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A true classic

A true classic - © Copyright 2010 Pega

Che suono ha la tua macchina fotografica. Quali rumori la caratterizzano? Ci hai mai fatto veramente caso? Li hai ascoltati?

Mi è capitato di pensare a tutto questo pochi giorni fa, quando ho avuto l’occasione di maneggiare il piccolo gioiellino qui a fianco.
Si tratta di una splendida Rolleiflex, una macchina medio formato che ha scritto una parte della storia della fotografia professionale della seconda parte del novecento.

E’ stato bello sentirne il click di scatto, così delicato e diverso dalle nostre reflex digitali che la circondavano e la fotografavano come una vera e propria star del cinema.

Ma non solo il click di scatto. Di gran fascino anche il rumore di avanzamento della pellicola che accompagna la rotazione della leva laterale, come anche tutti i click di apertura e chiusura delle tante piccole parti meccaniche: dalla struttura del pozzetto alla lente per facilitare la messa a fuoco.

Chissà se i vari rumorini residui delle nostre digitali saranno anch’essi un ricordo, sostituiti da otturatori elettronici ed autofocus sintetici…Vedremo.

Intanto non c’è dubbio. Anche i suoni sono affascinanti in fotografia, non si spiegherebbe altrimenti l’ostinazione con cui costruttori di compatte e telefonini continuano ad impegnarsi per riprodurre artificialmente i click di scatto quando otterrebbero risultati ben più interessanti sostituendoli magari con una bella risata artificiale che favorirebbe di molto i risultati di tanti ritratti… 🙂

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Questo post è dedicato ad un’altra tra le tante risposte che ho ricevuto alla mia domanda “Una sola Fotografia”.

E’ il punto di vista, creativo ed ispirato di Martino Meli, che ho avuto il piacere di intervistare proprio in questo blog.

La sua risposta è di per sè un prodotto artistico che io trovo semplicemente straordinario. La inserisco qui sotto senza alcuna ulteriore aggiunta.

Appartenenza - © Copyright Martino Meli

“Adveniat pestis imaginorum

Se dovessi scegliere un’immagine da salvare in caso di ‘catastrofe iconografica’ non avrei dubbi:
questo è un disegno fotogenico con particolari contenuti, e l’ho scelto per alcuni motivi che brevemente accenno.
 Primo: il disegno fotogenico è una fotografia ma non è realizzato mediante l’uso della macchina fotografica (e se durante la “catastrofe iconografica” spariscono le immagini credo che sparirebbero anche le macchine fotografiche). Secondo: il contenuto di questo disegno fotogenico è composto da una foglia che simboleggia la Natura e da un messaggio, riferimento alla comunicazione diretta attraverso la parola scritta. Il concetto espresso è autobiografico in quanto lega l’autore (me stesso) al tema del Mediterraneo di cui si sente figlio mediante la citazione di Jean-Claude Izzo. Dunque il riferimento linguistico e concettuale è amplificato. Terzo: i primi esempi di disegno fotogenico si attribuiscono a William Henry Fox Talbot, intorno agli anni Trenta del secolo XIX. Erano gli albori della fotografia e questa tecnica sancisce il distacco dalla Pittura, dominatrice incontrastata fino ad allora. Quarto: il disegno fotogenico ha una forte valenza artistica poiché è un pezzo unico, fotocopiabile
sì, ma non riproducibile (se ne riproduce al massimo la sua immagine).
 

Martino Meli

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Grazie Martino, un fantastico contributo!  

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Karl Taylor è un fotografo professionista dal (terribile accento 🙂 ) che ogni tanto posta degl interessanti video.
In questo, proponendoci delle belle immagini, parla della luce naturale e di come sfruttarla per ottenere delle belle foto.

Mi piacciono i video dove si vedono fotografi all’opera, specie nei casi in cui si riesce a percepire la loro passione.

In questo trovo particolarmente riuscita la parte in cui fa vedere come cerca e trova il suo scatto a “lunga esposizione” del mare al tramonto, non preoccupandosi di bagnare piedi e treppiede…. 🙂 

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Stages of a photographer

Il grafico del fotografo

Navigando sul web ho trovato questo fantastico grafico. Descrive gli stadi che più o meno tutti attraversiamo come appassionati di fotografia.
Cliccaci per vederlo in grande e prova a verificare dove pensi di trovarti su queste curve…. poi, se vuoi, fammi sapere… 🙂

Non sono riuscito a risalire all’autore ma è geniale ! Troppo divertente !

🙂 🙂 🙂

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Distracted by a glamorous fan

Distracted by a glamorous fan - © Copyright 2009 Pega

Di qualunque tipo di attività si parli, tutti abbiamo un’area di azione in cui ci sentiamo a proprio agio e che preferiamo non lasciare.

Per la fotografia questa “comfort zone” può essere ad esempio l’insieme di abitudini e tecniche che abbiamo sviluppato, oppure il tipo di immagini che preferiamo fare, o anche una serie di luoghi che prediligiamo.

Mi rendo conto che questa “zona di confidenza” può essere facilmente confusa con quello che normalmente chiamiamo ed intendiamo come “di proprio gusto”, o forse anche come “stile”, però non si tratta esattamente della stessa cosa. La linea di demarcazione è sottile ma almeno in questo post mi riferisco ad altro.

Io parlo del fatto che c’è ad esempio chi preferisce usare solo ad alcune impostazioni della sua fotocamera, chi si limita al bianco e nero o sceglie solo alcune tipologie di soggetti non per una precisa scelta stilistica ma perchè in qualche modo si sente più a suo agio così.

Ecco: provare a far capolino fuori da questa “zona” ed addentrarsi in nuovi terreni può riservare piacevoli sorprese. Come tutti i cambiamenti potrà essere più o meno faticoso ma può valerne la pena.

Pensa un po’ alla tua personale “comfort zone” e prova ad individuarne i confini.
C’è qualcosa che fotograficamente non ti spingi a fare perchè non ti ci senti a tuo agio? Che non ti sembra nelle tue possibilità? O che ti sembra che non ti piaccia?

Beh, prova a dedicare una piccola porzione del tuo tempo ad esplorare proprio in quelle direzioni dove non ti senti a tuo agio. Non deve essere un cambiamento delle tue abitudini ma solo un esperimento.
Potrebbe venirne fuori qualcosa di interessante.

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My Cafè - Copyright Emanuele Minetti

Si sente sempre dire che “con le macchine che ci sono oggi chiunque può fare splendide foto“.
E’ assolutamente vero.

Però… guardiamo un po’ indietro nel tempo.
Quando a fine anni ’70 arrivò l’autofocus, il passaggio fu epocale. Prima il fuoco era solo manuale. In molti dissero che con quella innovazione tutti sarebbero stati in grado di fare foto perfett.
E ancora… andando a ritroso, lo stesso si può dire per l’avvento  della pellicola 35mm, che portava la possibilità di realizzare immagini spettacolari in modo molto più portatile ed economico dei vecchi formati. 
Era la possibilità per tutti di fare gli scatti di Ansel Adams senza trascinarsi dietro 50kg di attrezzatura. O no?
La fotografia ha una componente tecnologica, cel’ha sempre avuta, fin dai suoi albori. E’ una caratteristica in perenne evoluzione.
Con il passaggio al digitale e l’enorme diffusione di fotocamere di elevatissima qualità a prezzi contenuti è diventato ancora più semplice fare foto, ma per certi aspetti è una sensazione illusoria.
Come prima o forse piu di prima, chi fa belle Foto ha comunque un’attenzione, una preparazione ed una conoscenza intima della fotografia che non sempre è condivisa da chi si affida ai pur fenomenali automatismi dell’ultimo modello di macchina digitale per farsi l’autoscatto e postarlo su Flickr.
E la differenza, nonostante tutta questa tecnologia, si continua a vedere, eccome.
Prova a sfogliare gli album delle persone che ho avuto il piacere di intervistare in questo blog, visita l’album di fotografi come Emanuele Minetti (è sua la splendida “My Cafè” sopra) e guarda quanta attenzione alla composizione, alla gestione della luce, al messaggio…. quanta passione.
Dietro a molti degli scatti dei fotografi che ammiro c’è ricerca, talento, conoscenza della storia della fotografia, studio approfondito degli strumenti, a partire dalla macchina fotografica che usano per finire ai tool di postproduzione.
Non è per niente banale.
La tecnologia ha corso moltissimo in questi anni, non solo per la fotografia ma anche per tantissime altre arti.
Può però un buon programma di videoscrittura permettere a tutti di scrivere un bel romanzo?
Può forse un multieffetto per chitarra elettrica farti suonare come Van Halen?
Secondo me non è questione di tecnologia. E’ questione di studio e passione.

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trymanit

Trymanit (Alessandro)

Sfogliando l’album Flickr di Alessandro (meglio noto con il nickname Trymanit)  è impossibile non rimanere colpiti dalle atmosfere di alcuni suoi scatti. Sensazioni anche forti, che so di condividere con altri.

A volte inquietanti, altre intriganti, le sue foto lasciano il segno. Fanno intravedere che dietro alla macchina fotografica prima, ed ai processi di trattamento poi, c’è un vero artista. Un grande appassionato.

Ciao Trymanit. Sfogliando Il tuo album su Flickr si percepisce una vena artistica ed un insieme di esperienze e passioni che convergono nella tua fotografia. E’ un’impressione sbagliata o c’è realmente un importante filo conduttore che lega i tuoi scatti.
Ciao, innanzi tutto sono onorato di venire intervistato, mi riempie di soddisfazione, come, mi riempie di soddisfazione la possibilità di vedere, sentire, anche toccare quello che l’uomo può fare quando esprime le sue capacità, le sue conoscenze, che siano queste arte o attività lavorativa oppure entrambe.
Mi piace osservare la manualità, che sia quella di un cesellatore, di un fabbro, di mia madre che fà l’uncinetto, non ha importanza, mi piace veder creare.
Come del resto sono affascinato da tutte le forme d’Arte, dalle sculture di Pomodoro a quelle di Staccioli; alla pittura di Hieronymus Bosch, De Chirico, i Macchiaioli, Vettriano ; alla musica, tutta, con quella che più mi ha segnato che è quella di fine anni ’80, la new wave/Dark wave.
Il fatto che sfogliando il mio Album ti abbia dato questa sensazione mi lusinga, ma non c’è un filo conduttore prestabilito, sono le varie contaminazioni che mi portano a fare scatti anche molto diversi tra loro sia dal punto di vista prettamente visivo sia dal punto di vista del messaggio intrinseco.

E’ tanto che fotografi ? Raccontaci qualcosa di te e di come hai imparato a far foto.
Ho iniziato a fotografare nell’87, con una Nikon FE2 che possiedo tutt’ora.
Ho fotografato per 6/7 anni, poi ci sono stati dei cambiamenti che mi hanno portato a considerare la fotografia solo marginalmente, facendo solo qualche scatto durante qualche cena o ritrovo con gli amici.
Poi conosciuta Roxy, mia moglie, ho ripreso a fare qualche scatto.
Ma è stato il digitale a farmi ripartire…e ora non esco se non ho una macchina fotografica con me.
Mi domandi come ho imparato a fare foto…in non sò fare foto, non ho mai frequentato corsi, quando scatto spesso lo faccio di getto, una cosa che desta il mio interesse cerco di bloccarla e per paura che il tutto svanisca scatto senza tener conto delle varie regole compositive.
E qui devo ringraziare ancora una volta la tecnologia perchè essa mi dà la possibilità di fare scatti in successione, vedere immediatamente il risultato per poi scegliere lo scatto migliore. E per migliore intendo quello che rispetta l’immagine che mi ero prefissato di creare o l’attimo che volevo cogliere, quindi appagamento da sensazioni e non fredda perfezione tecnica. Non per niente, una cosa che odio profondamente è quando su Flickr commentano con “io avrei fatto così” oppure “io la taglierei così”, il tutto condito con quella saccenza da primi della classe che ho sempre odiato.

C’è qualche fotografo o artista che ritieni abbia avuto un ruolo di influenza nel tuo modo di fotografare ?
Non saprei quale sia quello che mi ha influenzato più di altri…come per le altre forme d’Arte, acquisisco da tutti.
Mi piacciono i paesaggi di Ansel Adams, per il modo di trattare il bianco e nero, ma sopratutto il modo come ci ha illustrato i parchi americani.
La saturazione cromatica di Franco Fontana e il rapporto che ha con le ombre.
Il rigore, classico, di Mapplethorpe…colgo l’occasione di ricordare la mostra alla Galleria dell’Accademia prorogata fino al 10 gennaio per chi l’avesse persa.
Il modo di riprendere le donne da parte di Helmut Newton…ecco forse Newton, quando mi capita di fotografare delle donne.

the_room

The room - Copyright 2009 Trymanit

Ci sono dei soggetti che ami fotografare in particolare ?
Fotografo di tutto, tutto quello che mi colpisce, che mi lancia un’input.
Amante come sono della regione in cui vivo, mi piace rappresentarla nella maniera più classica con i paesaggi e scorci caratteristici…ma anche no, facendo degli HDR ad esaltarne le sfumature cromatiche.
Fotografo il degrado, la decadenza, l’abbandono e questo a volte mi porta ad un coinvolgimento tale da andare oltre all’inquadrare e scattare…spesso in certi luoghi, per la scena, il contesto, sono portato ad immedesimarmi ed elucubrare che poi cerco di trascrivere nel commento alla foto.
Mi piacerebbe fare qualche ritratto in più, ma il mio essere non particolarmente entrante come carattere, mi costringere a partecipare a manifestazioni per poterli fare.

Hai attualmente qualche progetto fotografico in corso ?
Avrei diverse idee, ma perora rimangono tali…come tutti immagino, piacerebbe poter mostrare le foto in qualche spazio…ma già farlo su Flickr mi dà soddisfazione.

Le ultime due domande sono ormai un classico che faccio a tutti gli ospiti di questo blog : Cosa significa per te la tua fotografia ?
Esternazione di sensazioni, raccontare, ricordare.
Introspezione, trovarmi in luoghi che, attraverso la macchina fotografica mi aprono modi diversi di vedere la stessa scena e di interpretarla.
La fotografia intesa come mezzo di socializzazione,e questa intervista ne è un’esempio, mi ha permesso di conoscere gente, bella gente. Di farmi conoscere, nel bene e nel male.

Ed infine : se tu avessi l’opportunità di incontrare un grande fotografo e ti fosse concesso di fargli una sola domanda, cosa gli chiederesti ?
Molto probabilmente farei come quando sono vicino ad un pittore, un’artigiano, o qualche altro artista…gli chiederei se posso rimanere a guardarlo mentre lavora.
Nel caso di un fotografo, guarderei come sistema la scena, come intergisce con essa e i suoi assistenti, perchè i grandi fotografi hanno sempre uno stuolo di assistenti.
Mi limiterei a guardarlo perchè non saprei cosa chiedere, ho come l’impressione di violare uno spazio facendogli delle domande dirette.
Non trovo molto corretto chiedere ad un’artista affermato come del resto ad un fotoamatore perchè o per come ha ripreso una scena…ognuno di noi ha un bagaglio di conoscenze, di motivazioni, di interessi che non permettono di essere capiti appieno quindi per non cadere in errori interpretativi, per non fare una violenza al suo modo di vedere, preferisco osservare e imparare e poi trarre le mie conclusioni.

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Ringrazio Alessandro per la sua disponibilità ed invito chi volesse approfondire la conoscenza Trymanit su Flickr a visitare il suo album ed in particolare i suoi mitici set a tema come quello dedicato ex manicomio di Volterra.

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Photowalking is the act of walking with a camera for the main purpose of taking pictures of things that the photographer may find interesting.

Cortona - Copyright 2009 PegaPPP

Cortona - Copyright 2009 PegaPPP

 

It’s a social photography event where photographers get together, usually in a downtown area or trendy section of town, to walk around, shoot photos, and generally have fun with other photographers.

It is usually a communal activity organised by camera clubs, online forums or commercial organisations. It is often done as a method to practice and improve one’s own photography skills rather than a with specific focus on documentary photography.

While not exclusive to digital photography, in practice digital photography makes photowalking more realistic as a hobby due to its experimental nature, the number of pictures typically taken in the process, and the possibility of post-processing afterward.

While related to street photography, photowalking is differentiated by the main impetus being to photograph things of interest rather than people specifically. Photowalking is also a form of exercise as it can take the photographer over the course of several miles as they wander a particular site or neighborhood.

Photowalking is also often associated with online photo sharing.

(Sources: Wikipedia.org, WorldWidePhotowalk.com, Flickr.com)

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Rose e rusco

Se gli fotografi la casa si preoccupano che tu sia lì per documentare il loro abuso edilizio…

Se inquadri un luogo di lavoro qualcuno si insospettisce che si tratti di una indagine che gli trova i lavoratori in nero…

Se piazzi il cavalletto ti vengono a chiedere che tipo di rilievi stai facendo e perché…

Se fotografi un bambino ti prendono per pedofilo…

Se inquadri un campo incolto ti accusano di progettarci la costruzione di un centro commerciale…

A qualche manifestazione ti guardano storto che magari sei dei “servizi”…

Se fai una foto ad una bella ragazza ti dice che non sei autorizzato a sfruttarle l’immagine…

Ad alcuni gli violi la privacy…

Sulla spiaggia con la reflex ti fanno cenno di “no che tanto poi la foto non la compro“…

In alcuni luoghi pubblici si preoccupano che tu stia preparando un attentato…

Se scatti al gruppo sbagliato… “scappa che non è il primo che menano“…

Nei musei “non si può: ci vuole l’autorizzazione“…

Se scatti alle macchine che passano ti prendono per un autovelox

C’è forse un pochino di paranoia in giro?
Come ci siamo ridotti?

Però MENOMALE,  nessuno teme più che se gli fai una foto gli rubi l’anima…

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amore per un albero

La manutenzione… Un concetto decisamente fuori moda. 

Non sempre però. Mi affascinano i mondi dove il “trend” ed il “brand” non sempre la fanno da padrone, ed uno di questi è il mare.

Su una nave, come su una barca, manutenere e curare sono imperativi dettati non solo dall’ecomincità di esercizio. Da un piccolo pezzo potrebbe dipendere un giorno la sicurezza di chi affida a quella barca o nave la sua vita. E’ stato così per secoli ed ancora lo è.

E curando e manutenendo qualcosa per anni, magari per decenni,  si sviluppa un rapporto di intimità con le cose, fino a sentirle quasi parte di sè… quasi delle creature con cui si è sviluppato un’affinità o una parentela… 

Osserva la persona al centro. Guardando la sua espressione si può provare a condividerne i sentimenti e capire come un albero in legno con sessanta anni di mare possa ancora esistere, dando vita ed energia ad una meravigliosa barca a vela del dopoguerra.

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