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Dopo le EVIL e le mirrorless ecco che si affaccia all’orizzonte anche un altro nuovo tipo di macchina fotografica. Questa permette di scattare senza preoccuparsi del fuoco perchè è dopo che lo si sceglie. Si, insomma, per la prima volta nella storia la messa a fuoco avviene in postproduzione.

Lytro, una startup della SiliconValley, ha presentato in questi giorni alla stampa la sua creatura: una fotocamera che permette di scattare secondo la tecnologia del “campo di luce” (light field), su cui la ricerca lavora da almeno una quindicina di anni.
E’ un’innovazione notevole che potrebbe portare in un futuro, se non al tramonto almeno al ridimensionamento di un componente che da sempre accompagna le fotocamere: l’obiettivo.
Il sensore a campo di luce della Lytro cattura il colore, l’intensità e la direzione di tutti i raggi luminosi che penetrano nella macchina e, a differenza dei sensori tradizionali che accorpano in un’immagine piana la luce rilevata, permette una gestione totale a posteriori della foto che viene ricostruita in modo parametrico via software, con conseguenti ampissime possibilità di rielaborazione. 

La Lytro sarà in vendita nei primi mesi del 2012 a circa 400$ ma è già possibile prenotarla. Le sue caratteristiche sembrano al momento quelle di un oggetto consumer, ma le promesse sono tali da far pensare subito ad applicazioni di questo tipo di tecnologia anche su modelli di fascia superiore.

Che ne dici? Sarà il futuro?
Puoi dare un’occhiata alle potenzialità della Lytro nel video di presentazione qui sotto o anche in questa pagina , dove è possibile simulare interattivamente l’effetto del fuoco “a posteriori”.
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Piccolo omaggio a Man Ray

POAMR (Piccolo omaggio a Man Ray) - © Copyright 2011 Pega

È un sacco di tempo che non scrivo un post su un libro, ma oggi ho proprio voglia di condividere una lettura che ho fatto in questi giorni: Man Ray – Sulla fotografia.

Man Ray è una figura che non ha bisogno di presentazioni. Personaggio importante ed eclettico si mosse costantemente in una ricerca senza fine che lo portò tra pittura e fotografia attraverso filoni artistici tra i più importanti del novecento.

ManRay_sulla_fotografiaNato a Philadelphia il 27 agosto del 1890 (guarda caso l’anniversario della sua nascita ricade proprio in questi giorni) da una famiglia di emigranti dell’est europeo di origini ebree, Man Ray crebbe negli ambienti artistici anarchici di New York, studiando prima pittura ma poi anche fotografia nello studio di Steiglitz, che sempre continuerà a considerare suo grande maestro.
La sua irrequietezza unita ad uno spirito di continua necessità di cambiamento e ricerca lo portarono poi a trasferirsi in Europa, a Parigi, dove Man Ray si stabilì per venti anni prima del rientro negli Stati Uniti a causa delle leggi razziali.

A Parigi sviluppò gran parte del suo lavoro, sperimentando e producendo idee come i suoi famosi Rayogrammi, ma anche più semplicemente lavorando come fotografo ritrattista.
Ed è proprio il riferimento a questa sua attività, che lo portò in contatto con moltissime figure spicco del mondo artistico di quegli anni, che mi è piaciuto molto in questo volumetto.

Il libro infatti, oltre a riportare appunti e riflessioni dello stesso Man Ray che ne tracciano una figura affascinante e complessa, contiene una serie di ritratti fotografici che questi realizzò per soggetti come Picasso, Ezra Pound, un giovanissimo Dalì, Bunuel, Virginia Wolf, Mirò, Matisse e molti altri.
Si tratta di foto scattate su commissione, da un fotografo il cui studio era divenuto meta di personaggi desiderosi di ottenere una propria immagine fotografica ricca di personalità e spessore.
Ogni ritratto è accompagnato da brevi note sulle impressioni scambiate con la persona fotografata. Davvero molto interessante.
Te lo consiglio proprio.

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outerbridge untitled 1922

Paul Outerbridge - untitled, 1922

Paul Outerbridge divenne famoso negli anni trenta per la sua abilità di creare immagini a colori di altissima qualità usando una tecnica estremamente complessa ed innovativa chiamata “tri-color carbro print” che fu molto utilizzata nel campo della moda.
Questo suo particolare successo di fotografo professionista forse non avrebbe però lasciato alcun segno rilevante nella storia della fotografia.
Come tutte le nuove tecnologie, il clamore suscitato al loro arrivo è proporzionale all’oblio che segue quando vengono superate e anche il carbro print fu completamente dimenticata e resa un ricordo dall’avvento, negli anni quaranta, di nuove e più semplici tecniche di fotografia a colori.

E così non è per questa specialità che Outerbridge si è meritato un posto tra i grandi della fotografia del novecento.
Il suo vero talento era in realtà emerso ancor prima dei suoi successi commerciali, quando era uno giovane studente alla scuola di fotografia di Clarence White alla Columbia University.

Siamo nei primi anni venti e le sue fotografie di quel periodo mostrano uno straordinario gusto nella ricerca di forme astratte create dall’intreccio di elementi solidi ed ombre.
Sono immagini da contemplare a lungo e degustare lentamente, come questa sopra, raffigurante un solido (probabilmente un mattone) semplicemente appoggiato su un piano.
L’oggetto tridimensionale si fonde alle forme bidimensionali create dalla luce in un meraviglioso intreccio di ombre, creando quello che ai nostri occhi appare quasi come un puzzle.

E’ un lavoro raffinato e di gran talento, che racconta la passione e la ricerca fotografica di un giovane artista. Un’immagine in cui la luce che cade sull’oggetto è studiata in modo così magistrale da farne un capolavoro della storia della fotografia.

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The guitarist and his Angel

The guitarist and his Angel - © Copyright 2010 Pega

Uno degli aspetti più affascinanti della fotografia è la sua capacità di spingere la nostra mente a costruire (o ricostruire) ciò che si suppone stia intorno alla foto, in sostanza ciò che nella foto non c’è ma che noi proiettiamo che ci sia.
Questo è ancora più interessante quando si tratta di spingere questa nostra proiezione su ciò che è prima e dopo l’immagine stessa, in sostanza sulla storia che la foto racconta o meglio la storia che noi ci vediamo.

In tutto ciò è innegabile che il titolo rappresenta un elemento importante che guida l’osservatore in una interpretazione ma che contemporanemente limita le possibili letture.

Quello che voglio proporti per questo Weekend Assignment è di scattare delle immagini che raccontano una storia e poi intitolarle in modo attento.
E’ un compito simile a quello proposto un po’ di tempo fa, ma in questo caso ti invito a concentrati sulla composizione e sulla forza comunicativa della struttura dell’immagine e sul titolo, rendendolo elemento fondamentale del lavoro.
Devi guidare l’osservatore a leggerci un piccolo racconto.

In questo caso più che mai, non è la qualità dell’immagine il fattore chiave, ma la sua capacità, insieme alle parole che la accompagnano, di coinvolgere chi la osserva.
Proprio per questo ti invito a condividere i risultati di questo esperimento postando in un commento il link alla tua foto.
Buon divertimento e se conosci persone che potrebbero essere interessate a questo assignment, condividilo su Facebook o Twitter attraverso gli appositi bottoni sotto.

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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cruscotto astratto

Cruscotto astratto (camera toss photography) - © Copyright 2008 Pega

Prova a non fare sempre il solito tipo di foto.
Si, lo so che quando si è appassionati per un soggetto o si è affezionati ad un proprio stile fotografico, si tende ad approfondire e specializzarsi. E’ qualcosa che fa senz’altro parte di una giusta scelta stilistica, ma non deve diventare un limite.

La ricerca e lo sviluppo (R&D come dicono gli anglosassoni) sono elementi fondamentali anche per chi fotografa, per o per gli artisti in genere, ma come lo sono anche per qualsiasi oranizzazione, impresa o attività umana. E’ importante continuare sempre a sperimentare e scoprire nuove vie.

Non avere paura di realizzare scatti diversi, prova tecniche che non conosci e magari cogli l’opportunità di apprenderle, vai a fotografare soggetti che non hai mai avvicinato.

Ogni tanto spingiti fuori da quel solito recinto di confortevole abitudine fotografica.
Prova, osa, rischia di sbagliare.
Nessuno ti obbligherà poi a mostrare il frutto di queste ricerche se non lo vorrai fare.

Sperimenta cose nuove.
C’è sempre tempo per conformarsi definitivamente a se stessi.

🙂

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dorothea_lange

Dorothea Lange

Durante la grande crisi economica che sconvolse gli Stati uniti negli anni trenta, il governo americano finanziò alcuni progetti di documentazione e, aattraverso la FSA (ente per il monitoraggio della crisi del settore agricolo), coinvolse un piccolo gruppo di fotografi perchè realizzassero immagini della situazione in cui vivevano i contadini colpiti dalla Grande Depressione.
Tra questi fotografi c’era una donna, una giovane artista che si era fatta notare nell’ambiente della fotografia documentaristica come aderente al movimento della straight photography: si chiamava Dorothea Lange.

Dorothea già aveva un piccolo studio fotografico a San Francisco, aperto dopo aver lavorato come apprendista presso studi molto famosi come quello di Clarence White (il fondatore della cosiddetta photo secession) ed Arnold Genthe.

toward_LosAngeles

Toward Los Angeles, California - 1937 Dorothea Lange

Le sue foto, a differenza di quelle che uscivano da molti studi fotografici della città, non erano ritratti di ricchi signori o famiglie felici ma ritraevano spesso le situazioni difficili dei sobborghi, dei quartieri poveri, le file dei disoccupati in cerca d’impiego.
Erano scatti intensi ed impegnati, privi di formalismi o compiacimenti esteriori.
Era fotografia di denuncia.

Il lavoro commissionatole dalla FSA la portò a lungo in giro per l’america, al seguito di quelle tante persone che si spostavano verso ovest in una migrazione mossa dalla speranza di trovare fortuna o anche solo un lavoro nelle piantagioni di mais o cotone.
Fu nel 1936 che realizzò una delle sue immagini più famose: il ritratto di una madre migrante, una donna di trentadue anni con sette figli che la Lange avvicinò e fotografò in California, in un campo di “raccoglitori di piselli” o per meglio dire di disperati alla ricerca di un modo per sopravvivere.

migrant_mother_Dorothea_Lange

Migrant mother, 1936 - Dorothea Lange

Il ritratto, con quello sguardo dove la disperazione si perde nel vuoto, fu pubblicato e fece il giro degli Stati Uniti, tanto che la FSA decise di inviare degli immediati aiuti sul posto.
La fotografia, con la sua carica emotiva e la sua drammaticità, aveva sortito un qualche risultato.

Superato il periodo della Grande Depressione, Dorothea Lange continuò a fotografare secondo quello che era il suo istinto, sempre alla ricerca di situazioni da far emergere e denunciare.

Bambini Giapponesi-Americani promettono fedeltà alla bandiera Americana - Dorothea Lange 1942

Molto importante ed all’epoca molto criticato, fu il suo lavoro fotografico teso a denunciare la situazione dei Giapponesi-Americani che, dopo l’attacco di Pearl Harbour, furono raccolti ed internati in campi di prigionia. Migliaia di persone, bambini compresi, che d’un colpo si trovarono reclusi senza colpe nè prove, apparvero negli scatti della Lange colpendo come un pugno nello stomaco le patriottiche coscienze d’america.

Nel 1945 fu invitata da Ansel Adams ad entrare a far parte della California School of Fine Arts, nel 1947 collaborò alla fondazione dell’agenzia Magnum e nel 1951 fu tra i fondatori della prestigiosa rivista Aperture.
La sua carriera continuò attraverso importanti collaborazioni con riviste come Life e la stessa Aperture nonostante condizioni di salute sempre più difficili dovute anche alle conseguenze di una poliomelite contratta in giovanissima età.
Morì nel 1965, a 70 anni, poco dopo aver scherzato con le persone al suo capezzale e, naturalmente, dopo averle fotografate.

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Photoexperience In rete si possono trovare molte iniziative dedicate a chi è appassionato di fotografia, ma quella di cui vorrei parlare oggi mi ha colpito per un approccio particolare e diverso dal solito.

Si tratta di Photoexperience, un’idea di un piccolo gruppo di fotografi toscani nata per creare eventi a metà tra un workshop ed un percorso turistico, aperti ad appassionati di fotografia di qualsiasi livello.

Ho avuto il piacere di incontrare e fare qualche domanda ad Andrea Sbisà che svolge il ruolo di art director in Photoexperience ed ecco cosa mi ha detto.

Ciao Andrea. Prima di tutto ci racconti un po’ cos’è Photoexperience ?
Tutto è nato circa un anno fa quando ci siamo trovati con un paio di amici fotografi a parlare di quanto fossero state divertenti alcune occasioni in cui avevamo provato a ripercorrere le orme di qualche personaggio famoso, o ricercato le ambientazioni di importanti opere cinematografiche. Nacque quindi l’idea di provare ad organizzare meglio la cosa per renderla fruibile anche ad altre persone e così abbiamo iniziato a proporre dei workshop a tema, dove la passione per la fotografia si fonde con l’esperienza di immergersi in storie e location affascinanti in Toscana.

Windows light - © Copyright 2010 Andrea Sbisà

Gli eventi Photoexperience si svolgono tutti in Toscana ?
Per il momento si. La Toscana è ricca di spunti fotografici, di storia e scenari spettacolari, spesso utilizzati nel cinema, piuttosto che in romanzi. E’ una regione in cui ovunque si può scovare un soggetto fotografico straordinario, e che tuttora nasconde aneddoti e personaggi tutti da scoprire: del resto anche nel più piccolo paese è facile trovare orme di qualche figura che ha scritto una pagina di storia.
Se poi interessano in particolare i periodi del medioevo o del rinascimento, la Toscana è proprio il posto giusto per fotografarne i segni e le opere. A tutto questo si aggiunge la possibilità di trovare sempre una struttura ricettiva che funzioni da base per le nostre “missioni” e che permetta di completare “l’esperienza”  anche da un punto di vista del relax, e perché no, della gastronomia.
Non è detto che in futuro si possano andare a scoprire anche altre regioni ma per il momento crediamo che la Toscana sia la meta più adatta per il tipo di progetto che vogliamo far sperimentare.

Quindi oltre ad un workshop fotografico è proprio un’esperienza a contatto con la storia?
Si eccome. A volte l’esperienza è un vero e proprio “inseguire” un personaggio e le sue gesta, magari muovendosi attraverso il territorio in quelli che furono i luoghi importanti per la sua storia.
E’ un’esperienza appunto, che cerchiamo di arricchire portando ai nostri ospiti informazioni ed anche qualche piccola sorpresa.

Che durata hanno questè “fotoesperienze” ?
In genere gli eventi Photoexperience si svolgono nei week end, quindi iniziando il sabato sera e concludendosi nel pomeriggio della domenica. Abbiamo comunque realizzato anche eventi di una sola giornata, molto simili ad un workshop fotografico a tema.

Time traveller - © Copyright 2010 Andrea Sbisà

Ci puoi descrivere come si svolge in genere uno di questi eventi ?
Ci troviamo il sabato direttamente presso la struttura ricettiva che ci accoglie, in genere un agriturismo. Qui, dopo le presentazioni ed una buona cena, iniziamo con una serata che serve per introdurre l’attività dei giorni successivi, e fare conoscenza con i partecipanti..
La domenica è interamente dedicata allo svolgimento dell’esperienza fotografica che, a seconda della Photoexperience in programma, può svilupparsi in un’unica o più location.
Una meritata pausa nel mezzo della giornata permette, oltre al godimento di qualche pietanza locale, anche una verifica del lavoro svolto, e se richiesto, anche qualche approfondimento tecnico.

Come ci si iscrive ?
Ogni informazione è a disposizione sul sito www.photoexperience.it. Iscriversi è semplice: basta inviare una mail a info@photoexperience.it per indicare il numero di partecipanti ed a quale evento si vuole aderire. Non dimenticate di aggiungere un recapito per poter essere ricontattati. I costi in genere includono la sistemazione e prevedono anche quote differenziate tra fotografi ed eventuali accompagnatori.

Devo dire che la curiosità che mette questa iniziativa è notevole. Ma ci dici anche qualcosa su di te e gli altri componenti di Photoexperience ?
Il progetto di Photoexperience coniuga la mia passione per la fotografia e per i viaggi. Da esperienze personali, mi sono trovato più di una volta a cercare delle chiavi di lettura diverse del nostro territorio, scoprendo che questa ricerca regala emozioni e piacevoli sorprese. E’ stato naturale cercare di coinvolgere altri appassionati di fotografia, alla scoperta di questi ‘sentieri’.
Trovare un tema, un filo conduttore, una traccia che ci faccia vedere e scoprire la nostra Toscana in modo piacevole e stimolante, è una bella sfida.
La partenza del  progetto è stata possibile solo grazie alla collaborazione con altri amici fotografi, che per esperienze e caratteristiche personali, hanno dato completezza allo staff.

Facing elephant - © Copyright 2010 Andrea Sbisà

Ci racconti un po’ della tua storia fotografica ?
La mia storia è quella del fotoamatore appassionato, quale sono da anni.
Ho cominciato da giovanissimo a fotografare con le prime macchinette automatiche, fino ad approdare nei primi anni novanta al mondo delle reflex, e poi alla rivoluzione del digitale.
Questa mia passione mi ha portato negli anni a frequentare workshop, conoscere noti fotografi, nonché cercare di portare avanti una ricerca personale continua della bellezza nascosta nelle cose e nelle persone.
La fotografia consente di attraversare un percorso continuo di crescita, di sperimentazione e miglioramento. Sarà per questo che la passione è così grande, perché il viaggio non ha mai fine!

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Grazie ad Andrea, del quale segnalo il notevole sito personale www.andreasbisa.it ed anche lo splendido album su Flickr.
Personalmente sono molto incuriosito da questa iniziativa Photoexperience e credo che mi spingerò a sperimentarla in prima persona, per poi riparlarne ancora qui sul blog.

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