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Photoexperience In rete si possono trovare molte iniziative dedicate a chi è appassionato di fotografia, ma quella di cui vorrei parlare oggi mi ha colpito per un approccio particolare e diverso dal solito.

Si tratta di Photoexperience, un’idea di un piccolo gruppo di fotografi toscani nata per creare eventi a metà tra un workshop ed un percorso turistico, aperti ad appassionati di fotografia di qualsiasi livello.

Ho avuto il piacere di incontrare e fare qualche domanda ad Andrea Sbisà che svolge il ruolo di art director in Photoexperience ed ecco cosa mi ha detto.

Ciao Andrea. Prima di tutto ci racconti un po’ cos’è Photoexperience ?
Tutto è nato circa un anno fa quando ci siamo trovati con un paio di amici fotografi a parlare di quanto fossero state divertenti alcune occasioni in cui avevamo provato a ripercorrere le orme di qualche personaggio famoso, o ricercato le ambientazioni di importanti opere cinematografiche. Nacque quindi l’idea di provare ad organizzare meglio la cosa per renderla fruibile anche ad altre persone e così abbiamo iniziato a proporre dei workshop a tema, dove la passione per la fotografia si fonde con l’esperienza di immergersi in storie e location affascinanti in Toscana.

Windows light - © Copyright 2010 Andrea Sbisà

Gli eventi Photoexperience si svolgono tutti in Toscana ?
Per il momento si. La Toscana è ricca di spunti fotografici, di storia e scenari spettacolari, spesso utilizzati nel cinema, piuttosto che in romanzi. E’ una regione in cui ovunque si può scovare un soggetto fotografico straordinario, e che tuttora nasconde aneddoti e personaggi tutti da scoprire: del resto anche nel più piccolo paese è facile trovare orme di qualche figura che ha scritto una pagina di storia.
Se poi interessano in particolare i periodi del medioevo o del rinascimento, la Toscana è proprio il posto giusto per fotografarne i segni e le opere. A tutto questo si aggiunge la possibilità di trovare sempre una struttura ricettiva che funzioni da base per le nostre “missioni” e che permetta di completare “l’esperienza”  anche da un punto di vista del relax, e perché no, della gastronomia.
Non è detto che in futuro si possano andare a scoprire anche altre regioni ma per il momento crediamo che la Toscana sia la meta più adatta per il tipo di progetto che vogliamo far sperimentare.

Quindi oltre ad un workshop fotografico è proprio un’esperienza a contatto con la storia?
Si eccome. A volte l’esperienza è un vero e proprio “inseguire” un personaggio e le sue gesta, magari muovendosi attraverso il territorio in quelli che furono i luoghi importanti per la sua storia.
E’ un’esperienza appunto, che cerchiamo di arricchire portando ai nostri ospiti informazioni ed anche qualche piccola sorpresa.

Che durata hanno questè “fotoesperienze” ?
In genere gli eventi Photoexperience si svolgono nei week end, quindi iniziando il sabato sera e concludendosi nel pomeriggio della domenica. Abbiamo comunque realizzato anche eventi di una sola giornata, molto simili ad un workshop fotografico a tema.

Time traveller - © Copyright 2010 Andrea Sbisà

Ci puoi descrivere come si svolge in genere uno di questi eventi ?
Ci troviamo il sabato direttamente presso la struttura ricettiva che ci accoglie, in genere un agriturismo. Qui, dopo le presentazioni ed una buona cena, iniziamo con una serata che serve per introdurre l’attività dei giorni successivi, e fare conoscenza con i partecipanti..
La domenica è interamente dedicata allo svolgimento dell’esperienza fotografica che, a seconda della Photoexperience in programma, può svilupparsi in un’unica o più location.
Una meritata pausa nel mezzo della giornata permette, oltre al godimento di qualche pietanza locale, anche una verifica del lavoro svolto, e se richiesto, anche qualche approfondimento tecnico.

Come ci si iscrive ?
Ogni informazione è a disposizione sul sito www.photoexperience.it. Iscriversi è semplice: basta inviare una mail a info@photoexperience.it per indicare il numero di partecipanti ed a quale evento si vuole aderire. Non dimenticate di aggiungere un recapito per poter essere ricontattati. I costi in genere includono la sistemazione e prevedono anche quote differenziate tra fotografi ed eventuali accompagnatori.

Devo dire che la curiosità che mette questa iniziativa è notevole. Ma ci dici anche qualcosa su di te e gli altri componenti di Photoexperience ?
Il progetto di Photoexperience coniuga la mia passione per la fotografia e per i viaggi. Da esperienze personali, mi sono trovato più di una volta a cercare delle chiavi di lettura diverse del nostro territorio, scoprendo che questa ricerca regala emozioni e piacevoli sorprese. E’ stato naturale cercare di coinvolgere altri appassionati di fotografia, alla scoperta di questi ‘sentieri’.
Trovare un tema, un filo conduttore, una traccia che ci faccia vedere e scoprire la nostra Toscana in modo piacevole e stimolante, è una bella sfida.
La partenza del  progetto è stata possibile solo grazie alla collaborazione con altri amici fotografi, che per esperienze e caratteristiche personali, hanno dato completezza allo staff.

Facing elephant - © Copyright 2010 Andrea Sbisà

Ci racconti un po’ della tua storia fotografica ?
La mia storia è quella del fotoamatore appassionato, quale sono da anni.
Ho cominciato da giovanissimo a fotografare con le prime macchinette automatiche, fino ad approdare nei primi anni novanta al mondo delle reflex, e poi alla rivoluzione del digitale.
Questa mia passione mi ha portato negli anni a frequentare workshop, conoscere noti fotografi, nonché cercare di portare avanti una ricerca personale continua della bellezza nascosta nelle cose e nelle persone.
La fotografia consente di attraversare un percorso continuo di crescita, di sperimentazione e miglioramento. Sarà per questo che la passione è così grande, perché il viaggio non ha mai fine!

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Grazie ad Andrea, del quale segnalo il notevole sito personale www.andreasbisa.it ed anche lo splendido album su Flickr.
Personalmente sono molto incuriosito da questa iniziativa Photoexperience e credo che mi spingerò a sperimentarla in prima persona, per poi riparlarne ancora qui sul blog.

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cosplay

© Copyright 2010 Trymanit

Il Cosplay è un fenomeno culturale che ha avuto origine in Giappone e su Wikipedia viene definita come “la pratica dell’indossare un costume che rappresenti un personaggio riconoscibile in un determinato ambito e interpretarne il modo di agire”.
I personaggi sono spesso scelti dal mondo dei manga o delle anime giapponesi, ma anche dai videogiochi, le band musicali, i giochi di ruolo, il cinema o la TV.

Alcuni fotografi stanno seguendo con interesse questo settore avendone intuito le potenzialità creative, specie in occasione degli eventi che in Italia si susseguono ed in qualche caso rappresentano un vero e proprio punto di riferimento per gli appassionati come ad esempio il Lucca Comics and Games che si svolge a Lucca in autunno.

Conosco vari fotografi che seguono il cosplay e tra questi c’è Trymanit, una vecchia conoscenza di questo blog, al quale ho rivolto un paio di domande sull’argomento.

Alessandro che tipo di scatti cerchi di fare quando fotografi i cosplayers ?
Al cosplayer piace moltissmo farsi fotografare, io la foto la interpreto come una specie di riconoscimento nei suoi confronti, del lavoro che ha fatto preparando con attenzione il costume (che tipicamente i Cosplayers non acquistano già fatti ma realizzano interamente in proprio, accessori compresi. N.d.r).
Quando chiedi a un Cosplayer se vuole farsi fotografare, questi si posizionerà la maggior parte delle volte, in una posa attinente al personaggio.

Quindi è il soggetto che decide la posa, se poi saranno una serie di foto, cerco di far si che le caratteristiche del cosplayer si amalghino bene con il personaggio che interpreta e l’ambiente che ci circonda. Evito di fare come alcuni fotografi che vogliono imporre la propria volontà nei confronti del soggetto, questo tra l’altro è il mio modo di intendere il ritratto in senso generale, anche quando fotografo persone non cosplayer.
La fotografia del resto non mente… quando una posa è forzata, quando tra fotografo e fotografato non c’è sintonia, nella fotografia questo si vedrà.

Come hai iniziato a fotografare i cosplayer ?
Alla base del mio interesse per questo genere c’è senz’altro la mia passione per i videogiochi, la cinematografia di fantascienza ed il Fantasy.
E’ con il Fantasy che ho iniziato a fotografare i Cosplay, nell’edizione della Festa Dell’Unicorno del 2009 a Vinci, una festa con un indirizzo prevalentemente Fantasy con al suo interno ospitato anche un’evento Cosplay.
Sono stato letteralmente rapito dal fascino di questi ragazzi che con dedizione e sacrificio indossavano i loro costumi, dalle rappresentazioni che portavano sul palco… successivamente sono andato a Lucca Comics e da li un susseguirsi di contatti.

cosplay 2

Copyright 2010 Trymanit

Come trovi i tuoi soggetti e che rapporto/dialogo si sviluppa con loro ?
Per i contatti un grande aiuto viene dai social network, Facebook su tutti. Postando le foto dei cosplayer, i tag e le conseguenti richieste di amicizia fanno si che si instaurino dei rapporti, il tutto nell’ambito del comune denominatore: il Cosplay, quindi, vieni a conoscienza degli eventi, richieste di foto, chiedere la disponibilità a foto fuori dagli eventi.

Che consigli ti sentiresti di dare a chi vuol provare questo genere di fotografia ?
Mi piacerebbe che chi si avvicina a questo mondo lo facesse semplicemente pensando che quello che stà vedendo non è una carnevalata. La passione, la dedizione con cui questi ragazzi portano avanti la loro passione è ammirevole, la pignoleria con la quale cercano la verosomiglianza con il personaggio cercando le stoffe, gli accessori, il taglio e il cucito per poi finire il giorno dell’evento, dove li vedi lì…tutti tesi che provano la scenetta sia che siano da soli, sia che facciano parte di un gruppo.
Quindi in sintesi la parola giusta è Rispetto. Gli chiedi una foto e vedi, almeno che non stiano salendo sul palco, che gli si illuminerà lo sguardo accompagnato da un sorriso e si metteranno in posa. La maggior parte sanno già quale posa assumere per il loro personaggio, ma possono anche capitare cosplayer meno smaliziatoi che con fare impacciato chiedono come mettersi.
Secondo me è importante valorizzare con la foto il lavoro che hanno fatto, il risalto dei particolari.

Quali sono le migliori occasioni e luoghi per fotografare i cosplayers?
Le migliori occasioni per fotografarli è durante gli eventi che durante l’anno si svolgono. Il più importante in assoluto è il Lucca Comics che si svolgerà l’utima settimana di ottobre.

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Grazie a Trymanit per la preziosa colaborazione ed appuntamento a Lucca con tutti coloro che volessero sperimentare questo interessante “filone”.

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Claudia, una lettrice del blog, mi ha chiesto di parlare di una sua foto.
Lo ha fatto in risposta ad un mio recente post sulla fotodegustazione, una discutibile definizione che ho dato dell’atteggiamento di osservazione ed analisi che si può provare ad assumere per apprezzare in maniera più profonda le fotografie, evitando di guardarle in modo troppo rapido e superficiale.
Non si tratta quindi di critica, ma di un modo per avvicinarsi all’opera che si osserva.

L’idea di farlo con immagini che mi vengono sottoposte dai lettori del blog è una cosa stimolante ma anche impegntiva, specie in questo primo caso. Comunque, visto che le sfide mi affascinano, ecco che ci provo.

La foto in oggetto si intitola Malinconia

Malinconia
Malinconia – © Copyright 2008 Mäuschen

Santa Brigida, la saracinesca chiusa, da più di dieci anni oramai, è quella del ristorante che gestiva la mia famiglia.
Lì ci ho vissuto, sono cresciuta scorrazzando per i campi ed i boschi mentre i miei lavoravano…e quando avevano un po’ di respiro si sedevano fuori.
Su quella pietra si sedeva il babbo.
Quella pietra però è ancora lì…solo quella.

Si intuisce subito che non è facile parlare di questa fotografia, ma quello che mi viene da dire per prima cosa è che si tratta di uno scatto dalla forte carica emotiva. Una carica che però è possibile percepire bene solo aggiungendo all’immagine anche l’intensità del testo che la accompagna, esattamente come per quella delle tre donne del Guatemala di cui parlavo.
Anche questo è un esempio che tende a consolidare la mia convinzione sull’importanza delle parole in fotografia e sul fatto che, dove necessario, queste siano sempre da associare all’immagine perchè possono contribuire molto al significato di un’opera.

La struttura è incentrata sulla pietra, posta centralmente nell’inquadratura ma non proprio perfettamente a mezza altezza, quasi come se la fotografa avesse deciso di lasciare lo spazio per permetterci di immaginare seduta sopra la figura del padre.
E’ una pietra dalla forma e colore strani. Appare come levigata nella sua parte centrale ed ha una struttura che ricorda molto quella delle bitte, gli oggetti un tempo in pietra ed oggi in metallo a cui si fissano le cime che ormeggiano le navi nei porti. 
Probabilmente, come per altre considerazioni che sto facendo, si tratta di una mia postproiezione, ma questa somiglianza con una bitta mi ha fatto immaginare che a questo oggetto la fotografa è invisibilmente legata. La pietra su cui si sedeva il babbo è un vecchio ormeggio sicuro che, nonostante la malinconia e gli anni, rimane nel tempo.

Sulla sinistra c’è la saracinesca chiusa, con i gradini che portano nel locale oggetto di tanti ricordi.
Gli scalini, ma anche il bandone stesso appaiono curati e puliti, come se si trattasse solo di una chiusura domenicale. Sul pavimento accanto sono invece presenti piccoli sassi e detriti, che sembrano rappresentare i segni di un lungo abbandono. Questo contrasto tra gli scalini ed il pavimento è un dettaglio che, se notato, colpisce divenendo un elemento in grado di trasmettere una particolare inquietudine.

Un altro aspetto di cui vorrei parlare è l’angolo di inquadratura.
La foto appare come scattata da una normale posizione in piedi. Non so se Claudia abbia realizzato solo questa foto o anche chissà quali altre da diverse angolazioni, ma questa è quella che abbiamo. La scena è ripresa da un’altezza che non è quella della bambina che era ai tempi del ristorante. Si sarebbe potuta abbassare, inginocchiare, ma ora è cresciuta, le cose vengono viste da un’altra prospettiva.
C’è un’adulta dietro la macchina fotografica, una persona che ricorda con amore e malinconia quegli anni ormai lontani ma lo fa con la consapevolezza di aver saputo andare avanti.

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Vorrei invitare chi legge questo mio tentativo di analisi ad intervenire ed aggiunere il suo pensiero se lo desidera. Provare ad approfondire l’osservazione di questa foto non è stato un compito facile, sia per il tema, sia perchè non mi reputo particolarmente abile nel farlo.
Credo comunque che lo spirito di sfida e condivisione che mi spinge a far vivere questo blog non mi concedesse di sottrarmi alla proposta di Claudia e così è andata, anzi credo che mi presterò volentieri a proseguire in futuro con altre fotografie che i lettori vorranno sottoporre.

Ti piacerebbe vedere “fotodegustata” una tua foto ?
Bene, scrivi a pegaphotography@gmail.com allegando una tua fotografia o il link ad una immagine di tua produzione che vorresti essere pubblicata e analizzata qui.
La posterò volentieri con un mio tentativo di degustazione aperto ai contributi di chi vorrà partecipare con commenti ed osservazioni.

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Alone in the rain
Alone in the rain – Copyright 2008 Pega

Le previsioni per questo weekend non dicono niente di buono…
E’ comunque sabato e dato che è qualche tempo che non te lo propongo, rieccomi con l’idea di un assignment da sviluppare nel fine settimana.

Come al solito l’idea è quella di provare qualche scatto “a tema” perchè sono convinto che fotografare con in mente una piccola missione sia divertente e stimolante.

La condivisione con gli altri dei risultati di queste semplici missioni è poi un ulteriore passo che ti invito a fare. Basta che inserisci in un commento a questo post, il link al tuo album Flickr o a qualsiasi altro sito in cui avrai messo i tuoi scatti.

Dunque il tema di oggi è semplicissimo ed anche particolarmente adatto alle previsioni meteorologiche di cui parlavo all’inizio.
Si tratta di fotografare : la pioggia.

L’idea non è solo di creare immagini di acqua che cade, ma di carpire nella foto le storie, le emozioni o le sensazioni che la pioggia porta con se.
E’ un assignment molto libero, che puoi interpretare come preferisci, l’importante è che la pioggia si un elemento cardine dello scatto.

Lo so che qualcuno preferirà rimanere a casa al calduccio ma credimi, il maltempo è in realtà un’opportunità fotografica. Esci a scattare anche se piove, non te ne pentirai.

E poi condividere con tutti i lettori del blog è divertente e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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World's fastest turtle

World fastest turtle - © Copyright 2008 Pega

Oggi ti propongo alcuni miei folli e sconclusionati appunti sul processo creativo…

1) Ascoltare ed annotare
– Ricordati di tenere un block notes sul comodino e scrivere subito quel sogno, anche se sei nel bel mezzo della notte, perchè al mattino te lo sarai dimenticato.
– Leggi il più possibile
– Acquista una lavagnetta adatta a prendere appunti sott’acqua (quelle che usano i sub) perchè le migliori idee vengono quando si è sotto la doccia.

2) Rielaborare e creare
– Sperimenta e liberati dalle paure di fare qualche figuraccia.  
– Contaminati ! Interessati delle cose che non ti interessano e assaggia ciò che sembra non piacerti.
– Esplora
– Cerca di vedere le cose da una prospettiva diversa.
– Creati lo spazio ed il tempo in cui Pensare. Solamente Pensare.
– Ripeti gli esperimenti anche quando non riescono alla prima. Non sei Willie il coyote.

3) Imparare e inventare
– Impara almeno una cosa nuova al giorno
– Ispirati e rielabora
– Rielabora ed ispirati (bis)
– ESAGERA, poi torna leggermente indietro.

E poi….
Ehi! – Forte! Ma guarda… manco so come mi è venuto fuori…

🙂

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Robert Frank restaurant

Restaurant - US1 Leaving Columbia, South Carolina - © Copyright 1958 Robert Frank

Una foto apparentemente banale, un’istantanea un po’ storta ed anche poco nitida. Potrebbe averla scattata chiunque ? Forse.

E’ uno scatto di Robert Frank, tratto dal famoso libro “The Americans“, che il fotografo svizzero realizzò grazie ad una sovvenzione della fondazione Guggenheim, che lo portò per due anni in giro negli Stati uniti del boom economico del dopoguerra.

Come dicevo, ad un’osservazione distratta questa foto può apparire male eseguita, ordinaria ed insignificante.
Studiandola e cercando invece di interpretarne il simbolismo, viene fuori un’opera d’arte decisamente significativa, che pone Frank proprio tra i più grandi interpreti del concetto di messaggio simbolico in fotografia.

E’ il 1955, siamo in piena guerra fredda.
Il piccolo ristorante è vuoto, silenzioso.
Non c’è nessuno… perchè siamo nel mezzo dell’olocausto nucleare.
Il bagliore accecante che proviene dalla finestra e che ad un occhio distratto può apparire come una scadente gestione dell’esposizione è in realtà l’effetto di una bomba atomica.

Alla televisione parla un personaggio che ho un po’ faticato per identificare : si tratta di uno dei primi predicatori televisivi, un certo Oral Roberts. La sua predica, sicuramente ricca di morale e spiritualità viene impartita tecnologicamente, freddamente, attraverso l’etere. 
Ad ascoltarlo c’è il deserto.

Frank nel suo viaggio trovò un’America dove era in corso un incredibile sviluppo e si stava raggiungendo un benessere mai conosciuto ma anche dove la vita appariva progressivamente sempre più superficiale e priva di valori. Un’America che spesso lo deluse e lo preoccupò.

Questa è la foto di un ristorante vuoto in mezzo al deserto nucleare.

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Il ritratto fotografico cattura un brevissimo istante, cerca di congelare in quella frazione di secondo l’essenza di una persona, le sue emozioni e la sua intensità. Quando a realizzarlo è un fotografo di talento si tratta di una meravigliosa forma d’arte che, nonostante la relativa “giovinezza” della fotografia, affonda le sue radici nella storia dell’umanità.

LongPortraitIl “long portrait” è un ulteriore passo avanti.
L’idea è incredibilmente semplice: si tratta di creare le stesse condizioni di un ritratto tradizionale ma invece di realizzare “solo” una foto si realizza un breve video.
Non ci sono altri elementi oltre alla persona ritratta, è un’unica scena con una inquadratura fissa, non ci sono musiche o parlato e la durata può essere di alcune decine di secondi o qualche minuto.
I risultati che ne scaturiscono possono avere un’intensità veramente notevole.

Come esempio voglio portarti uno dei long portrait realizzati dal fotografo newyorkese Clayton Cubitt, un artista dallo stile crudo e molto diretto, che da tempo sperimenta questa forma di ritratto.
Cubitt ha chiesto a Graciella Longoria di posare nel giorno del primo anniversario della morte del padre della modella in un incidente stradale.

E’ un’opera decisamente intensa e particolare. Può piacere o meno.
Io ne sono rimasto piuttosto colpito.
.

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Qui altri video e long portrait di Clayton Cubitt su Vimeo.

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Hasselblad_rearSei una persona a cui non piace passare inosservata?

Beh, a meno che tu non sia l’acquirente di questo gioiellino qui a fianco, direi che hai perso un’ottima(!) occasione.

Si perchè qualche tempo fa su Ebay era in vendita questa rara macchina fotografica, proposta  alla modica cifra di 33.751 dollari: una Hasselblad realizzata appositamente per l’uso da parte degli astronauti della NASA.
Un modello particolare, denominato MKWE, destinato ad essere impugnato nello spazio e per questo dotato di un apposito mirino laterale, adatto alle inquadrature attraverso il casco dell’astronauta.
L’offerta, che puoi vedere qui sotto, comprendeva anche un particolare obiettivo Biogon da 38mm ed uno speciale caricatore denominato cripticamente “A24”.

Hasselblad_Ebay_cutNon è dato sapere quale fosse il motivo di un prezzo così poco “rotondo” dell’offerta e nemmeno se la macchina sia mai veramente stata nello spazio, è comunque certo che si trattava di un oggetto veramente cool, adattissima ad essere “indossata” alla prossima photowalk.

Niente male eh?
Anche il prezzo intendo.

🙂

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Si, 140 Megapixel.
Ti stai chiedendo se si tratta dell’ultimo modello Nikon o Canon?
O forse Hasselblad??

No. Come promesso in un recente post, oggi parlo ancora di quell’invenzione che segnò uno dei punti di partenza (anche se non l’unico) della storia della fotografia: il Dagherrotipo.

Dicevo appunto della incredibile qualità che raggiungevano le immagini realizzate con questa macchina, in special modo quando ad utilizzarla erano fotografi abili e molto attenti alla preparazione delle lastre.

Ecco qui sotto un esempio di scatto con Dagherrotipo tratto da un ottimo articolo che puoi trovare sull’edizione online della rivista Wired.

daguerrotype_shot

Si tratta di una foto che fa parte di una serie di magistrali scatti “panoramici” che Charles Fontayne and William Porter realizzarono nel porto di Cincinnati nel 1848.

Sotto puoi vedere l’ingrandimento 10x del dettaglio evidenziato nell’immagine originale.

zoom

Ma non è tutto. I piccoli dettagli visibili a questo livello di ingrandimento continuano ad essere nitidi anche passando ad osservare la foto con una lente macro 20X e lo restano anche sotto l’occhio di un microscopio, almeno fino ad ingrandimenti di 30X (!!!).

Facendo due conti quindi la foto potrebbe essere proiettata su una superficie di almeno 8 metri per 6 senza problemi di perdita di dettagli, siamo quindi davvero nell’intorno dei 140Mpixel…
…ed anche del 1850….

🙂

Thanks to Wired Magazine

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Daguerre

Louis Jacques Mande Daguerre

Erano gli albori della fotografia quando nel 1839 Louis Daguerre annunciò al mondo la sua invenzione denominata molto “modestamente” Dagherrotipo.

Si trattava in realtà del prodotto degli studi e delle prove che da alcuni anni stava conducendo insieme al suo socio Nicèphore Niepce, scienziato ed inventore, che però morì proprio poco prima del raggiungimento del successo finale: l’invenzione di una macchina che poteva catturare immagini.
Daguerre si prese tutto il merito ed anche tutti proventi di un brevetto che non esitò a registrare a suo nome.
In pochi mesi il manuale di istruzioni che accompagnava la macchina fu tradotto in ben 23 lingue ed il Dagherrotipo iniziò ad essere acquistato in ogni parte del globo da persone che volevano fare della fotografia la loro fonte di ricchezza.
Si ricchezza, perchè una vera e propria sete di ritratti di qualità divorava le borghesie e le piccole aristocrazie dei paesi che si stavano industrializzando, una gran quantità di persone poteva ora finalmente esaudire un desiderio che fino a pochi anni prima era riservato solo ai più facoltosi in grado di permettersi di pagare un bravo pittore.
DagherrotipoIl costo delle fotografie con il Dagherrotipo non era proprio alla portata di tutti ma questo non impedì il fiorire di questo business che faceva completamente capo a Daguerre, sia in termini di produzione delle macchine che di fornitura di tutto il necessario per utilizzarle.
Negli Stati Uniti il successo fu strepitoso e dagli archivi di Daguerre risulta che nel 1845 nel solo stato del Massachussets furono realizzate oltre 500.000 fotografie.
Sono numeri che oggi si consumano in un secondo ma che allora erano da capogiro, tanto che alla fine lo stesso Daguerre finì per andare in difficoltà e non riuscire più a gestire questo meccanismo vorticoso, scegliendo quindi di renderlo pubblico, donandolo allo stato francese che in cambio gli riconobbe un vitalizio.
Il funzionamento del Dagherrotipo era abbastanza complesso e si basava sulla preparazione di una lastra di rame su cui era steso un sottile strato di argento. Una volta perfettamente lucidata, la lastra veniva esposta a vapori di iodio che combinandosi con l’argento la rendevano sensibile alla luce e pronta per l’esposizione che tipicamente durava dai 3 ai 10 minuti.
Dopo si doveva passare subito alla fase di sviluppo che avveniva esponendo la lastra a dei vapori di mercurio.
Il prodotto finale era un’immagine positiva, quindi non riproducibile, ma di qualità altissima, talmente elevata da potersi considerare ancora insuperata.

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