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Archive for the ‘Culture’ Category

Yoda spada laserSi sa: i laser sono pericolosi per gli occhi, anche quando non si tratta di una spada Jedi fatta per tagliare a fette il prossimo.
Le caratteristiche di concentrazione e coerenza di questo tipo di luce ne fanno una reale minaccia per la retina, anche nei casi in cui le potenze in gioco “dovrebbero” essere basse, come quando si ha a che fare con piccoli emettitori portatili o luci da concerto.
E proprio come i nostri occhi, anche i sensori delle fotocamere digitali si rivelano sensibili, anzi molto sensibili al laser.
Ne è una prova il video sotto, in cui si vede chiaramente come il sensore di una splendida Canon 5D mark II venga danneggiato in modo permanente, colpito per un istante da un fascio laser durante un concerto.
Attenzione quindi, non solo ai nostri preziosi occhi, ma anche ai meno preziosi ma comunque costosi sensori delle nostre macchine.
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Vanishing reflection @Padule di Fucecchio

Vanishing reflection – © Copyright 2011 Pega

Sogni e fotografie sono legati da un filo invisibile. Sarà perché la nostra mente tende ad associare immagini statiche ai ricordi ed i sogni poi rielaborano queste immagini, o forse è semplicemente che le foto ci aiutano ad immaginare ed a sognare.
E così ecco l’idea per questo weekend assignment: il sogno.
Ti avverto, è un tema molto stimolante e se vorrai dedicare un po’ di tempo a svolgerlo in questo fine settimana, sono sicuro che i risultati potranno sorprenderti.
Come al solito hai piena libertà su come affrontarlo, ma ecco qualche esempio di come, secondo me, è possibile sviluppare questo assignment.
Tutti ricordiamo qualche sogno con forti elementi visivi da cui trarre spunto. Che si tratti di uno più o meno piacevole fatto la scorsa notte o di un incubo avuto da bambini, si può partire da quello e cercare di realizzare immagini ad esso correlate. Potrà trattarsi di qualunque cosa: dallo still life al panorama, passando per il ritratto o anche (ed eccome) l’astratto.
In totale alternativa puoi invece andare a lavorare sul concetto, realizzando qualche scatto che richiami atmosfere oniriche di pura fantasia.
Libertà totale insomma.

In questo fine settimana prova a seguire questo strano assignment. E’ un esercizio utile che stimola la creatività e può essere divertente. Dopo aver fatto la tua foto, se ti va, ti invito a condividerla qui mettendo in un commento il link all’immagine.

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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David-Bowie_with_TildaSwapDavid Bowie e Tilda Swinton. O forse si tratta di Tilda Swinton con David Bowie?
I due devono essersi proprio divertiti scambiandosi i ruoli per questo scatto, realizzato in occasione di un evento dove l’attrice ed il musicista si sono presentati come nell’immagine di destra, cioè uno con l’aspetto dell’altra.
Lo “scambio” è in linea con l’originale video musicale di “The Stars (Are Out Tonight)”, in cui David e Tilda sono una coppia di coniugi dai tratti stereotipati che vengono coinvolti in un progredire di misteriosi scambi e trasformazioni di ruolo e genere insieme ad altri personaggi, il tutto con un taglio borderline all’altezza del migliore Bowie.
Insomma è un caso in cui la fotografia fa da appendice a qualcos’altro, giocandoci o forse girandoci intorno completandolo, ricordandoci però anche uno dei linguaggi fondamentali che la fotografia può usare: quello della “finzione”. Troppo spesso ce ne dimentichiamo, pensando alle immagini fotografiche sempre solo come strumenti di rappresentazione di ciò che è spontaneo, del reale, del vero.
Grazie David e Tilda e… viva la fiction fotografica!

P.s. Ed ora buona visione con David Bowie e “The Stars (Are Out Tonight)”
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Il duello by Pega

Il duello – © Copyright 2011 Pega

E tu chiedi il permesso prima di fare una foto?
Tutti noi giriamo con le nostre fotocamere ed osserviamo, scattiamo, ci divertiamo insomma. Che si tratti di una passeggiata in centro o di un viaggio esotico, ci piace cogliere i dettagli, gli attimi, i colori e le espressioni delle persone, per poi farne qualcosa di nostro, magari condividerli online. Puro piacere personale insomma.
Ma siamo sicuri che i soggetti che immortaliamo siano d’accordo con questa visione? Stiamo rispettando chi passeggia per i cavoli suoi, oppure lavora, magari in condizioni non invidiabili e preferirebbe non essere fotografato?
Non sono sicuro, ma a volte penso che bisognerebbe avere il coraggio di chiedere il permesso, anche solo accennare alla nostra intenzione di fotografare, in ogni caso comunicare al soggetto le nostre intenzioni. E qui sta il punto: la comunicazione tra fotografo e persona ritratta è un fattore che pesa, incide, cambia l’immagine stessa ed è un elemento che rischia di essere smarrito nell’infinito fluire di scatti che caratterizza molto dell’attuale modo di fotografare.
Sì lo so che questo ragionamento porterebbe alla fine degli scatti rubati e di un certo tipo di fotografia di strada, ma è anche vero che oggi, nell’era dei social network e non più dei negativi nel cassetto, prima di immortalare una persona e condividerne l’immagine con l’intero pianeta potrebbe essere educato averne il consenso, al limite anche a posteriori dello scatto. Potrebbe bastare anche solo un’occhiata, un cenno di assenso. Un grazie cordialmente accettato.
E tu che ne pensi? Chiedi il permesso?

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Lewis Payne by Alexander Gardner

Lewis Payne – Alexander Gardner, 1865

È il 1865, un giovane uomo è ritratto in manette, nella luce radente della sua cella.
Lo scatto è tra i più importanti realizzati da Alexander Gardner, emblematico fotografo della guerra civile americana, mentre il protagonista è Lewis Payne, condannato a morte per aver partecipato alla congiura che portò all’assassinio del presidente Lincoln.
Payne è appoggiato al muro, il suo sguardo colpisce: è allo stesso tempo rassegnato ma anche determinato e fiero, forse c’è una traccia di sfida.
È l’immagine forte e drammatica di un uomo che a breve salirà sulla forca, ad appena ventuno anni.
Come in tutti i ritratti di un tempo, l’espressione è rigida. Le tecniche fotografiche non consentivano tempi rapidi ed obbligavano ad esposizioni lunghe, con i soggetti che venivano messi in posa per molti secondi, a volte addirittura minuti, quando la luce era scarsa. Molto spesso il risultato aveva qualcosa di innaturale e artificioso, ma qui è diverso.
Payne non sembra preoccupato del risultato formale. È fermo ma rilassato, sicuro, fiero delle sue idee, consapevole dell’imminente fine.
È uno scatto molto potente, senza tempo, che ti invito ad osservare in tutti i suoi forti contrasti, visibili e non, ascoltandone il silenzio e cogliendone il valore che trascende il momento storico in cui è stato realizzato.

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Daguerre

Louis Jacques Mande Daguerre

È forse possibile essere davvero appassionati ad una forma espressiva come la fotografia senza conoscerne la storia? Senza sapere com’è nata e come si è evoluta? Io non credo proprio, e così ogni tanto torno alle origini…

Erano gli albori della fotografia quando nel 1839 Louis Daguerre annunciò al mondo la sua invenzione denominata molto “modestamente” Dagherrotipo.
Si trattava del prodotto degli studi che, da alcuni anni, stava conducendo insieme al suo socio Nicèphore Niepce, scienziato ed inventore, che però morì proprio poco prima del raggiungimento del successo finale: l’invenzione di una macchina che poteva catturare immagini. Daguerre si prese tutto il merito ed anche i proventi di un brevetto che non esitò a registrare a suo nome. In pochi mesi il manuale di istruzioni che accompagnava la macchina fu tradotto in ben 23 lingue ed il Dagherrotipo iniziò ad essere acquistato in ogni parte del globo da persone che volevano fare della fotografia la loro fonte di ricchezza. Sì ricchezza, perchè una vera e propria sete di ritratti di qualità divorava le borghesie dei paesi che si stavano industrializzando, una gran quantità di persone poteva finalmente esaudire un desiderio che fino a pochi anni prima era riservato solo ai più facoltosi in grado di permettersi di pagare un bravo pittore.
DagherrotipoIl costo delle fotografie con il Dagherrotipo non era irrilevante ma questo non impedì il fiorire di questo business che faceva completamente capo a Daguerre, sia in termini di produzione delle macchine che di fornitura di tutto il necessario per utilizzarle.
Negli Stati Uniti il successo fu strepitoso e dagli archivi di Daguerre risulta che nel 1845 nel solo stato del Massachussets furono realizzate oltre 500.000 fotografie.
Sono numeri che oggi si consumano in un secondo ma che allora erano da capogiro, tanto che alla fine lo stesso Daguerre finì per andare in difficoltà e non riuscire più a gestire questo meccanismo vorticoso, scegliendo quindi di renderlo pubblico, cedendolo allo stato francese che in cambio gli riconobbe un vitalizio.
Il funzionamento del Dagherrotipo era abbastanza complesso, si basava sulla preparazione di una lastra di rame su cui veniva steso un sottile strato di argento. Una volta perfettamente lucidata, la lastra veniva esposta a vapori di iodio che combinandosi con l’argento la rendevano sensibile alla luce e pronta per l’esposizione che tipicamente durava dai 3 ai 10 minuti.
Dopo si doveva passare subito alla fase di sviluppo che avveniva esponendo la lastra a dei vapori di mercurio.
Il prodotto finale era un’immagine positiva, quindi non riproducibile, ma di qualità altissima, talmente elevata da potersi considerare ancora insuperata.

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Gerda_Taro

Gerda Taro by Robert Capa 1937

Gerda Taro ritratta da Robert Capa è il cortocircuito fotografico che ti propongo oggi; una fotografa a lungo dimenticata che, nonostante sia considerata la prima fotogiornalista donna a seguire un fronte di guerra, per oltre cinquant’anni è rimasta oscurata dalla fama del suo compagno: quel Robert Capa protagonista del precedente cortocircuito.
L’impegno sociale e politico di Gerda è breve ed intenso come la sua vita, oltre che emblematico di ciò che è stata la storia europea degli anni trenta.
Ebrea polacca cresciuta nella Germania pre-hitleriana ed esule in Francia, dimostra fin da giovanissima carattere e visione non comuni per il suo tempo, studia fotografia e vive interessi e relazioni sentimentali molteplici. Il suo spirito contrario ad antisemitismo e nazifascismo, si realizza nel 1937 con la partecipazione alle fasi della resistenza Spagnola, dove fotografa il fronte insieme al suo compagno Robert Capa. È qui che questa donna, così emancipata e da qualcuno definita come “troppo avanti” per la sua epoca, trova però la sua precoce e tragica fine: schiacciata da un carro armato in ritirata.
Capa, sconvolto, pubblica subito un libro di fotografie della guerra civile Spagnola intitolato Death in the Making in cui ci sono scatti suoi e di Gerda, ma in molti degli articoli che appaiono sui giornali è omesso il nome della Taro. È così che inizia per Gerda una fase di oblio, almeno in occidente, dove addirittura alcune sue foto vengono attribuite a Robert Capa. Oltre cortina invece, nella Repubblica Democratica Tedesca, Gerda Taro viene sfruttata dalla propaganda come figura eroica, simbolo della resistenza comunista contro il fascismo.
È solo con la biografia su Robert Capa, scritta negli anni ottanta da Richard Whelan, che il nome di Gerda Taro torna ad avere la sua giusta importanza, anche grazie ad un accurato studio degli archivi del fotografo ungherese.

Gerda è sepolta a Parigi, al Père Lachaise, sotto ad un omaggio scultoreo di Alberto Giacometti.
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I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro

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Lobsang Tenzing, Dharamsala, 1981 by Richard Gere

Lobsang Tenzing, Dharamsala – © Copyright 1981 Richard Gere

Richard Gere è famoso per ruoli da attore in circa quaranta film ed anche per esser stato uno dei più noti sex symbol del cinema, ma non tutti sanno della sua passione per la fotografia, una passione intrecciata con la religione buddista ed i destini del popolo tibetano.
Gere aveva poco più di vent’anni quando intraprese il suo primo viaggio in India, iniziando un percorso che lo avrebbe visto tornare innumerevoli volte in questi luoghi, sempre portando con sé una macchina fotografica. Il suo coinvolgimento si fece via via sempre maggiore, vedendolo avvicinare alla causa tibetana ed entrare in contatto con figure molto importanti, come quella del leggendario eremita Lobsang Tenzing o con lo stesso Dalai Lama, che Gere ha incontrato e fotografato più volte.
Negli anni gli scatti, tutti molto personali ed intimi, mai realizzati con intenti di condivisione, si sono accumulati finché la sua amica e curatrice di mostre, Elizabeth Avendon non li ha notati a casa sua. Gli ha proposto di esibirli e così è nato un progetto fatto di esposizioni pubbliche ed un libro intitolato “Pilgrim” i cui introiti vengono interamente devoluti alla Gere Foundation, che sostiene progetti umanitari in tutto il mondo.

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Severity

Severity – © Copyright 2011 Pega

Lo dico subito: non sono un grande estimatore delle foto fatte di nascosto, dello scatto rubato, dell’istante che il fotografo ferma da lontano ad insaputa del soggetto.
Nonostante riconosca il fascino ed anche il valore di questo tipo di fotografia, non la trovo adatta al mio modo di fotografare e quindi solo di rado mi capita di provarci. Ciò non toglie che la foto candid rappresenti comunque un filone che ogni fotografo dovrebbe conoscere e, almeno una volta, approfondire, in special modo avvicinandosi a ciò che viene chiamato comunemente “street”.
Come non proporre quindi un assignment basato proprio su questo tema? Nel fine settimana prova ad affrontare la sfida: esci, appostati e scatta. Puoi nasconderti e catturare i tuoi personaggi da lontano con il teleobiettivo oppure optare di immergerti nell’ambiente con una focale corta e, per dirla con le parole di Steve McCurry, “provare a diventare invisibile”. A te la scelta.
Dopo, come al solito, puoi condividere le tue immagini inserendole in un commento qui sotto: mi farà molto piacere.

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C’è chi, anche tra i Canonisti, considera che il click Nikon abbia qualcosa in più, una sonorità particolare e riconoscibile su cui pare che tradizionalmente gli ingegneri del marchio nipponico si impegnino, attenti a mantenere un “timbro” distintivo.
E così c’è chi ne fa addirittura la base per una breve opera musicale, suonata usando un set di reflex digitali per un valore di oltre trentamila euro. Magari chiamarla sinfonia è un po’ eccessivo, comunque divertente sì. Certo che sono tremendi questi giapponesi! 🙂
Buon “ascolto”.
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