Sembra proprio che non sia una bufala. Anche Ikea entra nel mondo della fotografia e lo fa con una fotocamera rudimentale che a breve metterà in vendita, fatta di cartone riciclato e pile in bella vista.
È un prodottino curioso, di una semplicità che probabilmente la pone più nel settore giocattoli che in quello della fotografia ma che, proprio per questo, sono sicuro catturerà l’attenzione di molti. Chissà, magari farà tendenza.
Io so già che comunque non saprò resistere e che me la porterò a casa per assemblarla seguendo il classico foglietto di istruzioni che accompagna ogni prodotto della casa svedese.
Peccato solo per un dettaglio. È una fotocamera digitale. Io l’avrei vista perfetta a pellicola, magari a foro stenopeico.
Ah, ma se davvero Ikea si mette a vendere fotocamere a quando il divano Canon ed il letto Nikon?
🙂
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Per me è uno dei generi più difficili. Certo è una considerazione personale, ma trovo che fotografare un paesaggio sia qualcosa che richiede particolari doti: una sintesi tra occhio compositivo e capacità di visione d’insieme, ma anche attenzione ai particolari ed una solida base tecnica.
Si, insomma per questo weekend assignment ti invito a fare ciò che tutti abbiamo certamente già fatto: fotografare un paesaggio. Facile?
Se, come me, sei tra coloro che ogni volta che tornano a casa con delle foto di paesaggio rimangono delusi, allora sai che facile non è. Forse è proprio il caso di accettarla questa sfida, prendendo l’attrezzatura per andare a trovare il giusto punto dove piazzare il treppiede.
Già, perché anche questo è il bello della fotografia di paesaggio, che tipicamente obbliga il fotografo ad essere parte attiva, a muoversi e cercare, magari anche a lungo e con fatica. E una volta trovato il giusto punto, a concentrarsi sullo scatto, volendo anche previsualizzando il risultato mentre cerca l’inquadratura.
Ed è questo approccio, anche un po’ meditativo, alla fotografia di paesaggio, che me la rende affascinante.
Bene, in questo fine settimana ti invito a realizzare qualche immagine su questo tema. Come sempre l’idea è che scattare avendo in mente un assignment ci può aiutare a migliorare la nostra fotografia.
Come al solito, ti invito poi a condividere i risultati di questa tradizionale missione del fine settimana, e per farlo non hai che da inserire in un commento qui sotto, il link alle tue foto.
Si, lo sai che sono fissato con i video timelapse.
Sarà perchè li trovo così ipnotici ed affascinanti, o forse più semplicemente perchè sono consapevole di quanto siano complessi da realizzare, il fatto è che ne ho trovato un altro fantastico. È realizzato da Shawn Reeder, un fotografo che in ben due anni di lavoro nel parco Yosemite ha creato questa meraviglia di video.
Albe e tramonti, riprese notturne ed uso intenso di sistemi per il movimento della fotocamera fanno di questo timelapse un vero e proprio capolavoro del genere. Praticamente siamo allo stato dell’arte di questa specialità e sono sicuro che se lo potesse vedere Ansel Adams andrebbe a congratularsi di persona con l’autore.
Assolutamente da vedere su uno schermo di qualità in tutto lo splendore dell’HD.
Complimenti Shawn!
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“The primary tools of photography are the eyes and the mind”
I principali strumenti della fotografia sono gli occhi e la mente. E’ una frase di Edward Weston che trovo meravigliosa, specialmente se applicata al contesto attuale, fatto di continue uscite di nuovi modelli di macchine fotografiche, obiettivi sempre più sofisticati ed accessori super tecnologici.
Weston creò i suoi capolavori con un’attrezzatura mediocre: macchina e lenti che non erano assolutamente di prim’ordine nemmeno per quei tempi, figuriamoci al confronto di ciò che tutti noi abbiamo oggi al collo.
Eppure sono di Edward Weston alcune tra le immagini più affascinanti della storia della fotografia, realizzate usando appunto quelli che sono gli strumenti principali per quest’arte: gli occhi e la mente del fotografo.
Fèlix Nadar è stato senza dubbio una figura molto rilevante nella storia della fotografia. Oltre ad aver realizzato moltissimi ritratti di personalità famose del suo tempo, fu anche il primo a scattare foto aeree volando con la sua mongolfiera, inoltre fu tra i pionieri nell’uso della luce artificiale ed il primo a fotografare, con questo ausilio, le catacombe di Parigi.
Lo voglio però ancora citare per un altro suo particolare colpo di genio.
É il 1865 ed il fotografo-inventore francese Nadar (al secolo Gaspard-Félix Tournachon), si cimenta in una nuova idea. Decide di realizzare un suo autoritratto da più angolazioni e scatta una serie di fotogrammi che poi mostra creando un semplice sistema per vedere le immagini in sequenza.
Il risultato ha il suo fascino ancora oggi. È facile immaginare l’effetto straordinario che poteva suscitare a quel tempo…
Mi è capitato uno strano dialogo. La persona con cui sto parlando di macchine fotografiche ad un certo punto mi dice “Sai, mi piacerebbe molto fare della fotografia il mio lavoro”
“Bello!”, dico io, “Ed in che tipo di attività intenderesti impegnarti?”
“Non so di preciso. Sicuramente non i matrimoni, piuttosto qualcosa tipo giornalista o forse anche fotografia artistica pura“.
Comincio ad avere dei dubbi e chiedo “A chi ti ispiri? Ci sono figure di grandi fotografi a cui fai riferimento?”
“No, non mi interessa il passato o la storia della fotografia, io voglio fare qualcosa di nuovo”
“Ma se non conosci niente di cosa è già stato fatto e di come si è evoluta questa forma d’arte, come pensi di fare?”
“Non lo so, ma non mi interessa leggere libri o stare a sentire storie. Io voglio seguire la mia ispirazione.”
Dopo una pausa imbarazzata sono riuscito solo a dire “Beh, in bocca al lupo”.
Non mi sono sentito di dare altri incoraggiamenti e sono rimasto piuttosto perplesso, nonostante l’iniziale entusiasmo provocato dal sentire qualcuno che dichiara così decise intenzioni sul proprio futuro.
Che ne pensi? Io di una cosa sola sono sicuro: riportando qui le sue parole ma non il suo nome, non credo di aver mancato di rispetto a questa persona.
E comunque mi ha anche assicurato che non legge mai alcun blog…
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Daido Moriyama è un fotografo giapponese molto noto a livello internazionale. Il suo lavoro è considerato tra i più interessanti ed innovativi degli ultimi anni perché introduce una visione che è una sorta di ibrido tra la fotografia documentaristica e quella puramente artistica.
Nato ad Osaka nel 1938 è stato prima allievo di Takeji Iwamiya e poi assistente di Eikoh Hosoe, nomi che non a tutti diranno qualcosa, ma che sono quelli di due grandi maestri della fotografia giapponese del ventesimo secolo.
Negli anni sessanta e settanta sviluppa una importante collaborazione con Provoke (periodico cult di contestazione) producendo i suoi lavori fotografici più famosi: “Japan: a photo theater”, “Scandal”, “Pantomime”, “Accident”, “Farewell photography”, “Hunter”. Ma è negli anni novanta che diviene famoso a livello internazionale esponendo i suoi lavori dallo stile crudo e decadente, in musei e gallerie di tutto il mondo.
Moriyama realizzava e realizza ancora gran parte dei suoi scatti per le strade di Tokio, alla ricerca di istanti dal forte impatto.
Sono immagini spesso imperfette, in un bianco e nero dai forti contrasti, con strade e vicoli, scorci bui ed interni malfamati che il fotografo giapponese documenta con poca o nulla attenzione all’estetica, in modo quasi brutale.
Come sempre accade, è interessante sentire come egli stesso descrive il suo modo di fotografare:
“La superficie esteriore che appare ai miei occhi costituisce uno stimolo che scatena un impulso, una reazione. Io cammino per le strade della città con la mia macchina fotografica costantemente bombardato da questi stimoli. Con la mia macchina riesco a produrre una reazione a questa molteplicità di sollecitazioni e a rispondere a loro”.
Quella di Moriyama è una fotografia che, specie nella fase più intensa della sua carriera, si fece portavoce del punto di vista della generazione della contestazione, contro l’ipocrisia della società, mostrando un Giappone che il resto del mondo non conosceva.
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Ed eccomi con il quarto ed ultimo post di questa mini serie in cui ho proposto il mio personale decalogo che vorrei sempre tenere presente per favorire la fortuna in fotografia.
Sono le ultime due regole. Le ho lasciate alla fine perché per molti aspetti le considero le più importanti, ma probabilmente anche le meno semplici da seguire.
9) Provare continuamente cose nuove. Credo che esplorare nuove idee e tecniche sia fondamentale. Anche se strane o apparentemente stupide, se permettiamo alla nostra creatività di esplorarne di nuove, non è difficile che nel passare tra queste idee possa venir fuori qualcosa di interessante.
Magari la prima non sarà buona ma forse la seconda o la terza si.
Con tutto questo non voglio dire che non va bene continuare ad approfondire quelli che sono i filoni che si preferiscono ed a cui siamo affezionati, però forse è bello lasciare un piccolo spicchio di attenzione e di tempo per le novità.
Esplorare, cercare, imparare. Poi, se l’idea non vale la pena, anche lasciar perdere, ma intanto aver fatto nuove esperienze ed alimentato la nostra creatività.
10) Pubblicare, esporre, mostrare e condividere. Se scattiamo e lasciamo nel cassetto (o nell’hard disk del nostro computer) le nostre immagini non daremo loro alcuna possibilità. Nessun colpo di fortuna potrà mai aiutare una nostra fotografia se ce la teniamo tutta per noi, neanche se si dovesse trattare del più grande capolavoro della storia. Solo condividendo e lasciando “uscire dal nido” le nostre foto avremo fatto tutti i passi necessari per permettere alla fortuna di darci davvero una mano.
Ian Ruhter è un fotografo di Los Angeles che ha trasformato il suo furgone in una fotocamera (gigante).
Sì, hai letto bene. Ian ha deciso di ripercorrere i passi dei pionieri della fotografia americana che, nell’ottocento, si muovevano con carri pieni di attrezzature enormi e pesanti, ad immortalare gli spazi incontaminati del nuovo continente.
Ian si sposta alla ricerca di immagini che cattura con la vecchia tecnica della lastra umida al collodio, usando come supporto enormi fogli metallici che prepara personalmente per l’esposizione con il classico bagno di sali d’argento.
Il furgone funge da corpo della fotocamera ed ogni scatto è complesso e costoso, sicuramente unico.
Nella foto sopra eccolo con una sua foto 90×60 realizzata sul lago Mammoth in California costata ben due anni di tentativi.
Se ti affascina l’argomento ti consiglio di dare un’occhiata all’interessante video sotto ed anche alla sua galleria di immagini.
Come promesso, eccomi con qualche altro punto del mio personale decalogo per aiutare la “Fortuna” in fotografia.
Dopo quelli elencati nei post precedenti, oggi provo a descriverne altri che sempre vorrei provare a tenere a mente per favorire un più frequente presentarsi della suddetta…
6) Devo rallentare, quando possibile fermarmi. Troppo spesso mi accorgo di avere un ritmo che è semplicemente troppo rapido per la fotografia. Voglio provare ad assumere un atteggiamento più contemplativo ed aprirmi alle sensazioni, magari mettendo giù la macchina fotografica ed aspettando, oppure anche piazzandola su un treppiede. Usare un treppiede è un grande aiuto, me ne sono reso conto parecchie volte, ma fa sempre troppa fatica portarlo. Vero? 🙂
7) Concepire e lavorare su progetti. Non c’è alcun dubbio: avere un obiettivo chiaro aiuta moltissimo la fortuna! Credo che questa sia una delle regole più importanti in assoluto, in grado di portare la nostra fotografia ad un livello superiore.
8) Ogni tanto devo comprarmi un nuovo “giocattolo”. Imparare ad usare qualcosa di nuovo aiuta a vedere in modo diverso. Non importa necessariamente spendere molto, anche un piccolo accessorio a volte può aprire nuovi orizzonti.
Provare per credere.
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