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Archive for the ‘History of photography’ Category

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Migrant mother, 1936 – Dorothea Lange

Dorothea Lange realizzò Migrant Mother nel 1936. E’ una foto molto importante, emblematica ed attualissima, che segna l’intera carriera di questa fotografa e descrive in modo profondo il dramma delle famiglie che furono colpite dalla Grande Depressione.
Per approfondire la storia di questo scatto, si può partire dalle parole della stessa Lange, osservando anche le altre foto che realizzò in quel giorno, per provare a ripercorrere il flusso creativo che portò all’immagine più famosa.
Dorothea Lange parlò molti anni dopo di come nacque quella foto e, nel 1960, a tal proposito disse:
“I saw and approached the hungry and desperate mother, as if drawn by a magnet. I do not remember how I explained my presence or my camera to her, but I do remember she asked me no questions. I made five exposures,working closer and closer from the same direction. I did not ask her name or her history. She told me her age, that she was thirty-two. She said that they had been living on frozen vegetables from the surrounding fields, and birds that the children killed. She had just sold the tires from her car to buy food. There she sat in that lean-to tent with her children huddled around her, and seemed to know that my pictures might help  her, and so she helped me. There was a sort of equality about it.”

Quella che è diventata una tra le immagini più importanti della fotografia del novecento, descritta in un’infinità di libri, esposta al MOMA e poi acquisita da Getty Images, è l’ultimo di una breve serie di scatti che la Lange fece quasi di getto, senza preliminari o spiegazioni, quasi ad evitare cinicamente di alterare quel momento drammatico e disperato.
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migrant-mother-2bEcco le altre foto, molto meno note.
In questo primo scatto, realizzato da una certa distanza, si vede la tenda e la sistuazione di estrema precarietà. La foto non va bene: è sconclusionata ed appare anche mossa o sfuocata.
Il viso della donna non è ben inquadrato, dato che è voltata verso il bambino.

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migrant-mother-1Nella seconda immagine c’è una maggiore  organizzazione. La fotografa ha probabilmente chiesto alle persone di guardare verso l’obiettivo e dato alcune disposizioni di posizionamento.
La foto è interessante ma la Lange cerca qualcos’altro.

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migrant-mother-23 Qui la fotografa si è concentrata sulla donna. Ha forse trovato la chiave dello scatto in questo soggetto così carico di drammaticità. Nella seconda immagine la Lange ha evidentemente chiesto ad una delle bambine di posare dietro alla madre.

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migrant-mother-5Siamo molto vicini al risultato finale. L’atmosfera è quella severa che pervade anche lo scatto divenuto famoso. Lo sguardo della donna si perde all’infinito, quasi a sfuggire l’amarezza ed il peso della situazione, oltre alla difficoltà di farsi ritrarre in una condizione così disagiata.

Queste foto non sono solo  un piccolo pezzo di storia, hanno sopratutto contribuito a cambiare la situazione di un grosso numero persone che in quel momento vivevano un forte momento di difficoltà.
Anche grazie agli scatti della Lange che lavorava per l’FSA, poche settimane dopo la pubblicazione delle foto, la comunità fu raggiunta da un aiuto economico governativo che servì a superare quei mesi così difficili e aiutare concretamente quelle famiglie.

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foto lasciata sulla Luna
C’è chi ama “lasciare una traccia”, segnare con un gesto un luogo visitato.
C’è chi getta una monetina in acqua e chi invece una firma sul muro (in barba al rispetto delle cose altrui).
In genere sono gesti fatti auspicando di poter tornare sul posto, ma non credo sia questo il motivo che spinse l’astronauta Charles Duke a portare con sé e lasciare sul suolo lunare una sua fotografia di famiglia.
Sì, la lasciò di proposito durante la missione Apollo 16, il 23 Aprile del 1972. La posò accanto alle sue impronte immortalandola con la Hasselblad Lunare.
Venire a conoscenza di questa storia mi ha incuriosito.
Avevo sentito di foto alla Luna, di foto sulla Luna ed anche di macchine fotografiche lasciate sulla Luna, ma di una foto di famiglia portata dalla Terra e abbandonata sulla Luna non ne sapevo niente.
Di sicuro questa immagine lascia la porta aperta ad immaginarsi tutta una storia, ma quale storia? Forse un messaggio ai posteri? Ai figli o ai nipoti che un giorno potrebbero tornare da turisti sul nostro bel satellitone e ritrovare la foto del nonno? Forse semplicemente una promessa mantenuta tipo “vi porto tutti con me sulla Luna”. Oppure un cinico e metaforico abbandono spaziale? 😀
Chissà…
Chissà anche se quella foto di famiglia è ancora lì o l’hanno presa gli alieni.

😀

[Fonte: Universe Today]

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LandIn questi giorni ricorre l’anniversario della nascita di Mr. Land, il padre della fotografia istantanea.
Nato nel Connecticut il 7 Maggio del 1909, Edwin Herbert Land presentò la sua curiosa ed innovativa scatoletta magica al congresso della Optical Society of America nel 1947. Si trattava della prima macchina fotografica istantanea della storia: la Polaroid Land camera.
Mr. Land era un inventore vecchia maniera, esperto in ottica aveva già prodotto parecchie cose interessanti tra cui alcuni filtri oggi comunemente noti come polarizzatori. La fotocamera istantanea nacque quasi per gioco, inizialmente concepita per soddisfare un capriccio di sua figlia Jennifer che si lamentava di non poter vedere subito le fotografie scattate.
Land aveva fondato la sua azienda Polaroid Corporation nel 1937 iniziando a sfornare numerosi prodotti interessanti: dai mirini militari agli occhiali da sole, ma fu la fotocamera istantanea a portare il grande successo. Nel primo giorno di lancio furono venduti quasi tutti gli esemplari (la mitica Model 95) sebbene il prezzo non fosse dei più abbordabili: 89 dollari del 1948.
Sessantacinque anni non sono tanti per la quasi bi-centenaria storia della fotografia ma senza dubbio Polaroid ha lasciato un segno importante.
Schiacciata dall’arrivo del digitale e dall’avvento di questa nuova tecnologia istantanea che le ha tolto proprio il primato su cui si era basato il suo successo, ha subito un progressivo ma inesorabile calo delle vendite, fino ad arrivare nel 2007 all’inevitabile pensionamento del settore fotocamere istantanee e la conseguente chiusura degli stabilimenti di produzione delle pellicole.
Ma la storia di questa affascinante invenzione non sembra giunta al termine e continua su due strade distinte. Da un lato il manipolo di “eroi analogici” dell’Impossible Project che dal 2008 hanno intrapreso, fondando una nuova azienda, la difficile strada del riavvio della produzione e commercializzazione delle pellicole, dall’altro il nuovo impulso digitale di casa “madre” Polaroid.
Chissà chi riuscirà davvero a raccogliere l’eredità sostanziale di Mr. Land.

 

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Roberto è un lettore del blog oltre che scienziato, genio, inventore e sopratutto mio caro amico.
Mi scrive mandandomi un piccolo insieme di ricordi dei tempi della pellicola e di una macchina fotografica che “abitava” nel bauletto della sua vespa.
Ed io che faccio? Lo pubblico!
Grazie Bob!

La pellicola
Uno spot della Apple oggi recita…”La migliore macchina fotografica è quella che hai con te” e io giravo sempre con la mia fidata Canon AE1 Program, anche se era decisamente più ingombrante di un iPhone.
L’obiettivo che avevo sempre sulla macchina era un 50mm f 1:1.8 ma da appassionato di tele non potevo fare a meno del 135mm/2.8. Spesso era caricata con una Ilford HP5 che sviluppavo e stampavo rigorosamente da solo. Macchina e obiettivi trovavano sempre posto nel bauletto della mia Vespa P125X pronti per catturare una nuova emozione.

Bob

Roberto ai tempi della pellicola

Il corpo macchina era evolutissimo perché aveva il “Programma”, roba fantastica per il 1984, ma a quei tempi avevo tutto il tempo per fare uno scatto e usavo sempre la “M” con l’esposimetro che mi diceva tutto quello che serviva…ammesso che lo avessi regolato sugli ASA giusti. Quanti di voi hanno scattato 36 foto con l’esposimetro impostato su 400 per accorgersi poi che dentro c’era un 100? E come ti raccomandavi con il fotografo che lo doveva sviluppare “…si ricordi che l’ho tirata a 400!!” e lui con quello sguardo verso il basso a sopracciglia inarcate annuendo diceva”…si, si, ma non ti lamentare se ti vengono velate…”.
Pensare che la AE1 Program non aveva neanche quella utilissima finestrella sul dorso per vedere che rotolino c’era dentro. Magari la usavi dopo un po’ di giorni con qualche foto già scattata e non sapevi se era da 24 o 36. Ma quando arrivavi al fotogramma 37 ti veniva un atroce sospetto…al 39 ne avevi la certezza e cominciavi già a ripercorrere con la mente quali foto ti eri perso perché il rotolino non si era agganciato. Eh già, ora tutti direte che bastava guardare la manovellina di riavvolgimento mentre la ricaricavi (a mano ovviamente), ma gli occhi incredibilmente erano già passati dal mirino ad un altro soggetto.
Poi, passata la foga per ingranditore e bacinelle, si passa alle Dia! E quali se non le Kodachrome 64 ASA?
La macchina fotografica intanto era cambiata e avevo una più evoluta Contax 167 MT con obiettivo rigorosamente Carl Zeiss T* Vario-Sonnar 28-70/3.5-4.5. Qui il motore incorporato ed il sensore DX ti evitavano errori di caricamento e sovraesposizione. L’obiettivo era fatto di vetro e si sentiva bene, ma lo spettacolo che ti dava proiettare una diapositiva da 64 ASA, ripagava il mal di collo.
La Kodachrome la compravi con lo sviluppo che facevano solo in Germania e potevi scegliere se farla intelaiare dalla Kodak o farlo te a mano. La leggenda metropolitana del rotolino tutto intelaiato a metà fotogramma mi spinse ad optare l’acquisto dei primi rotolini per il solo sviluppo ma dopo i primi 3 capii che potevo correre il rischio, non avrei mai più passato 2 serate piene per l’intelaiatura a mano.
Che ansia aspettare il ritorno delle dia dopo un viaggio dall’altro capo del mondo. La paura di sbagliare esposizione a volte ti faceva usare il bracketing anche con lo scatto più banale, per poi scoprire che la dinamica di quella indimenticabile pellicola te ne aveva fatte fare 3 bene.
Questi ricordi che affiorano quando si apre un cassetto pieno di negative, sono la nostra storia, la nostra cultura, siamo noi.
Roberto

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Dovima with elefants

Dovima with elefants – @ Copyright 1955 The Richard Avedon Foundation

Torno spesso a rivedermi le foto di Richard Avedon, un grande fotografo che è stato senza dubbio uno dei principali protagonisti della fotografia americana del secondo novecento.
Per me la sua principale caratteristica è l’aver rappresentato una sorta di sintesi tra fotografia artistica classica, pop art, mondo dello spettacolo e della moda.
Con una carriera che iniziò come fotografo per carte di identità e di relitti di navi mercantili, Avedon passò negli anni ’40 al mondo della moda portando in Harper’s Bazaar, la rivista per cui lavorava, la novità di porre le modelle in contesti urbani non convenzionali.
Da quel momento la sua carriera decolla, lavorerà per Vogue, Life e molti prestigiosi marchi della moda e con il passare del tempo emerge la sua grande passione per il ritratto. È una tipologia di ritratto introspettivo che scava nella personalità del soggetto, lo pone in atteggiamenti e contesti che consentono un contatto emotivo diverso dai clichè tradizionali.
Attraverso intere decadi che vanno dagli anni ’60 all’alba del nuovo millennio, per molti personaggi famosi e star, quello di Avedon diviene uno studio fotografico da cui è necessario passare, a patto di essere disposti ad esporre se stessi in modo diretto.

Homage to Munkacsi

Homage to Munkacsi, Parigi © Copyright 1967 Richard Avedon

Trovo particolare in Richard Avedon la capacità di saper separare molto bene la sua attività di fotografo commerciale su commissione, tipicamente per il settore della moda e dello spettacolo, dal suo personale impegno, passione e ricerca sul ritratto introspettivo ed anche al reportage di denuncia, come nel caso del suo viaggio in Vietnam a documentare gli orrori della guerra con crude foto di corpi mutilati e straziati dal napalm.
Uno stile, quello di Avedon che, anche nei lavori più chiaramente  commerciali come ad esempio gli scatti per i grandi nomi della moda, fa percepire una personalità ed una originalità che solo pochi grandi hanno saputo esprimere.

E’ significativa una sua frase che sottolinea l’irrefrenabile passione per la fotografia che lo accompagnò fino all’ultimo: “If a day goes by without my doing something related to photography, it’s as though I’ve neglected something essential to my existence

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sunny F16 ruleOggi che qualunque fotocamera è in grado di decidere autonomamente le migliori impostazioni per l’esposizione, è buffo ripensare a quando gli esposimetri erano cosa rara e costosa, tipicamente riservati ai professionisti o comunque solo a chi faceva fotografia “sul serio”.
Ma basta ricordare ciò che comunemente si usava fino a poco prima dell’avvento del digitale, per rendersi però conto che a quel tempo il calcolo della corretta esposizione stava tutto al fotografo.
Sembra anacronistico, ma credo che conoscere la “regola del nonno” possa essere molto utile anche oggi, quantomeno per sperimentare il terreno del “tutto manuale”, così affascinante ed intrigante anche per chi è nativo digitale.
Ebbene dunque, come si faceva? La regola era denominata “diaframma f/16 in pieno sole″ (o variazioni simili) ed in genere era puntualmente stampigliata all’interno della confezione del rullino fotografico. È una regola semplice, tranquillamente utilizzabile anche oggi e facilmente sintetizzata nell’immagine qui sopra.
Si parte sempre impostando un tempo “simile” al reciproco degli ISO (es: 1/125 se ISO 100; 1/200 se ISO 200; 1/400 se ISO 400, etc…) e poi si sceglie il diaframma di conseguenza. La regola dice che in pieno sole, con 1/125 ed ISO 100, il diaframma corretto è f/16. Un tempo la pellicola che normalmente si usava era quasi sempre ISO 100, da cui la regola mnemonica f/16 in pieno sole, appunto.
Partendo da questo riferimento basta ricordarsi che, se il sole è velato, l’esposizione corretta si ottiene con f/11, se un po’ nuvoloso f/8, se coperto di nuvole scure f/5,6.
In caso di ISO diversi basta cambiare il tempo. Se si desidera usare tempi diversi, ad esempio doppi, basta dimezzare tutti i diaframmi.
Naturalmente il tutto va preso con un po’ di elasticità e la regola costringe il fotografo non solo a fare delle stime, ma anche ad applicare un suo criterio soggettivo: tutt’altra cosa rispetto alla fredda dipendenza dagli automatismi dell’elettronica.
Ecco fatto, ora conosci la regola del nonno. Che ne dici adesso di uscire e, per oggi, fare solo foto (va benissimo anche la tua digitale) esclusivamente seguendo questa regola?
🙂

Kodacolor Vr100

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Diane Arbus by M.E.Mark

Diane Arbus – Copyright 1969, Mary Ellen Mark


Eccola Diane Arbus, fotografata a New York nel 1969 da Mary Ellen Mark.
La Arbus è stata una delle più originali ed influenti fotografe del novecento. Nata nel 1923 a New York, studiò con Berenice Abbott e per alcuni anni si occupò di fotografia commerciale insieme al marito. La pubblicità e la moda non facevano per lei e tra il 1957 ed il 1960 iniziò a frequentare un baraccone situato tra la 42esima e Broadway, dove si esibivano figure bizzarre. Iniziò così un percorso che la portò sempre più ad occuparsi dei “diversi”, di quell’umanità atipica e disprezzata descritta nel film cult di Tod Browning “Freaks” (1932) che la Arbus considerava una sua fonte di ispirazione.
Definita superficialmente come la “fotografa dei mostri”, la Arbus non esitava ad entrare in contatto con figure grottesche ed emarginate. Fotografò prostitute, reduci dal Vietnam, fenomeni da circo ed ermafroditi. Insomma, una moltitudine di personaggi difficili e controversi, che la Arbus ritrasse sempre con uno stile personale molto intenso.
Tra i suoi scatti più famosi ci sono il bambino con la bomba a mano “Child with Toy Hand Grenade in Central Park, New York” (1962) e “Identical Twins”, del 1967: uno scatto inquietante che ritrae due bimbe gemelle a cui pare si sia direttamente ispirato Stanley Kubrick per i personaggi delle gemelle Grady in Shining.
È proprio guardando immagini come quest’ultima che si intuisce il disagio della fotografa. Diane Arbus soffriva di depressione e forse di un disturbo bipolare che la portò fino alle estreme conseguenze. Si tolse la vita due anni dopo questo scatto, tagliandosi le vene il 26 luglio del 1971 dopo aver assunto una forte dose di barbiturici.
Rimane impressa una delle sue affermazioni più famose:

La cosa che preferisco è andare dove non sono mai stata“.

Mary Ellen Mark, come la Arbus, è una fotografa impegnata nella documentazione sociale. In questo suo ritratto la Arbus sembra uno dei suoi “strani” personaggi emarginati. Le mani e la testa sono sproporzionati, è deformata, l’espressione tesa con lo sguardo nell’obiettivo, proprio come anche lei chiedeva ai suoi soggetti.

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I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa
#9: Robert Mapplethorpe (con Patti Smith) fotografati da Norman Seef
#10: Szarkowski fotografato da Winogrand fotografato da Friedlander
#11: Andy Warhol fotografato da Robert Mapplethorpe
#12: Henri Cartier-Bresson fotografato da René Burri
#13: Dennis Stock fotografato da Andreas Feininger

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Acc... By Pega

Acc… – © Copyright 2009, Pega

In molti mi accusano di essere un integralista del digitale.
Ebbene sì confermo le mie convinzioni: la fotografia quantistica non permette più ciò che prima si faceva così bene in digitale. Il digitale, con le sue pixelature ed il fascino del rumore agli alti ISO è stata la vetta più alta toccata dalla Fotografia e rimane insuperabile, non c’è confronto con il freddo e sterile dettaglio microscopico delle immagini a neutroni.
È vero, le nuove tecnologie hanno espanso molto le possibilità, dato strumenti prima impensabili ed ampliato il numero di esseri viventi che oggi possono fare fotografie, ma io sono affezionato al digitale. Credo che le vecchie tecniche di postproduzione con Photoshop e il fascino vintage dell’HDR, rappresentino a tutt’oggi livelli mai più raggiunti.
Ora chiunque può realizzare fotografie così tecnicamente perfette da poter essere confuse con la realtà, e tutto questo senza alcun bisogno di doverle correggere in Lightroom. Oggi si possono condividere le immagini proiettandole nel cervello dei propri amici senza tutta quella vecchia ma sana faticaccia di postarle su Flickr o Facebook.
Che nostalgia…

😀 😀 😀

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Bresson

Henri Cartier-Bresson – © Copyright Magnum Photos

Apprendo dal sito New Camera News che si sta indagando su un curioso fenomeno riguardante la tomba di Henri Cartier-Bresson, il grande fotografo noto a tutti per la sua capacità di cogliere l’attimo decisivo.
In un’affollata conferenza stampa è stato reso noto che un gruppo internazionale di scienziati sta studiando da tempo il luogo dove il maestro è sepolto ed il team ha fatto una scoperta sensazionale: Bresson è ancora morto, ma sta ruotando nella tomba.
Gli esperimenti iniziati nel 2007 con l’ausilio di speciali apparecchiature, evidenziano un movimento di rotazione che, dalle circa tre rivoluzioni all’anno misurate inizialmente, è aumentato nel tempo, arrivando nel corso del 2013 ad oltre ottocento rotazioni: più di due al giorno!
Nei soli primi tre mesi del 2014 Bresson si è già rigirato oltre seicento volte nella sua tomba. Se l’accelerazione continua a questi ritmi, non solo gli scienziati saranno costretti a passare dall’indicazione di “rotazioni all’anno” a quella di “giri al minuto” come per i motori, ma si rischierà un aumento della temperatura interna alla bara a causa dell’attrito e forse ci sarà il rischio di combustione.
Gli scienziati ipotizzano che il fenomeno sia legato all’aumento esponenziale ed incontrollato di fotografie definite impropriamente “di strada” (il genere che HCB aiutò a creare e definire) ed al loro imperversare sui social network.
Pare che i membri della famiglia Cartier-Bresson si preparino a lanciare un appello a tutti i fotografi del mondo per cercare di limitare il proliferare di insignificanti, inconsistenti e banali scatti di strada, in particolare in bianco e nero.

😀 😀 😀

Fonte NCN

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