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Dissenso generazionale - Copyright 2009 Pega
Dissenso generazionale – Copyright 2009 Pega

Art ain’t easy… but autocritic is way harder…
Come riuscire ad essere un po’ più autocritici?
Ogni tanto torno su questo argomento ed oggi voglio riproporlo, dato che lo trovo sempre valido, specie quando sì tratta di valutare il proprio lavoro fotografico.
È un ragionamento sul valore comunicativo ed emotivo che può avere una fotografia, un processo per dare un giudizio il più possibile “meditato” ed obiettivo sui nostri scatti.
Il fine di questa sorta di “autovalutazione” è quello di cercare di sviluppare un maggiore senso critico per scegliere a quali foto dedicare maggiore attenzione, ed è così che ho provato a raffinare un semplice criterio che si basa sul seguente fondamento: la foto deve essere interessante e “funzionare”, dai tre punti di vista.

Tre pilastri che “sostegono” la foto.

Il primo è il punto di vista del fotografo stesso. Se io non sono soddisfatto della foto è inutile andare avanti. Devo sentire che in qualche modo l’immagine ha per me un significato, mi trasmette qualcosa, insomma “funziona”. Il punto di vista del fotografo, come osservatore del soggetto ripreso, deve essere soddisfatto in termini estetici, tecnici ed emotivi.

Il secondo punto di vista è quello del soggetto ritratto. A qualcuno potrà sembrare un’assurdità, specie nel caso dei soggetti inanimati, ma la mia idea è quella di personificare comunque il soggetto ed immaginarne il suo punto di vista come elemento fotografato. Si dice che in fotografia il fotografo guarda il soggetto attraverso l’obiettivo ma, in realtà, anche il soggetto guarda il fotografo attraverso la stessa lente, ed è tutto qui il secondo pilastro: in qualche modo ci deve essere una reciprocità, una storia sostenibile e percepibile, che renda il punto di vista del soggetto interessante e caratterizzante questo aspetto della foto.

Terzo ed ultimo punto è quello dell’osservatore, del fruitore della foto… del pubblico (anche solo potenziale) insomma.
Dal suo punto di vista l’osservatore finale cosa troverà nella foto? Se la foto ha un senso solo per i primi due elementi di questa analisi ma non per il terzo, la foto non funziona comunque. E’ il caso di scatti che hanno un grande significato emotivo per chi li ha scattati ma nessun messaggio per un estraneo che vede quella foto.

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Esistono sicuramente molti altri modi di approcciare la questione e non nascondo che mi piacerebbe molto conoscere quali processi (coscienti) usano i grandi fotografi o gli editor che selezionano le opere per pubblicazioni o mostre. Quindi, rifacendomi ad un vecchio post, non escluderei che la mia domanda ad un fotografo che stimo, nell’ipotesi provocatoria di poterne fare una soltanto, potrebbe essere proprio: “come valuti il valore artistico e comunicativo di una tua foto”?

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Quadrifoglio - culo photography
Non c’è dubbio che la fortuna giochi un ruolo importante nelle nostre vite, conta quindi molto anche in fotografia.
Può capitare di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, di inquadrare a casaccio e beccare per caso una composizione geniale, può succedere che la fortuna ci aiuti a scegliere le corrette impostazioni di tempo/diaframma come un ambo al lotto e che poi guidi il nostro dito a schiacciare il pulsante nell’istante perfetto, quello del “decisive moment”.
Può poi addirittura capitare ciò che si vede sempre più spesso considerare di gran valore: che una macchinetta in plastica, incapace di fare due scatti uguali, introduca qualche macchia o aberrazione, rendendo la foto un colpo unico ed irripetibile.
Può infine capitare di arrivare ad esporre queste “opere”, vederle mostrate come pezzi d’arte e ricevere ottime critiche.

Magari mi sbaglio a riguardo della “culo photography”, ma la mia idea di arte è un’altra. Rimane legata alla capacità che, per esserlo davvero un artista deve avere, di produrre opere frutto della sua visione, della sua volontà e del suo estro oltre che delle sua capacità, anche tecnica, di creare e comunicare.
Magari è talento, oppure un mix di impegno, sudore e magari anche un pizzico di fortuna… Ma bisogna che non sia solo ed esclusivamente culo.
🙂

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David
E se Michelangelo avesse avuto a disposizione una vera e propria macchina fotografica? Se l’invenzione fosse avvenuta solo un po’ di tempo prima? Lui di cosa sarebbe stato capace?
A volte capita di fantasticare, immaginare quali possibilità si sarebbero aperte alle menti geniali del passato, se avessero avuto a disposizione alcuni strumenti e tecnologie che sono state inventate solo successivamente.
Chissà, magari Buonarroti avrebbe anticipato alcune visioni artistiche dei grandi maestri che sono venuti dopo. Oppure no, e forse l’invenzione lo avrebbe sviato, magari facilitandogli così tanto il lavoro da insidiare lo sviluppo del suo grande talento.
Non è possibile saperlo però a volte mi diverto a fare queste congetture, pensando a quanto gli strumenti, che il nostro tempo ci mette a disposizione, influiscano sulle nostre possibilità creative.
Eppure ci sono scoperte e tecnologie che effettivamente avrebbero anche potuto essere fatte con secoli di anticipo, tra queste, forse, la fotografia.
In quanti casi il modo avrebbe preso una via completamente diversa? Per esempio se gli antichi egizi avessero intuito i principi dell’aerodinamica e della portanza? Cosa avrebbe loro impedito di costruire e volare con un deltaplano? Ed ai fenici di veleggiare quasi controvento?
🙂

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outerbridge untitled 1922

Paul Outerbridge – untitled, 1922

Paul Outerbridge divenne famoso negli anni trenta per una sua speciale tecnica che permetteva di creare immagini a colori di altissima qualità usando un processo complesso ed innovativo chiamato “tri-color carbro print” che fu molto utilizzato nel campo della moda.
Questo suo successo professionale forse non avrebbe però lasciato alcun segno rilevante nella storia della fotografia perché come tutte le nuove tecnologie, il clamore suscitato al loro arrivo è proporzionale all’oblio che segue quando vengono superate. Anche il carbro print fu presto dimenticato e reso un ricordo dall’avvento, negli anni quaranta, di nuove e più semplici tecniche di fotografia a colori.
E così non è per questo che Paul Outerbridge si è meritato un posto tra i grandi della fotografia del novecento.
Il suo vero talento era in realtà già emerso ancor prima dei successi commerciali, quando era un giovane studente alla scuola di fotografia di Clarence White alla Columbia University.

Erano i primi anni venti e le fotografie di Outerbridge di quel periodo mostrano uno straordinario gusto nella ricerca di forme astratte create dall’intreccio di elementi solidi ed ombre. Sono immagini da contemplare a lungo e degustare lentamente, come questa sopra, raffigurante un solido (probabilmente un mattone) appoggiato su un piano. Nient’altro.
L’oggetto tridimensionale si fonde con le forme bidimensionali create dalla luce, in un meraviglioso intreccio di ombre, creando quello che ai nostri occhi appare quasi come un puzzle.
E’ un lavoro raffinato e di gran talento, che racconta la passione e la ricerca fotografica di un giovane artista. Un’immagine in cui la luce che cade sull’oggetto è studiata in modo così magistrale da farne un capolavoro della storia della fotografia.

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Vertigine by Pega

Vertigine – © Copyright 2013, Pega

Qual’e la capacità, la responsabilità creativa e tecnica più importante rimasta oggi al fotografo? Cos’è che le fotocamere non sanno ancora fare da sole, adesso che anche qualunque smartphone o compattina riesce a gestire perfettamente fuoco, colore, tempi ed esposizione?
È solo il contenuto, espresso attraverso la scelta dell’inquadratura, ciò che ci è rimasto. La composizione è l’ultima frontiera tecnica al momento dello scatto, poi ci sarà solo la manipolazione a posteriori.
Pensaci un attimo: la scelta di come inquadrare il soggetto, cosa escludere dal fotogramma e come comporre l’immagine, è l’unica sopravvissuta tra tutte le scelte creative che un tempo spettavano solo al fotografo. Erano decisioni soggettive, responsabilità non banali che costringevano a studiare, capire ed imparare, erano espressioni di libero arbitrio. Oggi è rimasta solo la composizione ad essere sempre e comunque nelle mani di chi fa la foto.
Naturalmente potrai dirmi che si può scattare in manuale e che è ancora il fotografo ad individuare il soggetto e scegliere cosa o chi ritrarre, ma resta il fatto che gli automatismi hanno tolto a molti fotografi una bella fetta di responsabilità, lasciandoci solo quest’ultimo baluardo della creatività, un ambito decisionale che può rendere uno scatto bellissimo o banale, quasi a prescindere dal soggetto.
Ed è forse questo il punto. La composizione è l’ultima fortezza perché è la più alta e complessa delle questioni. Basta dare un’occhiata a quanto è stato scritto e pubblicato al proposito, per capire che non si tratta di un aspetto facile da affrontare. Di teorie e regole ce ne sono tante, dalla sezione aurea alla regola dei terzi, dal decentramento del soggetto alle teorie Gestaltd, ma la magia dell’immagine resta sfuggente, spesso legata proprio alla violazione di alcuni schemi precostituiti.

Chissà se queste considerazioni rimarranno valide a lungo. Non ci giurerei. Anche la libertà di composizione è a rischio e forse è una frontiera già parzialmente violata. Esistono infatti già fotocamere che impediscono di scattare se l’orizzonte è inclinato e si occupano di selezionare automaticamente lo scatto “migliore”: quello in cui tutte le persone del gruppo sorridono…

😐

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The Red Flag (IPholaroid project) – © Copyright 2010 Pega

In più occasioni mi è capitato di parlare di ciò che chiamo “degustazione fotografica”.
L’osservazione approfondita di un’immagine intesa come opera creativa ha varie definizioni, quella più tradizionale, chiamata comunemente “lettura” è ciò che viene proposto ed insegnato più classicamente. La lettura fotografica è una vera e propria disciplina da imparare, acquisire e perfezionare attraverso un proprio percorso critico da osservatore.
La degustazione di cui parlo sopra è, a dire il vero, qualcosa di simile alla lettura, ma io la definisco una “deviazione”, un modo più rilassato, informale e meno accademico di osservare un’opera fotografica, più alla ricerca di sensazioni libere e proiezioni personali proprie. Non si tratta quindi di un esercizio volto solo alla lettura critica dell’opera dell’autore ma piuttosto un modo per gustare una fotografia facendo emergere emozioni personali e pensieri paralleli, un po’ come si vanno a cercare aromi esotici ed apparentemente slegati in un sorso di buon vino.
Già in passato mi è capitato di pubblicare esempi di questo processo, anche applicati a foto di lettori del blog. Oggi ti ripropongo questo esperimento.
Vuoi farti degustare? Ti piacerebbe vedere “fotodegustata” una tua immagine?
Bene, inviami una tua opera fotografica o il link alla stessa scrivendo a pegaphotography@gmail.com, la pubblicherò volentieri con un mio tentativo di degustazione aperto ai contributi di chi vorrà partecipare con commenti ed osservazioni.
Ti piace l’idea? Coraggio ti aspetto.

🙂

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Helmut Newton selfieChe il selfie, solo fino a poco tempo fa generalmente conosciuto come autoritratto, non sia una gran novità, è evidente. La storia della fotografia è piena di fotografi che si sono auto-immortalati con la loro fotocamera e, sebbene non tutti abbiano raggiunto le vette di originalità di Meret Oppenheim, quasi tutti i grandi hanno prima o poi ceduto al potere egocentrico dell’autoscatto.
Avvio quella che proverò a far diventare una piccola serie, con la foto qui a fianco: il mitico Helmut Newton, stranamente abbigliato con un impermeabile da esibizionista, che si ritrae con la sua statuaria modella e… la moglie, Alice Springs, seduta ai bordi del set.
È un selfie davvero fantastico, non trovi?

🙂

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Araki Yakuza 1994

Yakuza – © Copyright 1994 Nobuyoshi Araki

Nobuyoshi Araki è uno dei più conosciuti e controversi fotografi giapponesi viventi. La sua fotografia si insinua nei vicoli malfamati di Tokyo per documentare il vuoto emotivo dei quartieri a luci rosse, l’oscenità di luoghi e situazioni ai bordi della legalità con scatti carichi di grande energia.
E’ un fotografo borderline ed è per questo che lo trovo interessante.
Per il contenuto delle sue immagini è stato più volte arrestato per violazione delle leggi giapponesi sull’oscenità ed indicato come misogino, in particolare per alcuni suoi scatti degli anni ottanta riguardanti l’industria del sesso nel distretto di Kabukicho, poi pubblicati nel libro “Tokyo Lucky Hole”.
Sebbene anche il curatore di un museo ospitante le sue opere sia stato arrestato per averle esposte, Araki in realtà non ha mai subito condanne ed il suo inquietante lavoro alla fine è sempre stato riconosciuto come di notevole valore artistico.

Incredibilmente prolifico, Araki ha al suo attivo oltre 350 pubblicazioni ed è considerato il più produttivo artista Giapponese mai esistito.
Tra le persone che ne sostengono il lavoro c’è Björk, l’eclettica musicista islandese che ha scelto Araki per le copertine di alcuni suoi album.
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NuucoNuuco è un fotografo italiano che vive a Londra. Mi ha scritto per farmi conoscere il suo progetto “BE Free”, un esperimento creativo e divertente dove l’estro dell’artista si contamina con quello del suo pubblico.
Tutto nasce da una singola foto, un suo autoritratto che Nuuco invia per posta ad amici, conoscenti ed anche completi sconosciuti, chiedendo loro di manipolarlo, modificarlo, di intervenire creativamente e poi rispedirglielo.
Nuuco Be Free ProjectIn questo modo Nuuco si trasforma in una sorta di cavia artistica, allo stesso tempo artefice e vittima di un esperimento sul processo creativo sociale.
Scrive di lui Valentina Cocco: “L’artista mette in gioco la propria identità e facendo confrontare gli “altri” con la propria immagine (e per trasposto con l’immagine dell’artista contemporaneo in generale) diventa egli stesso un ready made, dando la possibilità a chiunque di uscire dal ruolo di spettatore passivo dell’arte e di diventare attore attivo a tutti gli effetti, partecipando al processo creativo che sta alla base dell’opera finita, e permettendo così anche la comprensione delle idee e dei progetti che fanno nascere un’opera d’arte contemporanea, tacciata spesso di distanza dallo spettatore, notoriamente ultimo anello della “catena alimentare” del sistema dell’arte.
Puoi dare un’occhiata più approfondita al lavoro di questo giovane artista sul suo sito: www.nuucoart.com

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Fisiogramma by Pega

Fisiogramma – © Copyright 2012 Pega

Il mondo è imperfettamente simmetrico, è questo lo spunto per la missione fotografica del fine settimana.
La simmetria in fotografia è argomento controverso: c’è chi la rifugge come il male assoluto, chi invece la cerca come base per scatti armoniosi. Ma in natura esiste davvero la simmetria perfetta? E’ qualcosa di reale o di costruito dalla nostra mente?
E’ bella una foto perfettamente simmetrica? O è più bella un’immagine con quella piccola imperfezione che la rende naturale?
Insomma un tema bello tosto stavolta, con cui ti invito a confrontarti in questo weekend andando alla ricerca di ciò che simmetrico è… ma non completamente.
Come tradizione ti invito poi a condividere la tua foto in un commento qui sotto. Confrontarsi è divertente e può aiutarti ad entrare in contatto con persone che apprezzano le tue immagini.

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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