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jumpology halsman windsor

A proposito di Philippe Halsman, del quale parlavo giusto qualche post fa, è interessante citare un suo particolarissimo approccio ad un certo tipo di ritratto che lo rese celebre negli anni cinquanta.
Si tratta di una sorta di filosofia dello scatto che lui denominò “Jumpology“.
In quel periodo Halsman era stato incaricato dalla NBC di realizzare una serie di fotografie a personaggi molto famosi tra cui importanti nomi dello spettacolo come Bob Hope e Marilyn Monroe ma anche celebrità della scena politica come Richard Nixon, i coniugi Ford ed i Windsor.
Mentre svolgeva questo lavoro si accorse che chiedendo ai suoi soggetti di saltare e scattando quando questi si trovavano a mezz’aria, il risultato della foto diveniva più interessante.
Lo stesso Helsman disse : “Quando chiedi ad una persona di saltare, la sua attenzione si concentra principalmente sull’atto del salto e la maschera cade, rivelando la vera persona“.
Fu così che nel 1959 pubblicò un interessante libro intitolato Philippe Halsman’s Jump Book in cui oltre ad una approfondita discussione sulla “Saltologia” appaiono bel 178 celebrità ritratte a mezz’aria.

Devo confessare che sono rimasto un po’ incuriosito da questa cosa e non ho quindi potuto fare a meno di provare anch’io a fare qualche ritratto in stile Jumpology…
🙂

Basic Magic

Basic Magic - © Copyright 2010 Pega

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Giuseppe Garibaldi

Giuseppe Garibaldi

Come negare il legame che c’è sempre stato tra storia e fotografia.
Il Risorgimento Italiano è stato uno dei primi casi di utilizzo della fotografia, sia a fini propagandistici che divulgativi, e tutti i principali personaggi di questo periodo capirono subito che questo nuovo strumento a loro disposizione era efficacissimo.
Il realismo delle immagini oltre alla possibilità di effettuare velocemente ed in modo abbastanza economico delle riproduzioni, fece intuire a Giuseppe Garibaldi l’importanza di realizzare una documentazione fotografica della sua impresa ed è così che furono quindi scattate le eroiche immagini del Generale e dei suoi nelle piazze di Palermo nel 1860. Sono immagini che, con il loro realismo e  la capacità di rapida circolazione tipica di questo nuovo media, probabilmente dettero un loro piccolo contributo successo della spedizione ed all’unificazione del paese.
Album dei Mille

Una pagina dell'Album dei Mille

Ma quello che forse è uno dei documenti più interessanti è ciò che fu commissionato al fotografo italiano Alessandro Pavia : l’Album dei Mille : una sorta di monumento fotografico che rappresenta il primo caso nella storia per questo tipo di documentazione.
L’Album dei Mille è un portentoso lavoro che Pavia svolse nel corso di circa sette anni muovendosi per tutta l’Italia riunificata, ritrovando e fotografando tutti e mille i partecipanti alla storica impresa, che da subito fu identificata come evento fondamentale della storia nazionale. Un volume che è quasi un grosso ritratto di gruppo, un documento veramente particolare che consacra la fotografia come strumento moderno per fissare la memoria di un evento.
Dell’Album dei Mille esistono tre copie conservate presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma.
Auguri Italia, cen’è bisogno.

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Nel primo post dell’anno parlavo di un semplice progetto che mi sarebbe piaciuto svolgere nel 2011, un’idea che è il naturale proseguimento della divertente esperienza dell’Ipholaroid Project. Ho deciso di chiamare questo nuovo progettino “Weekly Ipholaroid portrait”.

Come è facile intuire si tratta di realizzare un ritratto fotografico alla settimana utilizzando uno strumento a cui mi sto affezionando: l’Iphone, con la sua basilarità ed una app che simula in modo semplice ma realistico la “qualità” Polaroid.

E’ forse solo un modo per fare qualche ritratto in più ed avere la “scusa” per chiedere alle persone di posare e farsi immortalare in modo semplice e spontaneo, cosa che personalmente non riesco mai a fare quanto mi piacerebbe.
Devo dire che è divertente e mi ricorda molto i vecchi tempi con la Polaroid vera… 🙂

Ecco quindi i primi frutti… che conto di poter via via pubblicare in un’apposita pagina del blog.

Luciano  Valentina  Cesarina
Federica PPP Filippo

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Keith RichardsDi sicuro il feeling tra chi fotografa e chi viene fotografato è basilare e probabilmente il fatto che Annie Leibovitz sia stata in tour con i Rolling Stones nei primi anni ottanta ha avuto il suo peso per questo set con Keith Richards per Louis Vuitton di cui ho trovato il video backstage.
E’ un breve filmato che fa vedere alcuni momenti della realizzazione della foto finale (sopra) usata per una delle campagne pubblicitarie di Vuitton e come tutti i “behind the scenes” mi affascina parecchio.
Ti consiglio di vederlo, specie per alcui dettagli.
Innanzitutto è interessante il fatto che la Leibovitz effettui tutto lo shooting usando come illuminazione solo un normale ombrello riflettente miscelato alla luce ambiente.
Niente grossi softbox, fari, grid o riflessi. Niente di niente, solo un ombrello dotato però di un impagabile supporto ad attivazione telepatica (si, intendo l’assistente…).

Il feeling tra Annie e Keith è percepibile.
Non so bene cosa abbiano avuto occasione di combinare insieme trent’anni fa tra un concerto e l’altro in giro per il mondo, ma l’espressione che ad un certo punto Richards tira fuori “where do you want it baby” è tutta un programma anche se simpaticamente riferita a come mettersi in posa.
Anche il modo con cui la Leibovitz mostra al musicista come stare mi ha colpito.
Non gli dice come e dove sedersi : semplicemente glielo mostra sedendosi sul letto.
Richards prova varie pose e movimenti, poi si sposta su una poltrona ma alla fine la Leibovitz lo rimette seduto sul letto, è evidente che ha proprio quello scatto in testa.

Si può imparare molto osservando con attenzione una professionista di questo livello al lavoro, anche che le immagini prodotte sul momento sono lontane da quello che è il risultato finale, ottenuto aggiunendo un notevole lavoro di postproduzione.
Lo si può notare verso la fine del filmato, quando viene inquadrato il monitor di un PC che visualizza le foto appena scattate. E’ ben percepibile la differenza tra quelle immagini e quello che poi è stato effettivamente usato per la pubblicità.
Buona visione.

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Christmas candle

Christmas candle - © Copyright 2008 Pega

Ebbene… 
Che cosa dire in questi giorni  se non Buon Natale ?

Ti auguro di passare delle giornate serene tra auguri, regali, amici, parenti e… tutto quello che questa ricorrenza tipicamente riserva.
E poi il Natale è anche una notevole opportunità fotografica.
Approfittane per fare dei ritratti. Specie se passi le festività in famiglia quale occasione è migliore del Natale per invitare le persone a farsi fotografare ?

Ti propongo un piccolo esperimento da fare per il pranzo o il cenone.
Prepara un piccolo set fotografico in un angolo della stanza, vicino all’albero ma in alternativa anche scegliendo e posizionando uno sfondo omogeneo. Fa in modo che la zona sia ben illuminata, se cel’hai piazza un flash ed ombrello.

Invita le persone a farsi fotografare via via che arrivano o comunque PRIMA del pasto, poi effettua una seconda serie di scatti chiedendo alle stesse persone di posare DOPO l’abbondante mangiata… Credimi, è da provare…

Buon divertimento e BUON NATALE.

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migrant_mother_Dorothea_Lange

Migrant mother, 1936 – Dorothea Lange


In un vecchio post parlavo di Dorothea Lange citando il suo famoso ritratto Migrant Mother del 1936.
E’ una foto molto importante, emblematica ed attualissima, che segna l’intera carriera della Lange e descrive in modo profondo il dramma delle famiglie che furono colpite dalla Grande Depressione.
Per approfondire la storia di questo scatto, si può partire dalle parole della stessa fotografa, osservando anche le altre foto che realizzò in quel giorno, per provare a ripercorrere il flusso creativo che portò all’immagine più famosa.
Dorothea Lange parlò molti anni dopo di come nacque quella foto e, nel 1960, a proposito di questa sua opera disse:
“I saw and approached the hungry and desperate mother, as if drawn by a magnet. I do not remember how I explained my presence or my camera to her, but I do remember she asked me no questions. I made five exposures,working closer and closer from the same direction. I did not ask her name or her history. She told me her age, that she was thirty-two. She said that they had been living on frozen vegetables from the surrounding fields, and birds that the children killed. She had just sold the tires from her car to buy food. There she sat in that lean-to tent with her children huddled around her, and seemed to know that my pictures might help  her, and so she helped me. There was a sort of equality about it.”

Quella che è diventata una tra le immagini più importanti della fotografia del novecento, descritta in un’infinità di libri, esposta al MOMA e poi acquisita da Getty Images, è l’ultimo di una breve serie di scatti che la Lange fece quasi di getto, senza preliminari o spiegazioni, quasi ad evitare cinicamente di alterare quel momento drammatico e disperato.
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migrant-mother-2bEcco le altre foto, molto meno note.
In questo primo scatto, realizzato da una certa distanza, si vede la tenda e la sistuazione di estrema precarietà. La foto non va bene: è sconclusionata ed appare anche mossa o sfuocata.
Il viso della donna non è ben inquadrato, dato che è voltata verso il bambino.

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migrant-mother-1Nella seconda immagine c’è una maggiore  organizzazione. La fotografa ha probabilmente chiesto alle persone di guardare verso l’obiettivo e dato alcune disposizioni di posizionamento.
La foto è interessante ma la Lange cerca qualcos’altro.

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migrant-mother-23 Qui la fotografa si è concentrata sulla donna. Ha forse trovato la chiave dello scatto in questo soggetto così carico di drammaticità. Nella seconda immagine la Lange ha evidentemente chiesto ad una delle bambine di posare dietro alla madre.

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migrant-mother-5Siamo molto vicini al risultato finale. L’atmosfera è quella severa che pervade anche lo scatto divenuto famoso. Lo sguardo della donna si perde all’infinito, quasi a sfuggire l’amarezza ed il peso della situazione, oltre alla difficoltà di farsi ritrarre in una condizione così disagiata.

Queste foto non sono solo  un piccolo pezzo di storia, hanno sopratutto contribuito a cambiare la situazione di un grosso numero persone che in quel momento vivevano un forte momento di difficoltà.
Anche grazie agli scatti della Lange che lavorava per l’FSA, poche settimane dopo la pubblicazione delle foto, la comunità fu raggiunta da un aiuto economico governativo che servì a superare quei mesi così difficili e aiutare concretamente quelle famiglie.

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cosplay

© Copyright 2010 Trymanit

Il Cosplay è un fenomeno culturale che ha avuto origine in Giappone e su Wikipedia viene definita come “la pratica dell’indossare un costume che rappresenti un personaggio riconoscibile in un determinato ambito e interpretarne il modo di agire”.
I personaggi sono spesso scelti dal mondo dei manga o delle anime giapponesi, ma anche dai videogiochi, le band musicali, i giochi di ruolo, il cinema o la TV.

Alcuni fotografi stanno seguendo con interesse questo settore avendone intuito le potenzialità creative, specie in occasione degli eventi che in Italia si susseguono ed in qualche caso rappresentano un vero e proprio punto di riferimento per gli appassionati come ad esempio il Lucca Comics and Games che si svolge a Lucca in autunno.

Conosco vari fotografi che seguono il cosplay e tra questi c’è Trymanit, una vecchia conoscenza di questo blog, al quale ho rivolto un paio di domande sull’argomento.

Alessandro che tipo di scatti cerchi di fare quando fotografi i cosplayers ?
Al cosplayer piace moltissmo farsi fotografare, io la foto la interpreto come una specie di riconoscimento nei suoi confronti, del lavoro che ha fatto preparando con attenzione il costume (che tipicamente i Cosplayers non acquistano già fatti ma realizzano interamente in proprio, accessori compresi. N.d.r).
Quando chiedi a un Cosplayer se vuole farsi fotografare, questi si posizionerà la maggior parte delle volte, in una posa attinente al personaggio.

Quindi è il soggetto che decide la posa, se poi saranno una serie di foto, cerco di far si che le caratteristiche del cosplayer si amalghino bene con il personaggio che interpreta e l’ambiente che ci circonda. Evito di fare come alcuni fotografi che vogliono imporre la propria volontà nei confronti del soggetto, questo tra l’altro è il mio modo di intendere il ritratto in senso generale, anche quando fotografo persone non cosplayer.
La fotografia del resto non mente… quando una posa è forzata, quando tra fotografo e fotografato non c’è sintonia, nella fotografia questo si vedrà.

Come hai iniziato a fotografare i cosplayer ?
Alla base del mio interesse per questo genere c’è senz’altro la mia passione per i videogiochi, la cinematografia di fantascienza ed il Fantasy.
E’ con il Fantasy che ho iniziato a fotografare i Cosplay, nell’edizione della Festa Dell’Unicorno del 2009 a Vinci, una festa con un indirizzo prevalentemente Fantasy con al suo interno ospitato anche un’evento Cosplay.
Sono stato letteralmente rapito dal fascino di questi ragazzi che con dedizione e sacrificio indossavano i loro costumi, dalle rappresentazioni che portavano sul palco… successivamente sono andato a Lucca Comics e da li un susseguirsi di contatti.

cosplay 2

Copyright 2010 Trymanit

Come trovi i tuoi soggetti e che rapporto/dialogo si sviluppa con loro ?
Per i contatti un grande aiuto viene dai social network, Facebook su tutti. Postando le foto dei cosplayer, i tag e le conseguenti richieste di amicizia fanno si che si instaurino dei rapporti, il tutto nell’ambito del comune denominatore: il Cosplay, quindi, vieni a conoscienza degli eventi, richieste di foto, chiedere la disponibilità a foto fuori dagli eventi.

Che consigli ti sentiresti di dare a chi vuol provare questo genere di fotografia ?
Mi piacerebbe che chi si avvicina a questo mondo lo facesse semplicemente pensando che quello che stà vedendo non è una carnevalata. La passione, la dedizione con cui questi ragazzi portano avanti la loro passione è ammirevole, la pignoleria con la quale cercano la verosomiglianza con il personaggio cercando le stoffe, gli accessori, il taglio e il cucito per poi finire il giorno dell’evento, dove li vedi lì…tutti tesi che provano la scenetta sia che siano da soli, sia che facciano parte di un gruppo.
Quindi in sintesi la parola giusta è Rispetto. Gli chiedi una foto e vedi, almeno che non stiano salendo sul palco, che gli si illuminerà lo sguardo accompagnato da un sorriso e si metteranno in posa. La maggior parte sanno già quale posa assumere per il loro personaggio, ma possono anche capitare cosplayer meno smaliziatoi che con fare impacciato chiedono come mettersi.
Secondo me è importante valorizzare con la foto il lavoro che hanno fatto, il risalto dei particolari.

Quali sono le migliori occasioni e luoghi per fotografare i cosplayers?
Le migliori occasioni per fotografarli è durante gli eventi che durante l’anno si svolgono. Il più importante in assoluto è il Lucca Comics che si svolgerà l’utima settimana di ottobre.

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Grazie a Trymanit per la preziosa colaborazione ed appuntamento a Lucca con tutti coloro che volessero sperimentare questo interessante “filone”.

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Il ritratto fotografico cattura un brevissimo istante, cerca di congelare in quella frazione di secondo l’essenza di una persona, le sue emozioni e la sua intensità. Quando a realizzarlo è un fotografo di talento si tratta di una meravigliosa forma d’arte che, nonostante la relativa “giovinezza” della fotografia, affonda le sue radici nella storia dell’umanità.

LongPortraitIl “long portrait” è un ulteriore passo avanti.
L’idea è incredibilmente semplice: si tratta di creare le stesse condizioni di un ritratto tradizionale ma invece di realizzare “solo” una foto si realizza un breve video.
Non ci sono altri elementi oltre alla persona ritratta, è un’unica scena con una inquadratura fissa, non ci sono musiche o parlato e la durata può essere di alcune decine di secondi o qualche minuto.
I risultati che ne scaturiscono possono avere un’intensità veramente notevole.

Come esempio voglio portarti uno dei long portrait realizzati dal fotografo newyorkese Clayton Cubitt, un artista dallo stile crudo e molto diretto, che da tempo sperimenta questa forma di ritratto.
Cubitt ha chiesto a Graciella Longoria di posare nel giorno del primo anniversario della morte del padre della modella in un incidente stradale.

E’ un’opera decisamente intensa e particolare. Può piacere o meno.
Io ne sono rimasto piuttosto colpito.
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Qui altri video e long portrait di Clayton Cubitt su Vimeo.

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ComposerIgorStravinskyNewYorkDecember11946

Conosci questa foto?
E’ il famoso ritratto del grande compositore Igor Stravinsky scattato nel 1946 da uno dei più importanti fotografi ritrattisti del novecento: Arnold Newman.

Newman è noto per aver immortalato moltissimi personaggi famosi: da Picasso a Marilyn Monroe, passando per Chagall, Dalì e tutti i presidenti americani da Truman in poi.
Il ritratto fatto a Stravinsky nel suo studio di New York è senz’altro una delle icone della fotografia del secolo scorso ed anche di quello che fu lo stile di Newman: il “ritratto ambientato”.“Le persone esistono nello spazio”, diceva il fotografo americano, riuscendo a trasmettere all’osservatore l’essenza dei suoi soggetti immergendoli nel loro ambiente naturale. Una sorta di geniale unione tra la tradizionale fotografia di ritratto e quella di reportage.
Sono sempre affascinato dal cercare di comprendere il percorso creativo seguito nelle fasi di realizzazione di una fotografia e qui  ho avuto la fortuna di trovare un interessante documento: la serie di scatti effettuati da Newman proprio in occasione della sessione con Stravinsky.
Si tratta di un insieme di quindici fotogrammi scattati il primo dicembre del 1946, proprio nello studio del compositore e da cui è tratta la foto che è divenuta così famosa.

Stravinsky_set

E’ un esempio molto interessante in cui si apprezzano i vari tentativi del fotografo alla ricerca dell’inquadratura migliore per realizzare uno scatto significativo.
Con i primi fotogrammi Newman esplora alcune soluzioni diverse, alla ricerca di quale possa essere la strada giusta.
All’inizio appare anche la moglie del compositore, poi si passa ad idee diverse, fino a quando il fotografo sembra trovare la chiave nella forma sinuosa del coperchio del pianoforte, che forse richiama in qualche modo le simbologie del pentagramma.
Si concentra e si avvicina al risultato finale negli ultimi quattro scatti, posizionando Stravinski ad un lato.
C’è poi la traccia evidente della valutazione effettuata a posteriori sulle immagini. Si vedono i segni di selezione delle “preferite” e la decisa scelta di quello che sarà il prodotto finale, compreso il particolarissimo taglio: un bel “crop” per dirla con i termini odierni.

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