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Noah KalinaUn banale autoritratto scattato in modo isolato, magari senza particolare qualità tecnica, è qualcosa che forse tutti abbiamo provato a fare.
Da sola, in genere, questo tipo di immagine non rappresenta granché di interessante ed è facile che finisca dimenticata nell’archivio (o nel cestino).
Ma quando la foto che scattiamo non è più isolata e fa parte di un progetto, magari un progetto che dura anni, allora ecco che può nascere qualcosa di interessante.
E’ proprio quello che ha fatto il fotografo Noah Kalina.
Nel 2000 Noah aveva 19 anni ed iniziò a farsi un autoritratto al giorno: una foto banale, scattata dove capita, senza raffinatezze tecniche o di espressività.
Dopo sei anni pubblicò su Youtube il video intitolato Everyday: un  time-lapse composto da tutte queste foto. Fu un notevole successo: milioni di visite e condivisioni, innumerevoli casi di fotografi che iniziarono altri progetti analoghi.
Ma Noah non si è fermato, ha sempre continuato a farsi la stessa foto, mantenendo in modo quasi inquietante quell’inespressività attonita ed adesso ha pubblicato una versione aggiornata del video che ora copre 12 anni e cinque mesi. Sono otto minuti fatti da 4500 fotografie che scorrono ad una velocità di 10 al secondo, praticamente un mese ogni tre secondi.
La costanza è, senza dubbio, uno dei pilastri dell’arte.
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Araki Yakuza 1994

Yakuza – © Copyright 1994 Nobuyoshi Araki

Nobuyoshi Araki è uno dei più conosciuti e controversi fotografi giapponesi viventi. La sua fotografia si insinua nei vicoli malfamati di Tokyo per documentare il vuoto emotivo dei quartieri a luci rosse, l’oscenità di luoghi e situazioni ai bordi della legalità con scatti carichi di grande energia.
E’ un fotografo borderline ed è per questo che lo trovo interessante.
Per il contenuto delle sue immagini è stato più volte arrestato per violazione delle leggi giapponesi sull’oscenità ed indicato come misogino, in particolare per alcuni suoi scatti degli anni ’80 riguardanti l’industria del sesso nel distretto di Kabukicho, poi pubblicati nel libro “Tokyo Lucky Hole”.
Sebbene anche il curatore di un museo ospitante le sue opere sia stato arrestato per averle esposte, Araki in realtà non ha mai subito condanne ed il suo inquietante lavoro alla fine è sempre stato riconosciuto come di notevole valore artistico.

Incredibilmente prolifico, Araki ha al suo attivo oltre 350 pubblicazioni ed è considerato il più produttivo artista Giapponese mai esistito.
Tra le persone che ne sostengono il lavoro c’è Björk, l’eclettica musicista islandese che ha scelto Araki per le copertine di alcuni suoi album.
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Oggi voglio riproporre l’intervista che feci, ormai parecchio tempo fa, all’amico Fulvio Petri.
Mi perdoneranno i lettori più affezionati che probabilmente la ricordano, ma vorrei proprio permettere anche a chi si è avvicinato solo di recente a questo blog di conoscere questo artista.

Sharkoman

Sharkoman

———————————————————-Eravamo a bocca aperta, come bambini, tutti incantati ad ascoltare ed osservare Fulvio che ci stava parlando di pareidolia durante lo scorso Sharing Workshop.

Che cos’è la pareidolia? Beh, pazienta solo un paio di righe perchè preferisco lasciare a lui l’onore della descrizione di questa forma espressiva basata sulla creatività e sull’istinto.
Fulvio (aka Sharkoman) è un artista.
In lui passione e talento si uniscono agli studi di arti visuali ed esperienze che vanno dal disegno alla regia. Un creativo vero che ammiro ed al quale ho pensato di chiedere di contribuire a questo blog con un’intervista.

Ciao Fulvio. Nel recente Sharing Workshop ci hai incantati con la tua presentazione sulla Pareidolia. Ci dai una tua definzione personale di questa forma espressiva?
Volentieri. E’ la ricerca di forme umane, animali o altro in cose e materiali disposti dal caso (la pareidolia, appunto) è un gioco che, oltre ad affinare l’occhio in generale, permette di accrescere il livello personale di fantasia visiva “donando” all’immagine trovata un senso che nasce esclusivamente nella testa dell’osservatore. L’uomo è evidentemente portato a umanizzare tutto, a dare un senso compiuto alle cose intorno a lui…la pareidolia pare quasi il lato fantastico della scienza, e non a caso molte foto di presunti fantasmi e alieni su marte fanno capo a questo argomento.

Colpo di testa

Colpo di testa – © Copyright 2010 Fulvio Petri

Com’è che hai iniziato a catturare in fotografia queste immagini?
Sono sempre stato un patito della composizione, anche nelle foto ricordo con gli amici mi son sempre divertito a cercare un punto di vista particolare, rimediato al momento e magari nel caos totale di una festa. Passando dalle persone agli oggetti, la pareidolia (che io nella mia raccolta su flickr ho ribattezzato “accostamenti espressivi”) è venuta da sé…
amo molto l’astrazione e l’emozione mediata da un qualcosa di apparentemente estraneo. Amo l’ironia e tutto quello che spinge a riflettere sull’ambiguità e la precarietà del vivere, dei sentimenti, del mondo intero. Il cercare inquadrature che creino un qualcosa di sensato dà una strana soddisfazione, nasce appunto per gioco, ma poi diventa l’inizio di un microcosmo del tutto personale, dove l’ambiente stesso ti parla, sorride o piange. Mi son ritrovato a fare foto di facce o scenette pareidoliche quasi senza accorgermene, non appena ho approfondito l’argomento fotografia. Le prime erano facce semplici, poi si sviluppa un curioso “affinamento” delle catture trovate, potenzialmente senza fine: da un unico piano visivo (macchie su muro, oggetti casalinghi, nuvole, ecc), a formazioni su piani diversi (elementi eterogenei posti in prospettiva); dalle faccette di cui prima, alle scene più articolate e complesse (figure antropomorfe, animali, scenette), in tutte le gamme possibili di stilizzazione.

ZebraMan

Zebraman – © Copyright 2010 Fulvio Petri

E per la fotografia? Raccontaci un po’ come hai iniziato e quali esperienze pensi ti abbiamo aiutato.
Come “praticante” ho una storia abbastanza recente: è con l’avvento delle possibilità digitali che ho iniziato a studiare un po’ meglio l’arte fotografica, vuoi per i minori costi, vuoi per la facilità con cui si scatta e si può subito controllare se si è fatto bene o meno…prima scattavo e via con semplici macchinette, senza capire granchè di fuoco, esposizione, apertura diaframma, ecc.
Solo nella composizione son sempre stato cosciente ed esigente (come accennavo prima)…penso che in tal senso abbia influito il fatto di aver sempre disegnato vignette, fumetti e illustrazioni; anche il cinema ha fatto la sua parte, mi ha sempre affascinato l’arte della regia e il narrare per immagini. Hitchcock è il regista che amo di più, con il suo amore per i dettagli visivi che raccontano le emozioni soprattutto quando gli attori sono fuori campo.
L’oggetto evocatore, che il contesto narrativo rende veicolo di significati e feticcio: una sedia vuota, una chiave, una tazza di caffè, un orologio, il getto di una doccia, e via discorrendo.
Diciamo allora che in tante mie foto gli oggetti sostituiscono direttamente gli umani anche nel volto, come in un sillogismo di pudore e simbolismo…

Dicci qualcosa sul tuo processo di selezione e postproduzione delle immagini.
Anzitutto, la cattura. Deve essere chiara, diretta, frontale e ben leggibile. Il formato è deciso dal soggetto; dato che gli elementi formanti la scena o la faccia devono essere essenziali, è bene eliminare il più possibile l’intorno che non serve e tagliare la foto nel modo giusto. Non uso cancellare elementi, lascio tutto il più naturale possibile, vario solo i chiaroscuri dove serve e qualche volta ho tolto il colore se necessario. Mi piace che la cattura, oltre che interessante nel suo contenuto, abbia anche un minimo di estetica…ad esempio, tratto ed inquadro le mie facce artificiali come fossero dei veri ritratti.
Ah, una cosa importante: le immagini di cui mi interesso (parlo della cattura iniziale) devono essere formate dal caso e non “costruite” dall’intervento umano, tantomeno il mio. Devono solo essere “scovate” dall’occhio. Su questo sono rigoroso, spostando oggetti e rametti non avrebbe più senso.

L'omino felice dalle sabbie mobili - © Copyright 2010 Fulvio Petri

L’omino felice dalle sabbie mobili – © Copyright 2010 Fulvio Petri

Hai qualche aneddoto da raccontare su cose che ti sono successe mentre eri in azione alla ricerca di qualche scatto interessante?
Beh….tante persone che mi guardano come fossi matto mentre mi sorprendono tutto concentrato ad inquadrare fazzoletti di carta sporchi sull’asfalto o macchie su muro…ho avuto anche un bel po’ di rimproveri; molta (troppa) gente pensa che si debba fotografare solo i monumenti famosi o le spose ai matrimoni, e se scatti in zone brulle per loro sei un ladro o una spia, non possono credere che tu stia a cercare rottami, pozze, foglie marce, ecc.
in qualche caso ho pensato avessero anche qualcosa da nascondere…che so, un cadavere nel campo di fronte alla loro casa!

Qual è la reazione delle persone quando mostri le tue foto?
Migliore di quella della gente che mi vede scattare, per mia fortuna 😀
vedo i loro occhi che cercano le forme stupirsi come quelli dei bambini non appena le trovano…qualcuno nota anche particolari che magari non ho visto io, preso com’ero dall’imprinting originario…talvolta devo guidare io alla visione che ho fotografato, talvolta loro guidano me verso una visione totalmente diversa…c’è comunque sempre la ricerca di un qualcosa di pseudofigurativo nell’immagine. L’astrattismo puro mi ha sempre interessato poco.

Abissi

Abissi – © Copyright 2010 Fulvio Petri

Hai mai esposto i tuoi lavori? Hai qualche altro progetto in mente?
Ho fatto una mostra piccola ma molto ben allestita al “cuco” un bar-ristorante in centro a firenze, gestito da amici.
E poi 11 delle mie facce sono state scelte per un libro sulle facce (rigorosamente solo facce) pareidoliche che verrà stampato a breve; ci saranno un migliaio di “volti” da decine e decine di artisti flickeriani. Il ricavato credo andrà in beneficenza.
Infine, mi piacerebbe tanto fare un bel libro con le mie foto, dovrei decidermi ad usare un programma di questi online che ti permettono di farlo, ma ho un po’ di timore per la qualità delle stampe…accetto consigli!

Un domanda classica che faccio sempre: cosa significa per te la tua fotografia?
La fotografia è per me una cosa importantissima, da sempre. Mi emoziona la possibilità di fermare nel tempo un volto, un sorriso, uno sguardo di chi ti è amico, di chi vive o ha vissuto prima di te; una traccia indelebile che testimonia nel tempo, un ricordo, una cosa che acquista sempre più valore emotivo con il tempo. E la visione di una persona che ha scelto un pezzo di realtà per esprimere qualcosa di suo.
Anche le costruzioni pareidoliche sono frammenti di spazio fermati con “paranoia critica” (cito salvador dalì , un maestro nel dipingere illusioni ottiche all’interno dei suoi quadri – ossia il processo inverso e speculare a noi che le fotografiamo)nel tempo.
Molte delle visioni che ho fotografato non esistono più: quelle formate dalla pioggia, quelle di muri oggi in restauro, quelle date dalle piante o dai rifiuti…ma la foto le ha “fermate” in un’interpretazione particolare e talvolta suggestiva.

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Grazie a Fulvio per la grande disponibilità e l’entusiasmo dimostrati.
Voglio davvero consigliarti di approfondire la conoscenza di questo artista, per esempio gustandoti il suo fantastico album su Flickr, dove lo puoi trovare con il nick “Sharkoman” o visitando il suo sito.
Alla prossima!

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Giotto, Trittico Stefaneschi

Nel Polittico di Stefaneschi, del 1320, Giotto introdusse un piccolo dettaglio originale e creativo: la figura del committente dell’opera con in mano l’opera stessa, riprodotta in piccolo. Si tratta di uno dei più antichi esempi del cosiddetto effetto Droste, nome derivante dalla famosa marca di cacao, che nei primi del novecento iniziò a produrre confezioni raffiguranti un’infermiera con in mano una scatola ed una tazza di prodotto, riportanti a loro volta la stessa figura.
L’effetto Droste è in sintesi un’immagine che ricorre all’interno di se stessa, un’idea che dopo Giotto è stata sfruttata più volte da molti artisti nella storia, tra cui Escher.
Anche in fotografia esistono interessanti applicazioni dell’effetto Droste e specie con l’aiuto della postproduzione digitale è abbastanza facile ottenere effetti davvero carini, ne puoi trovare molti esempi in rete, uno per tutti il set su Flickr di Josh Sommers.

Credo che la cosa interessante non stia però nell’ottenere l’effetto Droste in digitale, piuttosto nel realizzarlo con creatività, senza alcun ausilio in postproduzione.
Si può giocare con specchi e luci, oppure sfruttando il monitor della fotocamera stessa o uno esterno, le possibilità sono moltissime.
Ma il vero effetto Droste è forse proprio quello fatto creando ad arte un artefatto, inserendolo poi nell’immagine e cortocircuitando il pensiero dell’osservatore.
Ed è su questa linea che è possibile fare un passo ulteriore, arrivando ad una sorta di effetto Droste 2.0. Cosa intendo? Ecco qui sotto un esempio preso in prestito da Abernaert.
Non c’è bisogno di particolari tecnologie, attrezzature o tecniche digitali. Basta un po’ di creatività ed una macchina fotografica, non necessariamente digitale 🙂
Perchè non provarci?

Droste effect by Abernaert

Nice Droste effect – Copyright Abernaert 2009

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Beware - By Pega

Beware – © Copyright 2010 Pega

Se è vero che in genere nessuno dovrebbe essere giudice di se stesso, è anche vero che in tema di creatività e produzione artistica questo non sempre vale.
In fotografia, come in altre forme espressive, è importante l’autocritica, intesa come la capacità di saper valutare da soli il proprio lavoro.
Che si tratti di decidere se cancellare uno scatto o invece proporlo per un premio, il filtro preliminare che rappresentiamo per le nostre stesse opere è un fattore chiave. Se ci autogiudichiamo con eccessiva severità rischiamo di tarpare le ali al nostro messaggio e a cose che agli altri potrebbero interessare, se invece siamo troppo generosi possiamo finire con l’inondare il mondo di roba insignificante.
E dunque come fare per tarare questo nostro giudizio?

Il coinvolgimento emotivo che ci lega ai nostri scatti è forse il problema più insidioso. La foto fatta in un momento particolare, associata a certe sensazioni o emozioni, ci appare con dei valori che non sempre sono percepibili dagli altri.
Certo, si può provare a lavorare per cercare di arricchire l’immagine con ciò che ci aiuta a trasmettere queste emozioni, come titolo e testo, ma bisogna comunque riuscire a fare un passo indietro e valutarla per quel che è.
Provare a guardare la foto con distacco “come se fosse stata fatta da qualcun’altro” è un inizio. Loderesti quel fotografo? O lo criticheresti? Cos’è che funziona o non funziona? Che sensazioni e messaggi trasmette? E’ tecnicamente ben fatta? Sono domande che possiamo farci svestendoci dei panni di autore ed indossando quelli di osservatore delle nostre stesse fotografie.

Una delle strade che ho scoperto più efficaci nell’aiutare questo processo di distacco è di abituarsi a seguire il lavoro di un numero maggiore possibile di altri fotografi, osservando regolarmente le loro foto pubblicate su Flickr o su altri social media ma anche visitando mostre ed esposizioni. Studiare immagini di altri con attenzione, cercandone pregi e difetti per poi magari anche condividerle a nostra volta è un gran bel metodo per affinare l’autocritica verso il proprio lavoro.
Quando questo volume di immagini osservate esiste ed è costante, diviene più naturale vedere le nostre come “solo alcune tra le tante” e quindi un po’ più facile autovalutarle con obiettività.

Che ne pensi? Credo che nei prossimi post proverò ad approfondire questo argomento.

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Guitar 2 by PPP

Guitar 2 – © Copyright 2008 Pega

Un tipo dalla carnagione chiara alza il volume dello stereo mentre guida la macchina. Forti note ed un bel suono di chitarra rock emergono dagli altoparlanti.
“Hey! Che roba è?” chiede l’amico afroamericano dal sedile posteriore.
“È Jimi Hendrix”
“No, lo so chi è, ma perchè tu metti Jimi?”
“Mi piace ascoltarlo”
“Oh, ti piace ascoltarlo. Ecco, è qui che sta il problema. Voi lo ascoltate”
“Che cosa dovrei fare? Mangiarlo?” chiede il tipo alla guida.
“No, no. Dovresti provare a sentirlo” insiste il passeggero.
“Ma sei scemo? Ti ho appena detto che mi piace ascoltarlo!”
“Lo so, ma c’è una bella differenza tra sentire ed ascoltare. Voi bianchi non lo potete sentire Jimi. Voi lo potete soltanto ascoltare“.

È uno scambio di battute tratto dal film “Chi non salta bianco è” del 1992. Ricordando questo dialogo non ho potuto fare a meno di pensare a quanto possa esistere lo stesso anche per la fotografia, perche anche con alcune immagini si può rischiare la stessa cosa: ci si può limitare a vederle.
Ovvio, non è una questione di razza ma di atteggiamento.
Con certe fotografie è solo provando ad entrarci in sintonia, “cambiando pelle”, immedesimandosi con il fotografo ed il suo soggetto che si può andare oltre ed iniziare a guardarle davvero, arrivando magari fino a sentirle.

Sarebbe un peccato rimanere nei panni dei bianchi che, nel video sotto sembrano proprio ascoltare senza assolutamente “sentire” la musica di Jimi Hendrix, non trovi?
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Il tempo, si sa, è qualcosa di relativo. Quanto deve essere lunga un’esposizione per essere considerata una lunga esposizione? Forse almeno un secondo? Trenta secondi? Due minuti? Un’ora?
C’è chi è andato ben oltre, realizzando fotografie con esposizioni lunghissime, di giorni, mesi o addirittura anni.
E’ il caso dei fotografi che si sono cimentati con l’Analemma o qualche artista specializzato in fotografia pinhole.
Ma il vero fuoriclasse in questo settore è un fotografo tedesco di nome Michael Wesley che nel 2001 fu incaricato dal Museo di Arte Moderna di New York (MOMA) di usare la sua tecnica per documentare i lavori di ristrutturazione del museo durati TRE anni.
Michael utilizzò fotocamere di grande formato caricate con speciali pellicole, posizionandole in punti strategici adatti a documentare i lavori. Gli otturatori di queste macchine fotografiche rimasero aperti per qualcosa come trentaquattro mesi.
Nelle immagini si vede il movimento del sole ma sopratutto la sovrapposizione delle strutture edilizie, con un effetto che oserei definire magico; si avverte in modo strano ed inquietante lo scorrere di un lungo periodo, congelato in un singolo fotogramma.
Durante questa lunghissima esposizione la foto si modifica continuamente, con strati di dettagli che distruggono i precedenti, formando un processo che lascia sopravvivere solo le informazioni più forti: quelle che sono rimaste più a lungo esposte ed illuminate. Un processo che la rende molto potente dal punto di vista concettuale perchè richiama la forma della realtà in cui viviamo, con eventi che sovrascrivono i precedenti e dove niente dura per sempre.

Sono foto che andrebbero gustate nel grande formato stampato in cui sono state esposte proprio al MOMA, in cui si possono scovare dettagli incredibili, se si ha tempo e voglia di osservare con attenzione l’immagine.

Wesley sostiene di aver molto sperimentato per mettere a punto la sua tecnica sulle lunghe esposizioni, un metodo che gli permette di gestire la reazione delle pellicole per periodi che possono andare anche ben oltre quelli citati per il MOMA, si parla addirittura di decine di anni (!).
Se ti interessa il suo lavoro puoi trovare altre informazioni e molti suoi scatti nel suo libro Open Shutter, pubblicato alcuni anni fa.

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Viviamo in un’epoca visuale, dove la tecnologia ci ha aperto le porte verso nuove possibilità, nuove percezioni.
Oggi abbiamo a disposizione immagini straordinarie generate da strumenti come microscopi, telescopi, fotocamere ad alta velocità o su spettri di frequenze non visibili, che ci permettono di accedere a visioni che i nostri predecessori potevano solo immaginare.
Sono contenuti che spesso esprimono un valore che supera quello scientifico: di frequente, infatti, siamo davanti a qualcosa dal forte spessore estetico, e perché no… artistico.
Questi nuovi stimoli a cui siamo sottoposti non sono quindi solo una fonte di informazione e cultura ma rappresentano anche nuove opportunità di ispirazione ed un nutrimento per la nostra creatività.

Il video sotto è una piccola raccolta di questo tipo di stimoli: attraverso la voce di alcuni scienziati, il filmato racconta come dimensioni e distanze non siano più barriere e che attraverso i passi avanti che sono stati fatti dalla tecnologia, siamo riusciti a vedere l’universo, il tempo e l’umanità, sotto una luce diversa.

Trovo sia interessante tenere tutto ciò a mente quando usiamo le nostre fotocamere o smartphone dotati di caratteristiche e prestazioni che fino a pochi anni fa erano solo nella fantasia di alcuni lungimiranti sognatori.
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Ansel Adams

Si dice che le frasi dei personaggi illustri siano una delle fonti più importanti di ispirazione ed insegnamento.
La fotografia non è esente da questa regola e c’è una frase di Ansel Adams che credo sia una delle più significative mai dette.

“You don’t take a photograph, you make it”.

La traduzione in italiano non è efficacissima, ma in sostanza Adams voleva esprimere l’importanza di un atteggiamento attivo che il fotografo deve assumere quando realizza i suoi scatti.
“Cosa includere e cosa escludere”,”qual’è il soggetto”,”a chi è destinata”,”che emozioni deve suscitare”, “a chi potrà davvero interessare”. Sono solo alcune delle domande che potrebbero aiutarci a “creare” (to make) la foto, ed assumere quindi proprio il comportamento a cui Adams faceva riferimento.
E’ un approccio alla fotografia pragmatico e rigoroso, a cui si sono rifatte intere generazioni di artisti, tra cui moltissimi grandi nomi.
Ma non è l’unica possibilità. Esistono anche altre strade, tra cui quella di una fotografia più istintiva, più casuale ed opportunista, forse caotica, fatta di scatti meno meditati in cui magari riconoscere solo a posteriori il valore comunicativo, rendendosi conto che a volte può essere comunque molto elevato.
Sono punti di vista che, secondo me, non devono obbligare a scegliere da che parte stare perché, una volta razionalizzati, si può anche decidere di prendere qualcosa dall’uno e dall’altro, coltivando con consapevolezza una propria e personalissima “via fotografica”.

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Lo Zen e il tiro con l'arco

Lo Zen e il tiro con l’arco

C’è un piccolo libro che più o meno tutti abbiamo letto.
E’ “Lo Zen e il tiro con l’arco” il racconto scritto da Eugen Herrigel, un professore di filosofia tedesco, che scelse di imparare in modo classico questa antica arte Giapponese, affidandosi ad un “Sensei” : un maestro Zen appunto.
Herrigel ne ricavò un’importante esperienza di vita, qualcosa che lo cambiò dall’interno e nel libro questa intensità c’è tutta.
Lo Zen e il tiro con l’arco è una lettura sovente suggerita da qualcuno che ne è rimasto affascinato o che comunque lo ritiene un piccolo gioiello da condividere.

Tempo fa, ritrovandolo su uno scaffale della mia libreria, decisi di rileggerlo (e lo si fa in un’oretta dato che sono circa novanta pagine) provando a fare quello che con lo Zen si può praticamente sempre: modificare totalmente l’oggetto dell’arte di cui si parla in origine, mantenendo però intatta la filosofia… lasciando quindi inalterato l’approccio.

E così rilessi il libro sostituendo la parola “arco” con “macchina fotografica” e “bersaglio” con “soggetto”. Lo “scoccare della freccia” diviene il “far scattare l’otturatore” ed il “volo” di questa si trasforma nel concetto di “‘esposizione”.

Ne viene fuori qualcosa di davvero interessante.
Da provare.

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