickr o su altri social media ma anche visitando mostre ed esposizioni. Studiare immagini di altri con attenzione, cercandone pregi e difetti per poi magari anche condividerle a nostra volta è un gran bel metodo per affinare l’autocritica verso il proprio lavoro.
Quando questo volume di immagini osservate esiste ed è costante, diviene più naturale vedere le nostre come “solo alcune tra le tante” e quindi un po’ più facile autovalutarle con obiettività.

Che ne pensi? Credo che nei prossimi post proverò ad approfondire questo argomento.

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World fastest turtle

World fastest turtle – © Copyright 2008 Pega

Pian pianino, lento, lesto, veloce, velocissimo!
Siamo in grado di rendere questi concetti nelle nostre foto? Certo che si.
Per questo sessantunesimo weekend assignment il tema che ti propongo è proprio legato al concetto di: velocità.
La fotografia, nonostante la sua intrinseca caratteristica di indipendenza dal tempo, ha comunque la possibilita di generare nell’osservatore l’idea del movimento ed è proprio in tale direzione che ti invito a fare qualche esperimento in questo fine settimana.
Puoi usare il panning per rendere il movimento nella sua rapidità o anche provare ad ingannare l’osservatore come nel mio scatto sopra. Puoi interpretare l’assignment come ti pare.
Dopo, se vuoi, posta la tua foto condividendo “il prodotto della tua missione” in un commento qui sotto. Confrontarsi con gli altri lettori del blog è interessante e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.
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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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Cosplay beauty

Cosplay beauty – © Copyright 2010 Pega

[continua dal post precedente]

…ed insomma… Fotone si era spento.
Dopo aver attraversato lo spazio e rimbalzato sul viso di una splendida fanciulla, era finito in una strana scatoletta e su quel suo “sensore”. Così avevano fatto tanti suoi compagni di viaggio, anch’essi toccando, chi il viso, chi il vestito, chi le cose che circondavano la ragazza.
Il sensore era uno strano congegno, una sorta di luogo di riproduzione. Su questo si posavano e morivano i fotoni generando altre piccole creature fatte di pura energia, gli elettroni.

La magia dell’evento era che il flusso degli elettroni che usciva dal sensore, replicava il modo con cui i fotoni vi erano arrivati dall’esterno. Descriveva forma e colore di ciò su cui questi erano rimbalzati prima di arrivare: insomma gli elettroni portavano con loro l’immagine dell’ultima cosa toccata dai fotoni.

I piccoli elettroni si mossero tutti insieme e dopo aver girovagato nel loro piccolo ambiente naturale di circuiti interni a quella scatola finirono per posarsi e fermarsi per sempre. Avevano trovato la loro meta su una comoda superficie rettangolare, una sorta di mielario estraibile dalla scatola stessa.

Rimasero lì per qualche tempo, finché una persona estrasse quella piccola scheda. Come un apicoltore che prende il telaio melario dall’arnia, lo spostò ed inserì in un congegno capace di leggere l’informazione portata dagli elettroni.
Questa macchina era capace di estrarre il frutto conservato nella scheda e generare un nuovo flusso di elettroni contenente l’immagine originaria della ragazza.

Questa nuova genia di creature fatte di energia vagò ancora per circuiti fino ad approdare ad una nuova superficie di riproduzione, stavolta più grande e non più racchiusa in una scatola.
Qui avvenne l’ultima magia: gli elettroni donarono la loro vita per chiudere il ciclo e far nascere una nuova generazione di piccoli fotoni, identici a quelli arrivati dallo spazio, liberandoli in maniera ordinata e perfetta proprio per ricreare nell’occhio dell’osservatore l’originaria immagine della bella fanciulla delineata dal volo dei loro simili giunti dalla stella lontana.

Fine.

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Si, è una storiella scema. E forse anche incompleta. Perchè? Perchè in realtà i fotoni giunsero sulla retina e qui morirono per dar vita ad altri elettroni che viaggiarono fino al cervello dove definitivamente ricrearono l’immagine della fanciulla.

🙂

© 2012 Pega

Altre “storie da una foto”:
La porta
Capitan M|artin von Melik
Viva Viva, La Befana!
Il viaggio di Fotone
Alieni

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Ansel Adams

Si dice che le frasi dei personaggi illustri siano una delle fonti più importanti di ispirazione ed insegnamento.
La fotografia non è esente da questa regola e c’è una frase di Ansel Adams che credo sia una delle più significative mai dette.

“You don’t take a photograph, you make it”.

La traduzione in italiano non è efficacissima, ma in sostanza Adams voleva esprimere l’importanza di un atteggiamento attivo che il fotografo deve assumere quando realizza i suoi scatti.
“Cosa includere e cosa escludere”,”qual’è il soggetto”,”a chi è destinata”,”che emozioni deve suscitare”, “a chi potrà davvero interessare”. Sono solo alcune delle domande che potrebbero aiutarci a “creare” (to make) la foto, ed assumere quindi proprio il comportamento a cui Adams faceva riferimento.
E’ un approccio alla fotografia pragmatico e rigoroso, a cui si sono rifatte intere generazioni di artisti, tra cui moltissimi grandi nomi.
Ma non è l’unica possibilità. Esistono anche altre strade, tra cui quella di una fotografia più istintiva, più casuale ed opportunista, forse caotica, fatta di scatti meno meditati in cui magari riconoscere solo a posteriori il valore comunicativo, rendendosi conto che a volte può essere comunque molto elevato.
Sono punti di vista che, secondo me, non devono obbligare a scegliere da che parte stare perché, una volta razionalizzati, si può anche decidere di prendere qualcosa dall’uno e dall’altro, coltivando con consapevolezza una propria e personalissima “via fotografica”.

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Il diverso

The last tatoo (la pietà) – © Copyright 2010 Pega

Fotografare a volte è come creare un link, una connessione tra realtà diverse.
Non intendo la classica creazione di una metafora, quello a cui mi riferisco è quel ponte che con uno scatto possiamo creare tra concetti, mondi o tempi completamente distinti.
Capita di trovarsi davanti ad una scena ed intravedere il legame con qualcosa che é apparentemente lontano. Sono occasioni in cui la foto viene quasi d’istinto, forse stimolata proprio dalla voglia di condividere quella sensazione.
Non sempre ci si riesce, in qualche caso il titolo può essere determinante per aiutarci a guidare l’osservatore, cercando di portarlo a vedere quello che vedevamo ed accompagnandolo sul quel piccolo ponte fatto di una foto che qualche volta sa connettere universi distanti.

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Seascape BU Pega

Seascape – © Copyright 2012 Pega

Trovi il soggetto giusto, magari un bel paesaggio o anche una scena con cose e persone, prepari il treppiede, ci piazzi la macchina fotografica ed inizi a valutare inquadratura e composizione. In testa hai l’idea di fare una lunga esposizione, qualcosa di almeno mezzo secondo, ma anche più. In questo modo le presenze umane si trasformeranno in strani fantasmi, le cose in movimento disegneranno strane scie e l’acqua assumerà un aspetto strano e fiabesco…
È questo il fascino della fotografia long-exp: divertente ed un po’ meditativa.
Ma c’è un dettaglio. Se vuoi farlo in condizioni di luce diurna è probabile che ce ne sia troppa ed anche impostando diaframmi molto chiusi sia impossibile allungare decentemente i tempi senza bruciare tutto.
E allora, in attesa che i produttori di macchine fotografiche si decidano ad incorporare una funzione di forte riduzione della sensibilità direttamente nelle caratteristiche della fotocamera (che ci vorrebbe? Poco!) ecco che ci vengono in aiuto i filtri Neutral Density (ND).
I filtri ND sono sempre esistiti, fin dagli albori della fotografia e si trovano ancora facilmente in commercio perchè il loro effetto non sempre è ottenibile con la postproduzione. Consentono di abbattere la luminosità che arriva nell’ottica senza alterare troppo la qualità dell’immagine e si possono trovare filtri che tolgono due, quattro, ma anche otto o più stop di esposizione. Ne esistono anche di graduali, molto utili nel caso ci si trovi con soggetti a forte differenza di luminosità come succede spesso con cielo e panorama.
Gli ND sono tipicamente impilabili in modo da moltiplicare l’effetto montando davanti all’obiettivo più filtri sovrapposti.
Provaci, è interessante. Basta solo un po’ di attenzione al bilanciamento del bianco e ai riflessi in caso di controluce.
Intanto, se non conosci bene questa specialità, ti consiglio di dare un’occhiata a questo video in cui Gavin Hoey spiega come si fa, portando anche alcuni esempi di impostazione tempo/diaframma.
Buon divertimento!

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